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Sulle tracce di Maria (3) Virgen del Pilar di Saragozza

Trascrizione della trasmissione radiofonica “Sulle tracce di Maria”, condotta da Diego Manetti (Radio Maria) 


Virgen del Pilar di Saragozza1


Continuiamo, cari amici, il nostro cammino “Sulle tracce di Maria”, con l’intento di seguire il cammino di Maria tra gli uomini, ripercorrendo alcune delle più importanti tracce che la Vergine ha lasciato nel mondo, ovvero i santuari a Lei dedicati, intesi come risposta umana all’iniziativa di Maria di rivolgersi all’umanità con apparizioni o messaggi in precisi momenti della storia.

La “traccia” mariana che andiamo a esaminare questa volta è davvero molto particolare poiché si tratta di un santuario che è sorto in quello che è un luogo di devozione assai profonda nei confronti della Vergine Maria: Saragozza, in Spagna. Ciò che rende particolare la devozione mariana là radicata, e che trova espressione nel bellissimo Santuario del Pilar, è il fatto che tale luogo di preghiera non si origina come risposta dell’uomo a una apparizione mariana – come è invece stato nel caso del santuario di Notre Dame de Laus, in Francia, o della cappellina della Regina della Famiglia a Ghiaie di Bonate, in Italia, come abbiamo visto nelle puntate precedenti; la cattedrale dedicata alla Virgen del Pilar – una delle più grandi chiese al mondo – sorge infatti in Saragozza, capitale dell’Aragona, in Spagna, per ricordare non una apparizione ma una “venuta” di Maria. Che cosa si intende con “venuta”? Per comprenderlo meglio dobbiamo rifarci a quanto riferito dalla tradizione.

Proprio secondo la tradizione, nella notte del 2 gennaio dell’anno 40 d.C., in una città posta sulla riva destra dell’Ebro, in Spagna – una città allora chiamata Cesarea Augusta e in seguito ribattezzata Saragozza – la Vergine Maria sarebbe apparsa all’apostolo Giacomo che si trovava in terra spagnola per annunciare la Buona Notizia. Comprendiamo subito perché si debba parlare di “venuta” e non di apparizione: perché nel 40 d.C. la Madonna era ancora vivente in terra, essendo trascorsi neppure dieci anni dalla morte e resurrezione del Figlio Gesù che, come ormai la critica storica ha dimostrato, può essere collocata con una certa sicurezza nei giorni di Pasqua dell’anno 30 d.C.

La tradizione afferma che Maria, trasportata dagli angeli, sarebbe giunta in Spagna direttamente da Gerusalemme in carne mortale. Perché in Spagna? Perché poco dopo l’Ascensione di Gesù e l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli e su Maria stessa riuniti nel cenacolo, ecco che gli Apostoli stessi si erano diretti ai confini del mondo per annunciare la Buona Novella, come era stato loro chiesto da Gesù stesso: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15). Giacomo – detto “il Maggiore”, per distinguerlo dall’omonimo discepolo che i testi evangelici e gli scritti paolini definiscono “cugino del Signore” e che fu il primo vescovo di Gerusalemme – si era dunque diretto verso ovest, raggiungendo la terra spagnola. Spirito indomito, carattere forte, Giacomo era fratello di Giovanni l’Evangelista. Giacomo e Giovanni, prediletti del Signore – che ebbe a definirli “figli del tuono” per via del loro vivo temperamento – furono chiamati ad assistere alla Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor.

Giacomo dunque, animato da profondo ardore missionario, si reca in Spagna, all’epoca dominio dell’impero romano. La sua predicazione raccoglie però pochi frutti poiché pochi sono quelli disposti ad accogliere la Buona Novella predicata dall’apostolo. Talmente pochi che la tradizione riferisce di appena otto discepoli che Giacomo sarebbe riuscito a guadagnare alla causa del Vangelo. Ecco, andiamo dunque con la mente e con il cuore a quel lontano 40 d.C. e immaginiamo i sentimenti di Giacomo: lontano da Gerusalemme, stanco per il lungo pellegrinare, dopo aver radunato i suoi otto compagni, sconfortato per aver raccolto così poche anime per il Signore, ecco che si trova presso l’Ebro, fuori le mura della città di Cesarea Augusta, l’odierna Saragozza. Che cosa sta pensando Giacomo? Sta progettando, in preda a un profondo scoramento, di ritornare a Gerusalemme. Quand’ecco, all’improvviso, una luce penetra il buio della gelida notte di quel 2 gennaio del 40 d.C.: una moltitudine di angeli appare dinnanzi a Giacomo, cantando festosa, e trasportando su una colonna – in spagnolo “pilar”, pilastro – la Vergine Maria. Che cosa poteva aver spinto Maria, che allora si trovava in Gerusalemme, a recarsi “in carne e ossa” in quel di Cesarea Augusta per comparire dinnanzi a Giacomo, se non il desiderio di confortare l’apostolo e di esortarlo a proseguire la sua missione?

Secondo la tradizione, gli angeli avrebbero fissato nel terreno il “pilar” e, sopra di esso, Maria si sarebbe rivolta all’apostolo Giacomo dicendo: “Figlio mio, è qui il luogo segnalato e destinato ad onorarmi. Qui, grazie a te e in memoria mia, la mia chiesa deve essere edificata”.  Notiamo come sia Maria stessa – come poi a Lourdes, tanto per citare il caso più famoso – a chiedere che le venga edificato un luogo di preghiera in cui far crescere la devozione a Maria e tramite Lei onorare il Figlio Suo Gesù, e dunque il santuario che là sorgerà si presenta come la risposta umana che verrà data a una precisa iniziativa del Cielo.

Prosegue poi Maria, secondo la Tradizione, rivolta a Giacomo: “Cura questa colonna sulla quale io sono poiché, stanne certo, è il Figlio mio e Maestro tuo che l’ha inviata dal Cielo, facendola portare dai suoi angeli. Presso questa colonna poserai l’altare della cappella. E in questo luogo, per le mie preghiere e la mia intercessione, la forza dell’Altissimo opererà prodigi e portenti mirabili, specialmente per coloro che, nella loro necessità, mi invocheranno. Questa colonna si eleverà in questo luogo sino alla fine del mondo e mai mancherà in questa città chi veneri il nome di Gesù Cristo, mio Figlio”. Possiamo osservare come Maria precisi subito che quel luogo, in virtù delle sue preghiere e della sua intercessione sarà un luogo di grazie speciali per quanti la invocheranno. Ecco, Maria si presenta a Giacomo come la Mediatrice per eccellenza, come la Madre che può intercedere per i Suoi figli presso Gesù, al cui Nome infine va reso ogni onore, come è nella volontà di Maria stessa: “Mai mancherà in questa città chi veneri il nome di Gesù Cristo, mio Figlio”.

Sempre secondo la tradizione, Giacomo avrebbe eretto attorno alla colonna posta dagli angeli nel terreno una cappella – come riferiscono i documenti medievali, delle dimensioni grosso modo corrispondenti a quelle dell’attuale cappella dedicata alla Virgen del Pilar. Dopodiché l’Apostolo sarebbe ripartito alla volta di Gerusalemme, dove avrebbe incontrato il martirio un paio di anni dopo, primo tra gli Apostoli, morendo di spada su ordine di Erode stesso poiché questo era “gradito ai Giudei” (Atti degli Apostoli 12, 2-3). Morto per testimoniare la fede, il suo corpo sarebbe stato poi trasportato dai suoi discepoli in Spagna, dando origine a quella grande tradizione di devozione che è il “cammino di Santiago de Compostela”. I protagonisti della Reconquista – il processo storico di liberazione delle terre spagnole dall’occupazione dei Musulmani – ne faranno successivamente il proprio paladino, attribuendo sempre maggior valore alla tradizione popolare che voleva San Giacomo – “Santiago”, appunto – essere apparso su un cavallo bianco alla testa delle colonne cristiane per salvare la Spagna dall’invasione dei Mori. (…)

Alla cappellina … sono seguite poi successive opere che hanno portato a un edificio paleocristiano, seguito da uno romanico, sostituito a sua volta da un tempio gotico, il quale a sua volta venne rifatto – tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘900 – in stile  barocco-neoclassico, portando a quello splendido edificio sacro che ancora oggi si può ammirare a Saragozza.

Zaragoza_-_Basílica_del_Pilar_y_río_Ebro

Vediamo ora alcune caratteristiche che rendono la cattedrale di Saragozza davvero unica nel suo genere. Anzitutto la città sorge sulla riva destra dell’Ebro, il fiume dal cui nome latino Hiberus trae la denominazione la Spagna tutta come penisola iberica; l’importanza del fiume si evince dal fatto che attraversa Castiglia, Navarra, Rioja, Aragona e Catalogna, scorrendo per circa mille chilometri. La venuta di Maria sulle rive del fiume Ebro significava dunque una venuta per tutta la terra spagnola che da questo fiume è bagnata. Dal XII secolo almeno la festa della dedicazione della Cattedrale del Pilar si celebra il 12 di ottobre, data che coincide con un altro famosissimo 12 ottobre, quello in cui, nel 1492, si ricorda la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo sulla caravella “Santa Maria”. Non stupisce dunque  che la Virgen del Pilar venga riconosciuta patrona non solo di tutta la Spagna ma dell’intera Hispanidad, ovvero dei territori di lingua spagnola – numerosi, in terra d’America – le cui bandiere circondano entrambi i lati della “Santa y Angelica Capilla” dove è custodito e venerato il “pilar”, il pilastro stando sul quale nel 40 d.C. la Madonna apparve all’apostolo Giacomo proprio là dove ancora oggi si trova, nella stessa posizione in cui, secondo la tradizione, gli angeli stessi lo avrebbero collocato.

Il “pilar” è dunque una colonna di diaspro, di forma cilindrica, alta 177 cm e con un diametro di 24 cm. Da secoli è avvolta – come protezione e decoro – da un artistico rivestimento in argento e bronzo. Su di essa è stata collocata una statuetta di legno nero della Madonna con il Bambino, risalente al XV secolo. (…) Sul retro della Cappella una piccola apertura permette ai fedeli di baciare la superficie della colonna: un gesto di profonda devozione, la cui frequenza si può almeno intuire notando come, nei secoli, questi baci di fedeli appassionati abbiano scavato di alcuni centimetri quella durissima pietra. (…)

Perché avere una tale fiducia nella promessa di Maria, se non perché già una volta, in modo straordinario, la Vergine ha mantenuto la parola data, concedendo la grazia richiesta a un fedele che ad Ella si era rivolto animato da profonda fede filiale? Sto parlando di uno dei miracoli più straordinari che siano mai accaduti, un evento così prodigioso che si potrebbe definire il Santuario della Virgen del Pilar un’oasi di guarigione paragonabile senz’altro alla più famosa Lourdes. Di questo miracolo voglio ora parlarvi, cari ascoltatori, per condividere con voi la storia del miracolo dei miracoli, “el milagro de los milagros”, operato per intercessione della Virgen del Pilar nel Seicento, una storia nel narrare la quale devo riconoscere un profondo debito di gratitudine a Vittorio Messori e al suo libro “Il miracolo” (Rizzoli 1998).

Per raccontarvi questa storia, devo anzitutto chiedervi di fare uno sforzo. Dobbiamo infatti tornare con la mente e con il cuore alla prima metà del Seicento, in una povera provincia dell’Aragona, nel villaggio (“pueblo”) di Calanda, situata a sud-est di Saragozza.
Che cosa c’entra Calanda con Saragozza? Lo scopriremo tra poco, per ora vi basti sapere che in questo piccolo centro dell’Aragona, nell’unica piazza presente, si trova una piccola chiesa; sull’arco dell’unico portale di tale edificio sacro si trova scolpita una statuetta della Madonna: è la Virgen del Pilar. E tale statua è sovrastata da una scultura molto particolare: quella di una gamba tagliata sotto il ginocchio, segno del miracolo di cui sto per narrarvi.

Entrando nella chiesa di Calanda, si trova una cappellina dedicata al “miracolo dei miracoli”, come esso viene definito in terra di Spagna, e come ricorda la lapide nei pressi della stessa cappella: “In questo stesso luogo e per intercessione della Vergine Santissima del Pilar, fu restituita al suo devoto Miguel Juan Pellicer la gamba che da molto tempo gli era stata amputata”. Eccolo dunque el milagro de los milagros: per intercessione della Virgen del Pilar, a un uomo è stata ridata la gamba che aveva perso. Che cosa ha di eccezionale questo miracolo? Anzitutto che esso si presenta come la risposta alla sfida lanciata dallo scetticismo e dal materialismo ateo di Otto e Novecento. Basti pensare a che cosa disse il celebre romanziere Emile Zola, profeta del positivismo letterario, quando si recò a Lourdes, nel 1894: entrato nella grotta di Massabielle, dove la Vergine era apparsa a Bernadette nel 1858, il letterato aveva esclamato: “Vedo molti bastoni e stampelle, ma non vedo gambe di legno!”, come a dire: il vero miracolo, quello dinnanzi al quale anche  uno scettico o un ateo dovrebbe ricredersi, sarebbe il far ricrescere una gamba, non semplicemente camminare uno zoppo. (…)

Riprendiamo dunque il racconto del miracolo della gamba amputata. Protagonista è il già citato Miguel Juan Pellicer, battezzato in quel di Calanda il giorno 25 marzo 1617, festa dell’Annunciazione di Maria. Secondo di 8 tra fratelli e sorelle, Miguel Juan nasce da genitori che sono poveri contadini ma buoni cristiani. Di poca cultura – pare che sia rimasto analfabeta per tutta la vita – fu istruito ai contenuti fondamentali della fede cattolica dalle lezioni del parroco di Calanda, caratterizzando la propria umile fede con una profonda devozione mariana, pregando quella Virgen del Pilar che, secondo la tradizione popolare, sarebbe stata invocata dalla gente di Calanda nel IX secolo e avrebbe salvato il povero villaggio dal saccheggio di un feroce capo-banda islamico. Da allora, Calanda avrebbe riconosciuto nella Virgen del Pilar la propria protettrice.
Intorno ai vent’anni il giovane Miguel Juan avrebbe lasciato la casa paterna per non gravare sul povero bilancio familiare e si sarebbe trasferito nelle terre lungo il Mediterraneo, nel regno di Valencia, lavorando nelle campagne come bracciante presso uno zio.

Un giorno di fine luglio 1637, mentre stava riconducendo alla fattoria dello zio il carro trainato da due muli, cadde dal dorso di uno degli animali, forse per un colpo di sonno dovuto alla grande calura estiva e alla fatica del lavoro compiuto fin dalle prime ore del mattino, finendo con la gamba destra sotto una delle ruote del carro. Il carro, carico di grano, fratturò la gamba sotto il ginocchio, spezzando la tibia nella parte centrale. Ricoverato all’ospedale di Valencia, dopo alcuni giorni di inutili cure, Miguel Juan ottiene di essere trasferito presso l’ospedale “De Nuestra Senora de Gracia” di Saragozza, desiderando di riavvicinarsi alla casa dei genitori. Il viaggio – immaginatevi le condizioni dell’epoca – è un vero martirio: circa 300 km percorsi in oltre 50 giorni nel pieno della calura estiva, trasportato da carrettieri e mulattieri che prestavano il dovuto soccorso all’infermo. Insomma, quando il giovane giunge a Saragozza siamo già nell’ottobre 1637.

Malgrado la fatica e la febbre altissima, Miguel Juan si trascina al Santuario della Virgen del Pilar per rendere onore a quella Mamma cui è tanto devoto fin da bambino. Lì si confessa e si comunica, quindi viene trasferito nell’ospedale dove i medici, vista la terribile cancrena che si è sviluppata, decidono di amputare la gamba destra appena sotto il ginocchio, nell’estremo tentativo di salvare la vita al giovane.
L’arto amputato viene poi rinchiuso in una cassetta di legna e sepolto in un apposito settore del cimitero dell’ospedale, in ossequio alla pratica allora in voga che voleva che si trattasse con massimo rispetto, in vista della Resurrezione dei corpi, non solo il cadavere dell’uomo, ma ogni parte del suo corpo che avesse dovuto trovare la morte –  per amputazione, appunto – prima del tempo.

Dopo alcuni mesi di ricovero, Miguel Juan si trascina nuovamente al Santuario della Virgen del Pilar, per render grazie alla Madonna che gli ha salvato la vita, dimostrando così una fede e una riconoscenza profonde pur nella grande sventura che lo ha colpito. Giunge infine la primavera del 1638 e il giovane ex-bracciante è dimesso dall’ospedale.
Per sopravvivere, non gli resta che fare il mendicante, poiché la famiglia non è in grado di mantenerlo e così, ottiene il permesso dai Canonici del Santuario di sostare nei pressi della Cappella di Nostra Signora della Speranza per chiedere l’elemosina. Tutte le mattine Miguel si reca al Santuario e, dopo aver assistito alla Messa nella Santa Capilla del Pilar, si mette a mendicare. Ogni giorno poi, quando gli inservienti puliscono le ottanta lampade che ardono nella Capilla, il giovane ottiene un poco di olio per ungere la gamba amputata. Questa pratica viene compiuta con una fede ingenua, umile, eppure ricalca precisi insegnamenti della Sacra Scrittura, laddove il Vangelo di Marco ricorda che gli apostoli di Gesù ungevano di olio molti infermi e li guarivano (Mc 6, 12ss) mentre la lettera di Giacomo esorta a ungere con olio, nel nome del Signore, gli ammalati.
Dopo due anni di vita da mendicante presso il Santuario di Saragozza, Miguel decide di fare ritorno presso la casa paterna, nel villaggio di Calanda, per riabbracciare i genitori che non vede da circa tre anni.

Tornato a casa, a Calanda, si giunge al 29 marzo 1640, giovedì della settimana di “Passione”, precedente cioè la domenica delle Palme che apre la Settimana Santa. E’ un anno molto importante per la ricorrenza del 1600° anno dell’apparizione della Virgen del Pilar: può quindi essere una occasione che la Vergine stessa ha scelto per celebrare la sua “venuta” in terra di Spagna omaggiando l’Aragona – e il mondo tutto – dello straordinario miracolo che in quell’anno, e in quella notte del 29 marzo, sta per accadere.

Torniamo dunque al 29 marzo 1640. Rientrato a casa dopo una dura giornata di lavoro – se infatti era mancante di una gamba, il giovane Miguel usava le braccia per collaborare alle attività agricole familiari – Miguel Juan decide di andare a coricarsi presto. Non potrà dormire nel suo letto, però, quella notte, poiché la famiglia deve ospitare un soldato della Cavalleria dell’Esercito Reale. Ceduto il proprio letto al milite, Miguel si trascina dunque su un misero giaciglio che la madre ha preparato per lui ai piedi del letto dei genitori. La cosa non deve stupire, pensando che la grandezza della casa dovesse essere proporzionata alla misera condizione della famiglia Pellicer e dunque le stanze dovessero senz’altro mancare per un eventuale ospite – se così vogliamo chiamare il soldato che si trovavano a dover, loro malgrado, ospitare.

Dopo una cena leggera, verso le dieci, Miguel va dunque a dormire. Verso le undici la madre si reca con una lampada a olio nella camera matrimoniale. Subito avverte, come testimonierà in seguito, una “fragranza e un odore soavi e mai sentiti prima”. Avvicinatasi all’improvvisato giaciglio, per controllare se il figlio abbia preso sonno, la donna resta sorpresa nel vedere che dal fondo della coperta spuntano due piedi. Pensando che sia il soldato che è andato a dormire nel posto sbagliato, chiama il marito. Questi, appena giunto in camera, solleva la coperta con l’intenzione di svegliare il soldato. Grandissima è la sorpresa di entrambi quando vedono che l’uomo che sta dormendo è proprio loro figlio, Miguel, al quale è ricresciuta la gamba amputata!

Ripresisi dallo stupore, i due genitori scuotono il figlio e, a fatica, lo ridestano come da un sonno profondissimo. Miguel, stupito per l’accaduto, subito domanda al padre perdono per ogni peccato. Questo è un particolare molto importante: la guarigione fisica – impossibile, a viste umane – porta con sé la guarigione dell’anima: il figlio desidera riconciliarsi con il padre, chiedendo perdono per i peccati commessi nei confronti dei suoi famigliari.

Interrogato, Miguel dice di non sapersi spiegare l’accaduto, ma aggiunge che stava sognando di essere nella Santa Cappella di Nostra Signora del Pilar e che si stava ungendo la gamba amputata con l’olio di una lampada della Cappella, come usava fare quando era mendicante presso il santuario. Non esita neppure un attimo dunque ad attribuire alla intercessione della Virgen del Pilar la guarigione miracolosa appena ottenuta. Giova a questo punto ricordare che, in tema di miracoli, occorre sempre distinguere: è la potenza divina che li opera, ma è l’intercessione – di Maria o dei Santi – che li può impetrare e ottenere dalla Misericordia Divina.
Esaminato l’arto alla luce della lampada ad olio, Miguel e i genitori si rendono conto che si tratta della gamba amputata (e sepolta) più di due anni prima, poiché vi si ritrovano la cicatrice della ruota che aveva fratturato la tibia e le tracce di un morso che un cane gli aveva in precedenza dato sul polpaccio. Che si tratti della stessa gamba verrà poi provato quando, dissotterrata e aperta nel giugno dello stesso anno la cassetta di legno in cui era stata riposta la gamba amputata, questa verrà ritrovata vuota. Non vi è dunque stata una “creazione” della gamba quanto piuttosto una riparazione o una restituzione.

Il giorno seguente, 30 marzo 1640, la voce del miracolo si è ormai sparsa rapidamente. Il giovane viene condotto presso la chiesa parrocchiale di Calanda, dove la popolazione è in attesa. Tutti constatarono che Miguel aveva riacquistato la gamba amputata, quasi come se si trattasse di un anticipo – scandaloso e folle, per la ragione umana – di quella resurrezione nella carne che, per fede, sappiamo essere la speranza cristiana.

Il primo aprile, domenica delle Palme, numerosi visitatori e curiosi giungono a Calanda, desiderosi di sincerarsi del fatto. La voce è giunta anche a Mazaleòn, un villaggio a una cinquantina di km a est di Calanda, portata forse dai soldati che si spostavano di villaggio in villaggio. E proprio la voce del presunto miracolo ha fatto sì che il parroco di Mazaleòn, con il vicario e il notaio reale del comune, decidesse di recarsi a Calanda. Non sappiamo se i tre vi giunsero già nella sera del 1 aprile, fatto sta che il documento redatto dal notaio reale appena citato porta la data del 2 aprile. L’originale di tale atto è esposto, dal 1972, nell’ufficio del Sindaco di Saragozza, in quel palazzo municipale che è separato dalla Basilica della Virgen del Pilar solo da una piccola strada chiamata significativamente “calle milagro de Calanda”.

Perché si è giunti a redigere un atto notarile relativo a tale miracolo? Forse il parroco di Mazaleòn, don Marco Seguer, era così devoto della Madonna da voler certificare il miracolo ottenuto per sua intercessione? Oppure era invece uno scettico che voleva metter fine a voci e dicerie prima che intervenisse la stessa Inquisizione? Fatto sta che porta con sé il notaio del comune di Mazaleòn, quando sa benissimo che a Calanda se ne trova uno, per evitare di coinvolgere elementi “di parte” o interessati. La scelta fa apparire la dichiarazione del notaio, dunque, ancor più degna di fede.
Perché è importante questa certificazione notarile? Perché ben risponde a quanto in seguito avrebbe detto Voltaire in merito ai miracoli, dicendo che per loro natura potevano essere degni di venire presi in esame solo quelli dotati di certificazione notarile: il miracolo di Calanda pare dunque ben degno di soddisfare le esigenze dello scettico più radicale…

Oltre all’atto notarile di cui abbiamo appena parlato, occorre ricordare anche il rapporto redatto dal giudice ordinario di Calanda, poiché fu esso che giunse sul tavolo del ministro di Filippo IV, il Conte-Duca di Olivares, a Madrid, il quale decise di informarne il sovrano. Che a sua volta invitò, in tutta risposta, il giovane Miguel a corte.

Mentre la notizia si diffonde in tutta la Spagna, l’Arcivescovo accoglie l’istanza dell’autorità civile e apre il processo canonico sul fatto. Processo che, per trasparenza, sarà aperto al pubblico e con la redazione degli atti in volgare (solo la sentenza finale sarà in latino). Accanto all’Arcivescovo siedono nove teologi e canonisti. Il fatto che l’Inquisizione non intervenga né  durante, né dopo tale processo è una prova della serietà e accuratezza con cui le indagini sono condotte, ben sapendo che un troppo facile riconoscimento avrebbe causato un riesame del Tribunale dell’Inquisizione, preoccupato di contrastare eresie e presunti miracoli che sconfinassero nel fantasioso. In tutto sono convocati 24 testimoni – tra famigliari, vicini di casa, autorità locali, ecclesiastici – cui viene rivolto un formulario di 33 domande.

Dopo quasi undici mesi di lavoro, giunge la sentenza firmata dall’Arcivescovo, mons. Apaolaza, datata 27 aprile 1641:
“Perciò, considerate tutte queste e altre cose, con il consiglio degli infrascritti illustri Dottori sia di Sacra Teologia, sia di Diritto Pontificio, affermiamo, pronunciamo e dichiariamo che a Miguel Juan Pellicer, nativo di Calanda, di cui si è trattato in questo processo, fu restituita miracolosamente la gamba destra che in precedenza gli era stata amputata; e che non è stato un fatto operato dalla natura, ma opera mirabile e miracolosa; e che si deve giudicare e tenere per miracolo, concorrendo tutte le condizioni richieste dal Diritto perché si possa parlare di un prodigio nel caso qui in esame. Pertanto lo ascriviamo tra i miracoli, e come tale lo approviamo, dichiariamo e autorizziamo, e così diciamo”.

Giunse infine il giorno dell’atteso ricevimento di Miguel da parte del Sovrano della Spagna, Filippo IV. Vestito per l’occasione con abiti nuovi, il giovane si presentò, imbarazzato, dinnanzi al Sovrano. Avuta conferma dalle autorità ecclesiastiche dell’esito positivo del processo canonico, Filippo IV disse: “Non è più il caso di discutere e di cavillare. E’ il momento in cui occorre accogliere e venerare il Mistero, rallegrandoci come cristiani”. Detto questo, si inginocchiò dinnanzi al giovane contadino, gli fece scoprire la gamba destra, e baciò con devozione la cicatrice rimasta la dove l’arto era stato amputato.

Dinnanzi alla grandezza di un tale omaggio si comprende la straordinarietà dell’evento occorso a Miguel Juan, un miracolo che non è accaduto per lui – del quale si persero ben presto le tracce, per scoprire poi che morì ancor giovane, il 12 settembre 1647, secondo quanto attestato dall’atto di morte firmato dal parroco del villaggio di Velilla de Ebro, situato tra Calanda e Saragozza – ma è accaduto perché, come ben sottolinea Vittorio Messori nel suo “Il miracolo”, io e voi, qui e ora, ci sentiamo spinti a prendere posizione dinnanzi a quella che pare quasi una violenta intrusione dell’eterno nel tempo terreno, dinnanzi a un miracolo che pare costringere a credere, ma che infine ci lascia sempre liberi. Liberi di aderire, liberi di rifiutare. Così come, dinnanzi al Miracolo della Resurrezione, e ai molti altri miracoli operati da Gesù, vi furono quanti scelsero di seguire il Figlio di Dio e quanti, pur essendo testimoni dei prodigi da Lui operati, lo rifiutarono.

In quest’ottica si comprende come la grazia concessa al giovane Miguel Juan Pelliccer, di ottenere la gamba amputata per intercessione della Virgen del Pilar, non sia se non la conferma della materna cura con cui Maria cerca di sostenere il cammino degli uomini – di tutti gli uomini: di Giacomo nel 40 d.C., di Miguel e dei compaesani nella Calanda del 1640, di noi oggi – verso la piena adesione a Cristo.

Certi dell’aiuto di Maria, a lei ci rivolgiamo con la seguente preghiera:

Oh Virgen del Pilar, Reina y Madre.   / O Vergine del Pilar, Regina e Madre
España y todas las naciones hispanas   / La Spagna e tutta l’Ispanità
reconocen con gratitud tu protección constante  / Riconoscono grate la tua costante protezione
y esperan seguir contando con ella.   / E sperano di continuare a contarci
Obténnos de tu Hijo fortaleza en la fe,   / Che otteniamo da tuo Figlio fortezza nella fede
seguridad en la esperanza y constancia en el amor. / Sicurezza nella speranza e costanza nell’amore
Queremos que en todos los instantes de nuestra vida / Ti chiediamo che ogni istante della nostra vita
sintamos que tu eres nuestra Madre.   
/ Sentiamo che tu sei nostra Madre
Por Jesucristo nuestro Señor. Amén.   / Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen

di Diego Manetti
http://www.lanuovabq.it

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Questa voce è stata pubblicata il 20/10/2018 da in ITALIANO, Sulle tracce di Maria, Vergine Maria con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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