COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

Lectio sulla Lettera ai FILIPPESI (1)

XXX-XXXI Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

Vedi File in PDF (tutto il testo):
Lectio Filippesi Il-Vangelo-alla-base-di-tutto

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IL VANGELO ALLA BASE DI TUTTO
Lectio della lettera ai Filippesi
(Capitolo 1)

INTRODUZIONE

1) Che cosa è e di che cosa si tratta

Filippesi è una lettera molto confidenziale, “di intimità” (Ravasi), scritta da Paolo alla Chiesa di Filippi. Essa tratta, in estrema sintesi, due argomenti intimamente intrecciati: i rapporti personali di Paolo con la persona di Gesù Cristo, e i rapporti personali di Paolo con le persone della comunità cristiana di Filippi. L’interesse dello scritto è perciò sia cristologico che ecclesiologico. E proprio su questi due versanti si concentrerà la nostra meditatio.

2) A chi è destinata

La lettera è rivolta alla comunità cristiana di Filippi. che Paolo ha fondato nel 49 o 50 d.C. insieme con Sila, Timoteo e forse anche con Luca (At 16,10). La chiesa di Filippi, la prima in Europa (Filippi è in Grecia, precisamente nella regione della Macedonia), è così detta perché annessa alla Macedonia, nel 358 o 357 a.C., da Filippo II; ed è, ai tempi dell’apostolo, una colonia romana costituita in gran parte di greci e veterani romani e in minima parte di ebrei (lo si arguisce dal fatto che la città non ha una sinagoga). Dal punto di vista politico, la fortuna fu favorevole alla città. Infatti:

a) nel 42 a.C. la battaglia tra Bruto e Cassio da una parte e Ottaviano e Antonio dall’altra, con la vittoria di questi ultimi le valse il titolo di Colonia Iulia Philippensis;

b) nel 31 a.C. la vittoria di Ottaviano su Antonio ad Azio aggiunse alla città il titolo di Augusta victrix, una città che godeva già dello ius italicum, cioè del diritto romano conferito alle città italiche.

Dal punto di vista religioso, Filippi era sincretista: a divinità autoctone (Artemide, Cibele,…) si aggiungevano quelle romane (Apollo, Dioniso); era diffusa anche l’arte divinatoria (cfr At 16,16-25). Sotto il profilo economico, Filippi godeva di floridezza soprattutto per il commercio (sorgeva infatti sulla via Egnazia, la più importante arteria che collegava Roma all’Oriente, precisamente al Bosforo) e per la ricchezza di giacimenti minerari. Dal punto di vista sociologico, svolgevano un ruolo importante alcune donne; la prima convertita fu Lidia, commerciante di porpora (At 16,14); si ricordano anche Evodia e Sintiche (Fil 4,2-3).

3) Perché viene scritta

Paolo intende ringraziare i Filippesi per i doni a lui recati mentre è prigioniero – a Efeso (Fil 4,15; 2Cor 11,8-9) secondo alcuni studiosi (Penna ad esempio), o a Roma (Fil 1,12-13.14-18; 2,19-23; 4,21-22) secondo altri (ad esempio Bittasi) – da Epafrodito a nome dei Filippesi stessi. Siamo nel 56 o 57 d.C. (dunque 26 o 27 anni dopo la morte e risurrezione di Gesù), oppure nel 53-55, in ogni caso dopo Galati e Romani e prima di Filemone. A questo scopo immediato se ne aggiunge un altro più profondo: convincere i Filippesi a restare fedeli al vangelo di Gesù predicato da Paolo, vivendo nella gioia nonostante le persecuzioni; tale opera di convincimento viene fatta con tutta una serie di elogi (cfr Pitta, 2838).

4) Quali le somiglianze e le differenze con le altre Lettere

  • Con 2 Cor e Gal: in queste Paolo esprime tensione e polemica; in Fil, invece, intesa e gioia.
  • Con 1 Tess: in entrambe grande tenerezza e profondo affetto.

5) Qual è la struttura della Lettera

Ne propongo una dal punto di vista retorico-letterario (cfr Pitta, 2838).

I. Prescritto (1,1-2)
II. Ringraziamenti ed Esordio (1,3—11)
III. Prima autobiografia o “periautologia” (quest’ultimo termine indica “l’utilizzo argomentativo della narrazione di sé e delle proprie vicende”: Bittasi, 23) (1,12-30)
IV. Esortazione ed elogio di Cristo (2, 1-11
V. Assenza/presenza epistolare ed elogio dei collaboratori (2,13 – 3,1)
VI. Seconda autobiografia o periautologia (3,2 – 4,1)
VII. Paraclesi conclusiva (4,2-9)
VIII. Ringraziamento ed elogio dei Filippesi (4,10-20)
IX. Poscritto (4,21-23)

6) Qual è il genere letterario

Quello prevalente è l’elogio: di Cristo (2,5-11), di Timoteo (2,19-24), di Epafrodito (2,25-30), dei Filippesi (4,10-20), di Paolo stesso (1,12-26; 3,2 – 4,1).

7) Quali i temi più ricorrenti

A parte Gesù, Dio e lo Spirito: a) gioia, gioire, gioire insieme (16 volte); b) sentire, pensare, scegliere (11 volte), c) comunione, partecipazione (6 volte); d) vangelo (5 volte).

I LEGAMI CREATI DAL VANGELO
Fil 1,1-11

1Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. 2Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.
3Ringrazio il mio Dio ogni volta ch’io mi ricordo di voi, 4pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera, 5a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, 6e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. 7È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo. 8Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. 9E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, 10perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, 11ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.

A) LECTIO

v. 1.
a) Paolo associa a sé sullo stesso piano Timoteo: anche se non ha scritto la lettera, Timoteo è pur sempre conosciuto dai Filippesi.

b) «Servi di Gesù Cristo»: è un titolo onorifico che viene applicato dall’apostolo non a tutti i cristiani, ma ad alcuni credenti che esercitano determinate funzioni (cfr. ad es. Col 4,12); implicitamente afferma che l’autorità di Paolo quale apostolo non è contestata dai Filippesi. Indica che Paolo e Timoteo hanno legato la loro vita a qualcuno (Gesù) che considerano loro esclusivo Signore, al punto da non appartenere né a sé stessi né a nessun altro (cfr Penna, 17).

c) «Di Gesù Cristo»: Abramo, Mosè, Davide, Amos, Geremia e altri son detti «servi di JHWH»; qui Gesù Cristo ha preso il posto di JHWH.

d) «A tutti i santi»: tutti sono santi perché realmente uniti a Cristo attraverso il battesimo; si noti che, in luogo di «Chiesa», c’è «santi»: Importanza del rapporto personale di Cristo con ciascuno di loro e, di conseguenza, di loro con Cristo. È evidente che qui la santità è considerata come dono, non come impegno.

e) «Che sono in Filippi»: compenetrazione tra il loro essere in Cristo e il loro abitare a Filippi; ossia l’abitare a Filippi è, per loro, l’unico modo concreto di vivere la comunione con Gesù.

f) «Con tutti i vescovi e i diaconi»: anche vescovi e diaconi non sono sopra il gruppo dei santi, ma dentro di esso. Pur dentro, sono in qualche modo distinti dalla comunità di tutti i santi (hanno un nome particolare che ne precisa la funzione). È l’unica ricorrenza del vocabolo vescovi in Paolo. Vescovi: esercitano funzioni di governo e di cura pastorale (non esattamente coincidenti con quelle degli attuali vescovi: non c’era ancora una gerarchia articolata come la nostra). Diaconi: esercitano funzioni di servizio, di assistenza e di annuncio, quali aiutanti dei Vescovi. Vescovi e Diaconi esercitano funzioni di tipo amministrativo, non magisteriale.

v. 2. «Grazia» = divina benevolenza. «Pace» = tutto quanto di vero, di bello, di buono è desiderabile e augurabile.

vv. 3-5.  Si noti l’inizio: il ringraziamento a Dio. Si noti il mio Dio (cfr. Rm 1,8; 1Cor 1,4; Fil 4). Si noti l’insistenza: ogni volta, sempre, ogni preghiera. Si noti la preghiera fatta con gioia. «A motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo»: alla lettera si deve tradurre, in maniera molto più espressiva e profonda: «a motivo della vostra comunione con/per il vangelo»: i Filippesi sono radicati nel vangelo e per questo possono diffonderlo, vale a dire sono radicati in Cristo e perciò possono annunciarlo.

v. 6. «Colui che ha iniziato quest’opera buona»: Dio è il Primo (inizia) e l’Ultimo (porta a compimento): Is 48,12-19. Importante: la vocazione alla comunione per il vangelo sta sullo stesso piano della creazione (cfr. Gen 1: Dio vide che era buono).

v. 7. «Vi porto nel cuore»: tenero affetto; la grazia concessa da Dio ai Filippesi è quella di soffrire per amore di Gesù e precisamente per il vangelo, cioè per diffondere il vangelo che è Gesù: cfr. Mc 8,35.

v. 8. L’amore di Paolo per i Filippesi è, sì, profondamente e concretamente umano, ma affonda le radici nelle viscere di Gesù, nel suo cuore.

vv. 9-11. Dopo la preghiera di ringraziamento, ecco quella di domanda, precisamente di intercessione. «Si arricchisca»: ogni vero amore non può fare a meno di intensificarsi, pena la sua fine. «Discernimento»: l’amore è lucido, non cieco: per distinguere l’essenziale dall’accidentale, dall’inutile e dal nocivo, ossia per intuire ciò che è giusto lasciar fare a Dio e ciò che è giusto fare per l’uomo (cfr. 1Gv 3,23). «Frutti di giustizia»: in greco c’è il singolare («frutto»): il frutto è uno solo: la giustizia per la quale l’uomo è reso giusto, santo, salvo da Gesù (cfr. Gal e Rm); essere giusti è lasciar fare a Gesù, permettergli di svolgere la sua opera buona per eccellenza che è la redenzione.

B) MEDITATIO

1) Chi è Gesù?

a) Colui che, con il Padre, dona grazia e pace (v. 2). Vuole e fa il bene di tutti e di ciascuno, vuole e compie la realizzazione completa e gratificante di tutti.
È questa la mia idea di Gesù? Se non lo fosse, quali ne sono gli ostacoli e come superarli?

b) Colui che ha da venire, che verrà nel suo giorno (vv. 6.10). È la verità indiscutibile dell’ultimo rendersi presente di Gesù alla fine della storia.
Attendo la manifestazione piena, faccia a faccia, di Gesù?

c)  Colui che abbraccia nel suo amore ogni espressione di amore vero (v. 8). È il principio senza principio (che non sia il Padre suo), l’attacco assoluto di ogni sinfonia di amore.
Lascio a lui questo ruolo? In amore, ricevo suggerimenti da Gesù e, prima ancora, considero Gesù capace di darmi suggerimenti, oppure da ben altre ispirazioni e suggestioni mi lascio ammaliare?

d) Colui che mi rende veramente giusto (vv. 1.11)
Ritengo con tutte le mie forze (= credo, ho fede) che ciò che più mi appartiene – l’essere figlio di Dio in Gesù – è il dono di un Altro, cioè appunto di Gesù? È per me dono divino prima che compito umano, indicativo accolto prima che imperativo eseguito, grazia divina prima che esercizio di libertà umana? Come sto quanto a volontarismo?

2) Chi è il cristiano?

Il brano fornisce definizioni oltremodo suggestive:

  • Un servo di Cristo Gesù (v. 1)
  • Uno che è santo in Cristo Gesù (v. 1)
  • Uno che è responsabile e servitore del vangelo (vescovi e diaconi) (v. 1)
  • Uno che ringrazia il suo Dio per i fratelli nella fede (v. 3)
  • Uno che ricorda continuamente ogni persona incontrata (v. 3)
  • Uno che prega con gioia (v.4)
  • Uno che evangelizza (v. 5)
  • Uno che porta nel cuore le persone incontrate (v. 7), con la convinzione che questo è voluto da Gesù (v. 8)
  • Uno che, quando occorre, è capace di soffrire perché il vangelo si diffonda e si consolidi (v. 7)
  • Uno che sa discernere l’essenziale (v.10)
  • Uno che sa dare il frutto che è la giustizia (v. 11).

3) Chi è la comunità cristiana?

La comunità cristiana è costituita da quelle persone che, avendo liberamente e consapevolmente riconosciuto Gesù come il baricentro di tutta la realtà (= di sé stesse, degli altri, della storia e dell’intero universo), coltivano tra loro rapporti personali profondi, allo scopo di difendere/diffondere/consolidare la notizia, bella e buona senza confronti, che Gesù ama tutti, così che ognuno possa, se vuole, lasciarsi salvare da lui. Dunque, la comunità cristiana è una comunione di persone per il vangelo: creata da Gesù-vangelo, essa testimonia diffondendo Gesù-vangelo.

C) ORATIO

Cristo Gesù, rendici sempre più e sempre meglio comunione per il vangelo: per te che sei il vangelo in persona!

UN UOMO CONQUISTATO DA CRISTO
Fil 1,12-26

12Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del vangelo, 13al punto che in tutto il pretorio e dovunque si sa che sono in catene per Cristo; 14in tal modo la maggior parte dei fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene, ardiscono annunziare la parola di Dio con maggior zelo e senza timore alcuno. 15Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. 16Questi lo fanno per amore, sapendo che sono stato posto per la difesa del vangelo; 17quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle mie catene. 18Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. 19So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, 20secondo la mia ardente attesa e speranza che in nulla rimarrò confuso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
21Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. 22Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. 23Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; 24d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne. 25Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, 26perché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo, con la mia nuova venuta tra voi.

I Filippesi desiderano avere notizie sulle condizioni di Paolo in carcere? Ebbene, Paolo (in risposta) dirotta altrove la loro attenzione: non parla direttamente di sé, ma tratta di Cristo e del vangelo che, nonostante tutto, prosegue le propria diffusione.

A) LECTIO

vv. 12-15. La prigione di Paolo è, in definitiva, a vantaggio del vangelo. Che sia così appare evidente da due fatti:

a) tutti sanno che egli è in catene per amore di Cristo (infatti il vangelo è Cristo); ma “la parola di Dio non è incatenata” (2 Tim 2,9),

b) incoraggiati dal fatto che l’apostolo sta soffrendo per Cristo, parecchi battezzati annunciano Cristo con maggior zelo e senza paura. Per la prima volta nella lettera Paolo chiama i Filippesi “fratelli”. Nonostante che Paolo paragoni sé stesso a un padre (1 Cor 4,10; 1 Tess 2,11-12) o a una madre (Gal 4,19; 1 Tess 2, 7-8), mai però chiama figli i destinatari delle sue lettere. Si noti al v. 14 l’uso assoluto de “la Parola”: il vangelo è Parola per antonomasia (cfr Gal 6,6; ! tess 1,6).

vv. 15-17. Due modi antitetici di predicare il vangelo: per secondi fini, e con buone intenzioni. I secondi fini sono indicati con precisione: l’invidia e la concorrenza (nulla di nuovo sotto il sole!). Le persone cui Paolo allude qui non sono identificabili né con i “nemici della croce di Cristo” (di cui parlerà più avanti: 3,2.18-19), né con coloro che diffondono “un altro vangelo” (2 Cor 11,4). Sono piuttosto quelli che “in qualche modo approfittano della sua situazione di carcerato per interessi personali, in concreto per il proprio prestigio, per affermare se stessi all’interno della comunità” (Penna, 29).

v.18
a) Il fatto che il vangelo ( = Cristo) sia annunciato è più importante delle intenzioni con cui tale annuncio viene dato (senza per questo nulla togliere al dovere di agire con buone intenzioni); infatti il messaggio è sempre e comunque più grande dei suoi messaggeri;
b) l’annunciare il vangelo continua a procurare una gioia incomparabile.

vv.19-20. Paolo è certo della propria salvezza, poiché l’assiste lo Spirito di Gesù, chiesto per lui in dono dalla preghiera dei fratelli nella fede. L’apostolo cita Giobbe 13,16 (ed è l’unico richiamo all’AT presente in tutta la lettera). Somiglianze con questo testo: sia Paolo che Giobbe sono inspiegabilmente contestati proprio da persone amiche; sia l’uno che l’altro hanno la lucida consapevolezza di essere innocenti. Differenze: Paolo non considera Dio come un nemico; crede che la sofferenza per Cristo è una grazia vera e propria (cfr. Col 1,24); ha alle spalle tutta una comunità che prega per lui. Quanto all’espressione «non sarò confuso», cfr. Sal 25,3; 69,7; 119,80.116. «Cristo sarà glorificato»: cfr. Sal 34,4; 35,27; 40,17; tuttavia al «Signore» dei salmi (JHWH) si è ormai sostituito «Cristo» e inoltre anche da morti si loda Cristo (nei Salmi, i morti non possono lodare JHWH): assolutamente decisivo è adesso essere in Cristo, per poi essere – dopo la morte – con Cristo per sempre.

v.21. «Tutto ciò che si può mettere nella parola “vivere”, Cristo lo è per me. Vivere è essere nella luce, Cristo è la mia luce; vivere è essere nella gioia, Cristo è la mia gioia; vivere è essere nella verità, Cristo è la mia verità; vivere è trionfare della morte, in Cristo io trionfo della morte; vivere è possedere se stessi, è possedere l’universo, è possedere Dio: in Cristo io posseggo me stesso, posseggo l’universo e posseggo Dio. E ciò che si chiama morte non è più una morte, è una vita più piena, più ricca, la vera vita, poiché è l’ingresso nella gioia del Signore, il possesso totale di Cristo, non più soltanto con la fede, ma nella visione faccia a faccia. Morire, per me, è dunque un guadagno» (HUBY). È esattamente il senso dell’espressione di S. Ambrogio «Cristo è tutto per noi». Cfr. Gal 2,20: «non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me». Peraltro Penna (o.c.,339) rileva che, mentre Gal 2,20 “ha una portata mistica”, Fil 1,21 “ha una dimensione apostolica. Paolo vuole dire che tutta la sua esistenza sul piano dell’impegno ha come scopo Gesù Cristo, cioè tutto ciò che egli fa , mediante la predicazione del vangelo e la cura delle sue comunità cristiane, non tende ad altro se non a promuovere Cristo (cfr Gal4,19: “finché Cristo sia formato in voi”)”.

vv.22-24. Scegliere il meglio assoluto (essere con Cristo dopo la morte) o il necessario storico (essere in Cristo durante la vita terrena)? Di per sé – non c’è dubbio – il meglio («morire è un guadagno»). Cfr., per contrasto, la scelta di Elia (1Re 19,4) e di Giona (Giona 4,3).

vv.25-26. Paolo è certo che continuerà ad essere di aiuto ai Filippesi, che egli continuerà a vivere «per il progresso e la gioia della loro fede» (v.25), cioè per annunciare ad essi il vangelo che è Gesù. Si noti la concretezza del discorso, che tuttavia non annulla l’assolutezza della prospettiva ultima, definitiva, dell’essere con Cristo. “Il protendersi in avanti potrebbe anche diventare dannoso, se finisse per distogliere il pastore dai suoi obblighi verso la comunità cristiana” (Penna, 35).

Notevole è la logica stringente sottesa a tutto il discorso, così schematizzabile. Le possibilità di vita o di morte hanno lo stesso valore: quale che sia l’esito della vicenda di Paolo, decisivo è il fatto che entrambe le possibilità sono modalità concrete a che Cristo sia glorificato. Ma allora in base a quale criterio operare la scelta? quali elementi prendere in considerazione per il discernimento? Eecco: se la morte di Paolo è la scelta migliore per lui, la vita di Paolo è la scelta migliore per i Filippesi. La scelta avviene allora in base al criterio del vantaggio dei Filippesi, cioè del “dare la propria vita nell’orizzonte dell’amore” (cfr Bittasi, 26.34).

B) MEDITATIO

1) Annunciare il vangelo ed essere in Cristo sono due facce della stessa medaglia; essere «a vantaggio del vangelo» (v.12) ed essere «a vostro [= dei Filippesi] vantaggio» (cfr. v.25) sono la medesima realtà. Essere cristiano ed essere evangelizzatore fanno grumo nella storia umana. Essere Chiesa ed evangelizzare coincidono. Il coltivare con Cristo rapporti vitali e tendenzialmente totalizzanti ha come implicazione e conseguenza necessaria l’impegno di annuncio del vangelo, dal momento che il vangelo da annunciare è Gesù stesso.
Quanto intenso e profondo è il mio rapporto con Gesù? (per saperlo devo verificarmi come evangelizzatore). Quanto appassionata e fantasiosa è la mia opera evangelizzatrice? (per individuarla devo verificare il mio rapporto personale con Gesù).

2) Annunciare il vangelo che è Gesù, lungi dall’esserne impedito, può talora essere favorito dalle situazioni difficili in cui viene a trovarsi l’evangelizzatore: nel senso: a) che, comunque, il vangelo si irradia per forza propria; e nel senso b) che esso è in grado di suscitare in altri cristiani un annuncio più coraggioso. Nel caso di Paolo, il temporaneo venir meno della sua attività (è in carcere) fa sì che molti Filippesi si facciano carico dell’evangelizzazione con un entusiasmo che, per così dire, supplisce il posto lasciato scoperto da Paolo. Tutto ciò è la puntuale realizzazione di una delle beatitudini proclamate da Gesù: «beati i perseguitati per causa della giustizia» (Mt 5,10).
Quando nella mia parrocchia viene a mancare una persona che esercitava una certa funzione pastorale (catechista, ministro straordinario della comunione eucaristica, animatore liturgico, animatore di un gruppo di ascolto, socio di A.C., responsabile di un gruppo, ecc.) il gruppo si sfalda, o quella mancanza genera in tutti senso di responsabilità, consapevole intraprendenza, slancio coraggioso così che qualcuno ne prende il posto? E (visto che ci siamo) poiché i preti sono insufficienti di numero, come la mia comunità parrocchiale si attiva affinché la Chiesa possa avere numerosi operai del vangelo che siano preti? A quando risale l’ultima Prima Messa celebrata da un giovane della mia parrocchia? E intanto, oltre a ciò, dato che i preti non bastano, che cosa facciamo come laici per alleggerirne il carico pastorale fin dove è legittimamente possibile? Come la mia comunità valorizza la forza evangelizzatrice dei suoi membri inchiodati al loro letto di dolore?

3) Annunciare il vangelo è de-centrarsi per ri-centrare Cristo. Mettersi da parte perché Gesù diventi effettivamente importante, diminuire perché Gesù cresca (Gv 3,30); essere soltanto servo di Cristo, non padrone (cfr. Lc 17,10); non tener conto del giudizio altrui (se è errato) e andare per la propria strada, con libertà e magnanimità.
Mi illudo che il venir meno della mia collaborazione farebbe crollare la mia parrocchia all’istante? Considero i miei consigli i più illuminati e illuminanti, le mie soluzioni le più geniali, il mio metodo il più pertinente e incisivo, i miei programmi i più essenziali e articolati ad un tempo? Invidia e gelosia fanno ancora presa nel mio animo? Se una persona ottiene risultati pastoralmente migliori dei miei, ne sono contento o arrabbiato? (attenzione: l’invidia si può esprimere, paradossalmente, anche in lodi sperticate rivolte a coloro verso i quali la si prova!).
Viceversa, decentrarmi potrebbe, per me, voler dire apprezzarmi, non cestinarmi in continuazione, smettere di ritenermi buono a nulla, rendere evidenti a me stesso le mie doti, sorridere con umorismo e autoironia dei miei difetti, essere contento di quello che sono per poter diventare quello che devo essere «in Gesù che mi dà la forza» (4,13).

4) L’annunciare il vangelo è necessario e fa parte della storia, mentre l’essere con Cristo dopo la morte sarà quando il Signore vorrà e costituirà il paradiso. Il passato non è più, il futuro non è ancora: ciò che si può vivere è solo il presente. E appunto il presente, il «qui e adesso», è da spendersi nell’annunciare il vangelo che è Gesù. Né sarà possibile nel futuro essere con Cristo senza, adesso, essere in Cristo. E, viceversa, per essere in Cristo, bisogna credere (è la speranza cristiana) di potere un giorno (è il «giorno di Cristo» di Fil 1,6.10) essere con Cristo.
La prospettiva della vita eterna rafforza o indebolisce il mio impegno evangelizzatore? Tale impegno, che si può realizzare soltanto hic et nunc, viene da me assolutizzato sino a farmi dimenticare i cieli nuovi e la terra nuova che posso unicamente attendere? Comprendo nella fede che il presente è, in qualche misura, futuro anticipato? Pretendo forse dal mio impegno intrastorico risultati aritmeticamente proporzionati, così da abbandonarlo quando siffatti risultati non ci sono? Sono convinto che la santità non consiste nel fare ciò che è teoricamente migliore, bensì nel compiere ciò che il Padre di Gesù si aspetta da me «qui e adesso» (cfr. il «sia fatta la tua volontà» del Padre Nostro)?

5) Annunciare il vangelo è «restare per la gioia della fede» di ogni fratello «per il quale Cristo è morto» (cfr. 1Cor 8,11; Rm 14,15), diventare «collaboratore della gioia» dei fratelli (cfr. 2Cor 1,24).
Il mio comportamento verso gli altri è sempre più spontaneamente finalizzato alla gioia autentica dei fratelli? Non basta – diceva don Bosco – che i giovani siano amati: è necessario che si sentano amati. Sono felice quando, con l’aiuto del Signore, riesco a rendere “felice” una persona? Chiedo a Gesù, che qualche volta ha lui pure gridato di gioia (cfr. Lc 10,21-22), il dono di una gioia letteralmente contagiosa?

C) ORATIO

Signore Gesù, fa’ che io sia conquistato da te, così che tutta la mia persona e la mia storia siano definite dalla mia relazione vitale con te. Donami di relativizzare tutto il resto a te, al Padre tuo e al tuo Spirito, che siete l’unico Assoluto. Purché grazie a o senza la mia opera tu venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene.

don Gabriele
http://www.sacrafamigliamonza.it

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Questa voce è stata pubblicata il 03/11/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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