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Lectio sulla Lettera agli EFESINI – Stancari (4)

ChagallXXIX-XXX Settimana Tempo Ordinario (anno pari)

Testo word Lettera agli Efesini – Stancari (4)
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Lettera agli Efesini (4)
In contemplazione del Mistero di Cristo unico Signore
Pino Stancari sj

Un modo nuovo di vivere
Capitolo 5,21 – 6,9

La lettera agli Efesini che stiamo leggendo è un testo impegnativo. Più leggo e rileggo queste pagine più mi commuovo perché si sente che c’è sotto un pathos che, per quanto sia trasmesso con un linguaggio teologico molto ricercato, in realtà è proprio l’espressione forte, urgente, dirompente di una tensione patetica: la contemplazione di Paolo mentre è in carcere a Cesarea. Il Mistero, quel disegno che Dio ha realizzato, secondo modalità tutte sue, ci pone in relazione con la signoria di Cristo e in questa tutto si compie, si riconcilia, si ricompone; tutto della nostra condizione umana, della storia, del passato, dell’avvenire, tutto per quanto riguarda il coinvolgimento di ogni creatura nello spazio e nel tempo.

Vi parlavo inizialmente di una situazione problematica da un punto di vista pastorale nella quale Paolo interviene, ma poi, in realtà, la preoccupazione di correggere, moderare, precisare è ampiamente sopraffatta dall’urgenza della contemplazione, soprattutto nei primi tre capitoli, ma ancora adesso, nella seconda parte della lettera, dal cap. 4 a seguire (siamo arrivati al cap. 5, v. 20). (…) Paolo ci invita, ci incoraggia, non in forma propriamente magisteriale, ma con la potenza straordinaria e commovente della testimonianza che proviene da un povero cristiano ridotto in una situazione di miserabile prigionia, in un carcere disgustoso, ma tutto proteso verso la contemplazione del Mistero. (…)

Fino al v. 20 del cap. 5 Paolo ci ha parlato di quel passaggio che conferisce una singolare ed entusiasmante novità alla nostra vita cristiana che appunto possiamo denominare “cristiana” proprio perché è vita in Cristo, immersa nella comunione con Lui che è l’unico Signore. In questa appartenenza a Lui, in questo nostro ormai acquisito trasferimento dalla dipendenza da altre false, presunte e abominevoli signorie, a Lui e alla sua Signoria, alla relazione con Lui, unico Signore, tutto si viene trasformando per quanto riguarda il nostro modo di vivere. (…)

Siate sottomessi in obbedienza alla Signoria di Cristo

Dal cap. 5, v. 21 fino al cap. 6, v. 9 Paolo ci rivolge incoraggiamenti che sono sempre più mirati a illustrare come per davvero le relazioni, in virtù delle quali possiamo intendere e gestire la nostra vocazione alla vita, sono trasformate.

V. 21: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. Questo è un versetto che fa da titolo alle pagine che seguono, dal v. 22 al v. 33: le relazioni fra uomini e donne, mariti e mogli. Dal v. 1 al v. 4 del cap. 6 le relazioni tra figli e genitori; nei vv. da 5 a 9, le relazioni tra schiavi e padroni: sono tre tipologie di relazionamento che sono più che mai esemplari strutturali nell’impostazione della vita. Uomo, donna; genitori e figli che appartengono a generazioni diverse e successive; schiavi e padroni, siamo nel pieno dell’organizzazione sociale e dell’attività produttiva. Tutto, adesso, è da reinterpretare in rapporto alla signoria di Cristo. E quando dice “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”, il peso dell’affermazione non sta nell’esercizio della sottomissione (che è tutto da intendere e Paolo adesso ci viene incontro), ma in quel riferimento alla signoria di Cristo: “temere” è esattamente assumere quell’atteggiamento che è espressione di una radicale, profonda, autentica apertura del cuore umano in rapporto al mistero che ci è stato rivelato. Il timore non è lo spavento, lo sgomento, il terrore, ma è questa intima apertura del cuore umano che si consegna alla relazione con il Mistero: la signoria di Cristo. (…)

Siate sottomessi gli uni agli altri”: questo invito alla sottomissione non è casuale; infatti è su questa lunghezza d’onda che Paolo riprende il discorso con le raccomandazioni che seguono. Sottomissione in riferimento alla signoria di Cristo: c’è un modo di star sottomessi gli uni agli altri che non è un atto di ossequio a chi è più forte, più autorevole, più anziano, ma un modo che si realizza, si esplica, si esprime nella concretezza del nostro vissuto umano in obbedienza alla signoria di Cristo: questo è il dato determinante. Non è una raccomandazione generica che ci invita ad essere dimessi, rinunciatari, possibilmente un po’ assenteisti e più pronti che mai a obbedire, per evitare grane, a chi fa la voce più grossa. Sottomessi gli uni agli altri “nel timore di Cristo”: questo è fondamentale. Se non capiamo l’insistenza di Paolo su questo riferimento alla signoria di Cristo, tutto quel che riguarda la novità di cui dobbiamo renderci conto e per cui la nostra condizione umana è ristrutturata dalle radici ci sfugge.

Le mogli

Vv. 22-24: “Le mogli siano sottomesse ai mariti”: è un messaggio che non è sempre molto gradito e soprattutto non molto comprensibile perché sembra un invito a ridurre la donna a una situazione di sudditanza che diventa poi di oppressione ingiusta, dove solo la prepotenza o addirittura la ferocia del genere maschile riporta vittoria, ma in un contesto massimamente depravato. E, allora, che cosa sta dicendo Paolo? Leggiamo: “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore”. E’ vero che a noi sembra un discorso delicato perché si fa presto a far riferimento al Signore quando di fatto poi il maschio di turno approfitta della debolezza intrinseca al genere femminile. Per Paolo questa sottomissione all’uomo è per la donna il suo modo nuovo di vivere nella relazione con la signoria di Cristo. Per Paolo questa è un’affermazione massimamente liberante per la donna. Naturalmente non coincide con le affermazioni del femminismo corrente, più o meno acculturato, ma c’è di mezzo la signoria di Cristo. Che cosa vuol dire per la donna appartenere alla signoria di Cristo e scoprire, in questa signoria, che essa, in quanto donna, è fatta per l’uomo, è creata per l’uomo, è a servizio dell’uomo?

Il marito infatti è capo della moglie (un’espressione più aspra di questa non ce la potevamo certo immaginare. Il fatto è che “il capo” qui non vuol dire “comandante”; vuol dire il principio di riferimento, quella presenza in base alla quale ci si orienta e si compone un intreccio e si sviluppa tutto un percorso) come anche Cristo è capo della Chiesa”. Non l’uomo comanda sulla donna perché normalmente è un po’ più alto e più forte, ma “come Cristo è capo della Chiesa”, come Cristo è il punto di riferimento in rapporto al quale la Chiesa si costituisce. E la Chiesa si costituisce non perché è strumentalizzata, violentata, schiacciata, oppressa, ma perché è vivificata, generata nella comunione; tanto è vero che subito dopo Paolo dice: “lui che è il salvatore del suo corpo”. La Chiesa è il corpo di Cristo e la testa qui non è l’equivalente della plancia di comando, ma è quella presenza attorno alla quale e in virtù della quale il corpo vive; e questo non è motivo di avvilimento per il corpo, è esattamente la qualificazione dell’essere femminile come corpo dell’uomo così come la Chiesa è corpo di Cristo: la Chiesa incorporata in Cristo, non un’aggiunta, un riversamento strumentale che approfitta di appendici più o meno gradevoli, ma è la Chiesa inserita in un rapporto di comunione che è introdotto nella profondità del Mistero, nell’intimo di Cristo. Laddove Cristo è Signore, la Chiesa è presente non come un accessorio, ma come una realtà che ormai gli è incorporata.

E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto”. In questa affermazione non c’è disprezzo, avvilimento, l’accantonamento della presenza femminile a un ruolo marginale, accessorio, gregario, ma c’è, per Paolo, la piena valorizzazione dell’essere femminile che trova il compimento della propria vocazione originaria nell’essere abilitata a valorizzare la vocazione umana dell’essere maschile. Questo è l’antico racconto biblico (Gn., cap. 2): ricordate come Dio crea Adàm e poi Adàm è solo. E’ in grado di dialogare con le cose, con gli animali, di dare un nome a tutto, ma non è in grado di dare un nome a se stesso: Adàm non sa di essere umano finchè il Signore Dio non gli porge la donna. E’ la donna che umanizza l’uomo, che fa di Adàm un essere umano. E in questo essere incorporata nell’uomo la donna non è avvilita ma è valorizzata nella straordinaria novità che ormai è attuata dal momento che tutto avviene in Cristo perché in realtà tutto quello che era il piano originario è stato sconvolto: il peccato, le conseguenze del peccato e tutta una serie di disastri per cui la relazione interpersonale è inquinata, deviata, destrutturata. Ma adesso, in Cristo, le relazioni sono ricomposte in modo così sorprendentemente nuovo, affascinante, commovente. La donna non può più essere confusa, come avviene per l’uomo dopo il peccato, con un pezzo di mondo: l’uomo è abituato a dialogare con le cose e, dopo il peccato, l’uomo si abitua a considerare anche la donna come una cosa. E’ il peccato che destruttura la relazione.

(…) E adesso tutto in Cristo si viene ricomponendo e non si tratta semplicemente di un ritorno all’indietro, ma di una novità che apre orizzonti straordinariamente nuovi: essere donna in Cristo, essere donna che, immersa nel mistero di Dio, si rivolge all’uomo senza essere prigioniera di risucchi di ordine idolatrico. E viceversa: anche l’uomo, che non ha più a che fare con la donna confusa, un frammento, una cosa di questo mondo, come l’altra persona ritrovata in Cristo.

I mariti

Vv. 25-33: “E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua (il battesimo e dunque Cristo, la Chiesa e attraverso la Chiesa tutta l’umanità e tutta la creazione viene ridisegnata in obbedienza a questa celebrazione nuziale che più ampia, ecumenica, completa di così non potrebbe essere: in Cristo) accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunchè di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo…”. (…) L’uomo in Cristo scopre finalmente che è possibile incontrare l’altra persona che è veramente “altra”, veramente persona, che non è una cosa. Così come la donna è in grado di incontrare l’uomo e non è un idolo, è un dono di Dio.

“… Chi ama la propria moglie ama se stesso”. E’ un linguaggio di per sé molto sospetto perché sappiamo bene che non bisogna amare se stessi: sembrerebbe un invito all’egoismo. Ma qui è proprio il Mistero che ci viene incontro laddove la nostra soggettività umana finalmente è liberata. Laddove la solitudine opera alla maniera di un risucchio terribile (per cui tutto quello che nel mondo c’è attorno a noi, compresa la donna, diventa una presenza che viene trascinata in quel vortice autoreferenziale dove la soggettività domina come valore assoluto), proprio lì una novità: amare la propria carne è amare un’altra persona. E l’incontro tra l’uomo e la donna non è più uno scontro tra egoismi che si arrabattano nel tentativo di recuperare spazi di autonomia o di dominio, secondo la logica della difesa o dell’aggressione possessiva; adesso l’uomo è in grado di amare e la donna è in grado di rivelare la presenza di Dio nella relazione con l’uomo. Questo avviene in Cristo. (…)

Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa , poiché siamo membra del suo corpo”. E’ costante, insistente, martellante questo riferimento; noi siamo in comunione con Lui, con il suo Corpo glorioso, affidati alla sua Signoria, in relazione di vita con Lui; e questo essere in relazione di vita con Lui non fa di noi degli angeli, ma degli uomini e donne che scoprono come le relazioni interpersonali sono trasformate in virtù della sua Signoria. E qui cita il testo famoso, Gn. Cap. 2: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!”. Cristo è lo sposo e la Chiesa è la sposa; e qui l’umanità e tutto quello che nella creazione fa da corredo alla sposa nella celebrazione nuziale: tutto si viene riempiendo nella comunione con il Corpo glorioso di Cristo.

Ricordate la benedizione introduttiva: in Cristo… in Cristo… in Cristo. Ecco, adesso, questo Mistero è grande. Questo è il Mistero che adesso abita nelle relazioni tra l’uomo e la donna. Ed è un Mistero operoso, efficace, redentivo; è un Mistero che riconduce l’uomo alla gioia purissima, gratuita, esaltante – come ci viene descritta nel cap. 2 del Genesi – dell’incontro con l’altra persona umana: “carne della mia carne, ossa delle mie ossa”. In Cristo è possibile per l’uomo incontrare l’altra persona umana e in questo modo l’uomo può ritrovare, ristabilire, ristrutturare tutto il modo di relazionarsi con il resto del mondo e rispondere a Dio che chiama: in Cristo. E, d’altra parte, è la donna che in Cristo è in grado di rivolgersi all’uomo in nome di Dio, non per consumarsi, sprecarsi, esaurirsi nell’obbedienza a una figura idolatrata. E’ la donna che può finalmente rispondere alla propria vocazione così come è stata consegnata fin dall’inizio, dalla mano di Dio, all’uomo.

Il v. 33 ricapitola tutta la pagina che abbiamo letto: “Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito”. Siamo rimandati a quel “timore di Cristo”, del v. 21: la donna sia rispettosa, tema il marito nel senso che ormai abbiamo messo a fuoco; “voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso”, in questa scoperta così sorprendente per cui amare l’altra persona significa amare se stessi senza perdersi nell’inferno del proprio egoismo, ma aprendosi alla relazione con il mondo intero e con Dio creatore unico, in Cristo. “Ami la propria moglie come se stesso e la donna sia rispettosa verso il marito”: è proprio in questo essere rivolta all’uomo che la donna dimostra di essere radicalmente, intimamente aperta alla relazione con il Mistero del Dio vivente, quel Mistero che si è presentato e rivelato a noi in Cristo. E proprio perché la donna è così radicalmente aperta, in Cristo, alla relazione con il Dio vivente può prendersi cura dell’uomo.

Questi versetti sono dotati di una potenza teologica inesauribile: le cose che cerco di dire, a modo mio, sfiorano appena appena, marginalmente i molti spunti su cui bisognerebbe ulteriormente riflettere, ma vi invito a ritornare su questi versetti, leggendoli e rileggendoli cercando sempre (e per questo insieme ci aiutiamo) di non restare condizionati da certi fraintendimenti che dipendono da l’uso di una certa terminologia che per noi prende significati circoscritti, univoci, non adeguati all’ascolto della pagina biblica e all’ascolto di una Parola come quella che Paolo ci ha voluto comunicare. Molto forte è l’esperienza di quella novità, in Cristo, che noi potremmo definire “l’intimità” nel senso di quella scoperta per cui la vocazione altrui è interna alla vocazione propria; questa scoperta di come la vocazione di un’altra persona – che sia la donna per l’uomo o l’uomo per la donna, ma che poi è la vocazione degli altri, dell’umanità – è interna alla vocazione propria; non aggiuntiva o alternativa, pericolosa o addirittura una minaccia, un’insidia. Se la donna mi seduce sono perduto, se l’uomo mi domina divento schiava. La vocazione altrui interna alla propria è intimità. Questa riscoperta dell’intimità nella nostra condizione umana è Mistero di Dio che non è riservato ai giochi della mente che va speculando tra le nuvole, ma Mistero di Dio che si è inserito, insediato, penetrato fin nelle zone più profonde, nascoste, oscure, angoscianti della nostra vicenda umana. Nel nostro intimo, laddove siamo ricondotti alla nostra identità, non abbiamo più da spaventarci o ossessionarci dal fatto di dover fare i conti con un’immagine mostruosa di noi stessi; non è più così. Nell’intimo è la novità, la gratuità, la bellezza, l’originalità, la libertà della vocazione altrui. Questo è un mistero grande, dice Paolo.

Figli e genitori

Cap. 6, vv. 1-4: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. (attenzione, perché qui Paolo non dice semplicemente “obbedite ai genitori perché sono più vecchi di voi, più robusti, la sanno più lunga; oppure perché dopo vi premieranno o perchè vi troverete bene nella vita”. Non dice questo perché dice “nel Signore”, di nuovo. Non è un’aggiunta casuale, è un ritornello martellante. Che cosa vuol dire per i figli aderire alla relazione con i genitori nel Signore? Ancora: “Onora tua padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra”. Sta citando il testo che leggiamo due volte nell’Antico Testamento: Esodo, 20 e Deuteronomio 5. (…) Loro sono la dimostrazione per te che tu non ti appartieni, che sei depositario di un dono che scaturisce dal grembo fecondissimo del Dio vivente”. Vedete: “Obbedite nel Signore”. I genitori possono essere un po’ invecchiati e bacucchi, possono anche essere riprovevoli in tante loro prese di posizione; non sono automaticamente incorniciati all’interno di un’aureola consacrata dalle consuetudini sociali; ma sono comunque il tramite di quella corrente di vita che sgorga dal grembo di Dio. E tu vivi in quanto sei figlio e in quanto i tuoi genitori sono stati per te il tramite di quella fecondità che appartiene a Dio. (…)

V. 4: “E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore”. Dice ai genitori: non inasprite i vostri figli, non rivolgetevi a loro con quella collera che li incapsula, li contiene, li circoscrive; non catturateli imponendo loro il diritto della vostra collera. Spesso i figli sono motivo di insofferenza, di delusione, di preoccupazione per i genitori; questo è abbastanza prevedibile e comunemente sperimentato. Ma Paolo dice: “allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore”. Ecco di nuovo il punto su cui bisogna insistere: questi figli sono oggetto di un amore, di una cura, di una premura provvidenziale da parte del Signore, sono educati da Lui. (…)

Gli schiavi

Vv. 5-8: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni”. Il fatto è che Paolo non affronta la questione di carattere istituzionale, non scrive ai cristiani di Efeso e dintorni per dire loro “da questo momento in poi l’istituto della schiavitù è abolito” (non sarebbe stato neanche sensato). Non è una questione di carattere amministrativo, giuridico o istituzionale quella che viene impostata qui. E’ una questione sostanziale, radicale, che riguarda il modo di stare nella relazione dal momento che il Mistero invade le relazioni e dal momento che chi si trova in questa collocazione che, dal punto di vista giuridico, chiamiamo “schiavitù”, è nel Signore. “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo (noi diremmo: qui è proprio la teocrazia imperante. Ma questa semplicità di cuore, questo obbedire a Cristo con timore e tremore è il motivo di quella libertà per cui, quale che sia la condizione di vita, è veramente tutto nuovo) non servendo per essere visti come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini”. (…)

I padroni

V. 9: “Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo (gli schiavi sono il modello per i padroni) verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo, e che non v’è preferenza di persone presso di lui”. Non è, ripeto, in questione il processo evolutivo che mette in gioco l’assetto della società: questo avverrà nel corso delle generazioni e di qualche secolo; l’istituto della schiavitù verrà cancellato anche se poi riemerge in tanti modi. Ma non è la preoccupazione di Paolo questa; non si tratta di andare dai padroni e spiegare loro come devono procedere in base a principi solidaristici di economia politica, ma si tratta di scoprire come tutte le relazioni sono veramente trasformate, nell’intimo del cuore, per quanto adesso ci è dato di essere in relazione con la signoria di Cristo. E che ci sia dato di essere in relazione con la signoria di Cristo per Paolo non si discute; è il motivo stesso per cui l’evangelo ci ha raggiunto e l’abbiamo accolto; la nostra vita è entrata in questa prospettiva nuova. Che cosa vuol dire la signoria di Cristo, l’unico?. Non si tratta di sostituire una retta gestione delle cose con un’altra; queste sono problematiche di ordine accessorio che troveranno soluzioni sempre un po’ approssimative e discutibili e sempre occorrerà inventare ulteriori equilibri, ma, intanto, è proprio divelta quella profonda contraddizione per cui, quando Paolo si rivolge ai padroni, può dir loro: “voi non avete altro modello a cui adeguarvi che non sia quello degli schiavi che vi evangelizzano”.

Capitolo 6,10-24
Il combattimento spirituale

(…) Abbiamo letto fino al cap. 6, v. 9. Parlavamo la volta scorsa di come sono nuove le relazioni interpersonali, l’ambiente sociale; relazioni che sono proprio elementi strutturali nella nostra vocazione alla vita. Tutto è nuovo dal momento che noi siamo inseriti nel mistero di Cristo. E, d’altra parte, è proprio la vita che è ristrutturata in tutta la sua dinamica e, dunque, tutte le relazioni sono ristrutturate per quanto riguarda la loro qualità da recuperare in rapporto a quella che è stata l’originaria vocazione alla vita secondo l’intenzione di Dio. Tutto in Cristo si è rinnovato. Si tratta di rivestirsi di Cristo, di assumere pienamente quelle nuove configurazioni strutturali che danno alla nostra vita, nel tempo e nello spazio, una fisionomia che porta con sé la potenza inesauribile di quel mistero di cui non siamo ormai solo spettatori, ma nel quale ci troviamo immersi, risucchiati, sprofondati, coinvolti: il mistero di Dio a noi rivelato in modo tale che tutto del mondo in quel mistero è “tuffato”. E’ la signoria di Cristo; non è una presa di potere dall’esterno, ma è quella novità che ci visita in tutte le dimensioni della nostra condizione creaturale e ci sigilla nella comunione con la vita stessa di Dio.

Rivestiti dell’armatura di Dio

Il testo che leggiamo, gli ultimi versetti della Lettera, si articola in due momenti, due esortazioni: dal v. 10 al v. 17 e dal v. 18 a seguire (fino al v. 20 perché poi ci sono versetti che contengono le notizie conclusive e il congedo). La prima esortazione, dal v. 10 al v. 17, ha come suo tema determinante il combattimento. Poco fa vi parlavo della dolcezza che è propria dell’animo contemplativo e paradossalmente adesso Paolo si rivolge a noi per esortarci al combattimento: tutto dimostrerebbe la contraddizione con l’affermazione di poco fa perché il combattimento è aspro, urgente, pressante, violento, spietato.

Nei versetti seguenti l’esortazione è rivolta ai cristiani che, attraverso l’esperienza del combattimento, imparano a pregare.

Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza”. Siamo ingaggiati in un’avventura che comporta impegno serio, rigoroso, esigentissimo: c’è di mezzo un combattimento, ma Paolo ci parla di un combattimento che ci coinvolge in quanto siamo nel Signore, e questa sottolineatura non è affatto casuale. E’ un combattimento che coincide con quel radicamento nella comunione con il mistero del Dio vivente che si è rivelato a noi di cui Paolo ci ha parlato in lungo e in largo nel corso della Lettera; ma, adesso, quella nostra immersione, quel nostro “tuffo”, quello sprofondamento nella comunione con il mistero del Dio vivente, là dove noi, con tutte le nostre relazioni vitali, i nostri impegni, con tutto quel che ci riguarda in quanto creature nel tempo e nello spazio, apparteniamo alla signoria di Cristo, tutto questo assume, in queste battute finali della Lettera, una fisionomia singolarmente combattiva. E’ vero, ma occorre precisare meglio.

Rivestitevi dell’armatura di Dio”. Paolo parla di una “panoplia”, un’armatura. Vedete che non è un combattimento che può essere definito in sè e per sè: è un combattimento che ci riguarda in quanto apparteniamo al Signore e in quanto noi siamo rivestiti dell’armatura di Dio. Il combattimento per il quale siamo ingaggiati è il combattimento nel quale Dio stesso ha già dimostrato le sue capacità di guerriero e ha riportato vittoria. Si parla a più riprese nell’Antico Testamento di questa intraprendenza di Dio in quanto guerriero che affronta il combattimento e riporta vittoria. Le esemplificazioni sarebbero innumerevoli; un caso classico, forse più di ogni altro, in Esodo, cap. 15: il Signore che affronta il faraone, che scende in campo, che sgomina in battaglia l’avversario, “il Signore è un guerriero, cavaliere potente, ha sgominato l’esercito del faraone”. E’ quello che cantano quanti hanno attraversato il mare, il cantico che è sempre presente nella liturgia di Pasqua, nella veglia pasquale: “Voglio cantare in onore del Signore: perché ha mirabilmente trionfato, ha gettato in mare cavallo e cavaliere”. E così in numerosi altri testi che conferiscono al Signore la fisionomia del combattente e del vittorioso in quanto sa come intervenire con le armi opportune e sgominare l’avversario.

Quello che a noi interessa qui è esattamente questo riferimento all’armatura di Dio. Leggevamo a suo tempo la raccomandazione che Paolo rivolge ai cristiani “Rivestitevi di Cristo”: è un rivestimento battesimale; Paolo ribadisce ancora una volta il valore di quella immersione battesimale che ci coinvolge nella radicale intimità della comunione di vita col Dio vivente, così come si è rivelato a noi col suo Figlio, Gesù Cristo e con la potenza dello Spirito Santo. Questo rivestimento battesimale (“Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo”, Lettera ai Galati) qui assume la forma di una predisposizione al combattimento.

E insiste Paolo: “per poter resistere alle insidie del diavolo”. Resistere si può tradurre “per stare in piedi”: è un conflitto nel quale si riporta vittoria restando in piedi in rapporto all’avversario che viene individuato nel diavolo, il divisore. Già si parlava di questo diavolo nel cap. 4, v. 27; l’avversario che è insidioso, petulante, micidiale, invadente nelle sue insidie, tanto è vero che in greco Paolo usa l’espressione “gli interventi metodici del diavolo”; il diavolo ha una sua metodologia. L’avversario non è estemporaneo, occasionale, un interlocutore che ogni tanto si sveglia, scatena la sua aggressione e poi, latente, si assopisce: è un’avversità metodologica.

Per fronteggiare l’avversario che è sistematicamente incalzante nella sua aggressività bisogna stare in piedi. E Paolo insiste: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne (non è un combattimento comparabile ai criteri correnti nei quali si intendono conflitti, aggressioni, scontri, contrapposizioni, schieramenti che urtano uno contro l’altro), ma (e qui elenca quattro tipologie che servono a raffigurare in maniera più precisa quell’avversario che è stato citato in maniera generica, il diavolo) contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Quattro espressioni che proviamo a passare in rassegna in modo da renderci meglio conto.

Non è la prima volta che Paolo usa questo linguaggio; già nel capitolo primo leggevamo quel suo incoraggiamento a restare radicati nell’appartenenza alla signoria di Cristo e non essere preda di quelle situazioni ambigue che rischiano sempre di compromettere l’autenticità della vita cristiana; e qui ci parla del diavolo sotto queste quattro forme descrittive. E’ sempre il medesimo avversario, ma assume una fisionomia cangiante a seconda dei casi e val la pena di notare che dove, nel v. 12, leggiamo “la battaglia”, lui usa un termine greco che indica una rissa, un conflitto corpo a corpo, una colluttazione, un tipo di conflitto che non possiamo rinviare alle grandi scenografie degli schieramenti tra crociati e infedeli, ma è una colluttazione continua, che ci riguarda in ogni ambiente, in ogni luogo, che ci assilla nella dimensione visibile e invisibile del nostro vissuto, che incrocia i nostri passi anche nelle strade più nascoste e solitarie che stiamo percorrendo. Paolo dice: “il nostro avversario con sistematica puntualità, con precisione micidiale continua a tallonarci, a stringerci ai fianchi, a batterci proprio sul viso, dovunque ci volgiamo e comunque pensiamo di poterci districare o di avere raggiunto una posizione di sicurezza”.

I “Principati” sono qualcosa che potremmo definire come i principi di riferimento; per fare un esempio banale, tanto per intenderci, la salute, la malattia o la carriera. Principi di riferimento in base ai quali si interpreta il senso della vita e principi di riferimento in base ai quali la vita si trova intrappolata dentro al meccanismo insidioso che il diavolo a modo suo gestisce: lo stato sociale. Il benessere, il successo sono principi di riferimento che assumono il volto di quell’avversario che ci stringe, ci risucchia, ci svuota, ci imprigiona, ci intrappola, si impossessa di noi. E allora non è più la signoria di Cristo il riferimento determinante, vitale per noi.

Le “potestà” sono strutture di dominio, come potrebbero essere, per fare esempi un po’ banali, un diploma scolastico, un diploma universitario o professionale, la cittadinanza, vincoli di parentela, la lingua, la casa in cui abitiamo, il vestito che indossiamo. Quando parla di “potestà” parla di quello che avviene continuamente nella rissa domestica, nella rissa stradale, nella rissa sociale, di quello che avviene quotidianamente nella nostra strada, la strada della vita.

Il nostro nemico non è “carne e sangue” ma principati, potestà e “dominatori di questo mondo di tenebre”: io tradurrei “i registi delle ombre o il gioco delle ombre”, con la regia che è competenza di chi si abitua a questo certo sistema e al momento opportuno ne approfitta. Pensate alle mode, giochi d’ombra, quel certo modo di illuminare e corrispondentemente oscurare la realtà in modo tale che appaia e scompaia quello che corrisponde all’intenzione di un regista che gioca con le ombre. La cosiddetta opinione pubblica è un gioco dove la scena si illumina o si oscura a seconda di come si muovono i fari, i riflettori e a seconda di come si provocano certi riflessi, certi giochi, certe allusioni: giochi d’ombra. Tanti sistemi che interferiscono con le nostre relazioni sociali o con l’organizzazione della vita sociale e anche della vita religiosa; interferiscono nel senso che gettano ombre nel discernimento a cui le coscienze sono chiamate. (…)

E insiste, quarta tipologia: “gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”; io tradurrei “la spiritualità della cattiveria”, che è il massimo; quelle forze spirituali – chiamiamole pure così – che in realtà si appoggiano sulla cattiveria, solleticano la cattiveria: una spiritualità che promuove la cattiveria. Spiritualità in senso ampio, ma, per fare un altro esempio, la “sicurezza” che diventa un valore assoluto, sacro, divino. E sicurezza allora cosa significa? Respingimenti, fili elettrici sul balcone per mandare all’altro mondo qualche gatto. Oppure il diritto alla vacanza. Cosa vuol dire? Lo spirito si deve ricreare. Quale spirito? L’ambiguità giunge a compromettere, inquinare, deturpare, abbruttire anche i dati che di per sé potrebbero essere considerati come espressioni sane e estremamente positive della nostra condizione umana. Pensate all’eredità, un istituto che ha un suo valore pressoché sacro nel nostro modo di appartenere alla discendenza umana, alla storia di una famiglia, e a come un’eredità diventa l’incentivo più dirompente che esaspera il crogiolo delle cattiverie. Come è possibile? Lì c’è l’avversario. Tutta la cosiddetta pastorale delle nostre chiese è interpellata: tante volte avviene che di fatto la nostra predicazione promuove una spiritualità della cattiveria. (…)

Prendete perciò l’armatura di Dio (v. 13), perché possiate resistere nel giorno malvagio”. I giorni sono difficili, Salmo 49, v. 6, giorni aspri, duri, ma senza stare adesso ad imprecare perché i tempi sono cattivi perché non è che lo sono indipendentemente da noi, sono i nostri tempi. Ma in questi tempi noi siamo dotati dell’armatura di Dio per resistere, “e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove” che comunque non ci saranno risparmiate. (…) “State dunque ben fermi” (per la terza volta Paolo usa quello stesso verbo).

E adesso ci dà una sommaria descrizione di questa “panoplia”, di questa armatura. Rimarca più volte la fierezza della resistenza nell’atto di restare in piedi e poi, sommariamente, cita i pezzi dell’armatura. Anche qui abbiamo a che fare con diverse citazioni dell’Antico Testamento, quelle scritte in corsivo, (ce n’è una in particolare su cui poi tornerò, nel libro di Isaia).

Cinti i fianchi con la verità”: il primo pezzo dell’armatura è la cintura; Paolo mette la cintura in rapporto alla verità, la verità non in senso concettuale ma nel senso della solidità, della stabilità. Notate bene che questa solidità è un pezzo dell’armatura di Dio ed è esattamente quell’armatura che adesso noi rivestiamo. Noi siamo in grado di affrontare il combattimento ed è un combattimento in cui già siamo vincitori perché siamo rivestiti: una coerenza, una fedeltà, una stabilità, una pazienza nella posizione che ci è stata conferita, quella posizione che ci ha, per l’appunto, collocati nella comunione con il mistero a noi rivelato.

Il secondo pezzo dell’armatura è la “corazza della giustizia”: la corazza è il pettorale ed è messo in rapporto alla giustizia. Il pettorale serve per sostenere l’impatto. La giustizia, nel linguaggio biblico, è la capacità di sostenere il peso altrui e qui il pettorale è esattamente, nella nostra vita cristiana, la capacità di sopportare l’urto con il peso altrui e di sopportare il peso altrui. Ancora una volta non c’è da pensare a chissà quale avanzata strepitosa, ma là dove si è radicati in una posizione di paziente fedeltà, ci si trova abilitati a sopportare il peso delle situazioni.

Terzo pezzo: “e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace”; questa è la citazione di un famoso poema nel libro di Isaia, cap. 52: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio»”. Le calzature sono considerate non tanto in se stesse, ma perché servono a rendere agile il movimento dei piedi anzi a favorire la corsa della evangelizzazione. Il terzo pezzo dell’armatura in rapporto alla continuità, coerenza, coraggio nella trasmissione dell’evangelo, accolto e proclamato: la corsa, dove ancora una volta tutto si volge nel senso di un consumarsi della nostra vita al servizio dell’evangelo in una positività assoluta, dove non si tratta di eliminare l’avversario, si tratta di evangelizzare.

Quarto pezzo: “Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno”. Lo scudo, uno strumento difensivo, che viene messo in rapporto alla fede come esercizio di libertà, è in grado di spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Lo scudo sta nella fede e sta nell’esercizio della libertà che esorcizza tutte le asprezze anche le più aggressive, incisive, trafiggenti con cui l’avversario riesce a scatenarsi.

Quinto elemento: “prendete anche l’elmo della salvezza”. L’elmo serve a coprire il capo che è la componente più preziosa del corpo umano; quindi l’elmo ci rimanda a ciò che è veramente il valore per eccellenza di tutto questo combattimento: l’elmo della salvezza. Questa colluttazione continua nella quale siamo impegnati non perde mai di vista che il valore per eccellenza, il valore supremo, quello decisivo a cui bisogna rivolgersi sta in quell’opera di salvezza che riguarda, nell’intenzione di Dio, la storia umana.

Sesto pezzo: “la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio”. La spada, come altre volte leggiamo nell’Antico Testamento, è la parola di Dio, ascoltata, consegnata, trasmessa, testimoniata; e la Parola è inseparabile dal soffio dello Spirito, è la Parola nel soffio dello Spirito, è la Parola non soltanto proclamata come rumore dalla bocca, ma sostenuta, interpretata, motivata, riempita di significato dal soffio dello Spirito: questa è la spada.

Qui conviene, tra tutti i testi dell’Antico Testamento, ricordarne uno che leggiamo nel libro di Isaia, cap.11: uno dei grandi oracoli messianici. “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, (è uno degli oracoli dell’Emmanuele, il Messia: è in lui che lo Spirito sarà deposto in tutta la sua potenza carismatica) spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore”. (E’ l’Emmanuele, questa figura messianica che, impregnata di tutte le qualità carismatiche) “giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese. La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà”. Paolo sta citando Isaia. Rivestire quell’armatura fa veramente tutt’uno con quello che Paolo ci diceva precedentemente: rivestirsi di Cristo, nella comunione con il Figlio, morto e risorto; il Figlio, protagonista dell’impresa redentiva, il Figlio che ha portato a compimento l’opera della salvezza.

Affidati allo Spirito nella preghiera

Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito”. (…) Siamo esortati al combattimento, siamo esortati alla preghiera: è il combattimento che si sviluppa, per una sua intrinseca necessità, nella preghiera, ma la preghiera in quanto è esattamente la ricapitolazione e la completezza del nostro combattimento, il nostro affidamento allo Spirito. Nel soffio noi, ormai, siamo in comunione con la signoria di Cristo che ha vinto; nel soffio, nell’affidamento, là dove siamo spossessati, espropriati, sradicati, svestiti per essere rivestiti. Allora la preghiera non si aggiunge, è la ricapitolazione completa, matura, esauriente di quel combattimento, di quella rissa. “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche (non sta a precisare quale preghiera, se di lode, di supplica, di intercessione) nello Spirito”, questo è il punto. E’ come dire in comunione con l’Emmanuele: su di lui lo Spirito è stato effuso, Spirito di sapienza, di consiglio, di conoscenza, ecc. Si tratta di vivere nel soffio.

Siamo alle ultime battute della Lettera e Paolo ci investe non solo con la sua parola ma col suo soffio; non per nulla ha appena accennato a quella parola di Dio che noi ascoltiamo e testimoniamo in quanto siamo attraversati dal soffio dello Spirito. “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi (…), e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere”. Paolo qui parla ancora una volta di se stesso e della sua condizione di carcerato. (…)

La nostra vita, rivestiti dall’armatura di Dio, ci proietta sulla scena del mondo come depositari di una Parola che raggiunge ogni interlocutore nel suo vissuto, nella pesantezza del suo dramma, nell’intimo del cuore; lo raggiunge in quanto è il soffio che circola in noi, quello stesso soffio che, nella sua pienezza, è stato effuso sull’Emmanuele, di cui è impregnato Cristo. E noi siamo crismati del suo unguento, profumati del suo profumo, attraversati dal soffio di cui Lui vive nella sua vittoria, ormai glorioso e definitivo. “Anche se io sono in catene – lo dice espressamente – sono un ambasciatore, un evangelizzatore; evangelizzo in catene”. “Pregate per me perché io possa evangelizzare con franchezza, come è mio dovere”: sta in piedi, rivestito dell’armatura di Dio.

Saluto finale

Desidero che voi sappiate come sto e ciò che faccio; di tutto vi informerà Tìchico (è il latore della lettera destinata a circolare fra le chiese), fratello carissimo e fedele ministro nel Signore. Ve lo mando proprio allo scopo di farvi conoscere mie notizie e per confortare i vostri cuori”. Notate bene come Paolo ha appena accennato alla sua condizione di carcerato: “in questo mio carcere – probabilmente a Cesarea – sono evangelizzatore. Tichico è inviato a voi come ambasciatore”. Là dove lo Spirito di Dio ha impregnato l’Emmanuele e noi apparteniamo alla Signoria di Cristo, di Lui che è l’Unto, il profumato, là dove noi siamo alle prese con la lotta quotidiana (che per Paolo vuol dire trovarsi in un carcere con un procedimento giudiziario a suo carico), tra di noi la comunicazione è libera, è aperta all’accoglienza più serena e costruttiva.

Pace ai fratelli, e carità e fede da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo. La grazia sia con tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo, con amore incorruttibile”. Tra me e voi la signoria di Cristo, questa comunione indissolubile, incorruttibile (dice Paolo); non c’è incidente, avversità, caduta o smarrimento, debolezza che possa rimuovere o addirittura escludere o cancellare quella novità per cui tra me e voi circola l’unico soffio del Dio vivente in virtù del quale siamo in grado di accoglierci vicendevolmente e affidarci gli uni agli altri perché apparteniamo alla signoria di Cristo.

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 30/10/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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