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Lectio sulla Lettera agli EFESINI – Stancari (3)

XXIX-XXX Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

Testo word Lettera agli Efesini – Stancari (3)
Testo   PDF Lettera agli Efesini – Stancari (3)

Lettera agli Efesini (3)
In contemplazione del Mistero di Cristo unico Signore
Pino Stancari sj


Efesini3

Capitolo 4,1-16
Siate adoratori del Mistero di Dio

Abbiamo [adesso] a che fare con quella che notoriamente è chiamata la seconda parte della lettera, dal cap. 4 sino alla fine; seconda parte o parte “parenetica”. “Parenesi”, è la parte che può essere inquadrata sotto il titolo di “esortazione”. Leggeremo solo 16 versetti, la prima pagina della seconda parte di questa Lettera. (…).

L’esortazione che adesso ci viene rivolta è puntualmente elaborata in modo tale da incoraggiare noi, lettori della Lettera, come i primi destinatari di essa, a ritrovare il nostro posto e a scoprire che, davvero, il nostro posto è là dove il Mistero ormai si è compiuto. (…)

Esortazione alla comunione

Vi esorto dunque…”. (…) Qui Paolo ci vuole incoraggiare a prendere sul serio la nostra vocazione alla vita cristiana, la dignità di questa nostra vocazione; dignità che coincide con la nostra partecipazione a quella novità di cui Dio stesso si è reso protagonista nel corso della storia della salvezza, fino all’incarnazione del Figlio, con potenza di Spirito Santo, attraverso la Pasqua di morte e di risurrezione. (…) Nei versetti che adesso leggeremo l’esortazione ha un suo riferimento inconfondibile che riguarda il valore dell’unità: l’unità del Disegno mediante il quale Dio si è rivelato a noi, quel mistero nel quale tutto è ricapitolato in Cristo. Potremmo anche usare il termine “comunione”: in tanti modi Paolo è ritornato su considerazioni, testimonianze, messaggi, espressioni liturgiche che hanno dato risalto all’unità del disegno e al fatto che noi siamo ormai, sempre e dappertutto, tutti e ciascuno, ricapitolati in quella opera di Dio che possiamo identificare come opera di comunione. (…)

Dividiamo il testo in quattro brani e possiamo attribuire al primo e al quarto (i due che fanno da cornice) la caratteristica di richiami alle minacce che gravano su quella vocazione all’unità che è una sola cosa con la dignità della nostra vocazione cristiana. Nei due brani centrali invece Paolo si sofferma a precisare, illustrare le fonti – inesauribili e dotate di una fecondità sempre attiva – della comunione, dell’unità: minacce che gravano su di noi e le fonti a cui c’è da attingere come a inesauribile fondamento della comunione a cui siamo chiamati e nella quale già siamo introdotti.

La minaccia della discordia

Primo brano, vv. 1-3:Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto”. Notate ancora il richiamo esplicito alla condizione di carcerato e il fatto di essere prigioniero ribadisce ancora una volta la condizione di precarietà di ordine oggettivo, fisico, sociale in cui Paolo si trova. (…) E’ prigioniero, ma non si citano altre volontà, interessi, decisioni di magistrati o prese di posizione di avversari in campo giudiziario; la prigionia di Paolo è ricondotta all’appartenenza al Signore: è espropriato, come è proprio di un prigioniero, perché in tutto appartiene al Signore. Questa appartenenza al Signore, vivente e glorioso, che è il protagonista della novità per cui la storia dell’umanità, la totalità delle creature del mondo, tutto si viene instaurando in un disegno di comunione, è la dignità che Paolo vuole condividere con noi. “… ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”.

Vi parlavo poco fa di una minaccia: sono solo tre versetti. C’è una minaccia che Paolo ci lascia intravedere e a riguardo della quale non è il caso di restare imbarazzati o disturbati; questa minaccia si chiama “discordia”. Notate l’accenno a prerogative che sono senz’altro considerate da lui come elementi costitutivi della vocazione ricevuta: umiltà, mansuetudine, pazienza: tre termini importanti. (…) Costituiscono quella predisposizione dell’animo ormai maturato nella capacità di accogliere il dono che viene da Dio attraverso le sue creature, in ogni caso, anche nel tempo della prigionia, dell’avversità, anche nel tempo in cui il fiato è affannoso e bisogna imparare a trattenere il respiro per resistere a lungo.

Vi esorto, dunque a sopportarvi a vicenda con amore”: un’espressione che quasi ci imbarazza o ci disturba nel senso che ci sembra troppo poco; dopo tutto quello che Paolo ci ha detto, questa raccomandazione a sopportarci a vicenda ci sembra abbassare il tono di quella grande visione contemplativa alla quale ci ha condotti. In realtà Paolo non sta abbassando il tono, lo sta confermando nella concretezza umile, piccola, esposta a tutte le contrarietà del nostro vissuto, laddove noi siamo apprendisti nella disponibilità ad accoglierci vicendevolmente nell’amore. L’amore di cui Paolo ci sta parlando, quell’amore che è energia strutturale all’interno di quel disegno di comunione, non è una fantasia dell’emotività, uno slancio occasionale, un fervore onirico: è esattamente una modalità che, dall’interno, sempre e dovunque, conferisce alla nostra esistenza umana, sempre piccola, modesta, circoscritta come è, un’intrinseca fecondità nella comunione; e il nostro modo di partecipare al disegno della comunione non dipende dalle evoluzioni della fantasia, o dai sussulti dell’emotività, ma da questo costante, metodico, pacato, onesto esercizio della sopportazione vicendevole. D’altra parte Paolo, da parte sua, sta sopportando la condizione di carcerato.

E insiste: “di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”. Un’espressione quasi banale, nel v. 3, acquista un’inconfondibile tensione profetica: dove leggiamo “cercando di conservare l’unità dello spirito”, quel “cercare” è, alla lettera, “affrettarsi” nell’impegno di conservare. Ci parla di una fretta. Questo è il verbo che si usa altrove, nel Nuovo Testamento, per indicare la tensione verso lo sbocco finale, verso gli eventi del Signore che ritorna nella sua gloria; verso la parusia, nientemeno che il compimento del disegno nella sua ricchezza di significato cosmico e universale. Quella sopportazione vicendevole fa tutt’uno con l’autentica profezia che orienta la nostra condizione di vita, la nostra vocazione alla vita cristiana verso la parusia gloriosa e dunque la riconciliazione cosmica ed universale: “… cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”.

C’è una minaccia che si chiama discordia alla quale Paolo allude inconfondibilmente in queste poche righe laddove ci raccomanda la sopportazione vicendevole con amore. Questo stare passo passo sulla strada della vita nell’esercizio dell’accoglienza, della disponibilità a comprendere, a compatire, a subire anche le conseguenze della debolezza altrui, confidando nella pazienza con cui altri sopporteranno la debolezza nostra e le urgenze del momento; esercitarsi in questa prospettiva significa affacciarsi per davvero, non solo come programma teorico ma nel vissuto della nostra esistenza umana, sull’orizzonte escatologico, definitivo e quindi sfuggire a tutti quegli impacci che di fatto non solo rendono penosa, fastidiosissima la vicenda quotidiana laddove siamo costantemente minacciati dalle contraddizioni, conflitti e incomprensioni; ma questo trascinarci nel cammino della vita alle prese con innumerevoli motivi di discordia significa per Paolo perdere l’occasione di affaccio sull’orizzonte escatologico, quello che già ci illumina dinanzi e intorno a noi e già ci contiene all’interno di un disegno di comunione corrispondente al mistero del Dio vivente.

Inseriti nella vita intima di Dio

Secondo brano, vv. 4-6. Paolo ci parla delle fonti a cui costantemente siamo incoraggiati ad attingere per quanto riguarda la nostra vocazione all’unità e in questi versetti fonte per eccellenza è la vita stessa di Dio, la comunione nella vita stessa di Dio, la comunione nella vita trinitaria di Dio. Paolo ce ne parla in modo molto sobrio, usando un linguaggio ritmato (formule ternarie) (…)

Primo elemento e tutto ruota intorno allo Spirito; anche il corpo è lo strumento della comunicazione di cui è protagonista lo Spirito che si manifesta come spinta, energia: v. 4: “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione”. Qui si parla di una “speranza” che ci sollecita, ci sostiene, ci orienta, alla quale siamo stati chiamati: la nostra vocazione. Questo primo elemento della sequenza che leggiamo è esso stesso ternario: “un solo corpo, un solo spirito, una sola speranza alla quale siete stati chiamati”. (…)

Secondo elemento di questa sequenza: “un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”. Abbiamo a che fare con il Figlio che nella carne umana è morto ed è risorto ed ora è intronizzato nella gloria; e, in rapporto a Lui, ecco la professione della fede che fa tutt’uno con il nostro battesimo, laddove nella comunione con Lui, morendo e risorgendo con Lui siamo ormai sintonizzati con la vita nuova di cui Egli è l’autore: è il Signore.

Terzo elemento:Un solo Dio Padre di tutti (una sequenza trinitaria: lo Spirito, il Figlio, il Padre), che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. Questo terzo elemento è anch’esso ternario e la terza battuta di questo terzo elemento è anch’essa ternaria (“è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”); sono formule che corrispondono a schematismi di carattere didattico, catechetico, liturgico, così come d’altra parte noi siamo abituati a ripetere certe formule in maniera molto schematica, ma è quel che ci consente di attestarci in un atteggiamento di adesione a quella novità che coinvolge la nostra vita. (…)

Secondo brano: la vita trinitaria, eterna comunione nell’intimo del Dio vivente. Quell’intimo si è manifestato, si è presentato a noi, è il Mistero che ci ha coinvolti: noi viviamo ormai incastonati in questo disegno di comunione che non è semplicemente un progetto operativo, ma è la vita stessa di Dio. Non è un progetto fuori di Lui, è il nostro essere incastonati in Lui; il fatto che siamo inseriti in questo progetto di comunione – Paolo insiste – ci conduce a constatare che siamo incastonati nell’intimo del Dio vivente.

Pasqua e Pentecoste, inseparabili

Terzo brano, dal v. 7 al v.13: Paolo ci parla della Pasqua del Signore (Pasqua di morte e risurrezione) e della Pentecoste, dell’effusione dello Spirito; inseparabili. “A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo”. La varietà dei doni che ciascuno di noi ha ricevuto; tutto sempre in Cristo, in quanto proveniamo dal Padre e al Padre ritorniamo con potenza di Spirito Santo ma, vedete, una molteplicità, una moltitudine, una varietà davvero affascinante di doni. Notate il verbo “donare” e il sostantivo “dono” che gli fa seguito. E ora una citazione del Salmo 68: “Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”. In greco è “donare”: “Colui che è asceso ha donato doni agli uomini” si dovrebbe tradurre per essere letterali.

Questa citazione serve a Paolo per precisare la sua argomentazione. “Ma che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose”. Questo è il percorso pasquale compiuto dal Figlio che è disceso e risalito, è affondato fino in fondo all’abisso e ne è risorto vittorioso ed ora è asceso. “Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose”: è l’itinerario dell’incarnazione fino alla Pasqua di morte e risurrezione.

Questo itinerario viene descritto da Paolo come un unico, immenso abbraccio a cui non sfugge nessuna delle creature di Dio perché è disceso fino in fondo ed è risalito al di sopra dei cieli. Il percorso pasquale compiuto dal Figlio, morendo e risorgendo, discendendo e risalendo, ha fatto di lui il Signore. “… riempie tutte le cose”: tutto appartiene a Lui, fa riferimento a Lui, tutto è stato preso e attirato da Lui, è trascinato da Lui in virtù di questo percorso di cui è stato protagonista discendendo e ascendendo. Paolo precedentemente descrive l’itinerario della redenzione alla maniera di un riempimento dell’universo: tutto l’universo fa capo, si ricapitola, appartiene a Lui, è la sua Signoria senza opposizioni che possano resistergli.

Ha donato doni agli uomini”: la Pasqua e la Pentecoste inseparabili. Il percorso redentivo del Figlio che è disceso e risalito fa tutt’uno con il coinvolgimento di tutte le creature che il Figlio incontra lungo il suo cammino (e nessuna creatura sfugge a questo incontro) in modo tale che tutto del mondo, della storia umana, di noi, di ciascuno di noi è coinvolto e per ciascuna creatura un dono, e per ciascuno di noi un dono. Un dono nel senso forte del termine: una prerogativa carismatica, un soffio, un’effusione di Spirito; il nostro riferimento al Signore, a cui tutto appartiene e al quale anche noi apparteniamo, ci riguarda in quanto è assegnato a noi un “dono”; esercitare il dono che ci è stato consegnato è il nostro modo per essere in comunione con Lui, con la vita stessa di Dio. Un dono ricevuto – un dono da esercitare.

V. 11: “E’ lui che ha stabilito alcuni ( vedete adesso la varietà dei doni, altrove si parla di carismi; una varietà sempre sorprendente e affascinante di vocazioni, di responsabilità, di servizi. Paolo guarda direttamente alla vita di comunità dei discepoli del Signore, la vita cristiana nella Chiesa, ma c’è sempre da fare i conti con la molteplicità straordinaria). In greco appare ancora una volta il verbo “donare”: “E’ lui che ha donato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri (la diversità è tutta funzionale a un disegno di comunione. La varietà dei doni qui citati ci rimandano al contesto della comunità cristiana), per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero (la diaconia), al fine di edificare il corpo di Cristo”: la molteplicità dei servizi o delle diaconie, seguendo percorsi che originali, ramificati, sempre più raffinati nella originalità “per la edificazione del corpo di Cristo”.

Il dono dello Spirito, effuso una volta per tutte, presente, operante sempre nell’attualità del vissuto nel corso della storia umana, in ogni luogo, negli angoli più nascosti e impervi, promuove con inesauribile efficacia l’edificazione del corpo di Cristo e ciascuno di noi, con l’originalità, la particolarità e l’eterogeneità del suo dono, partecipa al disegno della comunione. E’ inseparabile la Pasqua dalla Pentecoste. In questo modo vengono resi “idonei i fratelli (i santi) a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo”: un dinamismo di crescita nel quale convergono tutti i discepoli del Signore, coloro che sono battezzati in Cristo, ma nella prospettiva di quest’uomo maturo, adulto nel quale siamo incorporati è la totalità delle creature umane nel corso della storia ed è la totalità delle creature di Dio nel mondo che trovano il loro affascinante coordinamento. Che meraviglia constatare come tutto converge, tutto è convogliato, tutto è ricapitolato, unificato nell’edificazione del corpo di Cristo, l’uomo maturo.

(…) Nel v. 13, dove la Bibbia recita “piena maturità di Cristo”, in greco è “la pienezza di Cristo”. La pienezza di Cristo è la sua Signoria in modo tale che tutte le creature sono ricapitolate in Lui; questo avviene non meccanicamente, ma in virtù di quella effusione di Spirito Santo che è presente nei più diversi percorsi della storia e della condizione umana, nella dimensione visibile e nell’invisibile dei segreti, e nella creazione cosmica che ci fa da contesto e da cui non possiamo mai prescindere. E’ lo Spirito di Dio che, attraverso la ricchezza dei doni effusi, ci conduce infallibilmente all’edificazione del corpo di Cristo.

La minaccia dell’eresia

Quarto brano, torniamo a una minaccia, dal v. 14 al v. 16: “Questo affinchè non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore”. Ci parla di un fenomeno di infantilismo che evidentemente è pericoloso ed espone a inganni che compromettono la dignità della nostra vocazione e dunque la partecipazione al disegno della comunione. Paolo accenna a qualsiasi evento di dottrina, inganni degli uomini, la minaccia dell’errore: un errore metodico, metodologico, che riguarda esattamente l’impostazione della vita, la minaccia dell’eresia (Paolo non usa questo termine ma possiamo usarlo noi). L’eresia non tanto come elaborazione dottrinaria, ma come ripiegamento su pretese che sono propriamente fanciullesche, capricciose; le pretese di vantare la propria posizione, che è sempre e comunque misurata da elementi di particolarità e di debolezza, come un valore assoluto, sacro, che si impone alla relazione con gli altri. (…)

Queste considerazioni di Paolo aprono sempre per noi spazi, illuminano ambienti dove fenomeni analoghi o di tipo ereticale sono sempre all’ordine del giorno anche dove non abbiamo a che fare con le diatribe tra credenti o tra confessioni che si contestano reciprocamente. E’ il puntiglio, è il capriccio e Paolo ne parla come di un fenomeno di infantilismo: “fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore”. L’abilità dell’eretico, in senso ampio, consiste proprio nell’imporre la propria particolarità come un valore assoluto e come un criterio di discernimento universale.

E insiste: “Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità”. Paolo qui ci parla dell’agape autentica, dell’amore autentico, quell’amore che è sempre attuale; fare la verità nella carità significa assumere l’impegno che ci riguarda nel nostro vissuto, che ha sempre i limiti di tempo e di spazio che ciascuno di noi sperimenta, come esercizio della carità. (…) La carità è qualità intrinseca del nostro vissuto sempre e dovunque, adesso e qui. E’ inganno di tipo ereticale quello che rinvia la carità a momenti successivi, ad altri contesti, a sviluppi a cui si potrà giungere quando saranno chiarite le premesse: la carità è la premessa; se no è il gioco dell’eresia, il gioco bambinesco o anche il gioco per intellettuali che sono i veri bambini.

“…cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità”: non se ne può fare a meno. Anche di quei componenti che sembrano più insignificanti, nascosti, modesti non se ne può fare a meno. E’ il corpo che edifica se stesso nella carità. Quella unità che Paolo ci raccomanda in questa prima pagina, quella dignità della nostra vocazione alla vita cristiana che ci coinvolge immediatamente in un disegno di comunione non è mai riducibile a un’uniforme, un’etichetta, una formulazione dottrinaria, un’appartenenza anagrafica; quell’unità è il sacramento efficace della signoria di Cristo a cui noi apparteniamo e che è, poi, il tema dominante di tutta la lettera.

Capitolo 4,17-5,20
La vita nuova che si riveste di Cristo

(…) Paolo insiste ancora nell’esortazione ad aderire in pienezza a quella novità che ci ha prospettato con la sua diretta, personalissima testimonianza. Dividiamo la sezione della Lettera che abbiamo inquadrato in tre momenti. Il primo momento dal v. 17 ci porterà al v. 31 del cap. 4; il secondo momento è il perno di questa sezione, dal v. 32 del cap. 4 al v. 2 del cap. 5; il terzo momento dal v. 3 al v. 20 del cap. 5.

Primo momento.

Paolo usa forme linguistiche che abbiamo già incontrato precedentemente: quel che non ci riguarda più e quel che invece costituisce il dato nuovo di cui dobbiamo renderci conto. Non si tratta più di un’avventura intellettuale, si tratta di un’adesione vitale che rinnova tutto della nostra condizione umana. In più, adesso, la novità ormai ristruttura dall’interno: il nostro relazionamento con il mondo, con gli altri, con noi stessi. Si potrebbe adesso intitolare lo svolgimento che leggeremo, facendo appello ai vv. 23-24, laddove si parla della vita nuova come vita che “si riveste di Cristo”. (…) Nella lettera ai Galati un versetto famoso diventa uno dei tropari su cui insiste con una ripetitività martellante l’adorazione liturgica dei cristiani d’oriente: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo”.

Suprema vanità della mentalità pagana

Vv. 17-19: “Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, e per la durezza del loro cuore. Diventati così insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile”. Paolo ci parla del paganesimo come della suprema vanità: l’inconsistenza, l’evanescenza, l’inconcludenza di una vita che è impostata come riferimento della nostra soggettività umana a se stessa; una vita impostata come riduzione del mondo e di ogni altra relazione con le creature di Dio, all’affermazione della soggettività individuale. La “mente” è un termine che è da intendere come impostazione della vita interiore; la “mente” non nel senso della sede del raziocinio, ma come impianto interiore della vita umana. Può succedere che questo impianto sia prigioniero di una sua intrinseca patologia per cui è un impianto che svanisce, si disintegra, viene meno, toglie luce, si confonde con le tenebre e nelle tenebre tutto si disperde, tutto è vanificato.

Questo insieme di elementi che Paolo mette in risalto si ricapitola nella “durezza del loro cuore”: il cuore umano diventa un fortilizio, un luogo che dovrebbe essere riparato e quindi garanzia del successo nel rapporto con il resto del mondo, diventa la vera prigione – non quella in cui è detenuto Paolo – nella quale ci si inabissa come in un luogo oscuro che impedisce le relazioni da cui dipende la vita. “… Estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro”, a causa di questo svuotamento dell’impianto interiore per cui la vita non funziona nella relazione con il resto del mondo. Infatti è soltanto così che la vita può e deve funzionare. Tutto questo conferisce all’esistenza umana una nota di evanescenza, di inconsistenza, di fiacchezza inconcludente. D’altra parte è proprio, invece, di una metodologia esistenziale, quale è quella proposta dalla cultura pagana. E dicendo cultura pagana non mi riferisco a realtà che sono molto lontane da noi: siamo tutti toccati, attraversati, sollecitati da questa cultura pagana. (…)

Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo”. (…) Non così “se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti”; se siete divenuti davvero suoi discepoli “secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”.

Il discepolato di Cristo comporta l’adesione a lui, alla verità che è in lui, dice il v. 21: quella rivelazione che si è compiuta in lui, nella sua Pasqua di morte e di resurrezione. Il discepolato comporta la sequela di lui, nel suo cammino di discesa e di risalita, di morte e di resurrezione. Si tratta dunque di deporre l’uomo vecchio, di svestirlo per rivestire l’uomo nuovo. E’ un cammino battesimale, questo, di morte e di resurrezione, di spogliamento e di rivestimento. L’uomo vecchio viene deposto, “l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici” – dice il v. 22 – l’uomo che pretende di realizzarsi nel soddisfacimento di sé, in realtà di distrugge; quell’uomo deve essere deposto.

Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente”, prosegue il v. 23. Qui, invece di “mente”, provate a tradurre con “intenzione”. Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra intenzione, per quella che è l’ispirazione, il motivo portante, l’attenzione che struttura scelte e il vostro discernimento. E allora rivestire l’uomo nuovo, l’uomo secondo Dio, l’uomo che è creatura di Dio (…) “nella giustizia e nella santità vera”. La “giustizia” è l’intenzione di Dio; la “santità vera” è la inesauribile fecondità della vita divina. L’uomo di realizza in quanto è creatura di Dio (…)

Dal v. 25 al v. 31, ecco come Paolo accenna alle forme di quella novità di vita che è il frutto del discepolato.

Perciò bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri”. Qui, una citazione tratta dal profeta Zaccaria (8, 16). Una forma della novità che si manifesta nei discepoli del Signore, cioè l’autenticità, senza menzogna. Bando alla menzogna. E’ tipico di un’impostazione pagana della vita assumere la menzogna come strumento, direi proprio come metodologia operativa per il raggiungimento della propria autenticità o di una presunta autenticità. E qui invece di tratta di un’autenticità metodologica. E’ proprio l’autenticità che diventa metodologia: “Dite ciascuno la verità al proprio prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri”. (…)

E adesso aggiunge, vv. 26 e 27: “Nell’ira non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo”. Un’altra forma della novità che è frutto del discepolato, consistente adesso nella pacificazione del sentimento, nella – direi proprio – pacificazione dell’ira. Notate bene che Paolo non si limita a suggerirci l’inopportunità di dare sfogo all’ira; non si limita a dir questo; non dice propriamente questo. Dice invece: “Nell’ira non peccate” e cita qui il Salmo 4. “Non tramonti il sole sopra la vostra ira”. Che la vostra ira sia consegnata a Colui che ha la misura della vostra condizione umana. Colui che fa sorgere il sole e lo fa tramontare. La vostra ira sia consegnata a Dio, nella convinzione che siete creature con i vostri limiti e con il tumulto dei sentimenti e con le contraddizioni a cui sempre le creature umane sono esposte.

Non date occasione al diavolo”: il diavolo è il divisore. C’è un’ira che viene consegnata al diavolo e diventa lo strumento di cui il divisore si serve in modo abilissimo per sciupare, per devastare, per sperperare; è il divisore. Si tratta invece – nella consapevolezza di quanti limiti si manifestano nella nostra realtà di creature, dentro di noi, attorno a noi, nel rapporto con gli altri, nel rapporto con noi stessi, si tratta di consegnare l’ira, affidare l’ira, sfogare l’ira nella devota obbedienza a Dio. (…) S. Paolo non sta dicendo: “non arrabbiarti più, sii buono!”, ma sta dicendo: “sei arrabbiato, benissimo: ricordati che sei una creatura e vivi la tua rabbia nella consapevolezza che non hai la misura delle cose. Ricordati che il sole tramonta questa sera; il sole tramonta e la giornata della tua collera è già finita”.

Poi, dice S. Paolo, v. 28: “Chi è avvezzo a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani, per farne parte a chi si trovi in necessità”. Ancora una forma di novità si presenta là dove i discepoli si rivestono di Cristo, e qui è in questione il lavoro. C’è chi è avvezzo a rubare: e c’è energia, intelligenza, operosità in questo dedicarsi al furto; ebbene, chi è avvezzo a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani, per farne parte a chi si trovi in necessità”. Qui S. Paolo non sta dicendo semplicemente: lavorate o lavoriamo, ma va più a fondo e dice: quel lavoro che produce per spartire; lavorate onestamente con le vostre mani per farne parte a chi si trova nella necessità. Perché Paolo sta dicendo: c’è un lavoro che in realtà è un furto. Chiamiamolo lavoro per intenderci, così spesso vien chiamato nel linguaggio corrente; d’altronde siamo tutti impregnati di paganesimo. Chiamiamolo lavoro. E Paolo dice: è un furto.

Siamo abituati a lavorare rubando! Non si tratta di puntare il dito su qualche mascalzone che ha compiuto chissà quale truffa o chissà quale assalto alla banca o chissà quale altra ribalderia: qui si tratta di verificare fino a che punto il nostro lavoro è internamente progettato e strutturalmente realizzato per produrre quel che riguarda me ed esclusivamente me. Me: il mio avido, insaziabile cuore indurito. In questo senso il discernimento che Paolo ci propone è molto più raffinato, esigente, anche penetrante. Un lavoro onesto che in realtà io assumo e realizza per un motivo radicalmente disonesto, furfantesco, ladronesco, una vera e propria truffa. La novità sta qui: “si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani per farne parte a chi si trovi nella necessità”. Un lavoro che produce per spartire, se no è un furto, anche se si chiama lavoro. E viceversa è quel lavoro onesto che ti consente di ricevere quanto altri produrranno per spartire con te.

V. 29, ancora una novità: “Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca: ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano”. Qui, un’attenzione esplicita al linguaggio, perché l’uso della parola sia edificante; non solo evitate le parole cattive, ma usate parole buone, parole che servano “per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano”; parole misurate, parole calibrate, parole che esercitano un effetto positivo in modo da ottenere un riscontro edificante.

E finalmente il v. 30: “E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione”. (…) Qui, nel v. 30, un richiamo da parte di Paolo per evitare la “tristezza dello Spirito Santo di Dio”. Lo Spirito Santo di Dio è triste là dove non fluisce in pienezza, là dove è opaco il filtro attraverso il quale vuole soffiare, vuole penetrare e vuole effondersi. “Siete stati segnati per il giorno della redenzione”; abbiamo ricevuto lo Spirito in vista del giorno finale, ma ecco che lo Spirito trova degli attriti, trova delle scorie inquinate che lo frenano nel suo flusso. La trasparenza! Paolo ha questa immagine della vita nuova: la vita dei discepoli del Signore, figure trasparenti, personalità senza ombre, presenze che vibrano al passaggio dello Spirito Santo.

Notate bene che tutto questo – lui dice – “per non rattristare lo Spirito Santo di Dio”, cioè per allietare lo Spirito Santo di Dio, che è poi come dire: per dare gioia a Dio. (…) Questa nota di gratuità è segno inconfondibile della novità evangelica, a cui accedono i discepoli del Signore Gesù.

Secondo momento

Secondo momento di questa sezione della seconda parte della Lettera: dal v. 32 al v. 2 del cap. 5. Paolo ci invita ad assumere la novità. Incontriamo qui un’espressione che può lasciarci, lì per lì, un poco sconcertati. Anticipo: si tratta, dice Paolo, adesso di “imitare Dio”. Un’espressione del genere, ripeto, può lasciarci un tantino sconcertati. Il modello non è proporzionato a noi, e invece Paolo usa proprio questo linguaggio. Assumere la novità per coloro che si rivestono di Cristo significa imitare Dio. (…)

Siate benevoli gli uni verso gli altri (dice il v. 32), misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato voi in Cristo”. “Fatevi dunque imitatori di Dio”.

E adesso in realtà ci rendiamo conto meglio di che cosa voglia dire per Paolo questa “imitazione di Dio”. V. 32: tutti i modi che caratterizzano l’esercizio della misericordia, l’esercizio della pietà, della compassione, del perdono. Il perdono. Questi fantomatici imitatori di Dio in realtà non sono figure angeliche: sono figure che hanno connotati molto concreti, presenze che aderiscono pienamente alla realtà di questo mondo: sono persone buone. Un uomo buono, ecco, è l’immagine in cui si specchia l’Onnipotente. Un uomo buono. E notate bene, non per questo naturalmente appariscente, non per questo figura eccezionale, che fa notizia; non per questo personaggio che si erge mastodontico sulla scena di questo mondo, che lascia di sé un ricordo che segna tutta una generazione. Non necessariamente. “Benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Imitatori di Dio”. E aggiunge: “quali figli carissimi” (5,1).

Adesso: figliolanza. “Figli carissimi” a lui (“tékna agapēta”); figli contenti di essere tali; figli che non hanno altro proposito che quello di realizzarsi come figli; figli che non hanno altro desiderio, non altro intento, non altro progetto che questo: ottenere il suo compiacimento, farlo contento. “E camminate nella carità, nel modo che anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore”.

Questi personaggi di cui Paolo ci sta parlando – gli imitatori di Dio – sono alle prese con le vicissitudini correnti della vita umana; d’altra parte, sono coloro attraverso i quali la partecipazione alla vita trinitaria porta frutti nella storia degli uomini. “Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore”. Cristo è il Figlio che ha offerto se stesso nell’obbedienza al Padre. Il Padre si è compiaciuto. La devozione del Figlio, sul quale si riversa l’amore eterno del Padre, e noi, presi dentro a questo mistero di comunione, partecipiamo alla vita trinitaria di Dio, noi che siamo immersi in questa onda di profumo, “sacrificio di soave odore”.

(…) Di Gesù, nostro Signore, il Figlio che si è offerto in obbedienza al Padre per il compiacimento del Padre, che cosa rimane a noi di lui? Rimane a noi di lui il suo profumo. Rimane di lui lo Spirito effuso, il vento che muove, suscita ed esalta i profumi; rimane l’unguento, unguento odoroso che ci avvolge di profumi. Del Cristo rimane a noi il crisma, dell’Unto rimane l’unguento, del Figlio rimane a noi il profumo. Gli imitatori di Dio: coloro che si dedicano al compiacimento del Padre, figli carissimi che lasciano dietro di sé una scia profumata.

Terzo momento

Terzo momento di questa sezione (dal v. 3 al v. 20): l’invito di Paolo ad assumere il nuovo si esplicita mediante tre quadri che illustrano il passaggio che caratterizza per l’appunto la novità della vita cristiana. E Paolo ci sollecita perché questo passaggio abbia luogo integralmente.

Tre alternative.

Dall’idolatria all’eucarestia

Primo quadro (vv. 3-5): “Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolàtri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio”. La fornicazione, l’impurità, la cupidigia di cui si parla qui sono tutte manifestazioni dell’idolatria. L’idolatria tra l’altro, nella rivelazione biblica spessissimo è descritta come opera di prostituzione, adulterio, l’adulterio per eccellenza, la massima impurità. L’idolatria come culto del sé e del proprio piacere, culto di sé e del proprio vizio, culto di sé e del proprio egoismo, culto di sé e del proprio soddisfacimento. L’idolatria, laddove il culto di sé diviene un valore sacro, laddove quel che di me deve essere venerato, diviene un proprio e vero idolo divinizzato. Fatto sta che qui Paolo dice: qui si tratta di passare dall’idolatria all’eucarestia, v. 4: “Si rendano invece azioni di grazie!”. “Azioni di grazie”: è l’eucarestia.

Quando il soggetto umano si appropria di se stesso o pretende di gestirsi in nome di un valore sacro, l’idolo, il culto di sé e del proprio piacere, soddisfazione, successo, benessere, diventa un valore tale per cui la debolezza, la fatica, le necessità, le miserie altrui devono essere rigorosamente represse. Infatti, il culto di sé porta, nel suo dinamismo liturgico, un vero e proprio atto di consacrazione del valore sacro della propria auto-soddisfazione. Rispetto all’idolatria noi adesso siamo gli uomini dell’eucarestia: “Si rendano invece azioni di grazie!”. Il passaggio avvenuto non è un passaggio di ordine concettuale per cui eravamo idolatri e ora crediamo nel Dio unico, ma riguarda questa radicale trasformazione dell’impianto che dall’interno sostiene la nostra vita umana, per cui noi siamo depositari di un debito universale, noi siamo alle prese con l’opportunità, anzi la necessità e l’entusiasmo di un rendimento di grazie che diviene il motivo portante del nostro stare al mondo, camminare nelle cose, stare nella relazione con gli altri. “Si rendano invece azioni di grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolàtri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio”. Il regno di Cristo e di Dio è già attuato per noi, laddove non siamo più protagonisti dell’idolatria ma siamo debitori di eucarestia, di ringraziamento.

Ribellione e docilità; tenebra e luce

Secondo quadro (dal v. 6 al v. 14): “Nessuno vi inganni con vani ragionamenti (c’è un inganno): per queste cose infatti piomba l’ira di Dio sopra coloro che gli resistono”. L’inganno riguarda coloro che resistono; più esattamente abbiamo a che fare con i figli della ribellione (v. 6): “coloro che gli resistono” (espressione già presente nel cap. 2, v. 2); l’inganno di cui Paolo ci sta parlando qui è esattamente quello che ci riguarda nel momento in cui aderiamo anche noi a questa ribellione. Prosegue: “Non abbiate quindi niente in comune con loro (i figli della ribellione). Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore”.

Si tratta di quella ribellione che cerca le tenebre, che, in nome della libera iniziativa umana vuole affermarsi come protagonista in se stessa e sulla scena del mondo, che ci rimanda peraltro al peccato originario, il peccato di sempre; questo guasto nella nostra condizione umana appare adesso nella sua drammatica gravità perché ci chiude nelle tenebre: “Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce”. I figli che vengono alla luce: chi viene alla luce, chi viene alla vita nella luce, è per eccellenza coinvolto in una vicenda che gli conferisce una totale docilità: rispetto all’inganno della ribellione la docilità di chi viene alla luce perché in realtà la ribellione oscura, è un imbroglio che si diffonde con diverse applicazioni; c’è di mezzo il vissuto personale di ciascuno di noi, c’è di mezzo tutto un impianto di un sistema culturale, una modalità di comunicazione e di organizzazione della vita a tutti i livelli, dalla famiglia alla società nelle sue articolazioni più complesse, il lavoro, la gestione politica. E’ come atto di ribellione, dice Paolo, noi proiettiamo ombre, facciamo buio nel mondo: questo è un inganno ed è rispetto a questo inganno che è avvenuto un passaggio determinante perché noi siamo nati alla luce, siamo figli della luce, e nell’esser generati siamo ridotti in uno stato di docilità. (…)

Il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, poiché di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare. Tutte queste cose che vengono apertamente condannate sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce. Per questo sta scritto: «Svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà»”. E’ una citazione di Isaia e del Libro dei Numeri (…). Questa trasparenza alla luce deve essere ulteriormente, pazientemente, coraggiosamente, gioiosamente coltivata proprio perché ormai non siamo più intrappolati nelle spire ombrose di quegli inganni che abbiamo spavaldamente gestito quando eravamo ribelli. Allora eravamo gli uomini dell’inganno, ma adesso siamo gli uomini della trasparenza alla luce; non siamo più ribelli, siamo nella docilità.

Ricolmi dello Spirito

Terzo quadro (vv. 15-20): “Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò inconsiderati, ma sappiate comprendere la volontà di Dio. E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo”.

Paolo fa riferimento a quella certa svogliatezza accidiosa che si insinua, alle volte in modo subdolo, alle volte in modo anche spudorato e clamoroso, così da intrappolarci dentro gli ingranaggi di una noia nauseante. “… Comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi”: questa stoltezza è esattamente l’ossequio che rendiamo a quella noiosa condizione umana nella quale sprofondiamo come nelle sabbie mobili “perché i giorni sono cattivi”. Paolo qui sta parlando in modo ampio di una situazione che, per quanto in tempi diversi e in forme originali, comunque si ripresenta come alternativa nella nostra vicenda umana.

Noi che siamo quelli dell’idolatria adesso siamo quelli dell’eucarestia”, diceva Paolo precedentemente. E qui aggiunge: “noi che siamo quelli dell’accidia, che diventa poi una pretesa presuntuosa, il diritto di giudicare il mondo come il luogo della perversione; ebbene, noi adesso siamo alle prese con la volontà di Dio”; “sappiate comprendere la volontà di Dio”. Questo tempo cattivo è il tempo nel quale Dio è presente, operante, vivente, vittorioso. (…) Si tratta di imparare a cogliere ogni bagliore di gratuità.

Siate ricolmi dello Spirito”, prosegue nel v. 18 san Paolo e “approfittate di questi giorni che sono cattivi per intrattenervi “a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo”. Nel tempo, nella fatica e nella pena. Ecco la “sobria ebbrezza dello Spirito”, così come si esprime la Chiesa nel suo linguaggio liturgico. “Sobria ebrietas”, la sobria ebbrezza dello Spirito: questa abitudine a esprimersi con i salmi, gli inni e i cantici spirituali con una partecipazione di tutto il cuore; questa attitudine ad esprimersi mediante l’esercizio dell’universale benedizione, benedizione rivolta al Padre nel rapporto vivo con Gesù Signore nostro, perché ogni creatura è ricevuta come dono, ogni giorno è affrontato, vissuto e patito come occasione preziosa e insostituibile di comunione e di amore.

Ricapitolo questo terzo momento dell’intera sezione. Paolo ci invita ad assumere la novità. Si tratta di passare dall’idolatria all’eucarestia, dalla ribellione alla docilità, dall’accidia svogliata alla tempestività della fatica che si consuma nella gioia spirituale più pura e più forte, più vibrante, più energica e più feconda, perché parlare di gioia spirituale non è parlare di gioia che svanisce, di gioia che svolazza come un filo di fumo. La gioia spirituale è gioia che rimane.

E noi accogliamo l’invito di San Paolo.

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 26/10/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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