COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Lettera a TITO

XXXII Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

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Lettera aTito

LETTERA A TITO
Mauro Orsatti

LETTERE PASTORALI: 1-2 TIMOTEO E TITO

All’interno delle lettere paoline, un gruppetto di tre si distingue sia per i destinatari, sia per il contenuto. Contrariamente alle altre che hanno come destinatari una comunità, queste tre sono indirizzate a persone, due lettere a Timoteo e una a Tito. Costoro sono due responsabili di comunità, rispettivamente quella di Efeso e quella di Creta, e ciò spiega in buona parte il contenuto e il tenore delle lettere. Ebbe ragione il professore tedesco Paul Anton ad utilizzare, già nel 1726, la denominazione di “lettere pastorali”, ancora oggi in uso. Effettivamente questi scritti hanno un carattere esortativo, con direttive impartite ai due responsabili di comunità. (…)

TITO

Collaboratore di Paolo, incaricato di importanti missioni, viene citato 13 volte nel NT e sempre nelle lettere paoline, soprattutto in 2Cor. Stranamente non compare mai negli Atti degli Apostoli; si è cercata una spiegazione: che sia un fratello di Luca, e per questo non venga citato, rimane una pura ipotesi.

Per alcuni dati biografici, facciamo tesoro di indicazioni offerte dalla lettera ai Galati. Tito è presentato come un cristiano di origine pagana che accompagna Paolo e Barnaba a Gerusalemme. Poiché greco, i giudaizzanti pretendevano la sua circoncisione, ma Paolo si oppone decisamente per non rafforzare la loro tesi (cfr. Gal 2,1-5). Notiamo il diverso atteggiamento di Paolo nei confronti di Timoteo e di Tito: per il primo, figlio di madre ebrea, Paolo richiede la circoncisione (cfr. At 16,3); per il secondo, di origine pagana, Paolo si oppone alla circoncisione.

L’attività e la personalità di Tito sono messe in luce dal suo rapporto con la comunità di Corinto, come possiamo leggere nella seconda lettera che Paolo invia a questa comunità. Tito è inviato da Paolo a Corinto, dove una comunità frantumata da discordie minacciava di vanificare l’annuncio evangelico. Egli ottiene successo, dove Paolo e forse lo stesso Timoteo, inviato espressamente, non riuscirono (cfr. 1Cor 4,17). Infatti, quando incontra Paolo in Macedonia, può dire che la comunità si è pacificata e che la tranquillità regna a Corinto (cfr. 2Cor 2,13; 7,6.13s). Di nuovo viene affidato a Tito un delicato incarico, questa volta concernente la colletta per la comunità povera di Gerusalemme (cfr. 2Cor 8,6.16.23; 12,18).

Da Tt 1,5 si evince che è inviato da Paolo a Creta, dove assume la guida della comunità. La lettera mostra la grande stima che Paolo nutre nei suoi confronti (cfr. Tt 1,4), del resto attestata anche altrove (cfr. 2Cor 12,18). Secondo la testimonianza di 2Tm 4,10, è mandato da Paolo in Dalmazia, dove presumiamo fossero sorte nuove difficoltà. Possiamo allora dire che egli è il missionario delle cause difficili, l’uomo idoneo per affrontare e risolvere delicate situazioni. Non è dunque difficile dedurre che fosse dotato di un carattere conciliatore, oltre che di una schietta fede che lo pone disinteressatamente al servizio del Vangelo.

SCHEMA E CONTENUTO

L’offerta dello schema serve a dare un primo quadro, sommario e concreto, della struttura della Lettera e pure del loro contenuto. Ecco una proposta:

1,1-4 indirizzo/saluti a Tito
1,5-9 struttura della chiesa e nomina di presbiteri/episcopi
1,10-16 false dottrine che minacciano la comunità
2,1-10 i doveri delle diverse categorie
2,11-15 la grazia di Dio manifestata in Cristo e annunciata da Tito
3,1-11 doveri dei fedeli
3,12-15 raccomandazioni e saluti

UMILI SERVITORI DELLA VERITÀ
Tito 1

Gli studiosi sono concordi nel ravvisare una stretta affinità letteraria e tematica tra la Prima lettera di Timoteo e la Lettera a Tito. Oltre allo stile, anche i contenuti si ripetono: vi ritroviamo la denuncia dei falsi maestri, le indicazioni per l’organizzazione della comunità, la presentazione della sana tradizione dottrinale nel nuovo contesto in cui si trovano a vivere i destinatari cristiani.

Il primo capitolo comprende l’indirizzo e il saluto a Tito (vv. 1-4), la struttura della chiesa con la nomina di presbiteri-episcopo (vv. 5-9), i falsi maestri che con le loro dottrine minacciano la comunità (vv. 10-16).

Commento essenziale

Indirizzo e saluto (vv. 1-4)

Paolo, il mittente, si qualifica come «servo di Dio» e «apostolo di Gesù Cristo». Il primo titolo è nuovo rispetto a 1Tm 1,1 e designa un uomo interamente consacrato a Dio; altrove Paolo si definisce «servo di Gesù Cristo» (Rm 1,1; Fil 1,1). Il riferimento a Dio anziché a Gesù Cristo, pur non cambiando la sostanza, può essere un’attenzione alla componente ebraica presente nella comunità cristiana di Creta. Per missione è legato a Gesù Cristo di cui è detto apostolo, cioè inviato. Con una solenne presentazione teologica, dai tratti anche un po’ barocchi, Paolo offre il fine della sua chiamata all’apostolato e lo scopo di tutta la sua missione. È tracciato tutto l’itinerario del credente, dalla chiamata alla fede (passato), all’esperienza cristiana che fa immergere in una vita coerente (presente), con lo sguardo e la tensione verso la pienezza della vita eterna (futuro). Tutto riposa sulla «promessa» di Dio che è il suo impegno con l’umanità e che si manifesta nella predicazione di Paolo, «affidata per ordine di Dio, nostro salvatore». L’apostolo di Gesù Cristo è ora l’apostolo di Dio. C’è un’ovvia sintonia data dal piano della salvezza che ha in Dio (Padre) l’artefice e in Cristo il realizzatore storico. I primi tre versetti sono un mini trattato della storia della salvezza, con il progetto salvifico che, partendo dal Padre, trova realizzazione in Cristo e raggiunge gli uomini per mezzo della predicazione apostolica.

Al v. 4 giunge il nome del destinatario, Tito, chiamato affettuosamente «mio vero figlio nella fede». È la figliolanza spirituale, già registrata per Timoteo, che nasce dalla comune appartenenza a Cristo.

Il saluto è coerente con l’intenso clima spirituale creato dalle parole precedenti: «grazia e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù, nostro salvatore». In tutte le lettere paoline ricorre questo binomio, considerato come la somma dei beni che si possono augurare. Sono doni divini perché vengono dal Padre e da Cristo e hanno come effetto di trasformare la vita dell’uomo, già nella sfera del tempo, in attesa della trasformazione definitiva nell’eternità. La grazia è il bene divino che si riversa nella storia personale e comunitaria, la pace è il benessere complessivo che si prova quando Dio riempie la vita.

La struttura della chiesa: nomina di presbiteri-episcopo (vv. 5-9)

Il brano è un tipico esempio di ordinamento ecclesiastico disposto dall’Apostolo e giustificato dalla situazione che si è venuta a creare nella comunità cristiana di Creta, di cui non possediamo precise notizie storiche. Possiamo dedurre che la comunità va espandendosi e che sia necessario provvederla di alcuni capi. (…)

Nei vv. 5-9 è facile ravvisare uno scambio tra «presbiteri» del v. 5 ed «episcopo» del v. 7. Nelle lettere pastorali «episcopo» appare solo al singolare (1Tm 3,1 e Tt 1,7), mentre «presbiteri» si trova per lo più al plurale e indica un gruppo ben preciso (1Tm 5,17 e Tt 1,5). Nel nostro passo sembra che l’«episcopo» del v. 7 faccia parte del gruppo dei «presbiteri» del v. 5. Senza che i due termini siano perfettamente sinonimi, ribadiamo che l’ufficio dell’episcopo non ha ancora una precisa fisionomia perché si trova in una fase di transizione, anche se sta emergendo come figura di capo della comunità.

Le doti richieste a chi viene scelto per l’ufficio di presbitero-episcopo hanno notevole somiglianza con il catalogo già visto nella Prima lettera a Timoteo e non raramente sono espresse con gli stessi termini. Il candidato deve essere «irreprensibile» (stesso significato, ma vocabolo diverso da 1Tm 3,2), «sposato una volta sola, con figli credenti» («con figli sottomessi» in 1Tm 3,4), cioè già cristiani. Per favorire e accelerare il cammino della giovane generazione cristiana, è opportuno che i figli dei candidati siano già convertiti e non conducano una vita spensierata, disordinata e dissoluta. Il futuro capo deve essere un modello con tutta la sua famiglia.

Il v. 7 introduce la figura dell’episcopo con un «infatti» quasi a sviluppare il pensiero precedente che riguardava i presbiteri. Anche questo particolare rivela che il discorso non introduce una nuova figura. Le esigenze a cui deve soddisfare l’episcopo si fondano sulla sua eminente funzione di «amministratore di Dio». Il termine designa il responsabile della comunità, colui che amministra i beni, che possono essere anche di natura spirituale. Essendo il responsabile della domus ecclesia dovrà avere un carattere stabile, essere maturo nella personalità, equilibrato nei sentimenti, posato nella vita familiare. Gli viene richiesta una credibilità sul piano umano, oltre che sul piano dottrinale. Tutto questo è racchiuso nei cinque vizi da evitare (v. 7) e nelle sette virtù da coltivare (vv. 8-9).

In 1Pt 5,2 si utilizza l’immagine del pastore e del gregge, che può aiutarci a comprendere il servizio dell’episcopo. Il ministero deve essere sentito in primo luogo in senso pastorale: l’episcopo cammina in questa direzione quando sorveglia e cura le pecore, provvede a che non manchi loro il nutrimento, le guida saggiamente conducendole al pascolo. In breve, deve guardare esclusivamente al bene del gregge, che non può sfruttare in vista dei suoi propri vantaggi, perciò non potrà essere «avido di guadagno disonesto», dalla sua vita dovrà essere esclusa ogni forma di presunzione («non arrogante»), di prepotenza («non violento e non iracondo») e di esagerazione nell’uso delle bevande alcoliche («non dedito al vino»). Per quest’ultimo riferimento ricordiamo che i cretesi commerciavano in vino, uno dei prodotti più redditizi dell’isola.

Apre la lista delle virtù l’essere «ospitale». La pratica dell’ospitalità è sostenuta anche da motivazioni pastorali: se le comunità cristiane dell’isola sono numerose, e si stanno ampliando, è facile immaginare i frequenti spostamenti dei presbiteri, presenti «in ogni città» (v. 5), per incontrarsi con Tito o per scopi di annuncio del Vangelo.

L’episcopo deve essere instancabile nella sua attività caritativa, che presuppone la subordinazione del proprio io al bene altrui: potrebbe essere un significato dell’espressione «amante del bene». Seguono altre richieste: «assennato, giusto, pio, padrone di sé»: tutte qualità che servono a stabilire rapporti maturi e costruttivi con i collaboratori e con i membri della comunità di Creta. Deve usare una buona dose di saggezza e discrezione, deve attingere alla sua capacità di ascolto e di intervento, evitando di imporsi, nella consapevolezza di essere servo della comunità cristiana e non padrone.

Accanto alle virtù di maturità umana e di capacità di relazione si pongono quelle più propriamente legate al suo ministero, come l’essere «attaccato alla dottrina sicura, secondo l’insegnamento trasmesso». Suo compito importante è quello di assicurare la continuità incorrotta dell’annunzio del Signore, cioè la tradizione apostolica vivente nella Chiesa, chiamata in altri passi «il (buon) deposito» o, «la sana dottrina» (cfr. 1Tm 6,20; 2Tm 1,12.14).

Tra i suoi compiti figurano quello di «esortare» e di «confutare». Esortare, qui inteso in senso cristiano, è la sollecitazione a prendere parte alla vita cristiana avvolta nel tempo e nelle circostanze quotidiane. L’episcopo deve fare in modo che tra l’uomo del suo tempo e lo stile di vita cristiano annunciato avvenga un incontro, perché la vita dell’uomo venga risanata e trasformata. In alcuni casi occorre «confutare», che è l’identificazione, la denuncia e la dimostrazione di errore di certe teorie o prassi di vita. La confutazione non avviene con aggressioni verbali, ma promuovendo, persuadendo e istruendo, secondo il metodo del dialogo. Occorre ascoltare le opinioni altrui, anche se diverse e perfino inaccettabili, per saperle controbattere con dolce fermezza.

L’imperioso dovere della predicazione e di una predicazione sicura, ancorata nella tradizione, si fonda sul fatto che, secondo il disegno di Dio, la parola della predicazione è l’unica via che conduce alla salvezza. In questo modo gli eletti sono condotti alla fede e alla conoscenza della verità, e così è accesa in essi la speranza della vita eterna (cfr. 1,1-3).

I falsi maestri e le loro dottrine (vv. 10-16)

Paolo è cosciente che il suo insegnamento rischia di essere inquinato e compromesso dalla presenza di falsi maestri. La loro presenza e la loro nefanda azione erano state avvertite e duramente criticate anche nella Prima lettera a Timoteo (cfr. 1Tm 1,3-7; 6,3.5). Se Paolo tocca lo stesso argomento e mette in guardia anche Tito, significa che la comunità cristiana di Creta, al pari di quella di Efeso, rischia di essere infettata da dottrine erronee. Significa pure che il raggio di azione di quelle persone era vasto e la loro presenza incisiva nelle comunità cristiane. Da qui la necessità di individuarli, smascherarli, isolarli.

Sono bollati subito con epiteti forti, «chiacchieroni e ingannatori», che denotano la loro negativa attività didattica come si evince anche dal verbo «insegnando» del v. 11. Paolo li individua, almeno buona parte di loro, con «quelli che vengono dalla circoncisione». Veniamo a sapere che sono cristiani provenienti dal giudaismo. L’identificazione è netta, senza ombra di dubbio, mentre in 1Tm 1,3-7 la si poteva arguire in base al contenuto del loro insegnamento e al riferimento alla legge. La negatività del loro operato appare anche dal duplice fine iniquo che perseguono: «mettono in scompiglio intere famiglie» e insegnano «per amore di un guadagno disonesto». Sono dei “mestieranti”, persone egoistiche che parlano per un tornaconto personale, ben diverse dagli annunciatori del vangelo che agiscono con rettitudine e gratuità. Perciò Tito deve intervenire drasticamente e «chiudere loro la bocca».

I vizi dei falsi dottori trovarono un terreno fertile nel carattere dei Cretesi, fotografati così: «sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri», un verso, forse divenuto proverbiale, del poeta cretese Epimenide di Cnosso del VI sec. a.C., conosciuto come «profeta», forse perché aveva previsto bene il futuro. I tre vizi, falsità, rozzezza e pigrizia, sono confermati dalla testimonianza diretta di Paolo che può averli sperimentati durante la sua permanenza sull’isola. Le parole forti, quasi impietose, svolgono la funzione positiva, non solo di inculcare il rigetto dell’errore, ma pure di sostenere l’adesione incondizionata alla verità e al progetto positivo di vita cristiana.

La correzione che Tito deve eseguire, anche se molto dura, conserva il valore di “pena medicinale” che ha come fine di ricondurre gli erranti sulla retta via: «affinché siano sani nella fede» (v. 13), reso dalla traduzione italiana in modo meno vigoroso con «sana dottrina».

La sanità della fede comporta un’adesione cordiale al vangelo con l’abbandono di interessi e temi che tanto occupavano l’animo giudaico. Paolo parla di «favole giudaiche e precetti di uomini che rifiutano la verità» (v. 14).

Si andavano diffondendo sempre più idee che concepivano la redenzione come frutto di osservanza di prescrizioni rituali. Affiora la mentalità tipicamente giudaica che vede negli adempimenti della legge la massima espressione della vita religiosa. Tre erano i principali tipi di prescrizioni che chiudevano sempre di più il mondo alla novità del cristianesimo:

– la circoncisione;
– il divieto dei matrimoni;
– la distinzione tra carni permesse e carni proibite.

Più volte le lettere paoline fanno emergere problematiche connesse con questi temi (cfr. Fil 3,2-3; Rm 14,1-3; 1Cor 10,25-27), segno che la presenza giudaica aveva peso rilevante anche in comunità cristiane con forte percentuale di gente proveniente dal paganesimo. Era uno scontro di mentalità e di culture. Per alcuni cristiani provenienti dal giudaismo la circoncisione era richiesta a tutti come condizione di salvezza. Non accettavano i matrimoni misti (giudei e pagani), equiparati a fornicazioni: era un delitto che veniva punito con il pugnale; la legge non lo colpiva con pene determinate, ma lasciava la repressione al braccio degli zelanti. Anche sui cibi, soprattutto a proposito di carni sacrificate agli idoli e poi riciclate sul mercato, sorgevano discussioni infinite.

Il cristianesimo primitivo sarebbe morto sul nascere se si fosse legato a tante prescrizioni; era importante, nel momento in cui sono scritte le lettere pastorali, precisare bene se avesse seguito o no la mentalità giudaica, caricandosi di intricate discussioni tra puro e impuro e rischiando di invischiarsi nel formalismo. Era in gioco la fisionomia stessa del cristianesimo, che sarebbe diventato una piccola setta, se i suoi discepoli non si fossero lasciati guidare dal nuovo progetto di vita evangelico.

Il pensiero di Paolo mostra che la proposta religiosa è carica di Spirito di Dio che a poco a poco avrebbe cancellato il materialismo religioso e tutta la serie di pratiche rituali. Contro tali prescrizioni va fatta valere la semplice ma pregnante affermazione che «tutto è puro per i puri» (v 15), che nel contenuto risale a Gesù (cfr. Mc 7,15) ed è diventata patrimonio della spiritualità cristiana (cfr. Rm 14,20). Il lettore ricorderà che la frase, nella sua formulazione latina omnia munda mundis, è divenuta celebre perché Manzoni, nel suo romanzo I promessi sposi, la pone sulla bocca di fra Cristoforo in risposta a fra Galdino, perplesso e disorientato per la presenza di Agnese e di Lucia in convento.

Per commentare il pensiero di Paolo dei vv. 15-16 possiamo citare le parole di Gesù: «La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (Mt 6,22-23).

Attualizzazione

L’episcopo deve stare saldamente attaccato alla solida e sana dottrina degli Apostoli, nel senso che deve abbeverarsi di continuo a quella fonte, attingendo alla sua vitalità, lasciandosi afferrare dalla Parola di Dio. Fedele alla Parola, deve trasmetterla nella sua integrità, con amore e generosità, cosicché tutti i fedeli possano attingere alla sorgente genuina da cui sgorga l’acqua di vita.

Paolo ha raccomandato al collaboratore Tito di conservare la fedeltà alla sorgente e di ripristinarla, là dove errori e deviazioni minacciavano la genuinità della fede. L’idea offre lo spunto per riflettere sui diversi messaggi drogati e stregati che ci giungono ogni giorno, anche con la parvenza di dottrina genuina. Pensiamo al mondo delle sette religiose e della loro influenza nelle nostre comunità cristiane.

Il fenomeno dei gruppo religiosi, chiamati spesso con connotazione più negativa “sette religiose”, sta diffondendosi a macchia d’olio. Negli USA si contano almeno 3.000 sette e 2.550 in Europa. In Asia, Africa e America Latina non sono così diffuse, ma trovano un terreno fertilissimo e quanto mai recettivo.

La rapida diffusione del fenomeno pone seri interrogativi e interpella sul motivo di tanto successo. Queste alcune possibili spiegazioni:

– Le sette sembrano rispondere al bisogno di realizzazione personale: favoriscono il superamento dell’anonimato nella vita moderna, valorizzano la persona ricordandole la sua elezione divina, spingendola fino al fanatismo;

– soddisfano al bisogno di appartenere ad una comunità, offrendo un gruppo che ascolta, che dà calore umano e che offre sostegno nei momenti di crisi;

– offrono risposte semplici a domande complicate; non insegnano a vivere, ma danno risposte agli interrogativi esistenziali. La stessa esperienza del divino è proposta come diretta e immediata, dando perfino l’illusione di arrivare a sfiorarlo;

– creano una religione su misura di ogni uomo, quasi si trattasse di uno scampolo di stoffa che ognuno può confezionare a proprio piacimento; si sviluppa così una specie di “fai-da-te” religioso.

La confusione e il disorientamento teologico esistenti al tempo di Paolo si ripropongono anche ai nostri giorni. Perciò, come comunità cristiana fedele a Cristo, in comunione con i nostri Vescovi, dobbiamo stare in atteggiamento di saggia vigilanza e operare un continuo discernimento. La carità del dialogo e della comprensione non viene a compromesso con la chiarezza delle idee e con il servizio reso alla verità. Siamo chiamati ad essere umili servitori della verità, che nel senso alto, identifichiamo con Gesù stesso.

MISSIONARI A TEMPO PIENO
Tito 2

Il primo capitolo aveva fornito a Tito una serie di provvedimenti da prendere, soprattutto nei confronti dei responsabili della comunità cristiana e dei falsi maestri presenti in essa. Ora l’orizzonte si allarga inglobando vari settori della comunità. Il capitolo può essere diviso in due parti: la prima indica i doveri delle varie persone, elencate nelle categorie di anziani, giovani e schiavi (vv. 1-10); la seconda comprende tutto il popolo cui è rivelata la grazia di Dio manifestata in Cristo e che Tito ha il dovere di far conoscere (vv. 11-15). Tutto è incorniciato dall’imperativo «insegna» (letteralmente: «parla») che, posto all’inizio e alla fine (vv. 1 e 15), imprime al brano un marcato carattere di esortazione.

Commento essenziale

I doveri delle diverse categorie (vv. 1-10)

Il brano ha una scansione lineare: dopo l’imperativo di annunciare la «sana dottrina» (v. 1), seguono i doveri degli anziani (vv. 2-3), dei giovani (vv. 4-6), degli schiavi (vv. 9-10), inframmezzati dall’esempio di Tito (vv. 7-8).

Paolo, si rivolge a Tito esortandolo ad insegnare soltanto ciò che è conforme alla «sana dottrina», da intendere come la dottrina del Vangelo, la rivelazione integra e immutabile di Gesù Cristo. Solo un tale insegnamento può veramente sanare mente, corpo, cuore, sentimenti, e spingere la persona a sapienti decisioni nella vita quotidiana.

Segue una serie di categorie cui Tito deve insegnare. Il Vangelo è unico e vale per tutti, eppure ciascuno lo vive secondo il proprio stato e la propria condizione. Ciò spiega la differenziazione dei doveri secondo le diverse categorie.

Aprono la lista i «vecchi», persone cioè che abbiano superato i sessant’anni d’età, e poi seguono le «anziane». Paolo usa l’avverbio «ugualmente» per far ben capire a Tito di doversi occupare con uguale impegno sia della componente maschile sia di quella femminile. Tali persone svolgono un ruolo prezioso nella comunità, perché possono mettere a disposizione degli altri la loro esperienza di vita di fede, divenendo modello e forza attrattiva. Soprattutto le donne anziane dovranno essere vere maestre di vita per le giovani spose.

Ancora una volta, come già per i presbiteri-episcopo di 1,6-9, è sciorinato un elenco di doveri o di qualità con un minimo tasso di cristianità. Elenchi analoghi si trovano nei “codici familiari” che si ispirano a liste di doveri approntate dal mondo ellenistico e giudaico. Vi sono riflessi i valori apprezzati in quei mondi, come il saggio equilibrio, la dignità o decoro la moderazione e l’autocontrollo. L’orientamento cristiano non manca, ed è dato fin dall’inizio con il riferimento alla «sana dottrina». È l’assunzione e la valorizzazione di ciò che appartiene alla sfera umana che viene elevata e nobilitata; è il cristianesimo che dialoga con il mondo. I primi scrittori cristiani conoscevano e praticavano volentieri questo connubio, come leggiamo in 1Clemente 62,2 dove sono riportate queste virtù: «Fede, pentimento sincero amore, continenza castità, costanza».

Un misto è ravvisabile anche nelle sei virtù richieste agli anziani, le prime tre («sobri, dignitosi, assennati») di matrice ellenistica, e le altre tre («saldi nella fede, nell’amore e nella pazienza») appartenenti alla tradizione cristiana. Sono qualità adatte ad ogni uomo credente e sono attribuite, talvolta con tonalità differenti, agli episcopi, ai diaconi, alle diaconesse e all’intero popolo cristiano.

Più ricamata è la serie di raccomandazioni per le donne anziane. Tale insistenza sui doveri femminili è tipica dell’etica cristiana che valorizza in modo inedito la donna, affrancandola da quello stato minoritario in cui la cultura del tempo la condannava. Nella comunità cristiana di Creta la presenza femminile è avvertita come essenziale e con valore esemplare: «si comportino in maniera degna dei credenti» e «sappiano insegnare il bene».

Paolo rende le donne persone libere ed emancipate, anche per quella raccomandazione di non essere schiave di molto vino. Significa che sono autorizzate a berlo con moderazione, mentre sappiamo che nel mondo giudaico vigeva un rigoroso divieto e che nel mondo romano era sconsigliato perché considerato avente effetti anticoncezionali. Lo stato paritario con gli uomini è raggiunto quando sono ammesse a diventare «maestre di bontà» (in greco kalodidaskalous, tradotto «sappiano insegnare il bene»). Paolo conia un vocabolo nuovo, perché lo troviamo solo qui in tutto il NT. La donna matura deve esortare le più giovani ad assolvere bene i loro impegni, insegnando loro il bene: questo è il suo carisma che sarà forza trainante nella comunità. Ella farà una vera e propria pastorale giovanile.

Viene tracciato il quadro ideale della giovane, presentata secondo lo stereotipo della donna fedele al marito e dedita ai figli (cfr. Pro 30), moglie e madre. L’amore al marito e ai figli determinano la stabilità della vita familiare, luogo ideale per la realizzazione della fede cristiana. Nel contesto di vero amore, la sottomissione perde qualsiasi connotato di negatività e diventa il dolce legame coniugale, vissuto alla luce della Parola di Dio. L’amore per i figli, poi, è la massima espressione della personalità femminile, anche secondo l’arte greca antica, che rappresenta la madre sempre intenta a giocare con il proprio bambino.

Al v. 6 troviamo l’esortazione ai giovani, breve e concisa. È richiesto loro di «essere assennati», espressione complessiva per indicare scelte mature e generose. I giovani sono per natura inclini alla spensieratezza, al piacere, alla sconsideratezza nel pericolo. Tutto questo può essere vinto solo col dominio di sé che, come suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2342, «è un opera di lungo respiro, non lo si potrà mai ritenere acquisito una volta per tutte. Suppone un impegno da ricominciare ad ogni età della vita. Lo sforzo richiesto può essere maggiore in certi periodi, quelli per esempio, in cui si forma la personalità, l’infanzia e l’adolescenza». Nello stesso tempo, è utile potersi avvalere di modelli validi. Paolo suggerisce a Tito di offrirsi come esempio di vita integralmente vissuta in grandi ideali (vv. 7-8). Davanti ad una condotta irreprensibile, a nulla potrà l’azione di Satana. Il bene è superiore al male e lo vince. Una bella nota di sano ottimismo.

I destinatari delle raccomandazioni dei vv. 9-10 sono gli schiavi. Si può facilmente arguire non solo la loro presenza nella comunità di Creta, ma pure una folta rappresentanza che spinge Paolo a farne oggetto di considerazione. Il tema era stato trattato anche 1Tm 6,1-2 perché anche a Efeso erano presenti gli schiavi ed era utile regolamentare la loro condotta cristiana.

Agli schiavi cristiani viene subito chiesto di «essere sottomessi in tutto ai loro padroni». Tale sottomissione non è giustificata pensando che Dio abbia voluto la schiavitù, ma è accettata come realtà sociale che il cristianesimo primitivo trova e che non è in grado di eliminare, almeno per il momento.

Da un punto di vista giuridico il peso rimane, il rapporto di dipendenza resta necessario. Un elemento nuovo e rivoluzionario cambia radicalmente la situazione ed è la prospettiva teologica. Il comportamento fedele e generoso degli schiavi diventa il loro modo di vivere e di annunciare il vangelo e Paolo lo esprime in forma elegante e succosa: «per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore». Non è sorprendente che l’Apostolo in questo breve tratto torni a parlare per tre volte del buon esempio dei fedeli (2,5.8.10.)? Un po’ di sorpresa c’è, ma non troppa, se pensiamo che il servizio al prossimo con amore e dedizione rimane la migliore catechesi e la più convincente propaganda della fede cristiana.

Paolo agisce in controtendenza. Nella storia della schiavitù si è assistito spesso a fatti deplorevoli, a rivolte violente spesso soffocate nel sangue; lo stesso popolo di Israele ha dovuto scrivere parecchie pagine della sua storia sulla schiavitù. Tuttavia là dove uno schiavo si rendeva disponibile al suo padrone, era fedele e onesto, si stabiliva un rapporto di fiducia e lo schiavo era inserito nel pieno ritmo della vita familiare del padrone. Paolo educa a scrivere una pagina di civiltà che prepara il terreno, quando i tempi saranno maturi, per l’abolizione della schiavitù. Non basta cancellarla con una legge, occorre riscrivere la storia su rapporti nuovi, personali, fondati sul rispetto reciproco, pur nella diversità dei ruoli. Grande è l’apporto del pensiero paolino e di tutta la mentalità nata dal vangelo. Basti citare la stupenda Lettera a Filemone e, più tardi, l’esortazione rivolta a schiavi e padroni da parte di due documenti sub-apostolici, Didachè 4, 10-11 e Lettera di Barnaba 19,7, dove si esortano i padroni a non comandare con asprezza, sotto l’effetto della collera, e gli schiavi a sottomettersi ai padroni con rispetto e timore, come ad un’immagine di Dio.

La grazia di Dio manifestata in Cristo e annunciata da Tito (vv. 11-15)

Una formulazione molto densa presenta la vita cristiana come una risposta alla manifestazione della grazia di Dio e come una attesa serena del ritorno di Cristo. La seconda parte del capitolo 2 può essere articolata in due momenti principali: la grazia di Dio svelata in Gesù Cristo (vv. 11-14) e Tito ha il dovere di annunziarla (v. 15).

Soggetto è la «grazia di Dio» che esprime subito una benevolenza e anche di più: è l’amoroso chinarsi di Dio sulla sua creatura bisognosa. Il verbo di apertura («è apparsa») richiama subito un bene che non appartiene al mondo degli uomini e giunge con tutta la forza della sua gratuità. Altro elemento che il lettore rileva subito è la piacevole carezza di un’aria tutta ossigenata di universalismo, perché la grazia porta la salvezza e questa raggiunge «tutti gli uomini».

Le sorprese non sono finite. Il lettore incontra un ricco vocabolario che evoca interessanti aspetti della sapienza giudaica e della cultura greca. La grazia apparsa svolge il benefico ruolo di educatrice. La traduzione «ci insegna» rende il greco paideiusa che evoca subito la paideia, intesa come l’arte di educare. In un tempo in cui si parla sempre più frequentemente di “pensiero debole” e si lamenta di essere orfani di autentici maestri, ci fa piacere sentire il rassicurante impegno di Dio a essere nostro maestro. Il primo insegnamento sta nell’abbandonare il negativo, espresso come «l’empietà e i desideri mondani». Il vuoto creatosi dalla ripulitura della nostra vita è riempito da uno stile sobrio, dalla giustizia e dalla pietà in questo mondo. L’avverbio sofronos esprime la sobrietà ed evoca immediatamente l’ideale greco dell’ordine e della misura. È saggezza saper bloccare la macchina infernale dei desideri, remando contro la corrente di una mentalità consumistica che crea continuamente bisogni, fa nascere desideri e crea degli infelici perché incapaci di soddisfare tutti i desideri. L’ideale della giustizia, con il suo rispetto per i diritti di tutti e l’adempimento dei propri doveri, trova nella Bibbia nuovi spazi di sviluppo perché la giustizia mette in rapporto con il Dio dell’alleanza e crea un collegamento di amore e non solo giuridico. La «pietà», da praticare in questo mondo, è la risposta a Dio che interpella.

Occorre notare la novità teologica. Paolo aiuta a capire che lo sforzo della volontà, sicuramente necessario, non può sortire l’effetto sperato se l’uomo non incontra Qualcuno che lo elevi ad una nuova dignità. Il concetto è espresso al v. 14 dove si dice che Gesù Cristo «ha dato se stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone». All’azione divina che trasforma l’uomo liberandolo dalla pastoie del peccato (idea del riscatto), seguono le opere buone, segno visibile dell’avvenuta trasformazione dell’uomo.

Questo uomo non è pago del tempo che vive perché la trasformazione gli ha immesso un desiderio di infinito che solo l’eternità saprà appagare appieno. Eccolo allora in attesa «della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (v. 13). Troviamo termini solenni come «nostro grande Dio» e «salvatore» attribuiti a Gesù.

La ricca unità innologica, probabilmente un frammento di catechesi battesimale, vale come sintesi di un modo di pensare e di vivere. Ad essa occorre riferirsi per seguire sentieri sicuri che portano alla realizzazione della persona nell’incontro-comunione con la divinità. L’importanza e la sostanziosità del contenuto si possono evincere dal v. 15 dove Tito riceve precise e quasi perentorie istruzioni: «Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con autorità». Tito, come ogni guida della comunità, dovrà investire tutto il suo ministero, in parole ed opere, preoccupandosi solo di annunciare la grazia di Dio manifestata in Gesù Cristo, sorgente di forza per una vita veramente cristiana. Emergerà così evidente il contrasto con la dottrina di altri, già sopra qualificati come «chiacchieroni e ingannatori» che predicano «favole giudaiche e precetti di uomini» (1,10.14).

Tito gode di una “autorità autorevole” che si impone per densità di contenuti, ampiezza di vedute, concretezza di realizzazione. Tale autorevolezza viene dalla Parola stessa di Dio, donata dal ministro nell’omelia e catechesi. L’autorevolezza viene anche dalla credibilità e dalla competenza del ministro. Poiché Tito risponde a questi requisiti, nessuno potrà disprezzarlo, nel senso di metterlo da parte o di sentirsi a lui superiore.

Tito riceve il comando di insegnare. Ma anche le altre categorie di persone, viste sopra, hanno, ciascuna secondo il proprio stato, una funzione didattica ed esemplare, sono chiamate cioè a insegnare con le parole e con la vita. Possiamo allora dire che la missionarietà è un diritto-doveri di tutti e che tutti i cristiani sono missionari a tempo pieno.

Attualizzazione

Il solenne inno riportato da Paolo stimola a riflettere sul cuore dell’annuncio cristiano. Il problema dell’evangelizzazione investe le nostre comunità, come al tempo di Paolo e di Tito riguardava i cristiani di Creta. Oggi come ieri, occorre trovare una fede che non solo penetri nel cuore e nella mente delle persone per modellarne le convinzioni, i principi di comportamento, le opinioni, i rapporti sociali, ma anche si faccia strada nella cultura.

Consideriamo che oggi i destinatari dell’evangelizzazione sono persone guidate dalla onnipotenza dei mass-media quanto mai lontana dal Vangelo, e che il vangelo non è realtà statica da inserire, secondo le epoche, nella variabile culturale. Si pone il problema sul modo di annunciare il Vangelo in una cultura diversa, e, più ancora, di collocare il Vangelo dentro tale cultura, affinché diventi lievito e realtà incarnata.

Non raramente vediamo una situazione quasi schizofrenica, una sorta di separazione tra il cristianesimo annunciato e il cristianesimo pratico. Il motivo è che il vangelo annunciato non riesce a toccare il vissuto degli ascoltatori. C’è qualcosa di impermeabile che impedisce al vangelo di diventare la vita dell’uomo. È questo uno dei punti cruciali e delle sfide della nuova evangelizzazione.

L’evangelizzazione è sempre l’annuncio della novità di Gesù Cristo. Lo possiamo fare con la solennità di un inno, come ha fatto Paolo, lo possiamo presentare in modo più feriale, ma il centro deve rimanere sempre e solo Lui, come lo conosciamo e lo incontriamo nel vangelo. Il vangelo che la chiesa annuncia è salvezza: occorre che la comunità cristiana testimoni la salvezza integrale, quella finale e pure quella presente, storica, quella personale e pure quella comunitaria e cosmica.

Stabilito che il centro è Cristo, diciamo subito che il suo messaggio di salvezza è per l’uomo: occorre perciò che l’evangelizzazione valorizzi l’uomo con la sua libertà, e il Vangelo nella sua radicalità. Si tratta di dare il primato alla fede e alla formazione di una mentalità di fede, per non ridurre il Vangelo di Gesù Cristo ad etica o a politica. In questo senso occorre anche evangelizzare la domanda religiosa dell’uomo che a dispetto di alcune previsioni, non solo continua a sopravvivere, ma sembra addirittura aumentare: il Vangelo è una conversione della domanda religiosa dell’uomo, non una sua acritica e confusa accoglienza.

L’uomo ha bisogno di novità, di sorpresa. Il solo compimento di ciò che gli è già noto non lo soddisfa. Per questo l’evangelizzazione deve offrire un fondamento sicuro per tutti i valori di cui l’uomo ha diritto per vivere e sui quali la società deve reggersi. Ma non deve mai lasciarsi rinchiudere in questi valori, perché deve trascenderli e superarli. Il vangelo addita sempre “un oltre” che orienta verso la divinità. E vi andiamo con tutto noi stessi, con la nostra storia trasformata dall’interno.

Occorre conoscere e valorizzare il proprio e lo specifico della propria fede per accostare e dialogare con le altre culture e religioni. Intesa non significa confusione e dialogo non fa rima con compromesso. Troppe volte c’è un atteggiamento da new age che tenta di mescolare tutto producendo solo un inutile, quando non addirittura rovinoso, pasticcio.

NOVITÀ DI VITA
Tito 3

Con il presente capitolo non esiste un reale stacco da quanto precede e il discorso continua mostrando ancora quella nota di originalità che combina la raccomandazione a Tito con stupende aperture teologiche.

In forma semplificata, possiamo dividere il capitolo in due parti: ultime esortazioni (vv. 1 -11) e conclusione composta da riferimenti personali e saluti (vv. 12-15).

Commento essenziale

Ultime esortazioni (vv. 1-11)

Il piccolo complesso presenta sfaccettature diverse che individuiamo così: Tito deve esortare la comunità ad essere esemplare al suo interno e al suo esterno (vv. 1-2), in sintonia e come applicazione della straordinaria trasformazione operata dalla grazia (vv. 3-7), deve inoltre stimolare i credenti a compiere opere buone, prendendo le distanze da chi agita la comunità (vv. 8-11).

Tito ha il compito di richiamare ai cristiani i loro doveri, sia verso l’autorità civile, sia verso l’intera collettività. La sottomissione richiesta «ai magistrati e all’autorità» ripropone la sensibilità evangelica di dare a Cesare quello che è di Cesare, ma riveste anche particolare valore per le circostanze storiche. I cristiani erano spesso guardati con sospetto e perfino con diffidenza nell’impero romano perché non veneravano nessun uomo, riservando solo a Dio culto e adorazione. Era facile concludere che avessero in uggia l’autorità civile e tutto l’apparato statale. La tendenza a criticare e manifestare disagio verso la potenza dello stato o addirittura a voler rovesciare le strutture ingiuste sarà una prerogativa successiva, caratteristica di alcune correnti, come quelle apocalittiche. Il suggerimento di Paolo si muove in direzione opposta, chiedendo rispetto e collaborazione: i cristiani devono essere pronti «per ogni opera buona». Nessuna pregiudiziale, quindi, nessuna ostilità contro l’autorità civile, quando si deve operare il bene. La cittadinanza del cielo (cfr. Fil 3,20) impegna seriamente a vivere anche quella terrena; l’attenzione a Dio diventa l’attenzione agli altri, senza distinzione. Tra le cause dell’invito perentorio a sottomettersi alle autorità c’era pure il fatto che Creta era una comunità con una presenza massiccia di Ebrei, non certo troppo simpatici alla sorveglianza romana. Ne derivava una tensione pericolosa che poteva divenire esplosiva.

La esemplificazione del v. 2 racchiude alcuni atteggiamenti che interessano la comunità cristiana e, parimenti, l’intera collettività. Si dice infatti di mostrare dolcezza «verso tutti gli uomini», includendo anche i pagani, con i quali i cristiani, esigua minoranza, avevano continuamente relazioni.

Con i vv. 3-7 Paolo offre le motivazioni che fondano e giustificano il nuovo e sorprendente comportamento dei cristiani. È sua abitudine far derivare il comportamento dall’essere. Lo si vede dall’impianto di molte sue lettere che espongono dapprima la dottrina o i principi, e poi i comportamenti (cfr. 1Ts 1-3 e 4-5; Rm 1-11 e 12-15). L’antica sapienza latina lo aveva codificato nel detto agitur sequitur esse: le nostre azioni sono il risultato di quello che siamo.

L’attitudine di tolleranza e di mitezza richiesta ai cristiani anche verso l’autorità civile mostra la nuova condizione che ha cambiato radicalmente l’esistenza. C’è un «prima» e un «poi» che marcano nettamente due mondi. Paolo include anche se stesso («noi») nel v. 3 che elenca la situazione tenebrosa dell’uomo peccatore: «eravamo insensati, disobbedienti, traviati […] degni di odio e odiandoci a vicenda». È il tempo, passato, del peccato. Poi la situazione cambia radicalmente, aprendo l’uomo alla grazia. I vv. 4-7 formano uno stupendo inno che richiama quello di 2,11-14, e forse è anch’esso di origine liturgico-battesimale. Il contenuto disegna il mirabile progetto di Dio. Prima di presentarlo, sono date le ragioni del suo agire, identificate fin dall’inizio come «bontà» e «amore per gli uomini» e, poco più avanti, come «misericordia». Il Dio salvatore interviene perché ricco di tali sentimenti. Il suo intervento porta una chiara nota trinitaria, essendo la sua azione collegata con quella dello Spirito e di Gesù Cristo. Il tracciato parte dal battesimo che rende «eredi» e apre alla speranza della vita eterna. Si parte dal tempo e si approda all’eternità. Il richiamo al battesimo è evidente nell’espressione «lavacro di generazione», determinato come «rinnovamento nello Spirito Santo» e reso valido da «Gesù Cristo nostro salvatore». Il titolo che poco sopra era di Dio, ora viene dato a Cristo. È facile leggervi il richiamo alla passione e morte. L’insistenza sulla salvezza come opera di Dio/Cristo esclude ogni attributo meritorio all’uomo. Egli è destinatario di un amore, non artefice di salvezza. L’idea è espressa dapprima in forma negativa: «Egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute» (v. 5) e poi in forma positiva: «giustificati dalla sua grazia» (v. 7). Ritorna il cuore pulsante del pensiero teologico paolino sulla giustificazione, come ampiamente trattato nella Lettera ai Romani e, con pennellate più nervose, nella Lettera ai Galati.

Il risultato dell’azione divina è l’uomo nuovo, sottoposto a una vera ed eccezionale «rigenerazione» (in greco «palingenesi»), raro termine presente, in tutto il NT, solo qui al v. 5 e in Mt 19,28. Il confronto con questa citazione è illuminante: Gesù, parlando ai discepoli della ricompensa futura dice: «Voi che mi avete seguito, nella nuova creazione («palingenesi»), quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, sederete anche voi sui dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele». In questo passo la «palingenesi» è chiaramente la vita futura. Deduciamo che anche Tt 3,5, parlando di «lavacro di rigenerazione (stesso termine «palingenesi»), alluda a una realtà che immette nel mondo futuro, nella realtà stessa di Dio. Di fatto, i battezzati sono destinatari dell’azione trinitaria, nobilitati a diventare «eredi» di Dio. Il battesimo segna l’inizio della vita nuova, che è vita da Dio, con Dio e per Dio.

Paolo ribadisce la preziosa validità della sua parola (cfr. v. 8a) e poi ritorna nell’alveo dell’esortazione. Se è vero, come è vero, che i cristiani hanno tale legame con Dio, ne derivano alcuni impegni, tra cui «essere i primi nelle opere buone». Un cristianesimo fatto solo di altisonanti parole e di pompose liturgie non sta in piedi e sicuramente non resiste alle inevitabili persecuzioni e alle avversità della vita.

Per concentrarsi su ciò che vale davvero, bisogna lasciare da parte cose inutili o, peggio, dannose. Tito deve proteggersi da discussioni sciocche o che fanno perdere tempo (cfr. anche 2Tm 2,23), e rimproverare coloro che ne rimangono invischiati. Ritorna il problema accennato in 1,10 per la presenza di falsi maestri che si perdono in questioni stolte, come racconti e speculazioni fantastiche su registri genealogici, contese e dispute sulla legge dell’Antico Testamento, soprattutto prescrizioni riguardanti i cibi e le purificazioni. Anziché esaminare o controbattere le posizioni erronee, Paolo suggerisce a Tito di “tagliare corto” con tali persone e di isolarle. Il bene della comunità esige anche la presa di posizioni forti. Ancora una volta appare il carattere disciplinare della lettera e delle altre due ad essa apparentate.

Riferimenti personali e saluti (vv. 12-15)

Dopo aver affidato a Tito i compiti che più gli stavano a cuore, l’ordinamento della vita per il battezzato nell’isola di Creta e la lotta contro gli errori, Paolo aggiunge alcune raccomandazioni personali (vv. 12-14), prima dei saluti e degli auguri conclusivi (v. 15).

I vv. 12-13 hanno un piacevole sapore casereccio; sono comunicazioni e informazioni ricche di umanità e condite di quotidianità. Paolo manifesta a Tito la sua intenzione di mandargli Artema e Tichico, due suoi collaboratori. Del primo non conosciamo nulla e non è mai citato altrove; del secondo abbiamo qualche notizia. Di origine asiatica (At 20,4), era il rappresentante personale di Paolo e presumibilmente il latore della lettera ai Colossesi (cfr. Col 4,7-9). Paolo gli affida compiti di responsabilità e loda esplicitamente la sua affidabilità (cfr. Ef 6,21). A Tito, Paolo comunica anche la sua intenzione di svernare a Nicopoli e di volerlo incontrare in quel luogo. Egli stesso si premura di rassicurarlo dicendo che provvederà alla sua temporanea sostituzione nella persona di Tichico o di Artema.

È possibile che Zena e Apollo siano i latori della presente lettera. Il primo è presentato come un dottore della legge, forse lo era in precedenza, uno scriba giudaico seguace dell’apostolo; potrebbe anche essere uno dei legali romani, convertito, che continuava la sua attività. Quanto ad Apollo, non può essere sbrigativamente identificato con il valente predicatore noto dagli Atti e da 1 Corinzi, trattandosi di un nome abbastanza comune al tempo. Al di là di ogni ipotetica identificazione, dal testo veniamo a sapere che Paolo si premura perché siano provvisti di tutto il necessario, sia in partenza, sia in arrivo. L’atteggiamento di accogliere, ospitare, provvedere, rifornire, accompagnare e mettere in strada con sufficienti rifornimenti, riducendo al minimo i rischi e gli imprevisti dei missionari è una concretizzazione delle «opere di bene» con le quali la comunità può distinguersi (v. 14).

Alla fine, come d’abitudine, giungono i saluti da parte di Paolo e di quelli che sono con lui, indirizzati a Tito e, eccezionalmente, anche alla comunità. L’augurio finale «la grazia sia con tutti voi», identico alle altre lettere pastorali, è quello che meglio conviene all’uomo nuovo, rigenerato in Cristo Gesù.

Attualizzazione

Il riferimento al «lavacro di rigenerazione» di 3,5 stimola una riflessione sulla «palingenesi» e sul battesimo.

Da sempre l’uomo ha desiderato migliorarsi e superarsi. Il termine «palingenesi» (letteralmente «nascita di nuovo», «rinascita») esprime diverse forme di rinnovamento: ritorno o restaurazione di ciò che era un tempo, fine prigionia, ristabilimento dopo la malattia e altro ancora. Nell’antica filosofia stoica il termine alludeva al cosmo che si consumava in un incendio e quindi risorgeva con una rinascita. Le religioni misteriche dell’epoca ellenistica avevano un loro punto forza nell’idea di rinascita e di rigenerazione. Durante le azioni cultuali questa verità non era insegnata bensì rappresentata in un’azione drammatica, alla quale prendeva parte l’iniziato che attendeva così di partecipare alla forza vivificante e rinnovatrice della divinità. La rinascita è un passaggio dell’essere umano ad una condizione più elevata di ordine divino.

La prospettiva di un “salto di qualità” prende corpo nel pensiero teologico dell’antico Israele, quando i profeti, per esempio, pur non usando il vocabolo, prospettano un tempo nuovo con una felice relazione con Dio: «Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo, metterò dentro loro un cuore di carne» (Ez 11,19). Il vocabolo è usato invece con frequenza dal giudaismo di lingua greca, soprattutto da Filone e da Giuseppe Flavio, che se ne servono per descrivere diverse rinascite: quella del mondo dopo il diluvio, quella della vita nazionale dopo l’esilio, quella dell’uomo dopo il peccato.

L’idea di rinascita affiora chiaramente nell’incontro notturno di Nicodemo che si sente dire da Gesù: «Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio […] se uno non rinasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3,3.5).

Tale rinascita avviene per un gesto gratuito e amoroso di Dio. L’uomo è il privilegiato destinatario che deve accogliere con riconoscenza. Il passaggio dell’amore di Dio all’uomo si verifica storicamente con il segno del lavacro o battesimo. C’è un’immersione, esternamente nell’acqua, ma interiormente nello Spirito che rende attuale l’opera salvifica di Gesù. Perciò la rinascita nel Nuovo Testamento non va intesa come nei culti misterici, in senso magico, attuata in forza dei gesti o di azioni cultuali, come riti e cerimonie varie. Tito 3,5 dice chiaramente che è lo Spirito a produrre l’effetto rinnovatore. La rigenerazione cristiana è dunque dono e partecipazione alla vita divina (grazia), ma include la risposta dell’uomo che accoglie tale dono e si impegna ad una fondamentale revisione del proprio orientamento etico. L’uomo morto per natura, è come riconsegnato ad una nuova vita per la forza dello Spirito Santo, e messo in grado di risposte inedite, creando relazioni nuove con se stesso, con Dio, con gli altri.

Don Mauro Orsatti, biblista
Padova 2007
Estratto da
www.orsattimauro.net/orsattimauro/libri/documenti/1-2Tm_Tito.doc

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Questa voce è stata pubblicata il 11/11/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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