COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Lettera ai FILIPPESI (3)

XXX-XXXI Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

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Lectio Filippesi Il-Vangelo-alla-base-di-tutto

 


San Paolo

 

IL VANGELO ALLA BASE DI TUTTO
Lectio della lettera ai Filippesi
(Capitolo 4)
LA GIOIA CRISTIANA

Fil 4,4-9

Quali sono lo stile e i contenuti morali che i credenti in Cristo devono adottare? Ai fini dell’annuncio del Vangelo che è Gesù, sino a che punto i cristiani possono desumere criteri di giudizio e comportamenti di vita dall’ambiente? Il brano biblico che prendo in considerazione (Fil 4, 4-9) può essere interpretato anche come risposta a questi interrogativi. Data la facilità del testo, farò soltanto qualche brevissima osservazione di lectio per poi diffondermi maggiormente nel corso della meditatio.

4Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. 5La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! 6Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; 7e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.
8In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. 9Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi! (Fil 4, 4-9)

A) LECTIO

  • Genere letterario. E’ parenetico, cioè esortativo. Lo si capisce dai verbi (esortare, pregare: vv. 2-3), dal modo dei verbi (ben otto imperativi) e dalle motivazioni ridotte all’essenziale (“nel Signore”, “il Signore è vicino”, “la pace di Dio”, “il Dio della pace”).
  • Struttura. E’ semplicissima: a) invito alla gioia (v. 4), all’affabilità (v. 5) e alla preghiera (v. 6); b) esortazione alla ricerca dei valori condivisi (v. 8) e alla pratica conforme alla tradizione genuina e all’esempio di Paolo (v. 9a); c) promessa: il Dio della pace con voi (v. 9b).

B) MEDITATIO

Tento di unificare il discorso intorno al tema della gioia.

1) La gioia del credente in Cristo è nel Signore (v.4). Proviene dalla comunione con Gesù, dall’appartenere a lui, dalla fede in lui. Si noti che “rallegratevi nel Signore” è di più che “ rallegratevi a motivo del Signore”: la gioia è tutta Gesù, senza resti.
Quali i motivi della mia gioia? C’è anzitutto il fatto di essere in comunione con Gesù e di potermi affidare a lui, o altri motivi incompatibili con questi hanno presa su di me? Se uno vedendomi contento me ne chiedesse la ragione, avrei il coraggio di rispondergli: “ha la fortuna di sapere che sono amato da Gesù e per questo continuo a fidarmi di lui”?

2) La gioia del cristiano è continua, costante (sempre: v. 4).
Quale il sottofondo abituale della mia esistenza concreta e quotidiana: è da tonalità maggiore o minore? Aumentata o diminuita? Da basso continuo o da ottoni squillanti?

3) La gioia del cristiano è contagiosa, affabile (v. 5a). Senza essere chiassosa, è serena e diffusa, si comunica e riscalda chi ne viene in contatto.
E’ così per me? Gli altri mi avvicinano volentieri? Desiderano la mia compagnia, oppure ciascuno pensa: “sopporterò la sua vicinanza in penitenza dei miei peccati”?

4) La gioia del cristiano è profonda, perché certa del futuro ritorno glorioso di Cristo e della vicinanza attuale di Cristo (v. 5b). Quando si ama qualcuno, si trabocca di gioia alla notizia della sua venuta: “l’amico dello sposo esulta di gioia alla voce dello sposo”: (Gv 3,29).
Sapere che questo è il mio futuro mi rende contento? Credo davvero che Dio “non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”? (MANZONI, I promessi sposi, cap 8)? Credo che Gesù già fin d’ora non mi abbandona?

5) La gioia del credente in Cristo resiste alle contraddizioni e prove della vita, perché sa stare davanti a Dio con fiducia nella forma tipica della preghiera, quali che siano le espressioni di quest’ultima (domanda, supplica, ringraziamento: v. 6). Paolo non dice che cosa chiedere a Dio, né di che ringraziarlo: la necessità e l’urgenza di pregare sono più importanti delle sue espressioni.

Sto con fede davanti a Dio? Sono capace di utilizzate nella mia preghiera tutti i registri, o mi fisso solo su alcuni? Sono capace di chiedere a Dio senza pretendere, lamentarmi senza accusarlo, dirgli grazie senza giri di parole, aprire a lui la mia vita con i problemi e le difficoltà che l’assediano senza piangermi addosso, visto che egli è “ il Dio affidabile” (SEQUERI)? Considero il fatto stesso di mettermi a pregare già risposta alle mie domande, soluzione dei miei problemi, consolazione che lenisce le mie dilaceranti solitudini?

6) La gioia del cristiano fiorisce nella pace di Dio (la locuzione la pace di Dio è un hapax di tutta la Bibbia) che è Gesù (vv. 7.9b; cfr. Ef 2,14). La gioia sgorga dalla pace e alla pace tende, ossia sgorga da Gesù e a Gesù tende; per questo essa è pace che “sorpassa ogni conoscenza” ed è “pace che il mondo irride, / ma che rapir non può” (MANZONI, La pentecoste, 80). Infatti “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rom 8,28).
Sono in pace con me stesso perché mi sento nel cuore di Dio? Diffondo pace attorno a me, oppure dovunque io arrivi scoccano sinistri bagliori di guerra?

7) La gioia del credente in Cristo si alimenta dei valori umani presenti nel mondo contemporaneo, valori che lo Spirito di Dio fa germogliare e crescere dove e come vuole. In altri termini il Mondo è più grande della Chiese e deve essere salvato da Cristo attraverso la Chiesa o senza di essa, sebbene mai contro la Chiesa. E’ tutt’altro che da sottovalutare il fatto che l’apostolo delinei un progetto di vita cristiana attingendo (anche) ai valori etici presenti nell’ambiente culturale storico (gli studiosi citano i nomi di Epitteto, Seneca, Cicerone e Marco Aurelio, ma anche Crisippo, Panezio, Aristotele, Omero, Socrate): il suo è un vero e proprio processo di trasculturazione della fede, un vero e proprio dialogo interculturale, “con un’apertura umanistica a 360°” (Penna, 140).

Con chi non condivide tutti i valori cristiani sono capace di dialogo, inteso come relazione personale e verbale con l’altro ispirata dalla carità e tendente alla verità? E nel dialogo sono umile perché la Verità (= Gesù), lungi dall’essere completamente posseduta, va costantemente cercata? Oppure sono malato di dogmatismo, di fanatismo, di difesa all’ultimo sangue dei miei punti di vista? Ho cura dei miei pensieri perché “dal di dentro, cioè dal cuore dell’uomo, escono le intenzioni cattive” (Mat. 7,21)?
Tutto ciò che è vero, bello, buono, non ha affatto bisogno di venir battezzato per essere quello che è: con buona pace di quei cristiani (li spero in diminuzione, ma constato che sono – ahimè – sempre troppi) che hanno desideri spasmodici di distinguersi ad oltranza da chi cristiano non è o da chi da cristiano non vive.

8) La gioia del credente in Cristo si rafforza mediante le tradizioni intelligentemente valorizzate, l’ascolto e l’apprendimento sensatamente vissuti, l’esempio oculatamente filtrato e adattato. “Paolo traccia la magna charta dell’umanesimo cristiano” (Penna, 141).
Ascolto la parola di Dio e ne imparo a memoria delle espressioni che siano luce al mio cammino? Quale frase biblica ha illuminato questa mia giornata? Di conseguenza nelle tradizioni distinguo l’essenziale che devo vivere dal superfluo che posso tralasciare, dall’anacronistico che devo lasciar cadere, dall’erroneo che è necessario respingere? Per attuare il discernimento evangelico so servirmi, in alcune circostanze, dei consigli dei fratelli nella fede saggi? Senza copiare modelli (giacché il modello è solo Gesù  [cfr. Gv 21,22] e la forza per copiarlo viene unicamente dal suo Spirito), mi accorgo che esistono intorno a me dei santi che con la loro silenziosa testimonianza mi spronano a diventare sempre più discepolo e testimone di Gesù-il Signore? (Sia detto per inciso: non occorre neanche guardare lontano per trovarli, questi santi).

9) La gioia nasce nel pensiero e si traduce nell’azione. L’elenco del v. 8 si concludeva con l’imperativo: “questo sia oggetto dei vostri pensieri”; e quello del v. 9 si conclude con un altro imperativo: “mettetelo in pratica” (tr. CEI 1997; la tr. CEI del 1971 diceva: “è quello che dovete fare”). Il senso è evidente: “l’azione non avrebbe né ispirazione né materia, se non fosse espressione di un corrispondente pensiero chiaro e sostanzioso” (Penna, 142).
Mi capita forse di sottovalutare la forza del pensiero nella vita morale? Mi impegno a farmi delle idee giuste, che poi guideranno le mie azioni, oppure mi butto in uno sperimentalismo ottuso?

C) ORATIO

Gesù, nostra gioia e nostra pace, rendici uomini e donne di gioia e di pace. Dona a noi la pace. Dona a noi la tua pace (cfr. Gv 14,27). Dona a noi pace che sei tu, Cristo Gesù (cfr. Ef 2,14)!

CUORE UMANISSIMO DI UN APOSTOLO DEL VANGELO
Fil 4,10-23

10Ho provato grande gioia nel Signore, perché finalmente avete fatto rifiorire i vostri sentimenti nei miei riguardi: in realtà li avevate anche prima, ma vi mancava l’occasione. 11Non dico questo per bisogno, poiché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; 12ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. 13Tutto posso in colui che mi dà la forza. 14Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione. 15Ben sapete proprio voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa aprì con me un conto di dare o di avere, se non voi soli; 16ed anche a Tessalonica mi avete inviato per due volte il necessario. 17Non è però il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio. 18Adesso ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio. 19Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù. 20Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
21Salutate ciascuno dei santi in Cristo Gesù. 22Vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare. 23La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito.

Ringraziare, salutare e porgere gli auguri sono ancora virtù? È la domanda semplicissima a cui Paolo intende rispondere in questo brano.

A) LECTIO

1) Struttura.

a) Ringraziamenti con delle necessarie puntualizzazioni (vv.10-20).
b) Saluti e auguri (vv. 21-23).

2.  Particolari significativi.

a) Il ringraziamento di Paolo ai Filippesi è quasi imbarazzato, nel senso che esso viene da lui precisato per non venire frainteso (qualcuno ha potuto addirittura parlare di «ringraziamento senza grazie»). Solo alla fine della lettera l’apostolo ringrazia i Filippesi per gli aiuti anche materiali ricevuti: non poteva farlo all’inizio, secondo le universali buone maniere?
b) A Paolo non ripugna ricorrere né al linguaggio economico affaristico, che mostra di ben conoscere, né al linguaggio filosofico della sua epoca.
c) Tuttavia gli preme soprattutto far uso del linguaggio schiettamente cristiano, in specie liturgico.
d) Gli sta a cuore porgere saluti ed auguri a ciascuno personalmente.

3. Analisi.

v. 10. «Gioia nel Signore»: al di là delle cose ricevute in dono, a Paolo stanno a cuore i sentimenti da esse espresse e quindi i rapporti personali.

vv. 11-12. Grande libertà dell’apostolo che, per quanto possibile, non vuole di fatto dipendere da nessuno (cfr. 1Tess 2,9; 1Cor 4,12; At 20,33-34; 1Cor 9,4.7-12a.13-15); anche se di diritto l’evangelizzatore deve essere sostentato dalla comunità cui proclama la parola evangelica (1Cor 9,12b.15-18).

v. 13. Suggestivi confronti sono istituibili con Prov 30,8; 1Tim 6,8; Mt 6,11; Lc 11,3; Fil 3,1; Ef 9,10; 2Cor 12,9-10; 2Tim 4,17; 2Cor 13,3; Gv 15,5.

v. 14. Ciò di cui l’apostolo ringrazia è soprattutto la com-passione intesa in senso etimologico, per la quale i Filippesi «sono stati in comunione con lui nella tribolazione», non lasciandolo solo a soffrire. Dunque ancora una volta c’è la sottolineatura dei rapporti interpersonali.

vv. 15-16. Unicamente dai Filippesi Paolo ha acconsentito a ricevere aiuti materiali ed economici. E l’unica volta che nel corso della lettera Paolo interpella i destinatari con il nome della città di residenza. Paolo rifiuta l’aiuto dei Corinzi (2Cor 11,7-10; 12,13-15) e dei Tessalonicesi (1Tess 2,9); qualche volta chiede aiuto – è vero – ma solo in vista di alcuni suoi viaggi (Rm 15,24; 1Cor 16,6). Perché invece accetta di buon grado gli aiuti dei Filippesi? Rispondiamo con le parole di Lorenzo Penna: «Filippi è stata la prima città incontrata da Paolo su suolo europeo, e in essa egli fondò la prima Chiesa fuori dell’Asia. Probabilmente, in questa fase della sua attività apostolica, egli non aveva ancora maturato la decisione di non gravare sulle condizioni economiche dei suoi cristiani, come invece si comporta abitualmente in seguito. E in questa prospettiva si spiega anche il particolare rapporto affettivo che lo legò ai Filippesi stessi» (o.c., 150).

v. 17. Il dono non è mai unidirezionale, ma è sempre in qualche modo reciproco.

v. 18. Si noti: una realtà profana, laica si direbbe, come le cose materiali, se donata con retta intenzione da coloro che sono in Cristo Gesù, assume una valenza liturgica, è un atto di culto a Dio. Cfr. Mt 25,40: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno qualsiasi di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

v.19. La gratitudine divina si esprime attraverso il dono di Gesù Cristo, con tutto ciò che questo comporta.

v. 21. «Ciascuno»: i saluti sono pórti, per quanto possibile, a ogni singola persona.

v.22. Dove ci sono maggiore conoscenza e più profonda amicizia, i saluti sono ancor più personalizzati.

v.23. Si tratta di una vera e propria benedizione impartita da Paolo ai cristiani di Filippi. Anche in Gal 6,18; Filem 25; ma nel nostro testo la grazia non è solo «dal Signore nostro Gesù Cristo», ma è «del Signore nostro Gesù Cristo»: quindi una concentrazione cristologica ancora più marcata (il genitivo è interpretabile come epesegetico: la grazia che è il Signore nostro Gesù Cristo).

B) MEDITATIO

I rapporti dell’apostolo con la comunità di coloro che sono in Cristo Gesù.

1. Valori umani. Capacità concretamente realizzata di:

  • a)   esprimere la propria gioia (v. 10a: «ho provato grande gioia»);
  • b)   apprezzare, attraverso e al di là del dono materiale, la persona che lo fa e i suoi sentimenti (10b);
  • c)   riconoscere il proprio bisogno («nella tribolazione»: v. 14);
  • d)   riconoscere anche nei dettagli il bene ricevuto: i Filippesi non l’hanno lasciato solo a soffrire (14); gli hanno inviato per ben due volte il necessario (16); gli hanno dato finanche il superfluo, così che Paolo è ricolmo dei loro doni (18a);
  • e)   discernere da chi si può ricevere e da chi no («nessuna Chiesa aprì con me un conto di dare o di avere, se non voi soli»: 15);
  • f)    adattarsi a tutte le condizioni (11-12);
  • g)   salutare i destinatari personalmente («ciascuno»: 21);
  • h)   valorizzare le differenze di rapporti («soprattutto quelli della casa di Cesare»: 21c).

2. Valori cristiani. Capacità concretamente attuata di:

  • a)   confidare nella forza data da Gesù («tutto posso in colui che mi dà forza»: 13);
  • b)   vivere la reciprocità da cristiano («non è il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio [17]), quindi saper dare, oltre che ricevere, da cristiano;
  • c)   far comprendere che l’aiuto dato al fratello è culto reso a Dio («i vostri doni sono un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio»: 18);
  • d)   ringraziare da cristiano («il mio Dio colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù»: 19);
  • e)   ricondurre tutto alla gloria di Dio («al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli»: 20).

Mi si permetta di riportare qualche riga di Bonhöffer in una lettera scritta ai genitori dal carcere il 13 settembre 1943 (Resistenza e resa, Paoline, Cinisello Balsamo 1989, pag. 172): «È una sensazione strana quella di aver bisogno dell’aiuto degli altri per qualsiasi cosa. Ma, in ogni caso, di questi tempi si impara a diventare riconoscenti ed è da sperare che sia una cosa che non dimenticheremo mai. Nella vita normale spesso non ci rendiamo affatto conto che generalmente l’uomo riceve infinitamente di più di quanto dia e che soltanto la gratitudine rende davvero ricca la vita. Si sopravvaluta facilmente l’importanza del proprio agire e fare, rispetto a ciò che uno è diventato solo grazie agli altri». E nella lettera, sempre dal carcere, a Eberhard Bethge (30 novembre 1943): «Il desiderio di voler essere ciò che si è solo sulla base delle proprie forze, è un orgoglio sbagliato. Anche ciò che dobbiamo agli altri ci appartiene ed è una parte della nostra vita, e voler calcolare quanto uno s’è guadagnato da solo e quanto invece debba agli altri, non è certamente cristiano, ed è per di più un’impresa disperata. L’uomo costituisce, appunto con ciò che egli stesso è e con ciò che riceve, un tutto» (o.c., 217).

3. I rapporti di coloro che sono in Cristo Gesù con l’apostolo.

I) Saper esprimere, attraverso e al di là del dono che faccio, soprattutto la mia persona e i miei sentimenti (v. 10).

So fare così, oppure il mio dono è dato in modo oggettivo, asettico, impersonale (l’importante è che l’altro riceva questa cosa, il resto non importa)? E, di conseguenza, i doni che mi capita di fare sono non esorbitanti dal punto di vista economico così da riuscire a conservare il loro valore di simboli, oppure per il loro eccessivo valore o per la loro smodata frequenza risultano imbarazzanti per chi li riceve? In altri termini, ci deve essere anche un imbarazzo nel dare, finezza e discrezione, quasi un pudore delicato perché la libertà dell’altro non venga sopraffatta. Anche così si sbaraglia il consumismo!…

II)     Quando se ne presenta l’occasione, saper dare delle cose (10b).

I buoni sentimenti e intenzioni sono necessari, ma a volte non sono sufficienti. So contribuire alle necessità della mia parrocchia e, in genere, della Chiesa secondo le leggi e le usanze? È vero, taluni parroci chiedono troppo spesso per la parrocchia; ma nessuna comunità vive solo di aria. Il problema non è «strutture sì / strutture no» (ricordate il ’68?), ma strutture secondo e per il vangelo / strutture che hanno un debole o nullo rapporto con il vangelo di Gesù. E l’ 8‰? Notiamo che in questo brano non si tratta di aiutare un qualsiasi uomo bisognoso (ciò vale sempre), ma di sostenere gli operai del vangelo, affinché il vangelo possa essere effettivamente annunciato (interessante in proposito la tesi di Schürmann, secondo il quale la richiesta «dacci oggi il nostro pane quotidiano» del Padre nostro è stata originariamente messa in bocca da Gesù a coloro che, dovendo annunciare a tempo pieno il vangelo, non potevano neppure provvedere da sé stessi al proprio sostentamento). Pensiamo anche all’aiuto economico che ciascuno, secondo le proprie risorse, è tenuto a dare alle missioni.

III)   Saper com-patire: «siete stati in comunione con me che soffrivo».

Alimento in me la virtù della compassione come capacità concretamente realizzata di soffrire con chi soffre, con perseveranza e con la disponibilità a soffrire – al limite – al posto suo come ha fatto Gesù? Oppure: a) fingo di non vedere il fratello bisognoso; b) mi limito a dargli delle “cose” perché e purché non mi disturbi più; c) mi do esageratamente da fare per lui così che egli si sente umiliato? So com-patire il mio prete, soffro con lui o gli scodinzolo intorno quando ho bisogno, mentre lo lascio solo come un cane quando è lui ad avere bisogno?

IV)    Saper insistere perché l’altro accolga il dono, quando ciò è per il suo vero bene (vv. 16.17).

Se Paolo ha accettato regali solo dai Filippesi, vuol dire che soltanto da loro l’accettazione poteva non essere equivocata; e li ha accettati per ben due volte. Ma non è improbabile che i Filippesi abbiano insistito, con fermezza e finezza insieme, perché Paolo li accettasse, avendo essi visto il suo estremo bisogno.

So sfoderare, quando occorre, le mie arti magiche di insistenza discreta o discrezione insistente anche con i miei preti? Si sa, noi preti siamo di dura cervice; ma nessuno è ancora riuscito a dimostrare che siamo malvagi: forse abbiamo soltanto più pudore degli altri nel ricevere (senso di colpa per una specie di nemesi storica?). A volte basterebbe un po’ più di coraggio da parte dei laici. E – naturalmente – un po’ più di umiltà da parte di noi preti.

C) ORATIO

Signore Gesù, tu che sei il Regalo per antonomasia, fa’ che sappiamo dare e ricevere tutti e solo quei regali che tu vuoi ci facciamo per assomigliare maggiormente a te.

don Gabriele
http://www.sacrafamigliamonza.it

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Questa voce è stata pubblicata il 09/11/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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