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Dentro la Bellezza (117)

Non riduciamo la Parola di Dio alle nostre visioni “bipolari”

Giona1

Gloria Riva
Avvenire giovedì 18 ottobre 2018

In coro, alla lectio divina, stavo leggendo il libro di Giona. Non era certamente un profeta esemplare, vista la sua fuga da Dio che scomodò addirittura l’antico leviatano per essere fermata, e tuttavia i Niniviti si convertirono alla sua predicazione perché, benché egli non fosse uno stinco di santo, tuttavia predicava la Parola di Dio.

Un midrash su Giona nel ventre dalla balena è davvero singolare: «Fin dai sei giorni della creazione quel pesce era stato destinato a inghiottire Giona; poiché è detto “Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona” (Gn 2,1). Ed egli entrò nelle sue fauci come un uomo entra nella grande sinagoga e restò in piedi [là dentro]. E i due occhi del pesce erano come vetrate che davano luce a Giona».

Il grosso pesce, che nel testo rimanda al mostro primordiale (il Leviatano appunto), è diventato nell’immaginario popolare una balena, grazie soprattutto alla celebre opera di Melville Moby Dick, la balena bianca. È interessante notare che la parola Ninive, in assiro, si traccia con un segno cuneiforme indicante una casa e un pesce. Se il pesce rimanda agli abissi e quindi al caos primordiale, la casa esprime l’intervento divino che ordina e offre all’uomo un habitat. Tale dovrebbe esser la forza della predicazione cristiana: riportare all’ordine il caos che minaccia l’uomo di ogni tempo.

Sulla scorta del midrash ebraico nella Slesia e nella Boemia le case di Dio sono adorne di pulpiti a forma di Leviatano. Quello di Dobroszow non è il più lavorato, ma è senza dubbio il più efficace. Assimila il pesce al serpente e il predicatore, per raggiungere il pulpito e parlare ai fedeli dalle fauci spalancate del mostro, deve salire da una scala nascosta dentro il ventre del pesce stesso. Il simbolo si fa realtà: ogni uomo che predica la Parola, che scrive e commenta la Parola divina, specie l’uomo di Dio, è come Giona inadeguato rispetto a quella Parola, in fuga rispetto alle esigenze di Dio, forse anche incapace di misericordia eppure è misteriosamente efficace proprio perché, nonostante se stesso, predica una Parola non sua.

La riflessione cristiana sulla balena, mediata anche da Melville e dal suo romanzo, diventa emblema di tutte le società bipolari. Gli occhi della balena sono uno a destra e uno a sinistra, manca così a essa la visione unitaria del centro. La balena ha, davanti a sé, il vuoto e il buio. Una siffatta miopia colpisce anche la società cristiana odierna: il dibattito, ormai su vari fronti e su vari temi, si esaurisce in una diatriba infinita, dove alcuni vedono solo a destra, altri solo a sinistra. Abbiamo perso quel centro simbolico capace di mettere insieme (syn-ballo= gettare insieme) gli estremi e unificarli in una prospettiva geniale e inusitata, perciò stesso divina. Il pulpito, che obbligava a salire in alto, rendeva evidente la dimensione “altra” della Parola ivi proclamata, indisponibile alle opinioni umane. Nelle nostre asettiche chiese contemporanee l’ambone esprime scarne e stilizzate simbologie bibliche e il rimando alle sopra elencate verità è pressoché inesistente.

Dovremmo tornare a quei pulpiti della Slesia che nella loro originale iconografia erano un potente rimando alla Scrittura e alla Verità proclamata, inesauribile e “altra” rispetto al pensiero dello stesso predicatore e alla sua personale adesione al Mistero di Cristo.

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Questa voce è stata pubblicata il 21/10/2018 da in Arte, Dentro la bellezza, ITALIANO.

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