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Lectio sulla Lettera agli Efesini – Stancari (2)

XIX-XX Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

Testo word Lettera agli Efesini – Stancari (2)
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Lettera agli Efesini (2)
In contemplazione del Mistero di Cristo unico Signore
Pino Stancari sj

Signoria di CRISTO

Efesini 2
Tutti appartengono a un unico Signore

Affrontiamo il secondo capitolo della Lettera agli Efesini. Paolo è in carcere a Cesarea, tra il 58 e il 60 d. C. ed è coadiuvato da un segretario che interviene energicamente nella redazione del testo. Il fatto che Paolo sia in carcere non semplifica l’attività di chi scrive. Paolo al più può dettare, conversare ed esplicitare dei contenuti, su cui poi interviene la mano e il linguaggio di un altro. Il testo non è, dal punto di vista letterario, molto raffinato, ma certamente è espressione di una ricchezza teologica molto matura. E’ tutto pervaso da una tensione contemplativa: il fatto che Paolo si trovi in carcere favorisce questo atteggiamento più raccolto e meditativo che gli consente di ricapitolare l’attività svolta nel corso di molti anni, i contatti avuti, e concentrarsi sul Mistero, come egli stesso dice: sull’opera di Dio che si è manifestata, si è presentata, è intervenuta, a modo suo; si è realizzata in maniera tale da portare a compimento intenzioni che appartengono al suo segreto e che ora sono realizzate nella storia degli uomini.

Un’intenzione d’amore che viene dalla profondità del mistero che ormai è pubblicamente manifestato: il mistero è il Figlio che si è presentato a noi nella carne umana e che ha portato a compimento l’itinerario della discesa e della risalita ed ora è intronizzato nella gloria. Ed il mistero ci coinvolge nella relazione con lui: siamo immersi in questo mistero, non soltanto spettatori di esso, destinatari a cui il mistero è stato inviato e a cui viene manifestato; siamo coinvolti nel mistero, siamo risucchiati dentro. Ricordate che la lettera si apre con una benedizione molto carica affettivamente, dal v. 3: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo”. Noi siamo inseriti in questo circuito: siamo in grado di benedire Dio perché siamo stati da lui benedetti nel momento in cui egli ci ha inseriti nella comunione con Cristo, il Figlio ormai intronizzato nella gloria. “Ogni benedizione spirituale”: è lo Spirito del Dio vivente che è stato effuso su di noi e che ci sigilla nella comunione con il Figlio e ci abilita così a benedire Dio che è Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

La lettera è indirizzata ai cristiani di certe chiese dell’Asia con cui Paolo ha avuto a che fare anni prima, quando si trovava a Efeso, e ha tutte le caratteristiche di un testo destinato a circolare attraverso quelle chiese. Paolo parla con straordinaria libertà: il fatto stesso che si trovi in carcere e possa dare spazio alla sua testimonianza contemplativa lo sottrae alle urgenze che spesso sono segnalate in altre lettere (le grandi lettere che compongono l’epistolario paolino) dove egli interviene in rapporto a problemi particolari, istanze, richieste, interrogativi, situazioni di crisi. In questo caso Paolo può esprimersi dando spazio a questo respiro che riempie la sua vita di povero carcerato, costretto a portar le catene senza neanche poter rendersi conto di quale sia il procedimento giudiziario avviato contro di lui che poi non avrà esito definitivo. (…)

Il contenuto su cui Paolo insiste, qui nella Lettera agli Efesini come nella Lettera ai Colossesi, è riducibile ad una affermazione di due, tre parole, ma per Paolo serve a condensare quel respiro in una pienezza vissuta: la signoria di Cristo. Cristo è l’unico Signore, tutta la creazione gli appartiene e tutto lo svolgimento della storia umana fa capo a lui, tutto si ricapitola in lui e non in modo teorico; non è un’ideologia, non un’elaborazione teoretica; ma in lui, nella sua Pasqua di morte e risurrezione, nel suo corpo passato attraverso la morte e glorificato, in lui, Signore. In quel respiro, in questo vissuto, si condensa la signoria di Cristo. (…)

Non ci sono altri principi di riferimento, non ci sono altri signori, non ci sono settori, zone, angoli, aspetti, problemi, guai, guasti, elementi di disordine nel nostro mondo che siano da interpretare in rapporto della signoria di qualcun altro, di altri nomi che non siano esattamente il suo stesso nome. Il nome è un principio di riferimento per cui noi apparteniamo alla signoria di Cristo, siamo riferiti alla signoria di Cristo, unica, universale, definitiva ed eterna.

Noi e voi

Cap. 2. Paolo si rivolge direttamente a questi interlocutori che precedentemente io stesso definivo come cristiani provenienti dal paganesimo, a cui si rivolge dicendo “voi”. Mi preme ricordare che già nella grande benedizione introduttiva, nelle due strofe finali, parlava di “noi” e nell’ultima strofa “voi”. “Noi”, quelli di Israele, quelli che siamo stati depositari delle promesse, che abbiamo sostenuto nella storia umana la responsabilità di un’attesa messianica; “voi” che siete stati inseriti in quella eredità che era stata promessa a noi, “voi” ora avete la caparra, come titolo di accreditamento, siete entrati anche voi. Il varco che era aperto per noi, quell’attesa messianica si è trasformata a vostro riguardo; anche a voi è data l’occasione di superare il varco e ritrovarci, quindi, noi e voi, nell’appartenenza all’unico Signore.

Ora riprende e su questo vuole insistere.

Cap. 2, v. 1 e 2: “Anche voi”; v. 3 “anche noi”. E va avanti adesso per un po’ altalenandosi tra “noi” e “voi” e questo non per rimarcare la distinzione, ma proprio per il motivo opposto, per delineare quel processo di convergenza che ormai non consente più una distinzione equivalente a quella cui si era abituati in passato, se non una distinzione di ordine molto empirico; sono superati quei criteri e quelle modalità in base a cui ci si distingueva “noi” e “voi” in Cristo.

Un tempo morti nel peccato, separati da Dio

Vediamo meglio. “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli”. Sta parlando di quello che avveniva un tempo; c’è una scansione che riguarda la sequenza delle tappe lungo un percorso che recupera tutto del passato, che invade il presente e che già interpreta l’avvenire. Fino al v. 3: un tempo “voi”; e poi subito dirà “anche “noi”. “Voi eravate morti”: un’affermazione che più precisa, rigorosa, aspra e severa, onesta non potrebbe essere. “Voi eravate morti per le vostre colpe, i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo”.

La maniera di questo mondo è l’eone di questo mondo, l’impianto di questo mondo; è il mondo non soltanto come dato empirico, ma come realtà abitata, organizzata, interpretata e gestita in base all’iniziativa umana e quindi il mondo non soltanto in quanto è subìto ma in quanto è voluto, cercato, fabbricato, vissuto. “Voi viveste in modo tale da organizzare il mondo attorno a voi, tutte le relazioni che sono esattamente le espressioni della vita, come luogo e tempo di morte. Avete fatto della vostra vita un’espressione, una documentazione della vostra volontà di morire”. E’ un’affermazione pesantissima. E Paolo prosegue serenamente, senza cercare aggiustamenti o dichiarare che bisogna non generalizzare; in realtà sta generalizzando con la massima disinvoltura. E’ così, un tempo era così. “… seguendo il principe delle potenze dell’aria”. Voi, un tempo, non eravate assolutamente in grado di opporvi, eravate assolutamente intrappolati dentro a quel certo modo di stare al modo che vi imponeva, come principio di riferimento per esercitarvi nella vostra vita, la volontà di morire. Morti. (…)

L’aria non è uno spiritello che gironzola tra i fumi dei tubi di scappamento, ma è la spietata presenza di quella creatura angelica decaduta che vuole imporre come una necessità imprescindibile la distanza tra Dio e noi; una necessità a cui bisogna adeguarsi, a cui bisogna sottostare. Dio sta per conto suo: è la vera tecnica diabolica, quella di non negare Dio, ma attestare come valore assoluto, sacro, che diventa vero Dio, la distanza tra lui e noi. E’ la furbizia diabolica del principe di questo mondo. Quello che conta, dunque, è attestarci su posizioni che ci consentano di seguire le cose di questo mondo e questo significa sottostare al principe dell’aria perché comunque Dio non c’entra; non è importante negarlo, combatterlo, rifiutarlo. Quello che è determinante – e qui Paolo come per incanto ci aiuta ad entrare nel cuore di una logica pagana della vita, della storia umana, del nostro modo di stare al mondo – è la distanza tra Dio e noi. Dio sta per conto suo e invalicabile è l’abisso che ci separa.

Tutto quello che Paolo sta dicendo invece va nel senso opposto: è proprio il mistero di Dio che si è presentato a noi dimostrando che questo abisso è colmato, che questa distanza è abolita, che la relazione è instaurata in modo tale che noi siamo stati visitati fino in fondo all’abisso della nostra condizione umana e siamo introdotti nell’intimità della vita divina. E’ proprio l’aria che è stata proprio schiacciata dentro a questa novità. Ricordate, dice, che “voi eravate morti” perché in quella situazione di obbedienza al principe dell’aria c’è solo da morire, c’è solo da gestire la morte e gestire tutto quello che è premonizione di morte, preparativo a morire, tentativo di addomesticare la morte per poi arrendersi ad essa. E aggiunge, v. 3: “Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi”; noi qui, per Paolo, come ben sappiamo, vuol dire quelli del popolo dell’alleanza, quel popolo che ha questa sua identità particolare, di cui Paolo mai si dimentica né può dimenticarsi, con tutti i doni ricevuti e tutto il significato sacramentale che questo popolo ha rappresentato nella storia umana. “…anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi (pensieri): ed eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri (anche noi, come voi)”.

Ora risuscitati, per grazia, in Gesù

Anche quella particolare identità che nella storia dell’umanità è stata conferita al popolo dell’alleanza, in base agli elementi che nel corso di quella storia sono emersi, non è stata in grado di sottrarsi alla logica di morte: “Voi, come noi, eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri. Ma Dio (vv. da 4 a 6; dopo quel che Paolo diceva riguardo di “un tempo”, “una volta”, adesso siamo giunti alla svolta attuale), ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo”. Il punto è proprio questo. Noi non siamo più prigionieri della morte – lo dice Paolo che di fatto, anche fisicamente, è carcerato – non siamo più prigionieri dell’aria, di quella menzogna per cui la distanza tra Dio e noi è invalicabile perché è così che Dio stesso, ricco di misericordia, si è manifestato a noi, Lui protagonista di questa impresa, inviando il Figlio con potenza di Spirito Santo per cui la distanza è stata rimossa e “ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati”.

Qui compare il termine “grazia” che ritorna due volte, nel v. 7 e nel v. 8; un termine a cui noi siamo abituati per il nostro linguaggio teologico, pastorale. Grazia, in questo contesto, possiamo intendere il dono che mette in evidenza quel che gratuitamente Dio ha realizzato in modo tale da cancellare quella distanza, l’aria, che è il luogo dove esercita il potere il principe di questo mondo ed è esattamente lo strumento di cui lui vuole abilmente approfittare per chiuderci nelle conseguenze della nostra ribellione. “… per grazia infatti siete stati salvati”. Sarebbe meglio dire “siete salvi” perché Paolo usa un tempo perfetto che indica una situazione permanente; non soltanto “siete stati salvati” è qualcosa che è avvenuta una volta, ma adesso sta parlando al presente: “adesso siete salvi”, questa è la condizione attuale. Per grazia siete salvi e la situazione della vita in grazia è la situazione nella quale il dono della misericordia di Dio ci è venuto incontro in modo tale da cancellare la distanza che ci separa da Lui, in modo tale che siamo in grado di vivere in comunione con Lui stesso che è il protagonista della vita, e questo non per qualche fantasia poetica di un animo esaltato, ma perché siamo in Cristo: “Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù”.

Notate come si susseguono le tre affermazioni in modo da chiarire la potenza di questo strappo che nello stesso momento è anche la potenza di questo nostro inserimento nell’intimità della vita di Dio in modo tale che la distanza non ci riguarda più perché ci ha “fatti rivivere”, ci ha “sollevati”, ci ha “intronizzati”: “Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù”. Noi non siamo salvi perché semplicemente abbiamo ricevuto un regalo (…) E’ proprio questo un modo di intendere le cose pagano, diabolico: il diavolo è il divisore, il frantumatore, il separatore per definizione, è il principe dell’ “aria” che può servirsi di tutti gli strumenti di cultura, che possono avere il timbro della religiosità o addirittura il fascino della devozione. (…) E invece siamo salvi perché “ci ha fatti rivivere con Cristo”. Ma non basta: ci ha sollevati, ci ha fatti sedere nei cieli, intronizzati, laddove lui è glorioso, vittorioso sulla morte, Signore del cielo e della terra. (…) “…ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù per (dal v. 7 ora lo sguardo si proietta verso l’avvenire) mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia (ricorre il termine “grazia”, straordinaria, sovrabbondante ricchezza che non soltanto invade il presente ma si riversa in direzione del futuro) mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per questa grazia (il termine ricorre per la terza volta) infatti siete salvi mediante la fede”.

Salvi mediante la fede, dono di Dio

Notate che qui Paolo adesso riprende una terminologia che è presente in modo molto raffinato nella sua elaborazione teologica di cui ci danno riscontro alcune sue altre lettere (pensate alla lettera ai Romani, ai Filippesi, la prima ai Corinzi): il rapporto tra fede e opere che è una delle questioni teologiche su cui Paolo riflette con una intensità straordinaria ed è il suo contributo nell’ambito neo-testamentario per quanto riguarda una sintesi teologica che investe tutta la missione della Chiesa, il servizio dell’Evangelo, generazione dopo generazione, fino a noi, oggi. E’ una sintesi di cui non si può fare a meno: legge – fede, le opere della legge e la fede. Non insisto, ma qui Paolo in realtà è già andato oltre questa problematica perché “siete salvi mediante la fede (c’è un vincolo di comunione con il Signore Gesù Cristo che non è riconducibile alla nostra capacità operativa, non è l’osservanza della legge); e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene (“chi si vanta si vanti nel Signore”).

Siamo infatti opera sua (vedete che Paolo è andato più avanti e dice: è vero che noi siamo salvi non in virtù delle opere ma non è più questa problematica che gli sta a cuore; ormai si pone in un altro livello la sua ricerca teologica, la sua contemplazione: “noi siamo opera sua”; in greco, il “suo poema”) creati in Cristo Gesù per le opere (ritorna il termine opera con un significato esattamente ribaltato rispetto a quel che leggevamo precedentemente) buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo”. E’ questa operosità a cui ora siamo abilitati proprio perché noi siamo opera sua in Cristo; è il fatto di essere incastonati in Cristo in virtù di quella appartenenza alla sua signoria che trasforma radicalmente anche la nostra operosità che non è più di chi presume di potersi orientare verso le cose di Dio per rispondere alla sua iniziativa in nome della propria iniziativa umana, perché questo è impossibile; sarebbe sempre e soltanto un atto di ribellione, non farebbe altro che rinnovare quell’esito mortale da cui non possiamo liberarci. Dunque la fede e non le opere.

Universalità della salvezza: in Cristo ogni frattura è sanata

V. 11. Paolo adesso insiste: “Perciò ricordatevi che un tempo (anche adesso usa quella scansione temporale (una volta, adesso, in futuro) voi, pagani per nascita (ritorna quella distinzione “noi-voi” “voi-noi”) chiamati incirconcisi (pagani) da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo”. Qui Paolo in due righe e mezzo sta raccogliendo gli elementi di una contrapposizione tra Israele e i pagani che nella interpretazione tradizionale è il filo conduttore della storia umana; non è una questione quantitativa, ma la distinzione è strutturale e sta nella carne e, per così dire, negli elementi della cultura. (…)

Paolo qui, attraverso il richiamo alla distinzione tra “voi e noi”, “pagani e giudei”, “incirconcisi e circoncisi”, una “carne, un’altra carne”, una cultura, un’altra cultura, sta affermando che non è più così, in Cristo. Perché “ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo”. (…)

V. 13: “Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo (qui è una citazione di Isaia, cap. 57, v. 19)”. E’ importante questo accenno al sangue di Cristo che ci rimanda a tutto il mondo della liturgia sacrificale e più esattamente alla liturgia espiatoria; (…) c’è di mezzo tutto un meccanismo grandioso, meraviglioso, affascinante, soltanto che poi non funziona. Ma adesso funziona perchè c’è di mezzo il sangue di Cristo, (…) Quel suo modo di morire, nella gratuità dell’amore, ha saldato il vincolo di comunione indissolubile ed eterno tra l’intimo del Dio vivente e la nostra miseria di uomini peccatori. Questa è ormai l’abolizione della frattura, di tutte le fratture (…): tutto nel sangue di Cristo è colmato. “Egli infatti è la nostra pace (shalom) (qui è ancora una citazione di Isaia, cap. 9, v. 5, il famoso oracolo che è la prima lettura della messa di mezzanotte a Natale: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”; è Lui “Principe della pace”) colui che ha fatto dei due un popolo solo”.

Uno solo”, non un popolo solo: è un’affermazione assoluta questa. Ha fatto dei due un’unità: di tutto ciò che è due, non solo nel caso Israele-pagani, che è emblematico e per Paolo acquista un’eloquenza superiore a ogni altra possibilità di esemplificare; di tutto quel che è doppio, duplice, che è frantumato, fratturato, “di due ha fatto uno solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia (l’odio. E’ l’odio che – finalmente messo in evidenza, emerso, chiarito, individuato, stretto in questa morsa – che governa tutte le separazioni), annullando, per mezzo della sua carne (nella sua carne, nella carne crocifissa e glorificata). Noi adesso ci troviamo presi dentro la Sua Carne gloriosa, e quello che era lo spazio dell’odio è lo spazio nel quale siamo coinvolti nella comunione con l’unica Carne di Cristo glorioso.

Quando parla del muro c’è un accenno inconfondibile alla legge. È un modo tradizionale nella dottrina dei maestri di Israele: la legge come il muro difensivo, la garanzia. E questo è uno degli aspetti che a noi sfuggono completamente quando si parla del muro di Israele: il termine usato correntemente ha un significato pregnante nella tradizione biblica e nella tradizione rabbinica. A noi sfugge completamente questa risonanza: il muro come garanzia difensiva perché Israele deve dedicarsi agli impegni dell’Alleanza. Ma ora vedete che è abolito. E qui contiene un accenno su cui Paolo insisterà a tutte le barriere divisorie che erano presenti nella grande architettura del tempio: balaustre, passaggi, cortili, soglie, varchi, veli e poi altri veli. Adesso è tutto abolito. D’altronde nei Vangeli sinottici ricordate che quando Gesù muore si squarcia il velo. “… per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo (il nuovo Adamo, dove in lui – l’uomo nuovo – è quella novità che colma tutte quelle divisioni che sono abitate dall’odio fra di noi), facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia (distruggendo qui vuol dire “uccidendo”, un verbo forte, in se stesso l’odio: la morte della morte. Non è una sentenza, un decreto: nel suo morire muore la nostra morte, muore l’inimicizia, muore l’odio, è colmata la distanza).

Egli è venuto perciò ad annunziare pace (questa è di nuovo una citazione di Isaia, il famoso poema che riguarda l’evangelizzatore che porta la pace) a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito” (altro richiamo alle procedure della liturgia). Adesso è l’uomo nuovo, questo uomo nuovo che siamo noi è in grado di presentarsi al Padre in un solo spirito: una formula trinitaria che più semplice ed essenziale di così non potrebbe essere. E’ esattamente la conclusione della preghiera eucaristica tutte le volte che celebriamo la Messa: “Con Cristo, per Cristo, in Cristo a te, Dio padre, nell’unità con lo Spirito Santo…”. Possiamo dire “amen”? Si, possiamo presentarci e subito di seguito “Padre nostro…”.

Non più stranieri né ospiti

Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti (si rivolge di nuovo ai pagani; una volta, adesso, per l’avvenire), ma siete concittadini dei santi (dunque gente del posto) e familiari di Dio (gente della famiglia), edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù”. Riemerge l’accenno al tempio di poco prima e non è un’architettura fatta di materiali da costruzione, ma è un’architettura fatta di relazioni vitali, apostoli e profeti, relazioni di fede nella speranza e carità. Qui la “pietra angolare” è da intendere come “chiave di volta”: Cristo è la chiave di volta di questo edificio nel quale tutti – voi e noi – siamo comunemente integrati come materiale di cui la costruzione ha bisogno su quel fondamento, avendo come chiave di volta Cristo Gesù. V. 21: “In lui (tutti e due i versetti si aprono con questo richiamo “in lui”) ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore (il termine tempio qui è inteso come “santuario, il santo dei santi, l’intimo del Dio vivente); in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito”.

Efesini 3
Vocazione di Paolo, ministro di Cristo

Abbiamo letto due capitoli della lettera agli Efesini e riprendiamo il filo fermando l’attenzione sul capitolo 3 in modo da completare la lettura della prima parte della Lettera. Tutto qui scaturisce dalla prima pagina, dalla grande benedizione che Paolo proclama in modo orante, liturgico e contemplativo di cui già ci siamo resi conto a suo tempo. (…)

Adesso ripartiamo dalle ultime battute nel cap. 2, v. 21; “in lui” la presenza viva e santissima di Dio; e, v. 22, “in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati”. “In lui” è il Dio vivente che ha preso dimora, il tempio santo, il Mistero di Dio che si è presentato a noi; ma “in lui” ci siete anche voi. “Voi”, “noi” “edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito”.

Paolo inserito nel mistero di Cristo

Adesso Paolo riparte e bisogna che prendiamo atto dell’impennata che caratterizza la ripresa del discorso: “Per questo, io Paolo”; impennata nel senso che adesso Paolo usa la prima persona singolare. Questa forte sottolineatura autobiografica caratterizza i versetti che adesso leggeremo. Paolo dice “io”; in realtà non è la prima volta perchè se tornate indietro di una pagina o due, v. 15 nel cap. 1: “Perciò anch’io, avendo avuto notizia della vostra fede… non cesso di render grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere”: Paolo è in preghiera, è orante nel senso che tutto si sviluppa per lui in forma di benedizione, ma anche nel senso di Eucarestia e di intercessione. “Per questo (per tutto quello che abbiamo letto), io Paolo, il prigioniero di Cristo per voi Gentili…”.

Qui la mia Bibbia mette dei puntini che sono perfettamente appropriati perché adesso si inserisce una digressione: il discorso avviato da Paolo in questo v. 1 verrà ripreso nel v. 14: “Per questo, dico, io piego le ginocchia” e ci arriveremo tra qualche momento. Paolo si presenta in prima persona, nella sua realtà di carcerato e notate come la sua condizione civile e sociale, quanto mai deprimente e squalificata di carcerato, viene immediatamente posta in riferimento a Cristo: prigioniero di Cristo, in virtù di Cristo, in quanto appartenente a Cristo, in quanto anche la sua attuale prigionia si inserisce nel contesto di quel disegno che rivela la signoria di Cristo; e insiste: “per voi Gentili”. E’ una maniera stringata, una testimonianza circa il motivo per il quale Paolo si trova in carcere; è esattamente il ministero a cui si è dedicato da tempo; è il ministero che ha i Gentili, ossia i pagani, come i destinatari privilegiati.

La sua attuale prigionia è inseparabile da quel disegno che ci è stato rivelato, come Paolo descriveva precedentemente, per cui tra “noi” e “voi” il muro è abbattuto e “se io sono in carcere è esattamente per come mi sono dedicato al servizio di quel disegno che è rivelazione della volontà di Dio per noi e per voi; tutto instaurato in Cristo”. Su questo Paolo vuole insistere, tanto è vero che dal v. 2 al v. 13 Paolo ritiene opportuno illustrare il significato, il valore del ministero, del servizio che egli ha svolto nel corso di diversi anni, ormai; e non tanto per tirar fuori notizie riguardanti il suo vissuto personale. Anche in questo caso, Paolo è come sorpreso; si ferma un attimo ed è come se rimanesse incantato, in qualche modo folgorato, nel momento in cui sta ripensando – in quella dimensione contemplativa – a quello che è successo, non in modo generico, ma a lui personalmente. E quello che Paolo adesso dice qui riguardo a se stesso è ancora una volta testimonianza per noi di quella novità di cui egli è spettatore incantato e commosso.

V. 2: “… penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro beneficio: come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di cui sopra vi ho scritto brevemente. Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo”. Dobbiamo precisare meglio i termini e le espressioni che Paolo utilizza nella sua comunicazione. Il testo della lettera agli Efesini non è un testo letterariamente molto raffinato; è un testo che suppone la collaborazione di un segretario addetto alla scrittura non molto abile nell’uso della lingua greca. E’ un po’ grezzo, a differenza di altri testi, per esempio, la lettera ai Colossesi che è strettamente imparentata alla lettera agli Efesini.

Paolo fa riferimento a quella che è la posizione che si è trovato ad occupare in quella che chiama la “economia della grazia di Dio”; la nostra Bibbia traduce: il ministero a me affidato per sua grazia. Compare il termine “economia”: Paolo si è trovato inserito in uno svolgimento, in tutto un processo amministrativo che è rivelazione della pazienza d’amore del Dio vivente, della sua provvidenza che è rivelazione di una volontà di accoglienza, di riconciliazione senza limiti. Ebbene “io mi sono trovato inserito nell’economia della grazia”, quello svolgimento della misericordia di Dio che si è presentato e ha operato per noi nel contesto della nostra realtà umana, nel tempo e nello spazio in modo tale da realizzare la sua volontà d’amore, la sua Grazia. (…)

«E’ capitato a me – sta dicendo Paolo – di trovarmi su quella frontiera che, di per sé, coincideva con un muro; ed invece quella frontiera è stata abbattuta, cancellata perché il muro è scomparso, ma io mi sono trovato là dove il muro non c’è più e mi sono trovato ad essere personalmente il segno di congiunzione di storie diverse: “noi”, “voi”». Non sta semplicemente parlando delle sue buone intenzioni di tecnico della pastorale che ha fatto qualche opera buona a vantaggio del prossimo, ma sta parlando di sè in quanto, nell’economia della Grazia, si è trovato collocato là dove c’era il muro e adesso il muro è abbattuto; e insieme al muro è stato abbattuto lui che si trova in prigione “… Per voi Gentili” quel muro passa anche attraverso di me. Il muro è stato abbattuto ed è stata instaurata la pace che è Cristo e là mi trovo io ad essere diacono”.

“… a vostro beneficio: (v. 3) come per rivelazione (apocalypsis, apocalisse; è un termine che Paolo ha usato anche nella lettera ai Galati per parlare di quel che noi, nel linguaggio corrente, diremmo vocazione; questa è la vocazione che Paolo ha ricevuto, ma è la rivelazione del dono di Dio che si è reso presente e ha operato in lui) mi è stato fatto conoscere il mistero”. (…) E la mia vocazione ha fatto di me, nella mia carne umana, nel mio vissuto personale, un testimone diretto di quel Mistero “di cui sopra vi ho scritto brevemente”.

E insiste, v. 4: “Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo”. Bisogna rivedere un poco la traduzione. Lui dice: “la mia comprensione nel Mistero di Cristo”: non è la stessa cosa. Quando pensiamo alla comprensione pensiamo di averci ragionato sopra e aver capito qualche cosa, e avendoci capito qualcosa possiamo parlarne; invece lui parla della posizione nella quale è stato coinvolto, si è trovato ed ha imparato a stare; una posizione da tenere nel senso che, se vogliamo mantenere il termine “comprensione” in italiano è “il suo essere compreso nel Mistero di Cristo, dentro il Mistero di Cristo”, non il suo comprendere il Mistero di Cristo. “Da quello che vi ho scritto potete rendervi conto di come io mi trovi inserito nel Mistero di Cristo, compreso nel Mistero di Cristo, calato, immerso, avvolto nella dinamica del Mistero di Cristo”, dove il Mistero di Cristo è esattamente quella novità che Paolo ha precedentemente enunciato quando ci parlava del muro abbattuto. “Vedete come sono preso, ci sono dentro quel Mistero e non con la testa, ma con la carne e con il sangue, tanto è vero che sono in prigione, per voi”.

Un mistero nascosto per secoli

V. 5: “Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo, del quale sono divenuto ministro (diacono) per il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù dell’efficacia della sua potenza”.

Questo Mistero non è stato manifestato precedentemente: allusioni, intuizioni, qualche volta anche squarci folgoranti, ma adesso, al presente, questo Mistero è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti; siamo rinviati alla evangelizzazione in atto tramite apostoli e profeti, i discepoli del Signore dall’inizio come man mano si vengono configurando lungo le strade del mondo, nel seguito delle generazioni: la Chiesa (di questi apostoli e profeti già parlava al cap. 2, nel v. 20). Nel contesto di questa evangelizzazione, termine che usa lo stesso Paolo, che passa attraverso la Chiesa… “anch’io”. La potenza dello Spirito Santo si manifesta in tutta la sua gratuità e gli apostoli e i profeti ne sono il tramite decisivo.

In che cosa consiste questo Mistero? I Gentili sono chiamati, attraverso Cristo Gesù, a partecipare a quello che Paolo affermava precedentemente e che adesso sta riproponendo con una intensità sempre più fervorosa, perché dice: “I Gentili (i pagani, che è un termine che serve ad indicare i popoli della terra, gli itinerari percorsi nello sviluppo della civiltà umana, di cultura in cultura, di linguaggio in linguaggio, le diversità, le molteplicità, tutte le sfaccettature del vissuto, nelle strutture visibili, nelle profondità invisibili e segrete del cuore umano) sono chiamati, in Cristo Gesù (qui adesso usa tre espressioni) a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo”. Queste tre espressioni le inventa lui: coeredi, con-corporei e compartecipi della promessa. L’eredità ci proietta verso la glorificazione del Figlio intronizzato; coeredi là dove Lui è ormai l’eredità depositata; con-corporei in comunione con Lui in modo tale che tutto della nostra condizione umana è introdotto nella partecipazione alla sua corporeità che si è presentata a noi nelle misure della incarnazione; e partecipi delle promesse dove “essere in Cristo” significa essere già innestati nella comunione con Lui a partire dalla promessa. (….)

Paolo non parla di sé come di un marziano che fa il pioniere; parla di sé come un servitore, un ministro dell’Evangelo che è antecedente a lui, collaterale al suo vissuto, che ha dinanzi a sé prospettive estremamente lungimiranti di cui si rende conto, e lo sa bene, solo in modo parziale, ma (v. 7) “del quale (Evangelo) sono divenuto ministro (diacono) per il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù dell’efficacia della sua potenza”. L’evangelizzazione per Paolo sta qui, sta in questa posizione che investe lui, ma investe la Chiesa; questa posizione che sta proprio dove i muri sono abbattuti, in Cristo, Evangelo, nell’essere al servizio del Vangelo. Questo, dice Paolo, “è quello che è capitato a me”, non perché sono un personaggio speciale, ma perché questa è la vocazione dei discepoli del Signore, è la missione della Chiesa.

Io piccolissimo per un’impresa immensa

E insiste, v. 8 e 9: “A me, che sono l’infimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia (ancora una volta ci tiene ad inserirsi nella comunità di tutti i discepoli; qui i santi sono, in modo un po’ generico, i battezzati, coloro che sono prima di lui, accanto a lui inseriti in quel disegno di comunione che già sappiamo) di annunziare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo (una contraddizione peraltro molto istruttiva: da un lato la piccolezza, dall’altro lato l’immensità, le imperscrutabili ricchezze di Cristo). (…), di far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo…”. Anche qui una contraddizione tra la lucentezza e l’invisibilità del Mistero nascosto da secoli nel Mistero di Dio.

E quello che era nascosto adesso è esplosione di luce che non rinnega il nascondimento, lo rivela; l’esplosione della luce non contesta il fatto che per tanti secoli il Mistero fosse nascosto perché questa esplosione di luce è esattamente rivelazione di quel nascondimento, di quel che è nascosto nel segreto di Dio; è rivelazione di quella profondità inesauribile, inesplorabile, inscandagliabile che è il grembo stesso del Dio vivente. Non è una luce che contraddice, così come la piccolezza di prima non contraddice l’immensità. E’ lo strumento rivelativo dell’immensità, della ricchezza incalcolabile; e, ora, questa luce è epifania di quella invisibile, smisurata fecondità di vita che è il segreto del Dio vivente. A me è stata data la grazia di far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto. Dove dice adempimento ritorna il termine economia, l’economia del Mistero nascosto, dove il Mistero nascosto non è nemmeno nascosto per il fatto che è finalmente pubblicato; ma il suo essere pubblicato nella luce immerge noi nel nascondimento, nel segreto; noi ci troviamo presi nel Mistero. La luce non cancella l’oscurità, afferra noi e ci introduce nell’intimo del Dio vivente, nella profondità indicibile della Sua stessa vita perché Dio è creatore dell’universo.

Evangelizzati anche gli angeli

Vv. 10 e 11: “… perché sia manifestata ora nel cielo (Paolo accenna alla prospettiva, agli effetti di quel ministero apostolico che anch’egli ha ricevuto, come altri, all’evangelizzazione), per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio (il suo rivelarsi), secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore…”. Questa è un’affermazione un po’ curiosa perché Paolo qui parla di questa finalità che riguarda la rivelazione agli angeli (Principati e Potestà) di quella sapienza di Dio che era nel suo segreto. E l’evangelizzazione affidata alla Chiesa – e Paolo è direttamente coinvolto – ha come propri ultimi destinatari gli angeli, “i Principati e le Potestà”.

Ma cosa c’entrano gli angeli? Lui ha a che fare con un mondo nel quale la presenza degli angeli tende a diventare qualcosa di mitico, di sacro, di divino; e gli angeli non sono divinità. La devozione agli angeli è di coloro che appartengono al popolo dell’alleanza con tutto il suo linguaggio, il suo bagaglio di devozione e religiosità, e al mondo pagano dove le molteplici divinità si ripartiscono i propri poteri, gli intrecci, i giochi, le sopraffazioni, i conflitti di potere su brandelli di mondo, pezzi di storia, nel visibile e nell’invisibile: l’evangelizzazione ha come suo termine ultimo lo svuotamento dell’idolatria, la demitizzazione degli angeli che è come dire l’emancipazione e l’evangelizzazione degli angeli. Principati e Potestà perché gli angeli sono qui da intendere non come entità che stanno chissà dove e sono sedute in un grande teatro dove ogni tanto applaudono quando l’Onnipotente sbadiglia: gli angeli sono esattamente i referenti di tutto un modo di interpretare la realtà del mondo, della condizione umana, delle relazioni in termini che sono propriamente segnati e inquinati dal rischio dell’idolatria. E’ una delle grandi polemiche del primo periodo; anche nel Nuovo Testamento ci sono riscontri al riguardo; ma le grandi polemiche nei primi dibattiti, nell’ambito di quella che diventa poi la cristologia, riguardano esattamente il chiarimento a proposito di Cristo che non è un angelo, che non è un super angelo, non è un altro angelo. E gli angeli non sono informati, non sanno dell’incarnazione, non sanno del Mistero; è la Chiesa che, nell’esercizio del suo ministero di evangelizzazione, annuncia agli angeli come stanno le cose; gli angeli al servizio di Dio, gli angeli ribelli, decaduti, corrotti, che si sono arrogati funzioni principesche nelle dinamiche della nostra creazione corrotta a causa del peccato umano. “…perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio (è interessante il fatto che la Chiesa viene concepita da Paolo come la personificazione della Sapienza; è il rivelarsi di Dio che adesso si prolunga, opera attraverso l’evangelizzazione in atto.

Avvicinandosi a Dio con coraggio

(C’è di mezzo la Chiesa e ci sono di mezzo anch’io, dice Paolo), secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, il quale ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio (questo a Dio è stato aggiunto dalla nostra traduzione) per la fede in lui”. E’ un avvicinamento in senso assoluto; è quell’avvicinamento che segna il progressivo svolgersi della storia della salvezza nel senso che tutto è orientato verso la sorgente della vita a cui gli uomini sono richiamati, ricondotti passo passo lungo il tracciato che si viene illuminando per noi fino a ritrovare il contatto con la pienezza della vita da cui gli uomini si sono allontanati; e adesso il tracciato è la nostra incorporazione in Cristo, con potenza di Spirito Santo, il nostro essere in comunione con il Figlio, abilitati ad avvicinarci, a presentarci, con “il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio per la fede in lui (perché siamo agganciati, innestati, impiantati nella comunione con lui, Gesù, nostro Signore). Vi prego quindi di non perdervi d’animo per le mie tribolazioni per voi; sono gloria vostra”. Se adesso “io mi trovo in carcere – torniamo al punto di partenza – non è perché mi è capitata una disgrazia ma perché questo, ancora una volta, è segno della gloria di Dio; è per voi, e questo è segno non dell’ostacolo che la prigione pone tra me e voi; la prigione è diventata il segno della gloria di Dio che ha abbattuto il muro in Cristo”.

In adorazione del Padre

Cap. 3, v. 14, Paolo riprende il filo del suo discorso: “Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre (Paolo è in adorazione) dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome…”. Il Padre è l’origine di ogni relazione, tutto prende nome da Lui: il nome è una modalità di relazione, una struttura di relazionamento. (…)

Per Paolo adorare Dio significa stare al proprio posto nel mondo: questo è bellissimo. “Io adoro Dio: “sono in un carcere a Cesarea: sono al mio posto nel mondo”. (…) Tante volte quando pensiamo all’adorazione pensiamo a qualche attività un po’ misticheggiante che cerca di fuggire dal mondo, ma per Paolo è vero esattamente l’opposto; il suo modo di adorare, di essere adoratore di Dio è il suo modo – ce lo dice in modo così semplice e così devoto da lasciarci sbalorditi – di scoprire come è al suo posto nel mondo e come il suo posto è intrecciato con l’immensità dei disegni di Dio, dove tutto è ricapitolato in Cristo.

Non basta questo perché dice: io adoro Dio, davanti a Lui piego le ginocchia (il Padre) “perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. L’adorazione per Paolo adesso assume questa fisionomia ulteriore che si congiunge a quella che abbiamo adesso constatato; parla qui dell’uomo interiore che Paolo in altri casi chiama l’uomo nuovo; l’uomo, nel senso che è l’intimo della nostra condizione umana, che è stato visitato, redento, purificato, liberato; è il cuore umano che è rigenerato, aperto, spalancato laddove era inquinato, bloccato, impietrito, incattivito nella durezza. (…) L’adorazione di Dio non significa andarsene tra le nuvolette, sta nel suo carcere; e lo dice chiaramente: “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità…”. Queste sono le dimensioni del mondo. Comprendere anche qui non è un’attività intellettuale, è lo spalancamento del cuore là dove Cristo abita, dove Cristo è Signore, Signore dell’universo, del cuore umano.

“… l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. Qui torna due volte il termine “carità”, “agape”, ed è quella corrente che circola nell’universo e nel cuore umano. E vedete come Paolo, qui in adorazione, è in grado di testimoniare questa totale esperienza di comunione tra il cuore umano e il mondo; e la stessa carità che circola nel mondo, la carità di Cristo, è la carità che circola nel cuore umano. “… il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi (non è mai un’avventura isolata o riservata ai pionieri più intraprendenti) quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza”. (…)

Preghiera di Paolo

Adesso il testo si conclude, e si conclude la prima parte della lettera con una dossologia, ribadendo ancora una volta, quasi in modo tecnico, il significato liturgico di tutte queste pagine. “A colui che in tutto ha potere di fare (dopo tutto quello che Paolo ci sta dicendo non ha un altro modo di venirne a capo che non sia quello della dossologia, il canto dossologico: ci siamo dentro a questo Mistero, ci siamo tuffati, assorbiti, presi, ricapitolati dentro; il mondo, la storia, le persone, le culture, i linguaggi) molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen”.

E’ un dossologia trinitaria e non potrebbe essere altrimenti. Il Padre che è operante sempre in tutto, lo Spirito che è l’operazione attiva in noi e in tutte le creature dell’universo, nello spazio e nel tempo; ed il nostro inserimento in Cristo; e noi che adesso ci troviamo autorizzati, proprio in virtù di questa potenza che opera in noi, in virtù della nostra appartenenza a Cristo, siamo in grado di glorificare Dio, di rispondere a Lui, di aderire alla relazione di vita che Egli ha voluto instaurare con noi nella gratuità dell’amore; “a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen”. Qui di nuovo la Chiesa; Paolo sta dicendo “qui ci sono io, la lettera che vi sto scrivendo, quelli che ci hanno evangelizzato”; e qui ci siamo noi che ancora stiamo scoprendo la meravigliosa grazia che ci è stata concessa.

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 21/10/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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