COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

Lectio sulla Lettera ai GALATI – Doglio (5)

XXVIII Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

Testo word Lectio sulla Lettera ai GALATI – Doglio (5)
Testo   PDF Lectio sulla Lettera ai GALATI – Doglio (5)

La lettera di san Paolo ai Galati (5)
Gal 5,13 – 6,18
Claudio Doglio
Il cristiano è chiamato alla libertà!

Siamo alla fine della lettera Galati e l’ultima parte — molto più esortativa, con un tono particolarmente moraleggiante — riprende la tematica della libertà cristiana. All’inizio del capitolo 5 Paolo aveva formulato questa idea in modo forte e deciso: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi»; adesso, al versetto 13, riprende la stessa tematica:

5,13 Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri.

È necessario soffermarci su questo tema della libertà — molto caro a Paolo e fondamentale per la teologia cristiana — anche se ho l’impressione che non lo abbiamo assimilato molto bene. Quella di Paolo è una convinzione profonda e decisiva: “siamo liberi”. Noi però non abbiamo l’impressione di essere così liberi. Al contrario, l’idea che comunemente si trasmette della fede cristiana non è quella della libertà, ma piuttosto della rigidità, della chiusura, della oppressione. È però un guaio se l’immagine che trasmettiamo della fede è quella dell’oppressione, perché non corrisponde alla verità evangelica.

Che cos’è la libertà?

La parola è usata anche fin troppo al nostro tempo, ma non nel senso proprio che ha in Paolo. Per noi “libertà” è la facoltà di agire secondo la propria opinione: “Sono libero se faccio quello che voglio”. Quando faccio quello che voglio sono libero e non puoi dirmi tu che cosa devo fare, lo decido io. Questa “auto-nomia” — parola composta che deriva del greco “auto-nomos” cioè “legge” (nómos) a “se stesso” (auto) — la chiamo libertà. Autonomia, alla greca, indica la legge che io mi faccio da solo: io sono l’autore della legge, della mia legge, e quindi non dipendo, sono autonomo, sono legge a me stesso.

Questa è l’idea moderna di libertà. La prospettiva paolina è invece molto più profonda e parla della libertà come la possibilità di fare quello che si deve. Mentre la spiegazione semplice, moderna, mette soprattutto l’accento sul verbo volere — quello che voglio io — il senso profondo della libertà richiama il verbo potere e il verbo dovere: io sono libero quando posso fare quello che devo.

Provate a rifletterci e vi accorgerete della profondità del concetto. È questione di possibilità, potremmo quindi parlare di “potenza”: se non riesco, non posso, non sono capace, non ho questa potenza. Non posso volare, non ci riesco proprio, ma non sono fatto per volare, non mi è chiesto, non devo volare e quindi è normale che io non possa spiccare il volo.

Invece — adopero degli esempi vistosi per cercare di essere più chiaro — mi è chiesto di perdonare, di amare generosamente; mi è detto che devo farlo, ma io, guardandomi, mi accorgo che non posso, non ci riesco, non ne sono capace. Questo è il problema. La legge mi dice: “Devi perdonare”; io ascolto alla legge, la conosco, la spiego anche agli altri, quando però ci sono dentro il fatto di “sapere che devo perdonare” non mi rende capace di perdonare. Di fronte a una situazione dolorosa e pesante non sono capace, non ci riesco: la legge non è sufficiente. La legge mi ha detto quello che devo fare, ma non mi ha dato la forza di farlo, perché io trovo dentro di me un’altra legge, che Paolo chiama “la carne”. Questa non ha niente a che fare con la bistecca, non indica nemmeno il corpo e tanto meno la sessualità.

La “carne” rende impotente la legge

Che cos’è la carne? È l’istinto cattivo, è una forza che appartiene alla mia persona, è il mio io, è il lato oscuro, negativo, della mia persona, è quella cattiveria profonda che c’è dentro di me, è l’inclinazione al male. Non vi è mai capitato di dire, di fronte a qualche proposta di impegno morale serio: “Non ce la faccio, è più forte di me”? Ma che cosa è più forte di te?

Adoperiamo in questo caso una frase impersonale, ma qual è il soggetto? Quando ammettiamo di non riuscire a fare qualcosa — non perché sia un lavoro delicato di artigianato che non mi riesce, ma di fronte a qualche cosa di morale — come ad esempio continuare a essere generoso con quella persona che ti ha trattato male, siamo soliti dire: “Non ce la faccio, è più forte di me, proprio non ci riesco, non starmelo neppure a chiedere”. Ma che cosa è tanto più forte di te al punto di impedirti di essere generoso? Che cosa ti impedisce di perdonare?

Paolo chiama questa potenza negativa “carne”; è quella realtà che hai dentro, che ti appartiene, che è parte di te stesso e che ti impedisce di fare quello che la legge dice. Infatti, finché si tratta di mettere a posto dei riti, delle piccole cose, ci si riesce e si può anche far finta di perdonare. Il problema è che il sentimento, l’atteggiamento, il cuore, non ha effettivamente perdonato e allora ecco il problema: la legge rischia di portare ad una finzione.

La legge ti dice che cosa devi fare, tu vuoi farlo e in molte cose finge di farlo. L’osservanza religiosa un po’ integralista sconfina infatti facilmente con l’ipocrisia, con la falsità, con il “far vedere” e cioè con il mantenere la facciata. È quell’atteggiamento negativo, fortemente criticato, di un perbenismo che nasconde, dietro a una facciata di onestà, una corruzione profonda. Quanti casi si sono manifestati, grandiosi, di facciate buone e oneste con un retroscena sporco e corrotto! È una realtà molto diffusa, anche quando non è così grandiosa e scandalosa.

La carne, quindi, rende impotente la legge. Adopero volutamente il termine “impotente” per via del doppio senso che, come tale, attira l’attenzione e provoca. È una condizione di impotenza creaturale: la nostra natura umana — a causa della carne, di questo istinto negativo — è impotente, non può, non può far quel che deve e ne rimane frustrata, umiliata, offesa.

Lo “spirito” dona la vera libertà

Che soluzione c’è? Lo spirito! L’annuncio cristiano è il dono dello spirito che supera la potenza della carne. Ma non si tratta dello “spirito” umano! Lo Spirito è la potenza divina che, dal di dentro, crea la possibilità nuova di vita, dà la possibilità di fare quello che la carne non permetteva di fare. In tal modo una situazione di impotenza viene curata, ma non è una questione di leggi, di norme. Questa è la grande differenza: è questione di un dono divino che dal di dentro crea una potenza nuova rendendomi capace di fare quello che devo.

Questa è la libertà: avendo ricevuto lo Spirito di Dio, avendo sperimentato questa possibilità, Paolo può gridare: “Siamo liberi, fratelli! Siete stati chiamati a libertà”. Dio vi ha chiamato per essere persone libere, persone che possono realizzare se stesse in pienezza; contro la frustrazione dell’impotenza il dono dello Spirito realizza la vita. L’uomo infatti si realizza facendo quel che deve. Sottolineo questa espressione con il verbo dovere proprio perché penso al progetto di Dio: “Siamo stati fatti per amare, non per volare” e quindi il fatto di non riuscire a volare, anche se qualche volta lo possiamo sognare, non ci dispiace al punto da essere frustrati perché non riusciamo a volare. Essendo invece creati per amare, non riuscendo ad amare siamo frustrati. C’è il dramma della persona che non riesce, ma sente dolorosamente questa sua incapacità.

L’annuncio cristiano non è però la sottolineatura semplicemente del negativo, tutt’altro, è l’annuncio del dono positivo. Viene infatti ribadita con forza l’impotenza umana, ma soltanto dopo che è stata annunziata la cura, cioè il dono gratuito dello Spirito che permette di guarire. Queste sono tre idee molto importanti: la libertà, la carne e lo Spirito; sono i tre temi che dominano l’ultima parte della Lettera ai Galati. Siamo liberi perché non più oppressi dalla carne, non più oppressi dalla legge.

Senza lo Spirito la legge opprime

In che senso siamo oppressi dalla legge? La legge è buona, dice delle cose buone, ma io sono oppresso quando non riesco a obbedire. Non sono invece più oppresso dalla legge nel momento in cui lo Spirito mi ha reso capace di viverla, di realizzarla pienamente. Ecco allora che c’è stato il capovolgimento della mentalità.

La vita vissuta nella fede non è la prestazione d’opera per ottenere la paga, ma è la conseguenza di un dono ricevuto. Avendo ricevuto questa capacità autentica di amare posso amare, posso vivere come a Dio piace, sono un uomo libero, posso amare tutti e comunque, non sono più prigioniero del mio io, del mio orgoglio. In me agisce il Cristo che è più forte di ogni istinto negativo (cioè la carne) e quindi posso fare l’impossibile, sono libero di poter fare quello che devo.

Questo è il vangelo cristiano; questa è la bella, la stupenda notizia che ha conquistato le prime generazioni, perché è effettivamente un messaggio affascinante. Chissà perché poi, con il tempo, si è atrofizzato, spento, dimenticato e, pur rimanendo tale e quale, si è perso fra le righe e sono emerse altre cose. Anche la comunicazione alle nuove generazioni temo che non passi attraverso questo annuncio, ma che passi attraverso una mediazione di leggi e di norme che danno dell’insieme l’idea di una vecchia struttura complessa e oppressiva, mentre l’annuncio della fede cristiana deve essere l’annuncio dello Spirito che libera, che supera l’impotenza della carne.

Con questo chiarimento possiamo intraprendere la lettura e andare anche abbastanza veloci perché diventa tutto più chiaro, almeno spero.

Un comune fraintendimento della libertà

5,13 Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne,

Ecco l’idea sbagliata. Non dovete intendere la libertà — dice Paolo — come il pretesto per fare quello che volete. Se vivete secondo la carne non siete liberi, ma siete servi del vostro istinto, prigionieri delle vostre voglie, dei vostri gusti, del vostro carattere: non fate quel che volete, siete costretti a fare quel che l’istinto vi costringe a fare, siete perciò degli schiavi. In latino prigioniero si dice captivus, quindi voi siete cattivi, siete prigionieri della carne, dell’istinto, dell’inclinazione al male. Non è questa la libertà; la libertà è mettersi al servizio gli uni degli altri mediante la carità. Paradossale! La libertà è farsi servi mediante la carità.

È l’immagine realizzata di Gesù … Fil 2,6 il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. La libertà è poter fare della propria vita un dono generoso e completo!. Perciò — continua Paolo — non comportatevi come servi del vostro io, del vostro egoismo…

ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. 14 Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso.

Non aboliamo la legge, ma tutta la legge dell’Antico Testamento si può riassumere in questo precetto che difatti è un precetto dell’Antico Testamento (Lv 19,18): «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Qui c’è tutta la legge, ma per poterla eseguire, osservare, hai bisogno della grazia. La legge c’era anche prima, ma per poterla vivere hai bisogno dell’«agàpe», cioè dell’amore e della «charis», cioè la caritas, la grazia di Dio che è stata riversata nel nostro cuore per mezzo dello Spirito che ci ha dato Gesù.

A questo punto Paolo non riesce proprio a trattenersi e si sfoga con una battuta polemica:

15 Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!

La teoria è una cosa, però la realtà pratica è un’altra. Paolo sta parlando a una comunità cristiana dove i singoli si mordono a vicenda e questa non è un’esperienza così strana e rara. Teorizzate l’amore, ma fra di voi vi mordete, dice: “Attenti a non mangiarvi del tutto”.

La vita secondo lo Spirito

Inizia adesso la parte propositiva e morale: 16Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito

Nel linguaggio semitico camminare è sinonimo di comportarsi; in ebraico la dottrina morale la chiamano halakà che significa semplicemente cammino. «Camminate secondo lo Spirito» significa comportatevi, agite, vivete, esistete secondo lo Spirito, cioè lasciandovi guidare dallo Spirito…

e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; 17la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne;

In greco c’è il termine «epithymía» che in latino è reso con concupiscentia: è il desiderio passionale, la bramosia. L’espressione italiana che potrebbe rendere meglio il significato originale è proprio voglia: la carne ha delle voglie diverse da quelle dello Spirito.

queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.

Questo è un grande tema che Paolo affronta con immagini splendidamente efficaci anche nella Lettera ai Romani quando dice: 7,14Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. 15Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. 16Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; 17quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 18Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; 19infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. In teoria vorreste fare una cosa, ma poi noi ci riuscite.

18Se però vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge.

Non nel senso che la potete violare, ma nel senso che non ne siete schiacciati; siete liberi, potete eseguire la legge perché vi viene quasi istintivo.

Proviamo a sviluppare questa idea. Sappiamo bene che cos’è l’istinto del male, ma c’è anche un istinto del bene. Mentre però l’istinto orientato al male ci è connaturato, fa parte del nostro io, l’istinto al bene è un dono di grazia. È lo Spirito Santo che abita in noi che produce un desiderio, una passione, delle voglie diverse, per cui nasce istintivamente la voglia di fare il bene e la capacità di farlo. Non c’è più bisogno che te lo comandi la legge, perché dal di dentro ti è venuta questa capacità. La novità cristiana è l’annuncio dello Spirito che dal di dentro ti rende capace di fare, di realizzare il progetto di Dio.

La carne e lo Spirito sono due forze presenti in noi; se domina lo Spirito la nostra vita è buona, se lasciamo dominare la carne la nostra vita è vecchia e cattiva, cioè prigioniera del nostro io orgoglioso. Se invece lasciamo dominare lo Spirito, se camminiamo secondo lo Spirito, se assecondiamo l’opera dello Spirito, non siamo noi che conquistiamo qualcosa, ma stiamo semplicemente mettendo in pratica, utilizzando, mettendo a frutto il dono che Dio ci ha fatto. Stiamo vivendo bene, stiamo realizzando pienamente la nostra vita, proprio perché abbiamo accolto in noi lo Spirito di Dio, quello donatoci da Gesù stesso.

19Del resto le opere della carne sono ben note: [Paolo ne elenca una quindicina; a lui piacciono questi elenchi, fanno parte un po’ del modo di parlare ellenistico, della filosofia popolare, della retorica del suo tempo] fornicazione, impurità, libertinaggio, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; [L’elenco non è assolutamente completo, è solo una esemplificazione abbondante, con diverse sfumature, per mostrare le opere della carne] circa queste cose vi preavviso, [cioè vi avviso in precedenza, e sapete che “uomo avvisato è mezzo salvato”. Allora, circa queste cose vi preavviso…] come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. [Non è vero che “tutto fa brodo”; le opere della carne non ereditano il regno di Dio].

22Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23contro queste cose non c’è legge.

Non c’è legge che possa comandarti di essere contento, di essere in pace, di essere benevolo; non c’è legge che tenga: o lo sei per grazia o la legge non ci può fare niente. Ecco il punto delicato.

Le opere e il frutto

Notiamo un particolare molto importante: “le opere” della carne sono distinte da “il frutto” dello Spirito; cambia la parola e cambia anche il numero: le opere è plurale, il frutto è singolare. Deduciamo allora che la carne non ha frutti, cioè non ha risultati. Pensate al concetto di frutto non solo in senso alimentare, ma in senso economico: un investimento che non dà frutti, che non produce niente e talvolta comporta anche la perdita del capitale.

Le opere della carne sono azioni che non fruttificano, azioni che possono essere intese anche nel senso di partecipazioni economiche a qualche attività commerciale che non danno rendita, che non producono qualcosa di nuovo e finiscono per mangiare il capitale. Queste opere sono quindi anche i comportamenti che non portano frutto, per cui alla fine non resta nulla. C’è una molteplicità di azioni, di opere senza frutti: è tutto quello che viene dall’istinto. L’impotenza umana si dà un gran daffare con tante opere, ma alla fine resta solo un pugno di mosche, niente.

Al contrario, lo Spirito ha il frutto, al singolare, perché mentre la carne divide, moltiplica, seziona, frantuma e crea una molteplicità disordinata, lo Spirito unifica. Paolo non parla di azioni dello Spirito — e infatti non presenta come conseguenza dell’attività dello Spirito delle opere — perché il frutto dello Spirito è un modo di essere, è la nostra natura umana che ha prodotto frutto, che ha maturato se stessa. Amore e gioia non rappresentano una azione e non sono neppure una conquista, ma sono il frutto dello Spirito. È lo Spirito che, nella tua vita, porta come frutto: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza dominio di sé. È tutto un elenco di sinonimi; non sono tante cose, tante virtù, sono un unico modo di essere.

L’annuncio cristiano riguarda un modo di essere, una persona umana realizzata e il cristiano non è uno che fa certe cose e soprattutto certe azioni rituali; questa definizione è assolutamente banale, insignificante e profondamente scorretta, anche se purtroppo ancora molto usata.

24Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri.

L’apostolo aveva già detto: «Io sono stato crocifisso con Cristo» (2,20), adesso riprende la stessa immagine e la generalizza per tutti cristiani: quelli che sono di Cristo Gesù, cioè quelli che gli appartengono, hanno crocifisso la loro carne. Una frase del genere si può fraintendere. Con la frase “crocifiggere la carne” l’apostolo non vuol dire frustarsi, né fare penitenze maceranti per danneggiare il corpo; se la carne è l’istinto negativo, “crocifiggere la carne” vuol dire semplicemente far morire l’istinto cattivo.

Paolo adopera il verbo “crocifiggere” perché fa un chiaro riferimento a Gesù, ma la meditazione sulla croce di Cristo, la pratica della Via Crucis, è uno strumento per crocifiggere la propria carne, non per guadagnare qualche bollino da mettere sulla “tessera paradiso”; è la strada per crocifiggere la propria carne, per far morire quell’uomo vecchio, istintivo, con le sue passioni e i suoi desideri. Non significa però non avere più desideri, significa invece far morire il desiderio orgoglioso dove l’io è prepotente e si impone, dove è violento e vuole vendicarsi e fargliela pagare. È questa parte di me che deve morire; ci si può mettere tutta la vita, ma è questa la strada da percorrere.

La pratica religiosa cristiana è proprio questa cura della persona malata con la certezza della possibilità di ottenere la salute piena ed eterna. La guarigione è possibile, il medico c’è, la cura è data; noi siamo convalescenti, ma in via di guarigione. C’è chi ci mette più tempo e chi ce ne mette di meno e anche chi ha delle ricadute… Certe volte le ricadute sono peggiori della malattia iniziale. È una immagine che serve per capire bene questo concetto.

25Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.

Lo Spirito di Dio è quello che ci fa vivere, di conseguenza camminiamo, comportiamoci secondo lo Spirito, lasciando agire lo Spirito in noi.

26Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.

Questa è una piccola parentesi, una “frecciatina”; probabilmente Paolo sapeva a chi scriveva, ma comunque va bene anche per noi. Attenzione alla religiosità di vanagloria, cioè di ostentazione vanitosa e insignificante con la provocazione vicendevole: “Io sono meglio di te”. Se non lo facciamo a livello di singoli, capita però di farlo tranquillamente a livello di gruppi. È infatti comunissimo che i cristiani di una parrocchia, parlando con quelli di un’altra parrocchia, dicano: “Noi siamo migliori, noi facciamo di più”. È la stessa situazione dell’io orgoglioso che si contrappone all’altro; è l’atteggiamento che, nel momento in cui io mi nascondo dietro l’istituzione o il gruppo, mi sembra di poter dire che il mio gruppo è migliore degli altri: noi facciamo di più, siamo più bravi, lavoriamo meglio… È un indizio di atteggiamento vecchio; è sempre l’istinto che comanda anche quando diventa comunitario; ci può essere l’istinto negativo ecclesiale o ecclesiastico: noi siamo migliori degli altri… È l’istinto che si è travestito e fa finta di essere buono, ma… sempre cattivo è!

Portare i pesi gli uni degli altri

6,1Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso,

Dal “voi” Paolo è passato al “tu”. Che ci siano di queste continue ricadute è possibile; avete lo Spirito? Bene! Allora aiutatevi reciprocamente a rialzarvi, con dolcezza però, non con acidità. Una delle caratteristiche più vistose delle persone molto di chiesa è l’acidità. Non so perché, ma spesso più si è devoti e più si diventa polemici, aggressivi, acidi, criticoni. Ma com’è possibile? A forza di avvicinarsi al Signore della bontà e della dolcezza cresce questa polemica nei confronti degli altri? C’è qualcosa che non funziona; quindi vigila su te stesso. Ti ho detto di aiutare il fratello che sbaglia, ma adesso ti dico di stare attento a te…

per non cadere anche tu in tentazione.

Non ti dico: “Fatti i fatti tuoi”, ma correggi con dolcezza il tuo fratello e stai anche molto attento al tuo comportamento.

2Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. [Ottimo consiglio: portate i pesi gli uni degli altri, aiutatevi cioè a portare il peso, le preoccupazioni, i dolori, le sofferenze e le tante contrarietà della vita: sostenetevi a vicenda.] 3Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. [Non montatevi la testa, non crediate di essere qualcosa, non ingannatevi. ] 4Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e non negli altri troverà motivo di vanto:

Guardati bene dentro, valuta le tue capacità e non vantarti in confronto agli altri: finissima nota psicologica! In genere, se io mi confronto con gli altri, prendo a paragone solo quelli che vedo che sono peggiori di me e allora penso che in fondo io vado bene. È l’aspetto del negativo preso come modello; di fronte al delinquente, al grande ladro, all’omicida, io mi confronto e quasi mi faccio i complimenti, mi sento del tutto a posto: “Ma guarda come sono bravo”. Non è questa la strada. Guardatevi dentro e notate quel che siete capaci a fare, proprio di vostro, di capacità generosa, oblativa. Allora vantatevi di quello! Se vi guardate bene dentro, non troverete facilmente un gran motivo di vanto…

5ciascuno infatti porterà il proprio fardello.

Ognuno ha il proprio peso: è il peso della propria carne, cioè della sua corruttibilità. Perciò sopportate il peso gli uni degli altri, portate insieme il peso della carne, aiutandovi a vicenda a superare la carne; vivete cioè non come antagonisti e concorrenti, ma come collaboratori; questa è opera dello Spirito!

6Chi viene istruito nella dottrina, faccia parte di quanto possiede a chi lo istruisce.

È una indicazione elementare di sostentamento clero. In greco dice: “I catecumeni diano qualcosa a quelli che fanno catechismo a loro”. È un aiuto di comunione, di collaborazione, di condivisione. Vi seguono, perdono del tempo, vi danno delle possibilità? Aiutateli, ricambiateli.

7Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. 8Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione;

Ecco il risultato della carne: la putrefazione del cadavere! Chi semina nella carne raccoglie vermi, polvere e cenere. È una frase forte come dire: “Attenzione, perché le conseguenze delle nostre scelte, del nostro stile di vita ci sono davvero”. Attento alla puntata, su che cosa punti, perché raccoglierai in quella direzione. È quasi un gioco: rosso o nero, pari o dispari? Scegliete su che cosa volete puntare. Non ci si prende gioco di Dio. Carne o Spirito? Punti sulla carne? Raccoglierai corruzione.

chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna.

È una scelta, signori, fate il vostro gioco; su che cosa puntate? Vi dico già che cosa esce: esce lo Spirito; comunque scegliete voi su che cosa volete puntare. Se puntate sulla carne, seguendo l’istinto, perderete. Io ve lo dico, poi non lamentatevi quando c’è solo corruzione, quando crolla tutto e non c’è più niente che valga. Puntate invece sullo Spirito, seminate nello Spirito, camminate secondo lo Spirito. Sono tutte immagini, ma rendono bene l’idea e comprendiamo che cosa vuol dire.

9E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo.

Ci vuole costanza e perseveranza. È possibile che lì per lì i risultati non si vedano; anche seminando, i risultati non si vedono l’indomani. Ci vuole la pazienza di aspettare e di continuare l’impegno. Se non desistiamo a suo tempo mieteremo.

10Perciò, finché ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede.

È una esortazione importante; siamo in una situazione di cristianità molto ristretta, è un piccolo gruppo cristiano, l’impegno è verso tutti, ma in modo primario verso i vicini, quelli che sono fratelli di fede, perché è da quel nucleo comunitario che nasce la testimonianza. Il mondo deve vedere come si vogliono bene, come è cambiato lo stile di vita, e da quella esperienza il mondo percepisce la potenza dello Spirito.

Esortazione autografa e saluti finali

A questo punto Paolo ha finito di dettare la lettera. Fino adesso l’ha scritta un amanuense sotto dettatura, ora lo scrivano ha riportato in bella, sul papiro, il testo e Paolo aggiunge il post-scriputum: prende la penna e aggiunge qualche parola di suo pugno. Dice:

11Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, ora, di mia mano.

Lo scrivano aveva scritto meglio, aveva scritto un testo che sembrava stampato; era uno del mestiere, mentre Paolo non era pratico di scrittura. Tenete conto che, con i mezzi che usavano gli antichi, o si era proprio professionisti o altrimenti venivano degli scarabocchi; Paolo scrive infatti delle lettere molto più grosse delle altre. Lo sa e comincia dicendo: guardate come sono limitato.

12Quelli che vogliono fare bella figura nella carne,

È un suo chiodo fisso. Io non so scrivere, guardate con che brutte lettere ho aggiunto due parole, ma quelli che invece ci tengono a far bella figura nella carne, cioè a esibire le proprie qualità, il proprio io istintivo, sono quelli che…

vi costringono a farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo. [Perché vogliono guadagnarci, stare tranquilli ed evitare grane.] 13Infatti neanche gli stessi circoncisi osservano la legge, [Non vi eravate mica illusi che facendovi circoncidere sareste diventati capaci di osservare pienamente la legge? Questi falsi profeti non vogliono il vostro bene,] ma vogliono la vostra circoncisione per trarre vanto dalla vostra carne.

Perché così possono dire: “Ne abbiamo convinto altri tre, altri dieci, altri cinquanta: guardate come siamo bravi”. È l’idea di una religiosità di conquista, fatta di meriti: ho fatto l’opera buona, ho convertito tre persone, ho convinto ad andare in chiesa quest’altra. Oh! Quanti titoli di merito ho acquistato!!!

14Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.

Fin dall’antichità questo versetto era utilizzato come canto di ingresso della Messa del Giovedì santo; è la preghiera iniziale del Triduo pasquale. È prevista ancora oggi come Antifona di ingresso, ma ormai è diventato solo un abbellimento del messale e resta inutilizzato, perché ogni comunità adopera il canto che vuole. È però importante che sia rimasta questa indicazione. Lo spirito con cui tutte le comunità del mondo iniziano la celebrazione del Triduo pasquale è questa: «Mihi autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Iesu Christi», cioè: «A me invece è necessario vantarmi della croce del Signore nostro Gesù Cristo». Io non ho nessun altro vanto se non la croce di Cristo. Di che cosa mi posso vantare? Di niente! Se mi vanto di una cosa è solo quella di godere della croce di Cristo, di avere il beneficio della croce di Cristo; quell’evento è la mia forza, è la mia potenza, è la mia libertà. È lo Spirito che mi ha ricreato e me ne vanto: è lui la mia forza. Attraverso la croce il mondo per me è stato crocifisso.

Con il termine “il mondo” Paolo non vuole indicare la vita del mondo, le attività, le persone, ma la struttura corrotta di questo mondo, la mentalità del mondo. Per me — con la croce di Cristo — questa forma mentis, questa visione della vita, questo atteggiamento umano corrotto è morto, non c’è più, e io non ho più niente a che fare con la mentalità di questo mondo.

15Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, [Che cos’è allora che conta se tutto questo non ha più alcun valore? Non la circoncisione… ] ma l’essere nuova creatura.

Non contano i riti: né farli, né non farli; conta l’essere nuova creatura. È vero! Questo è l’elemento importante: «essere nuova creatura». Ma questo non dipende da me. Io non sono creatore ed essere nuova creatura dipende dal Creatore, ma il Creatore mi ha ricreato. La creazione dell’uomo è raccontata nella Genesi nel sesto giorno. La morte di Cristo sulla croce è avvenuta in un giorno sesto: il venerdì è infatti il sesto giorno della settimana, è il giorno della creazione dell’uomo. Ecco quindi che la croce di Cristo crea la nuova umanità. Noi siamo nuove creature in forza della morte e risurrezione di Cristo, in forza dello Spirito che il Crocifisso risorto ci ha donato. Quello che conta è l’essere nuovi.

16E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.

È il grande popolo di Dio, l’Israele di Dio. Non tutti quelli che discendono da Israele sono di Israele — dice Paolo — e Israele ne comprende molti di più. Quelli che seguono questa norma sono l’Israele di Dio. Noi, con il nostro linguaggio, diremmo: chi fa parte della Chiesa? Chi è nuova creatura, chi ha come proprio vanto la croce di Cristo, chi cammina nello Spirito: queste persone fanno parte della Chiesa. Non ne posso fare il censimento, né l’anagrafe, ma so che è così. Non sta a noi catalogare e dire chi è dentro e chi è fuori; sta a noi accogliere la possibilità che ci è data di essere nuova creatura. Ma Paolo ha già scritto fin troppo di sua mano…

17D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo.

La parola “stigmate” è diventata tecnica e poi, in epoche successive, ci sono stati dei casi di persone che hanno avuto nel proprio corpo segni di identificazione con Cristo e le hanno chiamate “stigmate”. Paolo non sta ancora utilizzando questo linguaggio, quindi non sta dicendo di avere le mani piagate o il costato ferito, sta dicendo: “Io, nella mia persona, porto i segni di Gesù Cristo”. Lo ha già detto diverse volte; lo aveva detto allora ai Galati e adesso glielo mette per iscritto: “Ho la consapevolezza che quello che vi dico io è come se ve lo dicesse Gesù Cristo in persona”, quindi basta, non importunatemi più con le vostre false idee inculcate da profeti di falsa religione!

18La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

http://www.symbolon.net

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 17/10/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 590 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com

  • 229.756 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: