COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

1 Novembre, Festa di Tutti i Santi – Commento

1 novembre 
Comunione dei santi
Mt 5,1-12


Berndnaut Smilde, Nimbus Sankt Peter, 2014, Sankt Peter Kunst-Station, Colonia


Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
(Letture: Apocalisse 7,2-4.9-14; Salmo 23; 1 Giovanni 3,1-3; Matteo 5, 1-12)

Le Beatitudini, promessa e programma
Commento di Enzo Bianchi

Celebriamo oggi una festa che riguarda soprattutto noi cristiani, discepoli di Gesù Cristo, ma non solo. Sia che siamo ancora viventi, sulla terra, sia che siamo passati attraverso l’esodo della morte e siamo dunque “in cielo”, nel regno di Dio, tutti noi siamo partecipi della beatitudine, della felicità. In un salmo risuona questa domanda: “C’è un uomo che desidera la vita e vuole giorni felici?” (Sal 34,13). L’essere umano cerca la felicità, la vita piena e senza fine, e Gesù vuole dare una risposta a questa sete profonda presente nel cuore di ogni persona.

Ecco dunque davanti a noi le beatitudini di Gesù attestate dal vangelo secondo Matteo, una pagina talmente conosciuta, citata, commentata e predicata che rischiamo di presumere di conoscerla già e di non avere più bisogno di ricominciare a leggerla, meditarla, comprenderla. Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico predicando la venuta del Regno (cf. Mt 4,17) e chiamando alla sua sequela alcuni che sono diventati suoi discepoli (cf. Mt 4,18-22). Ormai è un rabbi, un profeta anche per molti credenti di Galilea e di Giudea, e attorno a lui c’è una piccola folla, nella quale abbondano malati, oppressi, poveri, persone che soffrono e piangono (cf. Mt 4,23-25). Gesù sa guardare a quelli che lo cercano, lo incontrano e lo seguono, sa discernere innanzitutto la loro fatica e la loro sofferenza ed è profondamente toccato dai mali delle persone. Non è un predicatore distaccato, che annuncia e parla guardando solo a Dio che lo ha inviato e lo ispira in ogni momento; sa anche guardare all’uditorio concreto, a chi ha di fronte e, come sa ascoltare Dio, così sa ascoltare questa gente che si rivolge a lui con gemiti, invocazioni, lamenti, domande senza risposta…

Secondo Matteo, Gesù decide allora di consegnare a queste persone le promesse di Dio, che possono essere anche un programma per chi vuole seguirlo. Sale sul monte, il luogo delle rivelazioni di Dio e, quale nuovo Mosè, ultimo e definitivo (dopo il quale non ce ne saranno altri!), dà la buona notizia, il Vangelo. Attenzione: non dà “una nuova Legge” – definizione ambigua e sviante – ma dà una parola di Dio che risuona in modo nuovo e crea il regno dello Spirito santo, non più della Legge. Ecco allora il grido: “‘Ashrè”, parola che in ebraico significa soprattutto un invito ad andare avanti, promessa che è certa e precede quanti vivono una determinata situazione, parola che indica uno stile da assumere, parola che cambia l’ottica con la quale si guardano la vita, la realtà, gli altri.

Noi traduciamo quest’espressione tante volte presente nei Salmi e nella sapienza di Israele con “beati” (dal greco makárioi, che i vangeli prendono dalla versione dei LXX), ma purtroppo non abbiamo un termine italiano che ne sveli adeguatamente il contenuto. “Beati” non è un aggettivo, è un invito alla felicità, alla pienezza di vita, alla consapevolezza di una gioia che niente e nessuno può rapire né spegnere (cf. Gv 16,23). “Beati” ha anche il valore di “benedetti” (cf. Mt 25,34), in opposizione ai “guai” (cf. Mt 23,13-32; Lc 6,24-26), ma indica qualcosa che non è soltanto un’azione di Dio che rende giusti e salvati nel giorno del giudizio (cf. Sal 1,1; 41,2), ma che già da ora dà un senso, una speranza consapevole e gioiosa a chi è destinatario di tale parola. Promessa e programma! Nessuno dunque pensi alla beatitudine come a una gioia esente da prove e sofferenze, a uno “stare bene” mondano. No, la si deve comprendere come la possibilità di sperimentare che ciò che si è e si vive ha senso, fornisce una “convinzione”, dà una ragione per cui vale la pena vivere. E certo questa felicità la si misura alla fine del percorso, della sequela, perché durante il cammino è presente, ma a volte può essere contraddetta dalle prove, dalle sofferenze, dalla passione.

La promessa fatta solennemente da Gesù, parola potente di Dio, è il regno dei cieli, non un luogo, ma una relazione: essere con Dio, essere suoi figli, così come chi non è beato resta lontano e separato da Dio. Questo regno, dove Dio regna pienamente, è la comunione dei santi del cielo e della terra, la comunione dei fratelli di Gesù, dei figli di Dio, che noi cristiani dovremmo vivere con consapevolezza, ma che, a causa della nostra philautía, del nostro egoismo, non arriviamo neppure a credere saldamente. Questa esperienza del regnare di Dio su di noi possiamo farla qui e ora, alla sequela di Gesù: ciò accade quando su di noi non regnano né idoli, né poteri di nessun tipo, quando sentiamo che solo Dio e il Vangelo di Gesù ci determinano, ci muovono, ci tengono in piedi. È questo il caso in cui possiamo dire, umilmente ma con stupore, senza pensare di avere meriti, che Dio regna in noi, su di noi, dunque il regno di Dio è venuto: sempre però in modo non osservabile (cf. Lc 17,20), da noi riconosciuto solo parzialmente, sempre in modo fragile, che possiamo negare con il nostro venir meno all’amore.

Essere “poveri nello spirito”, nel cuore – precisa Matteo –, non semplicemente “poveri” (Lc 6,20), ma esserlo nell’umiltà di chi sa attendere Dio e la sua giustizia (cf. Mt 6,33) può aprire alla beatitudine di chi riceve in dono il regno di Dio.

Essere piangenti è una condizione frequente: le lacrime scorrono sul viso come un’invocazione, un grido a volte muto, ma il Signore raccoglie le lacrime (cf. Sal 56,9), non le dimentica. Ed ecco, manda già ora il Consolatore (cf. Gv 15,26; 16,7) a consolare, affinché ci aiuti ad attraversare la sofferenza e poi alla fine ci doni la gioia eterna, quando Dio asciugherà lacrime da ogni volto (cf. Is 25,8; Ap 7,17; 21,4).

Essere miti tra gli uomini e le donne, miti su questa terra, senza abitarla con prepotenza né violenza, senza riconoscere solo se stessi, rinunciando a ogni volontà di aggressione, fosse anche per difesa, è non solo possedere la terra promessa da Dio, ma già oggi pregustare una risposta amorosa da parte dell’umanità. San Francesco e papa Giovanni con la loro mitezza hanno “posseduto la terra”, nel senso più vero, evangelico, senza attraversare i sentieri del potere e della ricchezza.

Chi ha fame e sete di giustizia, cioè non è mosso dalla legge del vivere nella forza senza riconoscere l’altro, ma è vittima dei fratelli e delle sorelle che non si accorgono di lui, non desista da questa fame e combatta affinché Dio gli dia ora un cibo che lo sostiene e poi nel Regno quella giustizia della quale tanto ha avuto fame e sete.

Chi fa misericordia agli altri “obbligherà” Dio a fargli misericordia, perché Dio – dicevano i padri del deserto – obbedisce ai misericordiosi che sono come lui (cf. Lc 6,36), hanno lo stesso cuore, sono cioè santi come lui è santo (cf. Lv 19,2; 1Pt 1,16).

Essere puri di cuore significa vedere tutte le persone e gli eventi con gli occhi di Dio, vederli con “gli occhi del cuore” (Ef 1,18). Allora la gioia è quella di essere trasparenti, di non dover impiegare il tempo a organizzare la “maschera” con la quale desideriamo apparire agli altri ed essere da loro conosciuti. È la gioia di capire che l’altro è altro, è un dono di Dio, è un fratello o una sorella, e che io accetto di non mettere le mani su di lui o su di lei, di non possederli, sfruttarli, strumentalizzarli.

Un uomo, una donna che sa “fare pace” in ogni situazione di conflitto, da quelle tra i fratelli e le sorelle a quelle tra i popoli, siccome compie ciò che Dio vorrebbe fosse fatto, mostra di essere già qui sulla terra figlio, figlia di Dio, cioè partecipe della sua natura (cf. 2Pt 1,4), e lo sarà definitivamente nel regno dei cieli.

Infine, per tutti i discepoli la beatitudine riguarda il loro stare nel mondo tra le ostilità e le persecuzioni. Se un discepolo di Gesù riceve solo approvazione, applauso, abbia timore e si interroghi se è veramente tale! Almeno l’ostilità, la calunnia, l’opposizione deve conoscerla. Ha detto Gesù: “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi!” (Lc 6,26). Cercare questo consenso è una delle peggiori tentazioni nella chiesa: compiacere tutti per essere da tutti approvati; sedurre gli altri per ricevere il plauso e avere successo; mancare di parrhesía cristiana (che sembra essere scambiata, all’interno della propria comunità o della chiesa, con la libertà di mormorare!) per essere da tutti apprezzati. Che miseria! Certo, in tal modo si sarà apprezzati e si avrà successo, ma non si conoscerà dentro di sé la gioia più vera, la beatitudine di essere in piena comunione con Gesù Cristo. Per rallegrarsi in profondità occorre invece non guardare ai propri interessi né mettere in atto alcuna strategia, ma “tenere fisso lo sguardo su Gesù” (cf. Eb 12,2) e solo da lui accettare la ricompensa, che consiste nel poter condividere il suo amore.

La comunione dei santi che festeggiamo oggi è gioia, festa per quanti con umiltà, senza arroganza, senza vanti, si riconoscono in queste situazioni sulle quali Gesù ha posto come sigillo la beatitudine.

“La festa degli uomini buoni”
Commento di don Angelo Casati

Voi sapete come ci succeda a volte che parole, ascoltate tempo prima, per giorni ci rimangano nell’anima e continuino il loro racconto nel cuore. Come l’acqua di un torrente. Quasi ogni anno in questa festa dei santi il mio ricordo va a parole, di commento alla festa, di don Primo Mazzolari. Quest’anno il ricordo va alle parole che in questi giorni mi ricordava un amico, cui capitava di frequentarlo. “Sai?” mi diceva “Don Primo questa festa la chiamava: la festa degli uomini buoni”. Noi potremmo, penso, aggiungere “e delle donne buone”.

E mi raccontava che in una di queste feste, vedendo alcuni dei suoi contadini in chiesa, stremati dalle fatiche dei campi, appoggiarsi alle colonne e addormentarsi, ammoniva: “Non svegliateli, il buon Dio li ama così, nel sonno, sente tenerezza per la loro fatica, stanchi come sono! Sono uomini buoni, questa è la festa degli uomini buoni”. Queste parole di Don Primo mi hanno accompagnato in questi giorno e ora sono qui a ricordarvele, come fossero una introduzione alla festa. E così facciamo opera di svestizione, perché, voi lo sapete, i santi li abbiamo vestiti di una santità che evoca e imprime lontananza: quella dei miracoli, quella dei santi dei calendari, quella dei santi incensati dalla sontuosità delle liturgie, sontuose che più sontuose non si può. Questo succede.

E perché? Perché abbiamo equivocato e abbiamo tradito il nome. Dico tradito perché il termine “i santi” immediatamente ora, quasi sempre, viene legato allo straordinario e si traduce in un privilegio, quello di essere santi. Di qui la conclusione è: che di santi ce ne sono pochi! Salvo poi essere chiamati a giustificare un numero, oggi a ripetizione nel libro dell’Apocalisse, un multiplo di dodici, centoquarantaquattromila, riferito a quanti vengono da ogni tribù dei figli di Israele. Ma poi il numero eccede, e passa ogni confine, quando nel libro si parla di “una moltitudine immensa che nessuno poteva contare di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”. Vedete che abbiamo tradito il nome “i santi”, i santi cui diamo il volto di pochi, di pochi eletti.

Se invece, come suggeriva don primo Mazzolari, la chiamassimo festa degli uomini buoni e delle donne buone, allora il panorama subito si allargherebbe. Quanti uomini buoni! Che abbiamo conosciuto, che conosciamo. Quante donne buone! Che abbiamo conosciuto e che conosciamo. Una moltitudine immensa. “Io” diceva sempre don Primo “io mi sento trasportato verso le devozioni che mettono i santi a portata di mano. Gesù si lasciava toccare il lembo della veste dalla emorroissa, accarezzare dai fanciulli, lavare i piedi dalla Maddalena, baciare da Giuda, schiaffeggiare dai servi di Caifa, sputacchiare, crocifiggere. Li voglio così i miei santi.

Volti cari che si chinano paternamente su questo povero figliuolo, che si alza in punta di piedi e lancia le braccia. Il panegirico dà la misura delle distanze, agghiaccia il cuore, ci disobbliga da ogni impegno di sforzo. Un bell’altare con nimbi d’angeli, statue dorate e disumane, nate a guisa di monumenti funerari tacitano la dimenticanza.

Oggi invece i santi ci vengono incontro e fanno il Paradiso qui, nella mia povera chiesa, davanti ai miei occhi annebbiati di tristezza.” Gli uomini buoni e le donne buone in una chiesa, la nostra, che oggi ha il profumo della casa, della loro casa. “In questo giorno la mia Chiesa è davvero la Casa”.

Santi, non vite angelicate, non angeli, ma uomini, gli uomini buoni, le donne buone. O se volete evocarli con una immagine che oggi abbiamo ascoltato dell’apostolo Paolo, tratta dalla lettera ai romani, santi cioè coloro che per un destino buono, che abita tutti noi, sono chiamati da Dio a “essere conformi all’immagine del Figlio suo”.

Conformi all’immagine di Gesù, una bellissima immagine della santità, immagine concreta, non astratta: portare in noi qualcosa dei tratti di Gesù, della sua vita raccontata dai vangeli. Ascoltiamolo sul monte dove lui dice chi sono i beati, chi per lui sono i santi, chi gli uomini e le donne felici, veramente felici.

E guardate la concretezza. Dove sono i beati, vogliamo dire dove li trovi i santi? Se ci chiedessero hai incontrato un santo? Se resistesse in noi l’idea dei miracoli, avremmo qualche dubbio a dire che sì, che sì li abbiamo incontrati. Ma Gesù ci chiama sul monte e i santi ce li mette davanti agli occhi. Sul monte delle beatitudini. Come tutto, o molto, cambierebbe, se ci chiedessero: hai incontrato donne o uomini che la loro fiducia la mettevano in Dio, i poveri in spirito? Hai incontrato donne o uomini che nemmeno il pianto li ha spenti in umanità? Hai incontrato donne e uomini immagini della mitezza? Hai incontrato donne e uomini icone della misericordia, donne e uomini esempi luminosi dell’onestà, donne e uomini costruttori tenaci di ponti di pace, donne e uomini divorati dalla passione per la giustizia, pronti a subire, ma mai arresi?

Li hai incontrati? Li avete incontrati? Io penso che, se ce lo chiedessero, noi dovremmo rispondere che sì, che noi sì li abbiamo incontrati e conosciuti. E che erano donne e uomini – dovremmo subito aggiungerlo – “di ogni nazione, tribù, lingua e popolo”. Lo sappiano o no, donne e uomini conformi all’immagine di Gesù. Che splende nelle beatitudini del monte. Lo dovremmo confessare. Di averli incrociati.

Ma poi – e ho finito – poi ci rimarrebbe dentro una domanda o forse anche un augurio che qualche tratto dell’immagine di Gesù fosse impresso anche nella nostra vita. Non so quale delle beatitudini. Ma come lo vorrei. Non mi rimane che pregare, non ci rimane che pregare perché sia. Così sia.

http://www.sullasoglia.it/

I santi sono gli uomini e le donne delle Beatitudini
Commento di Ermes Ronchi

I santi sono gli uomini delle Beatitudini. Queste parole sono il cuore del Vangelo, il racconto di come passava nel mondo l’uomo Gesù, e per questo sono il volto alto e puro di ogni uomo, le nuove ipotesi di umanità. Sono il desiderio prepotente di un tutt’altro modo di essere uomini, il sogno di un mondo fatto di pace, di sincerità, di giustizia, di cuori limpidi.

Al cuore del Vangelo c’è per nove volte la parola beati, c’è un Dio che si prende cura della gioia dell’uomo, tracciandogli i sentieri. Come al solito, inattesi, controcorrente. E restiamo senza fiato, di fronte alla tenerezza e allo splendore di queste parole.

Le Beatitudini riassumono la bella notizia, l’annuncio gioioso che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità.

Quando vengono proclamate sanno ancora affascinarci, poi usciamo di chiesa e ci accorgiamo che per abitare la terra, questo mondo aggressivo e duro, ci siamo scelti il manifesto più difficile, incredibile, stravolgente e contromano che l’uomo possa pensare.

La prima dice: beati voi poveri. E ci saremmo aspettati: perché ci sarà un capovolgimento, perché diventerete ricchi.

No. Il progetto di Dio è più profondo e vasto. Beati voi poveri, perché vostro è il Regno, già adesso, non nell’altra vita! Beati, perché c’è più Dio in voi, più libertà, più futuro.

Beati perché custodite la speranza di tutti. In questo mondo dove si fronteggiano lo spreco e la miseria, un esercito silenzioso di uomini e donne preparano un futuro buono: costruiscono pace, nel lavoro, in famiglia, nelle istituzioni; sono ostinati nel proporsi la giustizia, onesti anche nelle piccole cose, non conoscono doppiezza. Gli uomini delle Beatitudini, ignoti al mondo, quelli che non andranno sui giornali, sono invece i segreti legislatori della storia.

La seconda è la Beatitudine più paradossale: beati quelli che sono nel pianto. In piedi, in cammino, rialzatevi voi che mangiate un pane di lacrime, dice il salmo. Dio è dalla parte di chi piange ma non dalla parte del dolore! Un angelo misterioso annuncia a chiunque piange: il Signore è con te. Dio non ama il dolore, è con te nel riflesso più profondo delle tue lacrime, per moltiplicare il coraggio, per fasciare il cuore ferito, nella tempesta è al tuo fianco, forza della tua forza.

La parola chiave delle Beatitudini è felicità. Sant’Agostino, che redige un’opera intera sulla vita beata, scrive: abbiamo parlato della felicità, e non conosco valore che maggiormente si possa ritenere dono di Dio. Dio non solo è amore, non solo misericordia, Dio è anche felicità. Felicità è uno dei nomi di Dio.

Avvenire

Annunci

Un commento su “1 Novembre, Festa di Tutti i Santi – Commento

  1. Hemos sido creados a imagen de nuestro Padre Dios, por lo tanto nadie ni nada puede hacernos desviar de este nuestro destino, pues con nosotros tenemos su misma Fuerza,…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 29/10/2018 da in Anno A, anno B, Anno C, Domenica - commento, Festività (A), Festività (B), Festività (C), ITALIANO, Liturgia.

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 593 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com

  • 230.741 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: