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Lectio sulla Lettera a Filemone

XXXII Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

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Paolo

Lectio Divina sulla Lettera a Filemone
Prof. Romano Penna

Stamattina dedichiamo la nostra attenzione alla Lettera a Filemone; si potrebbe chiamarla anche “biglietto”, visto che è breve (300 parole rispetto alla lettera ai Romani che ne ha 7000), ma è un testo denso e con una sola tematica. Meglio: Paolo non tratta un tema, ma il caso di una persona, Onesimo, uno schiavo fuggito dalla casa del suo padrone cristiano, Filemone.

Qui c’è da fare una riflessione sulla differenza tra le parole del Gesù storico e la prassi della Chiesa primitiva. Il Gesù storico domanda ai suoi discepoli di abbandonare tutto, e poi nella Chiesa primitiva abbiamo dei cristiani benestanti che hanno perfino degli schiavi, belle case, buone famiglie. Il contrasto è importante, perché depone a favore della autenticità delle parole di Gesù (è il criterio della discontinuità), e perché si constata che esse vengono poi adattate alle cangianti circostanze storiche.

Questa lettera è scritta in una situazione di prigionia. Voi avete continuamente a che fare con situazioni di prigionia, ma qui non si parla di prigionieri, come invece è l’oggetto della vostra pastorale diretta: qui è un prigioniero che scrive su di un’altra persona. Non parla di altri prigionieri. E non è possibile trarre fuori una specifica pastorale carceraria dai testi neo-testamentari, se non con l’immedesimarsi in Paolo stesso e farsi prigioniero con i prigionieri, cosa che in ogni caso non è un fatto da poco.

Le prime parole del biglietto sono: “Paolo, prigioniero di Cristo Gesù“. Tale qualifica si può intendere in due modi:
– prigioniero nel senso letterale del termine, tanto che al v.10 dice: “ti prego per Onesimo, figlio mio, che ho generato nelle catene“, e quindi si tratta di un riferimento alla sua situazione reale;
– ma c’è anche chi intende questa auto-designazione di Paolo in senso metaforico, perché egli è prigioniero di Cristo non solo nel momento in cui scrive il biglietto, ma sempre, cioè è stato afferrato da Gesù, secondo la celebre frase della II ai Corinti 5,14: “l’amore di Cristo ci tiene in pugno” (questa è la traduzione più pregnante rispetto all’altra: “l’amore di Cristo ci spinge“). L’amore di Cristo è quello che ci ha conquistati e ci domina. Siamo prigionieri dell’amore di Cristo da cui nulla e nessuno potrà mai separarci.

Le due forme interpretative non si escludono a vicenda: Paolo è effettivamente in carcere (“custodia libera” come dicevano i Romani, senza catene); il termine “catene” usato in seguito da Paolo è metaforico, come si legge alla fine degli Atti degli Apostoli quando Paolo a Roma riceve i rappresentanti della Comunità giudaica (in una specie di arresti domiciliari) e dice: “È per la speranza d’Israele che porto questa catena” (At 28,20).

In effetti, “di qualche cosa dobbiamo essere prigionieri”, come diceva uno scrittore francese degli anni ’50, nel senso che a qualcuno o a qualcosa bisogna appartenere; anche se una persona non ha la coscienza di essere prigioniero/avvinto, in realtà lo è. Ci sono valori superiori che conquistano e dominano la tua vita, e ti caratterizzano. Questo è un tipo di prigionia da cui non si evade, perché ti qualifica indelebilmente. Nel caso di Paolo la connotazione inglobante la sua esistenza, è Gesù Cristo: “Sono stato ghermito da Cristo” (Filippesi, 3,12): il verbo è forte e richiama l’idea di un artiglio che scende dall’alto e ti aggancia.

Paolo continua: “Al fratello Filemone, nostro collaboratore, e alla sorella Apfia“. Voglio sottolineare la presenza di questa donna, perché, pur conoscendone solo il nome, è l’unico caso di donna co-destinataria di una lettera paolina. Nessun altro incipit epistolare rivela che Paolo scriva ad una donna. Bisogna quindi stare attenti a non cadere nella “bufala” dell’antifemminismo di Paolo, diventato un luogo comune a livello di una certa cultura acritica (e forse questo è servito a qualcuno).

Nella lettera ai Romani 16,3 Paolo ricorda la coppia Priscilla e Aquila, a casa dei quali si raduna una “ecclesia”: al primo posto della coppia c’è la donna; e sempre nella lettera ai Romani 16,7 l’Apostolo parla di una certa Giunia, che è qualificata addirittura come “apostolo insigne”. Il commento di S. Giovanni Crisostomo a questo passo dice che “noi uomini dobbiamo arrossire, perché Paolo esalta una donna come Apostolo” (anche se poi nella storia dell’esegesi per qualcuno Giunia è diventato Giunio al maschile: così Calvino!).

La sorella Apfia“: non è dato sapere se sia sorella o moglie di Filemone, ma è connotata come cristiana (“sorella”, cioè condivide la stessa fede). La sua menzione all’inizio del biglietto denota la sua importanza nella Chiesa di Colosse (fatta di 10/20 persone al massimo), dove c’è questa coppia che ha una responsabilità ecclesiale. È dunque presente la dimensione di una dignità femminile non solo umana, spiegabile a livello creaturale, ma c’è una dignità che deriva dalla fede cristiana. E anche se voi incontrate non tutti e non solo uomini e donne cristiani, cristiano deve essere il vostro punto di vista verso chiunque.

Il biglietto tratta dunque dello schiavo fuggitivo, che forse ha combinato qualcosa di sbagliato e dannoso, tanto che Paolo è pronto a riparare in proprio. È andato presso l’amico del padrone, cioè presso Paolo che lo “ha generato in catene“. Si parla di una “rigenerazione”, quindi Onesimo non era cristiano; questo implica l’annuncio evangelico, e una comunicazione della fede cristiana senza la quale non c’è generazione (a tal proposito ricordo la discussione sul “pedobattesimo” o battesimo ai bambini nelle prime comunità cristiane) se questo avviene è suggerito appena indirettamente dagli atti o dalla I Corinti 1,16: “Ho battezzato la casa di Stefanas“, e la “casa” può implicare l’insieme degli abitanti, compresi eventualmente i bambini e gli schiavi.

Confesso che io ammiro molto il vostro lavoro; io ammiro molto tutto quello che gli altri fanno e io non faccio: questa esternazione non è una captatio benevolentiae, ma il riconoscimento di un lavoro molto delicato e serio e di prima linea, agganciato a situazioni che dire incresciose è dire il minimo. Ebbene, anche la situazione di Onesimo è drammatica e Paolo ha trovato lo spazio, nella sua condizione di prigioniero, di instaurare una relazione con chi forse non conosceva prima, per istruirlo e farne un cristiano.

Questa rigenerazione induce Paolo a richiamare il destinatario Filemone a considerare lo schiavo con gli occhi nuovi: “per questo è stato separato da te per un momento perché lo riavessi per sempre, non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo“. Bisogna ammettere che questa lettera non è un trattatello sulla schiavitù, e d’altronde il cristianesimo non è sorto come rivendicazione di carattere né politico, né sociale; però l’identità cristiana, in quanto cristiana, ha delle inevitabili ricadute su questi àmbiti. Pensate sul piano politico la contrapposizione al culto dell’imperatore. E sul piano sociale la fede cristiana equipara tutti i credenti. Ci sarebbe da riflettere come mai nella storia successiva c’è stato bisogno di un Abramo Lincoln che abolisse la schiavitù in un paese cristiano, anche se protestante in maggioranza. La storia ha le sue giravolte che non sono programmabili.

Richiamo l’assioma di Paolo in Galati 3,28: “In Cristo non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio e femmina …”. Non c’è più contrapposizione, ed è come un sogno. “I have a dream” lo poteva dire anche S. Paolo.

A proposito della schiavitù si può leggere ciò che Paolo scrive in 1Corinzi 7,18-19: “Qualcuno è stato chiamato quando era circonciso? Non lo nasconda (detto tra parentesi, è testimoniata la prassi con cui certi giudei, frequentando i bagni pubblici e le terme, erano derisi; allora si facevano un prepuzio aggiunto), è stato chiamato quando non era circonciso? Non si faccia circoncidere. La circoncisione non conta nulla, la non circoncisione non conta nulla. Conta l’osservanza dei comandamenti di Dio“. E ai vv.7,21-22 scrive: “Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare. Approfitta piuttosto della tua condizione, perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore è un uomo libero a servizio del Signore, allo stesso modo chi è stato chiamato da libero è schiavo in Cristo“. Come si vede, qui le categorie si confondono: in Cristo non c’è nessuna differenza! La prospettiva cristiana cambia totalmente: si può essere socialmente schiavi, ma interiormente liberi.

Anche gli Stoici predicavano questa idea: Seneca (contemporaneo di Paolo) ha pensieri molto belli sulla schiavitù nella lettera a Lucilio: “Sono schiavi? Sono uomini come noi”! Lo stoicismo si caratterizzò nell’antichità in una società schiavista: si calcola che a Roma nel I sec., su circa un milione di abitanti, la metà fossero schiavi; pensate alla sollevazione di Spartaco, debellata con tremila crocefissi sulla via Appia, presso Capua nel 71 a.C. (quell’esito drammatico ha fatto poi passare la voglia di sollevazioni). Lo schiavo era parte della casa; l’offesa fatta ad uno schiavo era considerata offesa fatta al patrimonio della famiglia. Lo stoicismo, comunque, resta una filosofia e come tale teorica, infatti in seguito non ha avuto un impatto decisivo sulla società. Sul trattamento degli schiavi abbiamo una sola notizia in una lettera all’inizio del II secolo di Plinio il Giovane, che rimanda uno schiavo fuggitivo al suo padrone con i toni analoghi a quelli di Paolo con Filemone. Al contrario c’è una legislazione di Nerone, in cui si dice che se uno schiavo tradisce il suo padrone, siano messi a morte tutti gli schiavi della casa, liberti compresi! Questa la società in cui il cristianesimo è nato.

Se dunque tu lo consideri amico, accoglilo come me stesso” (Filemone v.22). Qui c’è un’idea religiosa, ma si può anche intendere in senso laico, di redenzione sociale. “Che io possa ottenere questo favore nel Signore, dà questo sollievo al mio cuore, in Cristo” (v.20)! Ieri abbiamo accennato al tema della compassione e al vocabolo che nel testo greco richiama una commozione interiore, viscerale. Nel biglietto a Filemone ciò ricorre tre volte. Purtroppo nella traduzione italiana scompare. Al v.7 è proprio una omissione: “Per opera tua i santi sono stati confortati“, ma in greco si intendono proprio le viscere dei santi cioè dei cristiani. Al v.12 leggiamo: “Rimando lui che mi sta tanto a cuore” (v.12); ma letteralmente si dovrebbe tradurre: “lui che è le mie viscere”; certo in italiano non suona bene, ma la sfumatura è interessante nell’originale, perché spiega la sensazione precisa ed emotiva di Paolo (come a dire: “è diventato parte di me”). Poi al v.20: “Dà questo sollievo al mio cuore“; letteralmente: “Dà questo sollievo alle mie viscere”.

È in atto, a ben vedere, una estrema umanità. Il fatto è che noi non abbiamo solo un Vangelo da comunicare: se non passa attraverso l’umanità di chi annuncia, che Vangelo è? Diventa una estraneità, una teoria, o una imposizione. Ma se il Vangelo è denso di grande umanità, allora l’annunciatore si mette insieme all’annunciato e deve diventare anche lui umano. Solo così si opera una condivisione, uno stare volentieri insieme. Ed è così che passa il Vangelo: se Paolo ha generato Onesimo in catene è perché si è messo sul suo piano, lo ha accolto, ha condiviso le sue pene. Ma in questo settore siete voi Cappellani i maestri.

Prof. Mons. Romano Penna
Ordinario emerito di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense

http://www.ispcapp.org

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Questa voce è stata pubblicata il 15/11/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , .

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