COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

XXXIII domenica del tempo Ordinario – anno B
Mc 13,24-32


Sarkis, Arcobaleno, 2015 - Biennale di Venezia. L'opera di Sarkis, artista armeno, riproduce un arcobaleno dissestato da una catastrofe, così come i segni descritti nel Vangelo.


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga.
Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».
(Letture: Daniele 12,1-3; Salmo 15; Ebrei 10,11-14.18; Marco 13,24-32).

Ogni giorno un mondo nasce e uno muore,
Commento di Ermes Ronchi

Un Vangelo sulla crisi e insieme sulla speranza, che non intende incutere paura (non è mai secondo il vangelo il volto di un Dio che incute paura), che vuole profetizzare non la fine, ma il fine, il significato del mondo.
La prima verità è che l’universo è fragile nella sua grande bellezza: in quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo…
Eppure non è questa l’ultima verità: se ogni giorno c’è un mondo che muore, ogni giorno c’è anche un mondo che nasce. «E si va di inizio in inizio, attraverso inizi sempre nuovi» (Gregorio di Nissa).
Quante volte si è spento il sole, quante volte le stelle sono cadute a grappoli dal nostro cielo, lasciandoci vuoti, poveri, senza sogni: una disgrazia, una malattia, la morte di una persona cara, una sconfitta nell’amore, un tradimento.
Fu necessario ripartire, un’infinita pazienza di ricominciare. Guardare oltre l’inverno, credere nell’estate che inizia con il quasi niente, una gemma su un ramo, la prima fogliolina di fico, «nella speranza che viene a noi vestita di stracci perché le confezioniamo un abito da festa» (Paul Ricoeur).
Gesù educa alla speranza, a intuire dentro la fragilità della storia come le doglie di un parto, come un uscire dalla notte alla luce. Quanto morir perché la vita nasca (Clemente Rebora). Ben vengano allora certe scosse di primavera a smantellare ciò che merita di essere cancellato, anche nella istituzione ecclesiastica.

E si ricostruirà, facendo leva su due punti di forza.
Il primo: quando vedrete accadere queste cose sappiate che Egli è vicino, il Signore è alle porte. La nostra forza è un Dio vicino, «la sua strada passa ancora sul mare, anche se non ne vediamo le tracce» (Salmo 77,20). La nostra nave non è in ansia per la rotta, perché sente su di sé il suo Vento di vita.
Il secondo punto di forza è la nostra stessa fragilità. Per la sua fragilità l’uomo, tanto fragile da aver sempre bisogno degli altri, cerca appoggi e legami. Ed è appoggiando una fragilità sull’altra che sosteniamo il mondo. Dio è dentro la nostra fragile ricerca di legami, viene attraverso le persone che amiamo. «Ogni carne è intrisa d’anima e umida di Dio» (Bastaire).

Il Vangelo parla di stelle che cadono. Ma il profeta Daniele alza lo sguardo: i saggi risplenderanno, i giusti saranno come stelle per sempre, il cielo dell’umanità non sarà mai vuoto e nero, uomini giusti e santi si accendono su tutta la terra, salgono nella casa delle luci, illuminano i passi di molti. Sono uomini e donne assetati di giustizia, di pace, di bellezza. E sono molti, sono come stelle nel cielo. E tutti insieme foglioline di primavera, del futuro buono che viene.

La venuta del Figlio dell’uomo nella gloria,
Commento di Enzo Bianchi.

Con questa domenica termina la lettura cursiva del vangelo secondo Marco, che abbiamo ascoltato nell’assemblea domenicale lungo tutta l’annata liturgica B.

Le parole di Gesù riportate sono quelle da lui pronunciate negli ultimi giorni della sua vita, prima della passione e morte; parole da lui dette sul monte degli Ulivi ai quattro discepoli della prima ora (cf. Mc 1,16-20), quelli a lui più vicini: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (cf. Mc 13,3). Il cosiddetto “discorso escatologico” è molto lungo – occupa tutto il capitolo 13 – e vuole essere una risposta alla domanda circa il tempo successivo alla vicenda terrena di Gesù: cosa accadrà? Gesù profetizza che il tempio di Gerusalemme, che si ergeva maestoso davanti a lui e ai discepoli, andrà in rovina (cf. Mc 13,2), che ci saranno eventi che causeranno grande sofferenza agli umani (cf. Mc 13,5-23) e che alla fine – è il tema del nostro brano – il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria per compiere il giudizio ultimo e definitivo (cf. Mt 25,31-46). Questo discorso di Gesù è un messaggio in un linguaggio codificato, secondo il genere apocalittico, un linguaggio che vuole essere rivelativo, profetico, pur risultando a volte oscuro, di difficile interpretazione.

Noi ne leggiamo per l’appunto solo la parte finale, l’annuncio della venuta gloriosa del Messia, quando si sarà verificata la distruzione del tempio e sarà passato il tempo della storia, nella quale guerre, calamità e persecuzioni si faranno dolorosamente presenti nella vita di uomini e donne. Dopo la terribile prova che investirà l’intera umanità, il popolo di Israele e la chiesa del Signore, ci sarà uno sconvolgimento di tutto l’assetto dell’universo creato. Non lasciamoci spaventare dalle parole di Gesù, ma intimorire sì, perché essere rivelano la “verità” di questo mondo che Dio ha creato, voluto e sostenuto, ma che avrà un termine, una fine: come c’è una fine personale, la morte, così ci sarà una fine di questo mondo. Gesù vuole parlare di questi eventi, per rivelare una realtà dai tratti indescrivibili. La creazione subirà un processo di de-creazione, potremmo dire un ritorno all’in-principio (cf. Gen 1,1-2), ma in vista di una nuova creazione, di un mondo nuovo, con cieli e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). Queste immagini non vogliono significare distruzione, decomposizione, scomparsa della materia, ma la fine degli attuali assetti della creazione, in preda alla sofferenza, al male e alla morte, per una ri-creazione, una trasfigurazione che non riusciamo neppure a immaginare.

Ecco allora le immagini apocalittiche, ispirate da fenomeni che l’uomo contempla, ma che sono transitori, dunque non distruttori della vita: il sole che si eclissa definitivamente, la luna che perde la sua luce, le stelle che cadono dal cielo… Immagini evocatrici della fragilità dell’assetto del nostro universo, che non è eterno, che – come ci assicurano anche le scienze – ha avuto un inizio e avrà una fine. E tuttavia questo universo, che agli occhi dei credenti nel Signore Gesù “geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22), è un universo voluto da Dio e che Dio salverà, trasfigurandolo in dimora del suo Regno.

Proprio in questa “crisi” cosmica si manifesterà il Figlio dell’uomo, farà la sua parusia in modo glorioso, venendo dai cieli, avendo come trono le nubi (cf. Dn 7,13), nella luce definitiva che vincerà per sempre le tenebre. Anche questo evento, chi può descriverlo? I cristiani hanno dipinto o rappresentato in mosaici nelle absidi delle chiese il Veniente nella gloria, seduto sull’arcobaleno, giudice di tutto l’universo, Pantokrátor (2Cor 6,18; Ap 1,8; 4,8, ecc.), cioè colui che tiene insieme tutte le cose; ma nel farlo hanno dovuto ispirarsi alla parusia, all’ingresso glorioso dei re e degli imperatori, rivestendo il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo dei tratti di una gloria umana. In realtà, non sappiamo in che forma contempleremo il Signore veniente; possiamo solo dire che allora lo riconosceremo tutti, anche quelli che durante la loro vita non l’hanno mai riconosciuto nel povero, nel malato, nello straniero, nel carcerato, nell’ignudo (cf. Mt 25,31-46). Anche quelli che hanno trafitto Gesù o hanno trafitto il povero, la vittima, allora lo riconosceranno, si batteranno il petto (cf. Ap 1,7) e capiranno che le trafitture inferte all’altro, al fratello o alla sorella, erano trafitture che raggiungevano il Signore, il quale ora si mostra giudice misericordioso ma temibile. Sarà quella anche l’ora del raduno di tutti gli eletti, i giusti, quelli che hanno vissuto esercitando fiducia nell’altro, sperando insieme agli altri, amando chi avevano accanto e rendevano prossimo. I figli di Dio dispersi saranno finalmente una comunione, che non conoscerà più né morte, né male, né peccato (cf. Is 35,10; Ap 21,4).

Quando questo accadrà (cf. Mc 13,4)? In un giorno che nessuno conosce, eppure è un giorno certo, è una promessa di Dio che si realizzerà. I discepoli di Gesù non devono dunque chiedere “quando?”, ma devono piuttosto chiedersi se loro stessi saranno pronti ad accogliere quell’evento della parusia come salvezza, se saranno capaci di gioire davanti alla venuta del Figlio dell’uomo, se avranno saputo sperare con perseveranza in quell’ora: un’ora che è un segreto, perché neanche l’uomo Gesù la conosceva, e neppure gli angeli, ma solo il Padre. Per questo i credenti imparino a osservare la storia con spirito di discernimento, leggendo i “segni dei tempi”. La venuta del Figlio dell’uomo sarà come l’estate che i contadini sanno prevedere, guardando soprattutto la pianta di fico: quando il fico, per il risalire della linfa, intenerisce i suoi rami e si aprono le gemme rimaste chiuse per tutto l’inverno, allora sta per scoppiare l’estate. Così, se il credente sa leggere la storia, aderendo alla realtà quotidiana della vita umana e ascoltando la parola di Dio che sempre risuona nel suo “oggi” (cf. Sal 95,7), allora sarà pronto per l’ora della venuta temibile e misericordiosa del Signore. Si tratta – come si legge nella conclusione del discorso (cf. Mc 13,33-37) – di vegliare, di restare vigilanti, desti, capaci di esercitare l’intelligenza per discernere e non essere trovati addormentati o spiritualmente intontiti…

Sarà la fine? Sì, ma quella fine porta un nome: è il Signore Gesù Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, uomo e Dio che è venuto nel mondo, da Dio qual era (cf. Fil 2,6), per farsi uomo, e verrà nella gloria perché l’uomo diventi Dio. Sì, tutta l’umanità sarà in Dio e ognuno di noi sarà il Figlio di Dio.

Ma le mie parole non passeranno
Commento di mons. Roberto Brunelli

Questa domenica è la penultima dell’anno liturgico, cioè dell’anno come la liturgia propone di viverlo. La proposta è complessa; ma nelle sue linee generali può essere intesa come un cercare di capire chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo: e, allo scopo, ripercorrere ogni anno l’intera storia dell’umanità, relativamente ai suoi rapporti con Dio. Si comincia con il tempo di Avvento (le quattro settimane precedenti il Natale), che richiama i secoli anteriori alla venuta di Cristo. Poi, da Natale a Pasqua e Pentecoste, l’attenzione si focalizza sull’opera da lui compiuta, la redenzione dell’umanità. Segue il “tempo ordinario”, durante il quale si riflette sugli insegnamenti di lui, per vivere come si conviene il tempo presente. Infine, nelle due ultime domeniche si guarda al futuro, alle realtà ultime che investono i singoli uomini e l’umanità intera.

Seguendo la tradizione giudaica, i vangeli presentano le realtà ultime in termini grandiosi e terribili, quelli che si usa chiamare apocalittici. Ne è esempio il brano di oggi (Marco 13,24-32) in cui si parla di sconvolgimenti cosmici: il sole e la luna si spegneranno, le stelle cadranno dal cielo e il Figlio dell’uomo (è l’espressione con cui Gesù designava se stesso) si manifesterà in tutta la sua potenza e la sua gloria, convocando tutti davanti a sé. Va detto subito che queste immagini non sono da prendere alla lettera: sono simboli, per dire che il mondo presente è destinato a finire; solo Dio rimane per sempre (“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”, dice Gesù proprio in questo brano) e con lui vivranno per sempre tutti quanti l’avranno meritato.

Quando avverrà tutto questo? La curiosità innata nell’uomo ha sempre spinto qualcuno a cercare di scrutare il futuro. Greci e romani consultavano le sibille; già gli antichi ebrei cercavano di evocare i morti; oggi c’è chi consulta l’oroscopo o si rivolge a maghi cartomanti fattucchiere e consimili imbroglioni, per non dire delle sette pseudo-religiose che preannunciano la data della fine del mondo, salvo poi di volta in volta doverla rinviare (è il caso dell’ultima, prevista per il 2012: e ognuno vede quanto fossero attendibili quelle previsioni). Ai credenti dovrebbe bastare la parola di Gesù: il giorno in cui questo mondo passerà, lo conosce soltanto Dio.

Tuttavia, qualcosa in proposito si ricava con chiarezza dalle sacre Scritture, se si distingue tra la fine di questo mondo, che resta per noi inconoscibile, e la fine della nostra presenza in questo mondo, cioè il giorno in cui questo mondo passerà per ciascuno di noi. Nessuno può dire con certezza quando questo evento accadrà; ma la comune esperienza insegna che sarà entro un tempo ragionevolmente prevedibile: è questione di qualche decennio, forse qualche anno e magari solo qualche giorno. Inutile nascondercelo: tutti dobbiamo morire, e in genere prima di quando vorremmo. Inutile inquietarsi: non serve a cambiare la realtà. Piuttosto, conviene prepararsi al passaggio, perché la nostra condizione nel mondo venturo non sarà a caso, né è già definita e dunque da prendere come ci sarà data, felice o infelice che sia, senza poterci fare nulla. Non stiamo giocando al lotto, né siamo soggetti a predestinazione: la nostra vita nell’eternità è nelle nostre mani adesso, dipende da come viviamo adesso; il nostro futuro è quello che costruiamo adesso.

Quanto poi al come costruire il nostro futuro, lo sappiamo bene: e non perché lo possiamo decidere noi, con la nostra limitata intelligenza, ma perché chi ci giudicherà ce ne ha dato le regole, spiegandoci a che cosa ci portano. E questo è un segno della sua amorevole sollecitudine; è il segno che Dio è Padre e, pur rispettando nei figli la libertà di allontanarsi da lui, è suo sommo desiderio vederli felici, e felici per sempre, di quella felicità che solo lui è in grado di assicurarci.

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Un commento su “XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

  1. Hemos nacido para vivir, no para morir, pero esta vida actual nos empuja a esperar con tanta confianza que la que el Señor nos tiene preparada depende de cómo procuremos vivirla hoy y aquí cada día.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/11/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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