COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Commemorazione dei Fedeli Defunti – Lectio

2 novembre
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Matteo 25, 31-46
I diritti dell’uomo

Questo testo che si trova unicamente in Matteo è l’ultimo insegnamento di Gesù prima che gli avvenimenti precipitino con il suo arresto e condanna a morte. Come parole finali del suo insegnamento hanno una forza particolare. Anche qui l’evangelista riprende un tema trattato nel discorso della montagna e che viene riassunto con la formula: “tutto quanto volete che gli altri facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa è infatti la Legge e i Profeti” (Mt 7,12). Come nelle Beatitudini il comportamento che consente l’accoglienza o meno nel Regno non riguarda l’atteggiamento nei confronti di Dio ma del prossimo.

Matteo 25, 31-46 giudizio finale -

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 31 «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32 Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre…

L’idea di giudizio finale associata alla venuta del Figlio dell’uomo ha la sua origine, senza alcun dubbio, nello scenario del brano odierno. Come si rileva facilmente, questo giudizio non è universale, perché si rivolge principalmente ai popoli pagani: pánta tà éthnē= tutte le genti/popoli e non direttamente agli israeliti per i quali era riservato il termine greco laòs=popolo e il cui giudizio è stato già trattato in Matteo 19,28. D’altra parte, la venuta per questo giudizio corrisponde alla venuta, reiterata nella storia, che è rappresentata dalle successive, incessanti e graduali cadute dei regimi oppressivi e disumani; non si tratta quindi di un giudizio finale. È il modo in cui Matteo espone, contro tutti gli integrismi precedenti, qual è la via di salvezza e di giudizio per tutte le genti/popoli/nazioni. [vengono radunati tutte le nazioni/popoli= pánta tà éthnē=plurale neutro; ma la separazione avviene tra loro singoli uomini=autùs=plurale maschile; non possiamo confondere un plurale neutro con un plurale maschile=non possiamo confondere le nazioni/popoli con i singoli uomini]. Mediante questo termine éthnē= genti-popoli si intende abbracciare tutti gli uomini (cfr. 24,13; 28,19) destinandoli tutti alla pienezza della vita. L’esigenza di ottenere la salvezza, cioè una vita che supera la morte, ha una base comune per tutti gli esseri umani: l’amore per il prossimo, ma in un grado diverso secondo la propria conoscenza di Dio.

Secondo Mt 25,32-46 il pagano (ogni uomo) deve essere fedele alla propria umanità, esprimendo solidarietà verso gli indigenti o afflitti, disprezzati o ignorati dalla propria società. L’immagine della venuta del “Figlio dell’uomo” (già espressa in 24,30) è da intendere, secondo il linguaggio dell’evangelista, come la vittoria di tutto ciò che è umano. Matteo presenta la realizzazione piena del progetto di Dio, che si è manifestata in Gesù, il modello d’uomo e di umanità e, tramite Lui, in quanti vivono, nei vari contesti, secondo questo modello di vita. Nell’Uomo realizzato splende la pienezza della condizione divina, per questo Egli siede sul “trono della sua gloria” (espressione che nell’AT indica la presenza di Dio nel tempio, cfr. Ger 17,12). Tutto il discorso è da leggere in chiave di umanità: chi dimostra attenzione verso i bisogni dell’altro e interviene per aiutarlo, non importa quale religione professi, costui entra nella vita. L’azione del Figlio dell’uomo è paragonata a quella di un pastore che separa le pecore dai piccoli capretti.

33 e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.

Mentre il lato sinistro è sempre considerato negativo (nel brano il lato sinistro è senza pronome possessivo=non appartiene a Dio), quello destro è positivo: “mi indicherai il sentiero della vita: gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,11). Il posto d’onore più vicino al re era sempre quello di destra.

34 Allora il Re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35 perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

È un aspetto storico della venuta, sottolineato in questa scena dall’uso della denominazione, il re, applicata al Figlio dell’uomo. Quindi, come si sa, in Matteo il regno del Figlio dell’uomo si esercita o esiste all’interno della storia umana, così come il regno del Padre si riferisce al mondo futuro (Mt 13,41.43). Come il pastore separa facilmente le pecore dai capretti, lo stesso farà il Figlio dell’uomo che distingue subito chi sono i giusti e chi i malvagi: chi porta vita in sé lo si può percepire guardandolo a vista (cfr. Mt 13,30.48). Il Figlio dell’uomo si presenta ora nella veste del re che invita, quelli alla sua destra, ad andare da Lui per ricevere il Regno. Si tratta di entrare nella condizione di eredi che hanno la più alta dignità, realizzando così la volontà del Padre che fin dalla fondazione del mondo aveva preparato per l’uomo un tale destino. Dio si mantiene fedele al suo progetto. I benedetti ricevono il Regno perché sono stati misericordiosi. Il re elenca le opere di misericordia nelle quali risalta l’assenza di comportamenti inerenti al culto di Dio (gli atti di religione). Ciò che consente o no di avere la vita eterna non è il comportamento tenuto nei confronti della divinità ma quello nei confronti degli uomini considerati più bisognosi nei quali il re si identifica.

Nel Talmud c’è un’immagine simile a quella presentata dall’evangelista riguardo al giudizio delle nazioni pagane: “nell’aldilà, il Santo, che benedetto sia, prenderà un rotolo della Torah, se lo poserà sulle ginocchia e dirà: chi se ne è occupato, venga e riceverà la sua ricompensa” (‘Aboda Zara 2a,b. cfr. Midraš. Sal 118,17). Mentre nel Talmud il giudizio riguarda l’atteggiamento tenuto nei confronti della Legge, in Matteo il giudizio riguarda il comportamento tenuto verso il prossimo. Questo comportamento tiene conto della risposta alle elementari, indispensabili, esigenze umane, che consentono all’uomo di rimanere in vita e che erano ben conosciute nella cultura del tempo. Per questo vengono elencate il mangiare e il bere, l’accoglienza allo straniero, vestire chi non ha di che coprirsi (Is 58,7; Ez 18,7.16; Tb 4,16; Gb 31,32) e l’assistenza al malato (Sir 7,35). La risposta a questi elementari diritti di ogni uomo è in linea con il volere di Dio: Poiché i bisognosi non mancheranno mai nella terra, allora io ti do questo comando e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nella tua terra ” (Dt 15,11).

“Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”: l’ultima azione indicata da Gesù non compare tra le opere a favore degli ultimi elencate in una lista che si ricava da: Is 58,7; Ez 18,7.16; Tb 4,16; Gb 31,32; Sir 7,35. Il carcerato viene considerato una “persona” giustamente punita e quindi responsabile del castigo ricevuto. Andare a trovare un carcerato non significa visitarlo, ma alimentarlo in quanto i carcerati dipendevano per il vitto dai loro familiari o amici. L’attenzione ai carcerati sembra essere una caratteristica esclusiva di Gesù (Eb 10,34; 13,3). Coloro che vengono chiamati “i benedetti” non hanno dovuto compiere delle opere spettacolari, ma soltanto quei gesti accessibili a tutti, che fanno parte del quotidiano e che tutti possono compiere.

37 Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?” 40 Il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Al momento della Risurrezione Gesù indicherà con il nome di “fratelli” i suoi discepoli (28,10), coloro che compiono la volontà del Padre (12,50). Ora, dalle parole del “Re”, apprendiamo che nella categoria di fratelli sempre sono state incluse tutte le categorie umane, le più bisognose d’aiuto, carcerati compresi. È questa la novità che presenta Matteo nei confronti della tradizione biblica e delle altre religioni (vedi “Libro dei morti” presso gli Egiziani, dove si trovano elenchi delle opere di misericordia, ma in nessuno di essi la divinità si identifica con la persona bisognosa).

Il fatto che Gesù ritenga compiuto verso se stesso quel che vien fatto verso i bisognosi non giustifica la teoria di vedere Cristo nel povero. Il bisognoso va aiutato in quanto tale e non per una presunta presenza del Signore in essi. È con lo stesso amore che abbiamo verso Dio che andiamo verso i fratelli. Andare verso i fratelli, con lo stesso amore che nutriamo per Dio, è il segno dell’autenticità del nostro amore, dell’autenticità della nostra persona e della maturità del nostro essere uomini secondo il modello del “ Figlio dell’uomo”.

41 Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42 perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43 ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

Unica volta in Matteo in cui compare il termine maledetti=katēraménoi, ma in questa occasione la maledizione non proviene da Dio, come si era visto per il primo gruppo (“benedetti del Padre mio” v.34). Il Padre “benedice”; chi si chiude alla vita maledice se stesso. La tremenda invettiva è per coloro che sono stati sordi ai più elementari bisogni degli esseri umani (cfr. 7,23). Negare l’aiuto all’altro è come ucciderlo. Se la risposta era un fattore di vita, la mancata risposta è causa di morte. La maledizione di costoro richiama quella del primo assassino della Bibbia, il fratricida Caino: “ora sii maledetto” (Gen 4,11).

Per l’ultima volta compare nel vangelo la figura del diavolo (4,10; 12,26; 13,39; 16,23) e viene annunciata la sua totale e definitiva sconfitta. Insieme al diavolo vengono completamente annientati anche i suoi messaggeri/inviati. L’espressione “fuoco eterno” è già apparsa in 18,8 in relazione allo scandalo nei confronti dei “piccoli”. Gesù aveva avvertito colui che è causa di scandalo che è meglio per lui entrare nella vita monco o zoppo che andare a finire per intero nel “fuoco eterno”, sinonimo della “geenna di fuoco”, luogo dell’annientamento totale. Da notare che il fuoco, segno di distruzione, a differenza del Regno non è stato preparato fin dalla fondazione del mondo; questo fuoco è preparato per il diavolo e per i suoi angeli e non per gli uomini! Ma chi va a finire in questo fuoco eterno va incontro alla distruzione totale, conclusione logica per chi, privando di vita gli altri, si esclude dalla vita.

44 Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. 45 Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 46 E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

La risposta di quelli a sinistra è formulata come una domanda dove si elencano in modo sintetico le situazioni di necessità già esaminate. Questo gruppo però non fa riferimento alcuno alle azioni che accompagnano la presa di coscienza di tali situazioni: essi non dicono “quando mai ti abbiamo visto affamato e non ti abbiamo dato da mangiare…?”, ma concludono con un generico “e non ti abbiamo servito?”. Il verbo qui adoperato “diēkonḗsamén soi da diakonéō è quello tipico della sequela cristiana, ma i componenti di questo gruppo lo rivolgono al Signore, secondo quella mentalità tradizionale per cui il servizio deve essere offerto alla divinità. Per questo quegli individui si sorprendono del rimprovero ricevuto: “Signore, quando ti abbiamo visto…?” evidentemente essi credono di “aver servito” Dio mediante le loro pratiche religiose, tra le quali non risulta in alcun modo il fatto di dargli da mangiare o bere, di vestirlo, di accoglierlo straniero, visitarlo ammalato e andare da lui in carcere (le opere di misericordia). Sono talmente concentrati nelle loro devozioni che sono incapaci di vedere le situazioni di necessità degli uomini. Unica volta nel vangelo appare il termine: “kólasin= punizione/castigo eterno”. Il termine proviene dal verbo kolázō che significa anche mutilare: il castigo/punizione è una vita mutilata, non giunta a pienezza, non realizzata.

L’espressione di Matteo si rifà all’immagine contenuta nel Libro di Daniele: “molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dn 12,2). Ma l’evangelista inverte i termini del brano di Daniele, e mette per ultimo “la vita eterna”; quindi la pericope finisce al positivo. La punizione o infamia eterna, unica volta in Matteo non comporta un castigo supplementare post-mortem, ma la definitiva scomparsa della persona. Non c’è, a differenza di altri testi apocalittici, alcuna descrizione di tale punizione. Il contrario di una vita eterna definitiva, è la morte definitiva, per sempre. È quel fallimento definitivo dell’uomo che nell’Apocalisse viene detto la seconda morte (Ap 2,11; 20,6.14; 21,8). L’intenzione dell’evangelista, presentando il forte contrasto tra chi entra nella vita e chi finisce nella perdizione, è quella di sollecitare tutti, i suoi discepoli compresi, ad essere misericordiosi, per vivere in pienezza il programma del Regno (“beati i misericordiosi” – Mt 5,7; cfr. 18,33) a partire dall’aldiquà. Il tema della misericordia è così fondamentale in Matteo che per due volte riporta “misericordia io voglio e non sacrifici” (9,13; 12,7) rifacendosi ad Osea: “poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6). È la pratica della misericordia che rende il credente:

    • fedele alla Parola del Signore. (parabola del servo leale 24,45-51);
    • pronto per accogliere il Signore come lo sposo delle nozze del Regno (parabola delle dieci ragazze 25,1-13);
  • capace di realizzarsi come persona (parabola dei talenti 25,14-30).

Riflessioni…

    • Prova generale d’orchestra. Invenzione divina per entrare nei tempi futuri. Per ritrovare sinfonie, per dileguare note stonate e ritrovare conferme ad attese di felicità. Dirige il Figlio dell’uomo, che si fa Pastore, Re e Signore.
    • Gli uomini tutti sono invitati alla pienezza della Luce di Gloria, sono posti faccia a faccia con Lui e, tra consumazione dei tempi, popoli in raduno che finalmente intrecciano incontri, stanno, per ascoltare e vedere; come stanno gli Angeli tutti; come stavano sotto la Croce donde discese il perdono.
    • Lui è seduto, come sulla Montagna, nella Sinagoga, alla destra del Padre. E con il Padre separa/distingue con la voce di Pastore: come quando separava le acque da stabili spazi, i cieli dalla terra, come quando chiamava le sue pecore per radunarle e salvarle. Come allora, divide per riunire e tutto invade di creativa luce salvifica. A destra e a sinistra, bene-detti e male-detti, secondo attenti sguardi di misericordia o di opaco rifiuto, vissuti nei tempi della storia.
    • Davanti. Cade ogni velo: è svelato il Dio del giusto amore. Il Figlio si farà Pastore e Re, e dirà: Venite, come ai pastori di Betlemme, come a chi è affaticato ed oppresso, come a chi lo cerca o a chi chiede sequela. E fa memoria ai ben-detti del Padre, di quanto pane ed acqua, di quanto amore e accoglienza, di quanto calore e parole umane hanno diffuso ed offerto. Indicando i sentieri essenziali di vita. Ricordando quando era stato nel bisogno, insieme a quelli più piccoli.
    • E si svela nei mille volti, mostrandosi ora Signore della vita, tra annunci, sguardi e risposte di chi sorpreso, ha soccorso ed amato ogni piccolo uomo, oltre i confini di religioni, di razza e culture. Ed ora appare risorto, assiso, e nella gloria è invocato Signore.
    • Ora sono in attesa, i più piccoli d’Africa, di acqua e farina; apolidi e ignudi, di coperte e calore; infettati di AIDS o prigionieri, di farmaci di sollievo e di annunci di libertà, per riprendere a vivere e sperare. Beati i misericordiosi…, come il Padre del Regno di misericordia che lo ha predisposto fin dall’inizio della creazione.
  • Venite, pertanto, e condividete questa luce che è verità e vita perenne, voi che avete digiunato per donare, sofferto per offrire occasioni di vita, voi che per tutti avete avuto tempo per chi fiducia più non aveva. E avete inaugurato il tempo perenne di Dio. Attendete, pertanto, e restate ancora lontani, voi che non avete avuto sguardi per riconoscere, voglia di amare e braccia per rincuorare. Non è il tempo, per voi. E lo ricorda ad ognuno di noi, per sempre.

http://www.ilfilo.org

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Questa voce è stata pubblicata il 30/10/2018 da in Anno A, anno B, Anno C, Domenica - lectio, Festività (A), Festività (B), Festività (C), ITALIANO, Liturgia.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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