COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Lettera ai FILIPPESI (2)

XXX-XXXI Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

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Lectio Filippesi Il-Vangelo-alla-base-di-tutto

Filippi

IL VANGELO ALLA BASE DI TUTTO
Lectio della lettera ai Filippesi
(Capitoli 2 e 3)
IL SENTIRE DI COLORO CHE SONO IN CRISTO GESÙ
Fil 2,1-11

1Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. 3Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.
5Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome

che è al di sopra di ogni altro nome;
10perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

A quali condizioni la gioia di un responsabile della comunità può dirsi piena, o – in altri termini – quando la comunità cristiana è veramente sé stessa? La risposta, in estrema sintesi, è solo la seguente: quando i credenti che la compongono hanno in sé stessi e tra loro una mentalità conforme al loro essere battezzati in Cristo. Con uno slogan: cristiani, diventate ciò che siete! L’indicativo divino fonda l’imperativo umano. Tutto sta in quel verbo sentire, detto due volte (vv. 2 e 5).

A) LECTIO

1. Struttura (dei vv. 1-4).

a) Invito sotto forma di preghiera (v.1).
b) Esortazione all’unità del sentire (v.2).
c) Esemplificazioni negative e positive circa i rapporti tra i credenti in Cristo (vv. 3-4).

2.  Analisi.

vv. 1-4. Ingredienti necessari di questo famoso “sentire” sono la consolazione in Cristo, il conforto caritatevole, la comunione basata sullo stesso modo di pensare, i sentimenti di amore e di comunione con il fratello che soffre, l’accettazione dell’altro come migliore di sé stessi, la ricerca dell’interesse altrui. Così come la rivalità, la vanagloria, la ricerca esclusiva del proprio interesse sono tentazioni da respingere.

v. 5. Tutte queste esortazioni si sintetizzano nel v. 5, che andrebbe tradotto: «Abbiate tra voi quel sentire che si addice, che è tipico di quanti sono in Cristo Gesù»: sentite, pensate, discernete, valutate, decidete e comportatevi come persone che, trovandosi liberamente sotto la signoria di Cristo attraverso e fin dal battesimo, permettono a tale signoria di produrre in loro stessi tutti i suoi frutti.
Ma per capire i caratteri della signoria di Cristo, bisogna capire Gesù Cristo. Ebbene: chi è Gesù Cristo o, meglio, come si è comportato Gesù?

vv. 6-11. I versetti che seguono intendono precisamente rispondere a questa domanda, in forma di inno cristologico. Mi limito a qualche osservazione essenziale.
Il contesto vitale dell’inno è probabilmente un ambiente giudeo-cristiano che accoglie elementi ellenistici. L’inno preesisteva alla lettera ai Filippesi e veniva declamato in celebrazioni liturgiche eucaristiche e/o battesimali. La struttura è semplicissima e comprende due strofe:

I) Storia di Gesù Cristo dalla sua preesistenza alla sua umiliazione (incarnazione, vita terrena e morte in croce) (vv. 6-8).

II) Storia di Gesù Cristo dalla sua umiliazione (morte in croce) alla sua esaltazione (vv. 9-11). Alcuni particolari significativi:

  • 5 verbi all’indicativo che descrivono le tappe fondamentali del cammino di Gesù: 3 hanno come soggetto Gesù e descrivono il suo abbassamento; e 2 hanno per soggetto il Padre (Dio) e parlano dell’esaltazione di Gesù da parte del
  • 5 verbi al participio che precisano le modalità del cammino di
  • l’aoristo dell’indicativo dice che ciò che è accaduto è successo una sola volta e non si ripeterà più. Il participio, invece, sottolinea un’azione durativa, progressiva.

Da ultimo, la parafrasi e l’interpretazione delle affermazioni fatte dall’inno:

  1. Cristo Gesù esisteva – da sempre e per sempre – nella condizione divina che gli apparteneva di diritto, cioè era Dio, aveva in proprio l’essere divino (v. 6a);
  2. tuttavia mai tenne ben stretto sfruttandolo a proprio vantaggio questo suo essere alla pari con Dio (v. 6b), come invece fece Adamo;
  3. ma, in perfetta libertà e una volta per tutte, visse la propria condizione divina in una logica di solidarietà e condivisione, fino a diventare una creatura umana totalmente bisognosa e dipendente (v. 7a-b);
  4. messo alla prova come un uomo qualunque (v. 7c),
  5. si umiliò nella perfetta sottomissione e con ferma fiducia nel Padre, e con lo stile del servizio agli uomini (v. 8a)
  6. in ascolto attento («obbediente») del Padre per tutta la vita, dalla nascita alla morte (v. 8b),
  7. anzi di più: fino a una morte di croce, come un malfattore (v. 8c).
  8. Proprio a motivo e in conseguenza di tutto questo, il Padre lo ha esaltato oltre ogni misura (v. 9a);
  9. e lo ha gratificato [è l’unico caso del Nuovo Testamento dove si parla di una grazia concessa da Dio a Gesù] di una dignità senza confronti (v. 9b);
  10. allo scopo che tale dignità sia da tutti riconosciuta e adorata (v. 10);
  11. e tutti affermino la sua assoluta signoria, il fatto cioè che proprio lui, Gesù di Nazaret, è il Signore per eccellenza (o kýrios) (v. 11a);
  12. e così facendo tutti proclamino con ammirazione che Dio Padre è esattamente come Gesù (v. 11b) e Gesù è esattamente come Dio Padre.

B) MEDITATIO

1. Gesù rivela e attua il volto di Dio.

È molto significativo che l’inno inizi e si concluda con il riferimento esplicito a Dio Padre: racconta, narra direttamente di Gesù per parlare, mediatamente, del Padre. La vicenda di Gesù coinvolge la vita stessa di Dio, della SS. Trinità. Il suo essere Figlio di Dio viene da Cristo gestito in modo umilissimo, con libertà somma: quasi a dire che, astrattamente e ipoteticamente parlando, Cristo avrebbe potuto gestire anche diversamente il suo essere divino. Egli diventa uomo nella storia concreta, senza però perdere il suo essere uguale a Dio; anzi arriva a un punto così basso che solo lui – in quanto uguale a Dio – può raggiungere. Ed è riconosciuto come uomo qualunque per il fatto che viene messo alla prova da Dio stesso (cfr. 1 Mac 2,51-52; Sir 44,19-21).

Drammatizzando – suggerisce Vignolo – è come se il Verbo dall’eternità guardasse al Padre e dicesse: sono uguale a te, ma questo non lo voglio considerare come un privilegio a mio vantaggio e perciò assumo in tutto la condizione umana; e il Padre gli rispondesse: io accolgo con gioia questa tua libera scelta e quindi non posso fare a meno di metterti alla prova, come è inevitabile che succeda a chiunque vive la condizione umana. E così Gesù, come e più di qualsiasi uomo, «impara l’obbedienza dalle cose che patisce» (Eb 5,8), rifiutato da tutti come il servo di JHWH. Dio, in Gesù, si rivela povero: sia nel senso che il suo amore è rivolto non a sé stesso, ma ad altro da sé, precisamente a noi (2Cor 8,9: «Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà»); sia nel senso che lo scambio d’amore tra le tre Persone divine è reciproca donazione, reciproco lasciar accadere, reciproco non imporsi dell’una sull’altra, rinuncia dell’una a favore dell’altra, sicché l’unica condizione divina è tutta perfettamente partecipata e condivisa. Il Padre è dunque a tal punto partecipe della storia drammatica di Gesù, che non lo si può conoscere se non attraverso questa stessa drammatica storia. Ma la vicenda di Gesù non si conclude con il suo essersi abbassato, giacché il Padre lo sopraesalta. Ciò implica:

a) proprio e soltanto questo abbassamento di Gesù, questa totale spogliazione di tutta una vita fino alla morte di croce di Colui che non cessa di essere uguale a Dio, lo manifesta come il Signore, e indica il suo nome come «l’unico dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12);

b) proprio e solo questa totale spogliazione di Gesù è una finestra spalancata sul cuore di Dio («a gloria di Dio Padre»).

  • Di Gesù so apprezzare sia il suo essere uguale a Dio, sia il suo essere uguale all’uomo, realtà entrambe che nella sua persona fanno tutt’uno: così che, se non fosse Dio, non sarebbe lui; né sarebbe lui se non fosse uomo?
  • Considero Gesù come il Signore, l’unico Signore, il centro di gravitazione universale, l’unico Salvatore? Metto forse altri salvatori o signori accanto o addirittura in alternativa a Gesù, così da piegare le mie ginocchia davanti ad altri nomi apparentemente più redditizi del suo? In ogni circostanza, ma specialmente in quelle difficili, mi capita di invocare il nome di Gesù o altri nomi?
  • Sono convinto che l’abbassamento di Gesù è stato sommamente libero per amore, non per forza? Oppure penso che Gesù non poteva fare a meno di fare quello che ha fatto, costretto da una legge ineluttabile? Ritengo per .fede che è stato l’amore di Gesù espresso nella morte di croce a salvarmi, e non la morte di croce in sé stessa?
  • Credo veramente che Gesù è stato l’uomo più tentato, più messo alla prova, che tuttavia egli ha superato brillantemente? E io accetto il fatto inevitabile di essere tentato, senza però peccare? Ho individuato le mie tentazioni più ricorrenti e studiato contro di esse strategie e tattiche appropriate?
  • A me capita di conoscere Dio solo attraverso Gesù? Correggo le mie idee – più o meno magiche, più o meno dispotiche – di Dio calibrandole su questa storia del suo Unigenito in senso proprio che è Gesù? Mi succede forse di parlare di Dio senza raccontare la storia di Gesù? Sono capace sia di raccontare che di argomentare su Dio? Credo che Gesù crocifisso-risorto è il criterio supremo di ogni conoscenza di Dio?
  • Credo che Dio è l’unica comunione di persone che si amano con perfetta gratuità e insuperabile reciprocità?
  • Credo che Dio è tutto fuori di sé verso di me, verso ogni uomo? Credo davvero di essere custodito nel suo cuore con tenerezza immensa? Credo che Dio è geloso di me, stravede per me e non è disposto a cambiarmi con nessuno? (si noti che ogni uomo può e deve dire tutto questo di sé).

2. Gesù rivela e dona l’uomo a sé stesso.

In questa avventura di Dio che in Gesù incrocia la storia umana, anche il destino e il volto dell’uomo restano cambiati: l’uomo diventa “il cristiano”. Di fronte ai limiti umani, la morte sopra tutti, le sole soluzioni possibili non sono né la rassegnazione fatalistica né la ribellione proterva. Il cammino percorso da Gesù fa balenare una terza possibilità di soluzione: quella del soffrire per amore, lasciare che Cristo ami soffrendo – nei credenti in lui – per la salvezza di ogni uomo. Si tratta, in definitiva, di comprendere e vivere la sua promessa: «chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi la perderà per me e per il vangelo la salverà» (Mc 8,35).

  • Immagino il cristiano come un uomo con qualche cosa in più, o ritengo che il solo uomo sia un uomo con qualche cosa in meno, un uomo cioè che non ha ancora sviluppato tutte le sue potenzialità? La definizione che do dell’uomo include Gesù? Sono convinto che «l’uomo soltanto uomo» non è mai esistito né mai potrà esistere?
  • Guardo lucidamente in faccia alla sofferenza fisica o morale e alla morte, o preferisco censurarle per il terrore che suscitano in me?
  • Quando mi capita di soffrire, quale strada imbocco: quella della rassegnazione sbagliata? quella della ribellione fino a incolpare Dio? quella della «resistenza» e della «resa» proprie di Gesù crocefisso? Non si può fare a meno di soffrire: solo che chi non ha la fortuna di credere in Gesù, al massimo può soffrire per amore degli uomini; chi invece crede in Cristo può soffrire consapevolmente per amore di Gesù, con la forza dello Spirito di Gesù e abbandonandosi al Padre di Gesù a favore degli uomini: insomma, la discriminante è sempre e comunque Gesù accolto mediante la fede.
  • Credo che, se il Padre ha tenuto fra le sue braccia l’Abbandonato del venerdì santo, terrà fra le sue braccia anche me e ogni uomo, quale che sia la storia di peccato, di dolore e di morte che abbiamo alle spalle?
  • Credo che Dio in Cristo «mi aiuta non in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza» (Bonhoeffer, Resistenza e resa, Edizioni san Paolo, Cinisello Balsamo 1989, 440), come afferma Mt 8,17 citando Is 53,4: «[Gesù] ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie»?
  • Sono contento di sapere tutto questo? Di fronte ai non credenti in Cristo, si attiva – e in che modo si attiva – la mia ansia missionaria? Oppure… peggio per loro?

3. Gesù rivela e realizza la Chiesa.

La Chiesa è precisamente la comunità di quelle persone che, battezzate in Cristo (Rm 6), hanno in dono questo preciso e inconfondibile «sentire» proprio ed esclusivo di coloro che sono in Cristo Gesù. Sotto questo profilo la comunità cristiana non è né la Parola scritta di Dio, né i riti che pure la generano e l’alimentano, né le leggi che le sono necessarie, né i programmi che essa deve stilare, né le cose da fare. La Chiesa è soprattutto la rete vivace e vivificante di relazioni personali tra i battezzati e Gesù, e dei battezzati tra loro.

  • Quali, dunque, la profondità, la consistenza e la frequenza dei miei rapporti personali con Gesù, il Signore? E quale la consistenza, la profondità, la frequenza dei rapporti tra noi nella comunità parrocchiale?

C) ORATIO

Cristo Gesù, unico Signore nostro, fa’ che creiamo in noi stessi spazi sempre più ampi e profondi al tuo «sentire», noi che abbiamo la fortuna di chiamarci, con il tuo nome, “cristiani”. E così davvero sia!

PERDITA E GUADAGNO SECONDO IL VANGELO
Fil 3,1-14

1Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore. A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose: 2guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere! 3Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, 4sebbene io possa confidare anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: 5circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; 6quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.
7Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo 9e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. 10E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, 11con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. 12Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. 13Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, 14corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

Quali conseguenze derivano dal sentire proprio di chi è in Cristo Gesù? È questa la domanda fondamentale cui Paolo vuol rispondere. Prendiamo dunque in considerazione questa risposta analizzando il brano in questione. In sintesi: l’unico vero guadagno è Cristo, il resto che fosse incompatibile con Cristo è perdita secca.

A) LECTIO

1. Struttura.

a) Esortazione alla gioia e introduzione (v. 1).
b) Polemica e autodifesa:

  • messa in guardia dai cani e dai cattivi operai (v. 2)
  • statuto dei credenti in Cristo (v. 3)
  • elenco dei privilegi di Paolo (vv. 4-6).

c) La conoscenza di Cristo: perdita e guadagno «per Cristo» (vv. 7-11).
d) La corsa verso la meta (vv. 12-14).

2. Particolari significativi:

  • Polemica furibonda, con espressioni violentissime, in netto contrasto con il tenore dolce e affettuoso di tutta la lettera.
  • Antitesi: perdere / guadagnare (sino al termine “spazzatura”).
  • Tattica precisa di Paolo usata per sbaragliare gli avversari: vantarsi degli stessi privilegi di cui si vantano loro.
  • Antitesi: culto dello Spirito / fiducia nella carne = culto divino / culto umano, culto divino (Spirito santo) / culto umano = culto interiore / culto esteriore.
  • Antitesi: giustizia della legge / giustizia della fede.
  • «Cristo Gesù mio Signore»: espressione usata solo qui in tutte le lettere di san Paolo.
  • Centralità assoluta, indiscussa e indiscutibile, di Cristo: viene citato come «Cristo» o come «Signore» ben nove volte.
  • Paolo si presenta non come apostolo, ma come un credente qualunque: come laico, si direbbe.

3. Analisi.

v. 1. Esortazione alla gioia, motivata dal fatto che il cristiano riconosce Gesù come suo unico Signore.

v. 2. Sono dei cristiani giudaizzanti, con un esagerato attaccamento all’osservanza letterale della legge.

v. 3.       Farsi circoncidere e osservare solo la lettera delle prescrizioni della legge ebraica equivale ad affermare l’autosalvezza, anziché credere di essere salvato da Cristo mediante il culto ispirato dal suo Spirito. Si deve lasciarsi «circoncidere il cuore» (Ger 4,4; At 10,16; 30,6), non la carne (cfr. Rm 2,28-29), rendere culto a Dio in Spirito (= Spirito santo) e Verità (= Cristo) (cfr. anche Rm 2,1).

vv. 4-6.  Anche Paolo, un tempo, ha confidato nella carne, ha preteso di essere lui a salvare sé stesso; ed elenca ben sette privilegi in questo senso: quattro ricevuti e tre conquistati (cfr. 2Cor 11,29-30a;11,21).

vv. 7-9.  Il linguaggio usato da Paolo è di proposito corposamente commerciale. Il guadagno pende totalmente dalla parte di Gesù, dal quale l’apostolo si è lasciato amare e che ha scelto come unità di misura di tutto il resto. Cfr. Mc 8,36: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde sé stesso?»; cfr. anche Mc 13,44-46 (tesoro, perla preziosa). Si noti con cura: come Gesù non ha fatto valere per sé il suo essere uguale a Dio (2,6-11), così Paolo – forte di questo fatto – per appartenere tutto a Gesù, il «suo» Signore, non ha fatto valere il suo essere ebreo. Essere trovato in lui [Cristo]. “Cristo è il punto d’incontro tra la ricerca dell’uomo da parte di Dio e la ricerca di Dio da parte dell’uomo […] L’antica domanda di Dio: Adamo, dove sei? (Gen 3,9) dovrebbe ottenere l’unica nostra auspicabile risposta. Sono in Cristo!” (Penna, 96).

vv. 10-11. Come Gesù è stato superesaltato per essersi abbassato fino alla morte di croce, così – forte di questo fatto – Paolo partecipa alla storia di morte di Gesù con la speranza (= certezza) di essere esaltato (= risorgere) come lui. Paolo non dice mai, nelle sue lettere autentiche, che i cristiani sono dei risorti (lo saranno nel futuro escatologico). Lo diranno, invece, Col 2,12 ed Ef 2,6, che affermano per i battezzati la risurrezione come già avvenuta: ma si tratta, per l’appunto, di lettere deuteropaoline.

vv. 12-14. Tre le affermazioni fondamentali:

  1. Paolo è consapevole di essere stato afferrato da Cristo, non di aver afferrato Cristo (cfr. Ger 20,7: «Mi hai sedotto e mi sono lasciato sedurre»); ormai egli è ultraconvinto di essere salvato, non di poter salvare sé stesso: si noti il verbo conquistare, scritto prima in forma attiva e poi in forma passiva (cfr. Gal 4,9);
  2. si considera un camminatore, mai un arrivato; un lottatore (Col 2,1; 1Ts 2,2), mai uno che se ne sta con le mani in mano (cfr. 1Cor 13,12);
  3. per questo si protende verso il futuro, il traguardo, la meta dopo aver abbandonato il proprio passato una volta per tutte e senza rimpianti.

B) MEDITATIO

Il cristiano è una persona afferrata-sedotta da Gesù. Per lui le cose belle, vere e buone della vita non mutano: cambiano invece il fondamento e il centro unificatore. Infatti Paolo resta ebreo e continua a fare le cose buone degli ebrei. Tale fondamento e centro è precisamente e immutabilmente Gesù. E il modo perché egli dia saldezza (= fondamento), coesione e proporzione (= centro) è la fede in Gesù, il fidarsi e l’affidarsi a Gesù. In questo senso la fede, anziché risultare un’opera sullo stesso piano delle altre, è il lasciar operare Cristo nella propria esistenza: fede è la scelta totalizzante che verifica tutte le scelte senza mai essere da nessuna giudicata; è il punto fermo rispetto al quale le altre scelte possono essere solo come i due punti esplicativi.

  • Io come cristiano sono stato afferrato da Cristo fin dal Battesimo. Ma, mi lascio afferrare da lui per tutta la vita? Mi ritengo protagonista della mia salvezza, o uno che la riceve in dono confidando in Gesù?
  • Mi pongo la domanda: come si comporterebbe Cristo al mio posto in questo momento?
  • Immagino ancora la vita spirituale come una carriera moralistica metodicamente perseguita («mi dica che cosa di preciso devo fare, e io lo farò: così andrò in paradiso…»); oppure mi abbandono al Respiro di Gesù, lo Spirito santo, il cui lavoro è appunto quello di rendermi sempre più simile a Gesù? La legge è per me una cosa esterna da osservare o – rispettivamente – la persona di Gesù quale modello da imitare e la persona dello Spirito santo come forza per tale imitazione?
  • Penso Gesù come un giudice da tener buono comprandolo con le mie buone opere («perché, se no, chissà cosa succede?…»), oppure credo che sia Uno che mi ama a fondo perso? A mio modo di vedere, le buone opere, che devo comunque fare, sono buone perché così le stima Gesù o perché così ho deciso io o ha deciso l’ambiente circostante?
  • Vivo per andare a Messa o vado a Messa per vivere? Il mio culto è davvero «spirituale» (= tutta la vita guidata dallo Spirito di Gesù) o ancora troppo «rituale»?
  • La mia fede in Cristo unifica tutto nella mia esistenza, sicché perderla o tradirla sarebbe per me quanto di peggio possa capitarmi? Faccio in modo che le mie buone opere siano i due punti che spiegano e incarnano la fede, oppure – ahimè – i punti fermi che la farebbero sorgere? Comprendo che, se la fede fosse frutto delle buone opere, io sarei il salvatore di me stesso, mentre in realtà Gesù, e solo Gesù, è il Salvatore di me e di tutti?
  • Quali sono i miei titoli di onore: essere afferrato da Cristo, o altro (membro del consiglio pastorale, responsabile della Caritas, membro del consiglio per gli affari economici, professionista affermato…)?

Il cristiano è una persona cristocentrica. L’esatto contrario è l’egocentrismo che, oltre ad esprimersi in autocompiacenza legalistica, può assumere le forme del perfezionismo, in una specie di corto circuito che anticipa illusoriamente il paradiso.

  • Mi considero un camminatore o un arrivato? Un lottatore o un fannullone? In genere, per me, è più importante camminare o arrivare?
  • Sono convinto che il Signore mi chiede di diventare perfetto (Mt 5,48) senza essere perfezionista? «Chi sono i santi? Non sono coloro nei quali Dio non trova peccati (infatti ne trova in tutti), ma coloro i cui peccati sono stati perdonati» (S. Agostino, Commenti al Sal 31,7). Chiedo forse a me stesso cose impossibili?
  • Sono un cristiano moralmente e pastoralmente efficientista (l’efficientismo è una forma del perfezionismo), per cui, se la mia parrocchia non raggiunge traguardi spirituali e pastorali altissimi, ne frequento un’altra? Da me stesso e dagli altri pretendo forse l’impossibile?
  • Sono uno che fa leva sulle «visioni» anziché sulla fede? Solo il paradiso è il luogo della visione (al singolare!), la terra è il luogo della fede (2Cor 5,7); o, in altri termini, perché nessuno si offenda, la terra è (anche) il luogo di quelle visioni che non smentiscono la fede.
  • Un altro modo per fare corto circuito anticipando scorrettamente il paradiso nel presente è quello di circondarsi di potere, di prestigio, di un tenore di vita zeppo di comfort di ogni genere. Conduco forse una vita più che confortevole e troppo protetta? So essere sobrio? Sono capace di non dire sempre la prima e l’ultima parola? So fare delle rinunce, dirmi e dire (se ho responsabilità educative) dei «no», necessari per essere veramente uno conquistato da Cristo?

C) ORATIO

Gesù, mio Signore, dammi il coraggio di essere afferrato da te una volta per tutte. E… non se ne parli più!

LA CROCE DI CRISTO SPERANZA DI RISURREZIONE
Fil 3,15-4,1

3,15Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. 16Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea.
17Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: 19la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. 20La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose. 4,1Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!

Il fatto che Gesù abbia volontariamente scelto la via dell’umiliazione totale e più infamante e che proprio per questo sia stato esaltato-glorificato oltre ogni misura umanamente immaginabile, quali implicazioni ha per la mia fede? In ultima analisi una sola implicazione, ma così pregnante da caratterizzare la Chiesa e i suoi membri in quanto seguaci di Cristo. Tale implicazione è espressa da Paolo con il termine «la croce di Cristo».

A) LECTIO

vv. 15-16. «Perfetti»: nel senso relativo di camminatori sulla strada della perfezione, come dice proprio il v. 16. Cfr. Fil 3,12-14; 1Cor 14,20; Gal 6,16.

v. 17. Non è presunzione ma realismo. Infatti Paolo usa il verbo «imitare», non il verbo «seguire» che viene riservato ai discepoli nei confronti di Gesù. Interessante il termine greco «co-imitatori»: i cristiani di Filippi devono imitarsi reciprocamente; c’è una “comunione dei santi” anche nell’imitazione. “Imitazione, dunque, non come ripetizione del modello, ma come espressione dell’obbedienza” (Bittasi, 194, nota 15).

vv. 18-19. Probabilmente si tratta di giudeo-cristiani che hanno una visione della vita tutta terrena, secondo la quale l’identità cristiana va conquistata con la propria forza di volontà osservando alla perfezione la legge giudaica. Invece Paolo afferma:

a) la croce non è nostra, quasi fosse una legge sottostando alla quale salviamo noi stessi, ma quella di Cristo che rimane l’unico salvatore (v. 20);

b) la croce di Cristo, più che un modello che noi dobbiamo imitare (2,6-11), è il segno che Dio ha voluto per farci capire il suo amore incondizionato per tutti; quindi è rivelazione del suo amore per noi, non del nostro amore per lui;

c)  la croce, incomprensibile alla pura ragione, è da accogliere con la fede in colui che vi si è lasciato inchiodare.

vv. 20-21. Il cristiano è uno che aspetta Gesù, il suo salvatore (unica ricorrenza di questo titolo attribuito a Gesù in tutto l’epistolario paolino autentico), che ci renderà simili a lui risorto nella totalità delle nostre dimensioni personali.

v. 1. Che fare dunque per non doverci annoverare tra i nemici della croce di Cristo? «Restare saldi nel Signore», cioè continuare (in greco c’è l’imperativo presente) a impostare la nostra vita sulla fede in Gesù.

B) MEDITATIO

Che cosa non è e che cosa è «la croce di Cristo»? Vediamone tre definizioni negative (o, meglio, infinite) e tre positive.

I. Che cosa non è la croce di Cristo.

La croce di Cristo non è una legge universale alla quale tutti, Gesù compreso, siamo inevitabilmente sottomessi: per soffrire non è necessario essere cristiani. Quella del cristiano non è la croce-sofferenza cui tutti sono sottoposti; è invece la croce di Gesù. Anche il comando di Gesù in Mc 8,34 e paralleli (Mt 16,24; Lc 9,23) di prendere la «propria» croce si riferisce pur sempre alla croce di Gesù che va fatta propria, quella proposta da Gesù a ogni singolo cristiano. Dunque nessuna celebrazione della sofferenza come tale, bensì celebrazione dell’amore di Gesù che è arrivato fino a morire in croce: celebrazione che può essere fatta unicamente da chi crede in lui.

Prendo e tengo sulle spalle la croce di Gesù, ossia quella che Gesù ha destinato a me personalmente, oppure una croce scelta arbitrariamente da me stesso? Affronto le sofferenze che mi capitano addosso o le scarto sistematicamente per scegliere soltanto altre croci? Credo che Gesù mi ha salvato mediante l’amore fino alla croce o mediante la croce per sé stessa?

La croce non è un evento soltanto transitorio, come se Gesù avesse vissuto quel momento con la sicurezza di chi ha un asso nella manica da estrarre al momento giusto. Pensare così, equivarrebbe a sottovalutare la drammaticità della passione e dell’agonia di Gesù (si pensi all’urlo in croce); non distinguere tra la morte di croce patita liberamente da Gesù e l’atto della risurrezione che la maggior parte dei testi del Nuovo Testamento attribuisce a Dio Padre; non spiegare perché i vangeli tengono tanto a sottolineare che il risorto appare con le piaghe della sua morte in croce (Gv 20,27): il Cristo risorto non avrebbe un volto, se non fosse il volto di Gesù crocifisso.

Affermo nella fede che il suo centro è Gesù crocifisso o considero la crocifissione di Gesù una parentesi da chiudere, una sventura da dimenticare, un incidente di percorso da censurare?

La croce di Cristo non è un valore per sé stesso. È un valore (e che valore!) esclusivamente perché vi fu appeso Gesù, la sua persona. Il Crocifisso non è la croce, è Gesù che vi sta sopra. «Crocifisso» dovrebbe sempre essere scritto maiuscolo per indicare Gesù che fu crocifisso. Se non fosse Gesù ad essere stato crocifisso, la croce non avrebbe alcuna efficacia salvifica per noi, che saremmo così ancora schiavi dei nostri peccati e perciò non redenti.

Amo Gesù crocifisso o la croce? Gesù che ha sofferto sulla croce o la sofferenza in sé stessa? Ritengo che sia essenziale l’amore per Gesù in ogni situazione in cui venissi a trovarmi, anche nella condizione-limite della sofferenza, oppure ritengo essenziale mettere alla prova il mio amore per Gesù (soltanto) attraverso la sofferenza?

II. Che cosa è la croce di Cristo.

La croce di Cristo è un’anticipazione del giudizio finale. Essa opera la separazione tra «coloro che perdono sé stessi» e «coloro che sono salvati» da Dio (= coloro che si lasciano salvare da Dio) (1Cor 1,18). In questo senso la croce è una spada a doppio taglio (Eb 3,12). La Chiesa è la comunità di quanti accolgono Gesù crocifisso quale principio della loro esistenza e quindi si lasciano salvare da lui. Quanti, invece, lo rifiutassero consapevolmente, liberamente e definitivamente si fabbricherebbero l’inferno con le loro stesse mani, e Dio non c’entrerebbe assolutamente nulla.

Credo che Dio fa tutto quel che può per salvare tutti, oppure penso che salvi alcuni e altri li mandi alla dannazione? Credo veramente che il paradiso è ciò che Dio vuole e che l’inferno è la possibilità contro la quale Dio combatte fino all’estremo, ossia fino al limite del rifiuto da parte della libertà umana di assecondare le sue iniziative d’amore? So distinguere chiaramente la reale possibilità dell’inferno dalla sua reale esistenza, così da affermare categoricamente la prima senza però poter affermare o negare alcunché circa la seconda?

La croce di Cristo è l’evento che crea carità, comunione e fraternità tra tutti i membri della Chiesa. La Chiesa difatti riconosce come proprio unico fondamento Gesù Cristo crocifisso: solo Cristo è morto per noi, nessun altro. Dunque circa Gesù crocifisso non c’è pluralismo che tenga per noi che siamo fieri di credere in Lui. Conseguentemente la croce di Cristo è principio di uguaglianza, in quanto tutti siamo ugualmente salvati da Gesù crocifisso.

La fraternità tra i membri della nostra parrocchia è generata dalla contemplazione di Gesù crocifisso o da altri valori meno fondamentali? La sostanziale uguaglianza tra noi è affermata sulla base della morte di Gesù in croce per obbedienza al Padre e per amore degli uomini, oppure sulla base di diritti sanzionati dal consenso più o meno generale (ad es. la «Carta dei diritti della persona» dell’ONU)?

La croce di Cristo è l’evento che fa vivere spendendosi per gli altri con amore. Se Gesù non tenne ben stretta, sfruttandola a proprio vantaggio, la sua uguaglianza con Dio; se in perfetta libertà consumò questa uguaglianza in una logica di solidarietà e condivisione, fino a diventare una creatura umana totalmente bisognosa e dipendente; se, messo alla prova come un uomo qualunque, si umiliò in perfetta sottomissione e con ferma fiducia nel Padre e con lo stile del servizio agli uomini; se fu obbediente al Padre fino a una morte infamante: se è vero tutto questo, come potrebbe la Chiesa autoconservarsi e autocontemplarsi narcisisticamente? Privilegio della Chiesa è essere germe, segno e strumento della salvezza definitiva; ma la sua deve essere una «vita nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). «Se la Chiesa volesse ostentare questo privilegio e imporlo autoritariamente, allora finirebbe solo per imporre se stessa, tradendo quella croce da cui essa trae la propria identità» (Penna). Non è senza significato il fatto che per Cristo si usi il tempo passato per la crocifissione, e il tempo presente per la sua condizione di risorto; mentre per la comunità cristiana si adoperi il presente per esprimere la sua debolezza e fragilità, e il futuro per dire la definitiva affermazione della potenza di Dio nei suoi confronti.

La mia comunità parrocchiale cerca di vivere secondo questa logica? Che cosa l’aiuta di più in tal senso? E che cosa, invece, ne costituisce un ostacolo?

C) ORATIO

Con davanti l’oggetto «crocifisso», contemplare Gesù crocifisso.

don Gabriele
http://www.sacrafamigliamonza.it

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Questa voce è stata pubblicata il 04/11/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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