COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

Commento al Vangelo della XXXII Settimana del Tempo Ordinario

XXXII settimana del Tempo Ordinario 
Commento al Vangelo di Paolo Curtaz

Commento al Vangelo del giorno 4

Lunedì 12 Novembre > 
(Memoria – Rosso)
San Giosafat
Tt 1,1-9   Sal 23   Lc 17,1-6: Se sette volte ritornerà a te dicendo: Sono pentito, tu gli perdonerai.
Martedì 13 Novembre > 
(Feria – Verde)
Martedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Tt 2,1-8.11-14   Sal 36   Lc 17,7-10: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare.
Mercoledì 14 Novembre > 
(Feria – Verde)
Mercoledì della XXXII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Tt 3,1-7   Sal 22   Lc 17,11-19: Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.
Giovedì 15 Novembre > 
(Feria – Verde)
Giovedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Fm 1,7-20   Sal 145   Lc 17,20-25: Il regno di Dio è in mezzo a voi.
Venerdì 16 Novembre > 
(Feria – Verde)
Venerdì della XXXII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Gv 1,3-9   Sal 118   Lc 17,26-37: Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.
Sabato 17 Novembre > 
(Memoria – Bianco)
Santa Elisabetta d’Ungheria
3Gv 1,5-8   Sal 111   Lc 18,1-8: Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui.
Domenica 18 Novembre > 
(DOMENICA – Verde)
XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Dn 12,1-3   Sal 15   Eb 10,11-14.18   Mc 13,24-32: Il Figlio dell’uomo radunerà i suoi eletti dai quattro venti.

Lunedì 12 Novembre (Memoria – Rosso) San Giosafat
Lc 17,1-6: Se sette volte ritornerà a te dicendo: Sono pentito, tu gli perdonerai.

Nasce a Wolodymyr in Volynia (Ucraina) nel 1580 e viene ricordato come il simbolo di una Russia ferita dalle lotte tra ortodossi e uniati. La diocesi di Polock si trovava in Rutenia, regione che dalla Russia era passata in parte sotto il dominio del Re di Polonia, Sigismondo III. La fede dei Polacchi era quella cattolica romana; in Rutenia invece, come nel resto della Russia, i fedeli aderivano alla Chiesa greco-ortodossa. Si tentò allora un’unione della Chiesa greca con quella latina. Si mantennero cioè i riti e i sacerdoti ortodossi, ma si ristabilì la comunione con Roma. Questa Chiesa, detta «uniate», incontrò l’approvazione del Re di Polonia e del Papa Clemente VIII. Gli ortodossi, però, accusavano di tradimento gli uniati, che non erano ben accetti nemmeno dai cattolici di rito latino. Giovanni Kuncevitz, che prese il nome di Giosafat, fu il grande difensore della Chiesa uniate. A vent’anni era entrato tra i monaci basiliani. Monaco, priore, abate e finalmente arcivescovo di Polock, intraprese una riforma dei costumi monastici della regione rutena, migliorando così la Chiesa uniate. Ma a causa del suo operato nel 1623 un gruppo di ortodossi lo assalì e lo uccise a colpi di spada e di moschetto.(AvvenireN)

Sono tre detti che provengono direttamente dalle labbra di Gesù e che Luca inanella in un breve paragrafo. Evidentemente di Gesù: nessun apostolo sano di mentre se li sarebbe inventati. Parole forti, collegate le une alle altre. Lo scandalo, anzitutto: se non vigiliamo su noi stessi, se prendiamo la fede sottogamba corriamo il rischio di scandalizzare chi si sta avvicinando alla fede. E Dio solo sa quanto scandalo abbiamo dato negli ultimi decenni come Chiesa! Certo, per un prete che sbaglia mille continuano con fedeltà e passione evangelica la propria missione. Ma anche quell’uno è di troppo. E, aggiunge subito il Signore, lo scandalo peggiore che possiamo dare è l’assenza di perdono e di misericordia, una fede che diventa impietosa… anche con chi ha dato scandalo! Alla fine di tutto è la compassione a prevalere, a rendere credibile il nostro percorso di fede. Guai a scordarci questa grande verità! Perdonare non è facile, a partire dal perdonare noi stessi. Ecco perché abbiamo bisogno di fede, fede che non può essere uno sforzo sovrumano, ma che è accoglienza dell’opera di Dio in noi.

Martedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,7-10: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare.

Abbiamo scoperto la bellezza del Dio di Gesù, abbiamo aderito alla sua proposta, abbiamo accolto la Parola e l’abbiamo lasciata fiorire in noi stessi, cambiando la nostra vita, illuminandola. Giorno per giorno, mese per mese, anno per anno, fidandoci del Signore abbiamo aperto il nostro cuore allo stupore. Ora sappiamo, ora conosciamo, ora tutto è più chiaro. Gioiamo nel lavorare nella vigna del Signore, siamo colmi di stupore nell’incontrare altri uomini e donne che come noi si sono fidati del Nazareno. Sì, noi crediamo, con forza, con determinazione, con fatica. E cerchiamo di leggere il mondo da una prospettiva altra. Alta. Forse siamo anche impegnati in qualche servizio ecclesiale, dal più modesto al più impegnativo, forse abbiamo anche delle responsabilità nelle comunità. Proprio a noi, proprio a chi ha maggiori incarichi il Signore ricorda una verità disarmante: è lui che agisce, non noi. Il mondo è già salvo, non dobbiamo salvarlo noi. Perciò siamo gioiosamente servi inutili. Perciò veri. Perciò liberi. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, dobbiamo solo diventare trasparenza affinché, attraverso i nostri gesti, la gente veda il volto di Dio.

Mercoledì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,11-19: Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.

Sono solo lebbrosi, non samaritani o ebrei. Il dolore ci rende uguali, elimina le differenze, la disperazione cuce rapporti impensabili. E urlano, chiedono salvezza, chiedono di essere riammessi nel mondo dei vivi. Gesù li ascolta ma chiede di andare dai sacerdoti del tempio: la guarigione è in un percorso, è progressiva, non è mai tutta di colpo. Ci vogliono degli anni per convertirsi, degli anni per diventare veramente discepoli. E si mettono in strada. Trovatisi guariti ecco che le differenze ritornano: i nove ebrei vanno al tempio ma il samaritano non ha un tempio, il suo è stato raso al suolo un secolo prima, proprio dagli ebrei. Allora si rivolge al Tempio. E il Tempio, Gesù, la presenza di Dio, lo accoglie e commenta amareggiato: dieci sono stati sanati, uno solo è stato salvato. Non è vero che basta la salute!, non è vero che la salute è tutto. C’è di più: la salvezza. La salvezza di sapersi amati, di essere nel cuore di Dio, di essere donati al mondo. L’ingratitudine è più difficile da guarire della lebbra: ringraziamo il Signore per la salvezza che ci ha strappato dall’isolamento e dalla disperazione e ci ha resi liberi.

Giovedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,20-25: Il regno di Dio è in mezzo a voi.

Il Regno di Dio è in mezzo a noi dice il Signore, è impastato col nostro mondo, ne fa parte integrante, ne è intimamente connesso. Ne fa parte, non è altro, non è qualcosa di diverso. Molti, ci ammonisce il Signore, pensano di incontrarlo altrove, negli eventi eclatanti, correndo dietro a miracoli e alle apparizioni. Non è così. È il nostro sguardo che lo deve riconoscere, è il nostro cuore che è chiamato ad accorgersene. Quante volte pensiamo che la presenza di Dio coincida con qualcosa di fantastico, con qualche evento che scuota e stupisca. Povera la fede che ha bisogno di miracoli per poter crescere! Povera la fede che ha bisogno di conferme per poter andare avanti! Siamo chiamati a cambiare il nostro sguardo per riconoscere il Regno che si realizza in mezzo a noi. Nelle nostre parrocchie, nelle nostre liturgie, nelle nostre iniziative di carità, nella nostra profezia realizziamo il Regno, non altrove. Che bello sapere che la mia comunità è un anticipo e una realizzazione parziale del Regno che è già e non ancora! Che bello iniziare la giornata col desiderio e l’impegno di riconoscere il Regno già presente in mezzo a noi!

Venerdì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,26-37: Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.

Verrai, Signore. Verrai alla fine dei tempi, nella pienezza, quando nessuno ci penserà più. Quando penseremo che il tuo ritorno è ormai impossibile, una pia leggenda, una cosa che si dice ma cui nessuno crede, una di quelle cose della fede legate al passato, all’entusiasmo dei primi discepoli ma che, realisticamente, non accadrà mai. Verrai e allora saremo spiazzati, non capiremo, non saremo pronti, come non siamo mai pronti agli eventi improvvisi, alle sorprese inattese, alle cose grandi e piene di luce. Vieni, Signore, nel cuore di ognuno, chiedi ospitalità, chiedi di essere accolto, chiedi di osare, di credere. Vieni, ma siamo troppi occupati, troppo presi, troppo tutto. Vediamo passare Noé accanto a noi senza riconoscerlo e Lot, chiamato dall’angelo ad uscire dalle tante Sodoma e Gomorra in cui abitiamo. Li vediamo, ma non sappiamo più riconoscerli, non sappiamo più leggere i sorrisi accennati dei profeti, non sappiamo più interpretare le immense solitudini che essi riempiono. Prendici, Signore. Prendici, non lasciarci a vagare nella pochezza delle nostre vite. Prendici con te, rendici discepoli da ora e per sempre.

Sabato 17 Novembre (Memoria – Bianco) Santa Elisabetta d’Ungheria
Lc 18,1-8: Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui.

Figlia di Andrea, re d’Ungheria e di Gertrude, nobildonna di Merano, ebbe una vita breve. Nata nel 1207, fu promessa in moglie a Ludovico figlio ed erede del sovrano di Turingia. Sposa a quattordici anni, madre a quindici, restò vedova a 20. Il marito, Ludovico IV morì ad Otranto in attesa di imbarcarsi con Federico II per la crociata in Terra Santa. Elisabetta aveva tre figli. Dopo il primogenito Ermanno vennero al mondo due bambine: Sofia e Gertrude, quest’ultima data alla luce già orfana di padre. Alla morte del marito, Elisabetta si ritirò a Eisenach, poi nel castello di Pottenstein per scegliere infine come dimora una modesta casa di Marburgo dove fece edificare a proprie spese un ospedale, riducendosi in povertà. Iscrittasi al terz’ordine francescano, offrì tutta se stessa agli ultimi, visitando gli ammalati due volte al giorno, facendosi mendicante e attribuendosi sempre le mansioni più umili. La sua scelta di povertà scatenò la rabbia dei cognati che arrivarono a privarla dei figli. Morì a Marburgo, in Germania il 17 novembre 1231. È stata canonizzata da papa Gregorio IX nel 1235. (Avvenire)

Il Signore troverà ancora la fede quando tornerà sulla terra? Non dice: troverà le parrocchie, i dicasteri e la curia romana, la cultura cattolica, le chiese, i campanili… Troverà la fede? Il dramma del nostro tempo, l’opera urgente di conversione che siamo chiamati a compiere è il recupero della fede ormai diventata stanca abitudine, innocua e vaga appartenenza. La fede che brucia, che forgia i santi, che spinge i martiri a donare il proprio sangue langue nelle nostre comunità. La fede di sapere che Dio è giusto, è un padre che ascolta e accoglie, non un despota annoiato che non sa che farsene di noi. La fede di chi vede un mondo altro nascosto nelle pieghe di questo vecchio mondo dolente. La fede di chi sa che ogni gesto compiuto nel nome del Signore risorto ci trasforma la vita concreta. Il Regno avanza, ne siamo avvinti, ne facciamo parte, lo costruiamo nella quotidianità in ufficio, a casa, a scuola. Siamo noi a rendere possibile la fede. Teniamo duro, allora, come la vedova cocciuta della parabola. Perché possiamo con verità dire al Signore: sì, quando tornerai ci sarà ancora la fede in te, Maestro, la mia, quella della mia comunità.

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Mc 13,24-32: Il Figlio dell’uomo radunerà i suoi eletti dai quattro venti.

Siamo alla fine dell’anno liturgico, e la Parola ci orienta in una direzione ostica e impegnativa, ci invita a guardare avanti e altrove e con un altro sguardo: è il tema del futuro, della fine del mondo, dei novissimi.

Cosa succederà domani? Come andrà a finire la Storia? Che ne sarà di noi? Predicazioni medioevali e film di serie “B” ci rappresentano la fine del mondo come un delirio di fiamme e di distruzione, come il sommo giudizio finale fatto di caligine e di paura. La “colpa” di questa interpretazione approssimativa è del linguaggio apocalittico usato da alcuni libri della Scrittura, come il brano di Daniele che abbiamo letto oggi, fatto di forti immagini da non prendere alla lettera. Ciò che i cristiani hanno capito è semplice: Cristo, risorto e asceso al Padre, tornerà nella pienezza dei tempi, tornerà per completare il suo Regno, le anime dei nostri defunti riprenderanno i propri corpi trasfigurati e risorti e sarà la pienezza. Nel frattempo, e questa è una nota dolente, quel buontempone di Dio ha affidato a noi, fragile Chiesa, il compito di far crescere il Regno. Questo è il tempo della Chiesa. Non il tempo di restare seduti ed aspettare (come sta succedendo), ma di annunciare il Vangelo, finché il Signore torni. Una corrente del pensiero ebraico contemporaneo invita tutti, anche i non ebrei, a comportarsi con rettitudine, per accelerare per loro la venuta del Messia, e per noi il ritorno. Non è una ragione sufficiente per cambiare il mondo a partire da noi stessi?

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Un commento su “Commento al Vangelo della XXXII Settimana del Tempo Ordinario

  1. Dios, nuestro Padre, nos acompaña cada día, basta saberlo escuchar,…, y con esto sabemos que para Él, siempre es el “hoy”, mientras para nosotros es el último, siempre que estemos preparados!

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Questa voce è stata pubblicata il 11/11/2018 da in ITALIANO, Liturgia, Settimana - commento.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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