COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Seconda Lettera di GIOVANNI


Seconda Lettera di Giovanni

Seconda Lettera di Giovanni
Testo e commento 

Autenticità

Il problema dell’autenticità prende avvio da alcune parole di Papia riferite da Eusebio. Queste le parole:

Non esito ad aggiungere ciò che ho appreso bene dai presbiteri e ho conservato nella memoria, a conferma delle mie notizie. Io non mi sono dilettato, come i più, a udire parlatori facondi, ma maestri veritieri; non sono andato in cerca di novatori di idee peregrine, ma del divino codice della fede promulgato dalla Verità stessa. Se mi imbattevo in chi avesse avuto consuetudine con i presbiteri, cercavo di conoscere le loro sentenze, ciò che avevano detto Andrea o Pietro o Filippo o Giacomo o Giovanni o Matteo o qualche altro dei discepoli del Signore, ciò che dicevano Aristione e il Presbitero Giovanni, discepoli del Signore. Io ero persuaso che il profitto tratto dalle letture non poteva stare a confronto con quello che ottenevo dalla parola viva e sonante” (Eusebio, “Storia ecclesiastica”, III, 39).

Eusebio volle vedere nel Presbitero Giovanni di Papia una persona diversa dall’apostolo Giovanni, ma la sua posizione era motivata dal voler attribuire l’Apocalisse a un Giovanni che non fosse l’apostolo, perché credeva di vedere nell’Apocalisse (Ap 20,1-3) un invito al millenarismo. Antecedentemente nella sua “Cronaca” (Migne XIX, 551), Eusebio aveva però affermato che Papia aveva ascoltato l’apostolo Giovanni: “Morto lui (Giovanni apostolo) rimasero celebri gli ascoltatori di lui, Papia, vescovo di Gerapoli, Policarpo, vescovo di Smirne, e Ignazio, vescovo di Antiochia”. Eusebio sempre nelle “Cronache” afferma che la seconda e terza lettera sono di Giovanni apostolo. Anche nella “Dimostrazione Evangelica” (III,5) Eusebio aveva con forza attribuito le tre lettere a Giovanni apostolo.

Dionigi Alessandrino, che influenzò Eusebio a non attribuire l’Apocalisse all’apostolo per via del millenarismo, che credeva di vedere nel cap. 20,1-7, parla di due Giovanni sepolti a Efeso, ma non ipotizza il Presbitero Giovanni presentato da Eusebio. Eusebio non ha potuto citare una sola testimonianza dei primi tre secoli, risultando l’ipotetico Presbitero Giovanni un perfetto sconosciuto.
Dionigi Alessandrino dice di non sapere nulla dell’ipotetico Giovanni autore dell’Apocalisse, ritenuto pertanto uno sconosciuto (Migne XX, 700).

Nessun scrittore posteriore riprese la distinzione di Eusebio e di Dionigi, eccettuato il solo san Gerolamo nel “Degli uomini illustri” (IX), che la riprese a causa di una certa differenza di stile presente nell’Apocalisse rispetto al quarto Vangelo, già rilevata da Dionigi Alessandrino, con la conseguenza di attribuire ad altro Giovanni il libro dell’Apocalisse. Oggi l’esegesi, dopo un momento di esasperazione delle differenze, pur non negandole, ha dimensionato la loro portata, sia trovando tra le due composizioni molte convergenze, sia tenendo conto dello stile apocalittico-profetico dell’Apocalisse, sia anche ipotizzando che tra l’Apocalisse e il Vangelo Giovanni avesse migliorato il suo greco, per cui rimane lecito non abbandonare la tradizione, che indica in Giovanni apostolo l’autore dell’Apocalisse.

Sant’Ireneo (“Contro gli eretici”, I,9; II,22; III, 1,10, ecc.) non ha dubbi sull’autenticità giovannea, come pure san Giustino (“Dialogo con Trifone”, LXXXI, CIII). Andrea di Cesarea (563 – 637), Anastasio Sinaita (+ dopo il 700), Massimo il Confessore (597/580 – 662) leggendo tra le opere di Papia il nome di Giovanni presbitero non vi riconobbero che l’apostolo Giovanni.

Una lettura attenta delle parole di Papia 

Leggendo con attenzione quanto riferisce Papia (ca. 70 – dopo il 130) si vede che il ricercatore delle testimonianze apostoliche ascoltava le persone che potessero informarlo su quanto “i presbiteri” avevano detto. “I presbiteri” vanno identificati con gli apostoli, non essendo probabile che si tratti di presbiteri che avevano avuto modo di ascoltare i discepoli del Signore (Andrea o Pietro o Giovanni, ecc.) avevano detto. Papia dice di avere lui stesso ascoltato Aristione e il Presbitero Giovanni.
Aristione e il Presbitero Giovanni sono definiti “discepoli del Signore”, al pari degli apostoli, ma Aristione non è definito presbitero. Dunque Papia raccolse informazioni da chi aveva frequentato Andrea, Pietro, ecc., e poi direttamente da Aristione e dal Presbitero Giovanni. Si tratta, tangibilmente, di due situazioni di apprendimento e di tempo diverse, per cui non si può affermare che si abbiano due Giovanni diversi, ma un solo Giovanni, l’apostolo. Aristione risulta un discepolo “diretto” del Signore. Di lui non si sa nulla di sicuro. Secondo la tradizione, sarebbe stato martirizzato in Alessandria o a Salamina.

Il Teologo Joseph Ratzinger (non come Pontefice) ha dato ascolto ad alcuni (Peter Stuhlmacher, Eugen Ruckstuhl, Peter Dschhullnigg) che vogliono la distinzione tra l’apostolo Giovanni e lo sconosciuto Presbitero Giovanni sulla scorta del testo di Papia (“Gesù di Nazaret”, pag. 265, ed. Rizzoli, 2007), ma Papa Benedetto XVI nell’atto di lasciare il Pontificato ha detto che i suoi libri “possono essere criticati”, e qui non si può fare a meno di esercitare la critica.

Indizi interni 

Il Presbitero si presenta come conosciuto, con una autorità che può far valere. Il Presbitero segue le comunità andandole a visitare e scrive loro.
Eusebio riporta un’annotazione di Policrate (130 ca. – 196), vescovo di Efeso, che presenta il ruolo primaziale di Giovanni nell’area asiatica. (“Storia Ecclesiastica”, III,31,3; V, 24,3.16): “Nell’Asia tramontarono due grandi astri, che risorgeranno nel giorno estremo (…). Essi sono Filippo (…) e Giovanni, che posò sul petto del Signore, e che da sacerdote portò la lamina d’oro, martire e dottore ad un tempo, che ha la tomba ad Efeso”.
La seconda lettera presenta una perfetta armonia con la prima di Giovanni, come pure con la terza, e non si dubitano le affinità con il quarto Vangelo.
La situazione ecclesiale della seconda lettera è la medesima della prima, segnata dalla presenza di falsi maestri, di anticristi “che non riconoscono Gesù venuto nella carne”.
L’accento sulla carità fraterna è il medesimo.

Canonicità 

Circa la seconda lettera e la terza lettera si hanno allusioni negli scritti di Papia, di sant’Ignazio e di san Policarpo. Sant’Ireneo cita alcuni versetti della seconda lettera e li attribuisce a Giovanni discepolo del Signore, apostolo (“Contro gli eretici”, I,16, III,16). Clemente Alessandrino cita indirettamente la seconda lettera e la attribuisce a Giovanni apostolo (“Miscellanea”, II,15). Origene (Eusebio “Storia ecclesiastica”, VI, 25, parla esplicitamente di tre lettere di Giovanni apostolo. Nel Canone Muratoriano si parla di due lettere di Giovanni, la prima lettera è menzionata in relazione al quarto Vangelo. Nel Concilio di Cartagine del 276 (Migne III, 1072) il vescovo Aureliano si appellò ai vv. 10-11 della seconda lettera di Giovanni. Sant’Agostino (“Della Dottrina Cristiana”, II,8) afferma la canonicità delle tre lettere. Lo stesso fa il Codice Claromontano (VI sec.), e anche il Canone Africano o di Mommsen – che lo scoprì nel 1886 – (metà del IV sec.). Lo stesso può dirsi per i Concili di Ippona (393) e di Cartagine (397).

Destinatari 

L’espressione poetica “Signora eletta”, designa la Chiesa destinataria dello scritto. Tale espressione rientra nello stile simbolico-metaforico dell’Apocalisse, e con probabilità designa una Chiesa con a capo un vescovo, nel senso attuale della parola (Cf. 1Tm 1,3; Ap 2,1, ecc). Altre Chiese (3Gv, v.9) erano guidate da gruppi di presbiteri con a capo uno di loro.

Data e luogo di composizione 

L’autore scrive alla Chiesa “Signora eletta” da una Chiesa sorella, pure lei “eletta”. La Chiesa sorella doveva essere nell’ambito di una circoscrizione di Chiese sorelle facenti capo alla Chiesa “Signora eletta”. Il Presbitero non aveva la sua sede stabile presso la Chiesa “Signora eletta”, poiché la lettera dice che di recente aveva fatto una visita alla Chiesa, e che ne spera una prossima (v.4; v.12).
La lettera rivela la preoccupazione per la presenza nel territorio di falsi maestri (v.10), in misura più ampia di quanto si poteva pensare, tanto che il Presbitero interviene con una lettera, promettendo una maggiore formazione della Chiesa in una prossima visita (v.12).
La data della composizione deve precedere la prima lettera di Giovanni, presentandosi quasi come il suo abbozzo.

Testo della lettera

Saluto
1 Io, il Presbìtero, alla Signora eletta da Dio e ai suoi figli, che amo nella verità, e non io soltanto, ma tutti quelli che hanno conosciuto la verità, 2 a causa della verità che rimane in noi e sarà con noi in eterno: 3 grazia, misericordia e pace saranno con noi da parte di Dio Padre e da parte di Gesù Cristo, Figlio del Padre, nella verità e nell’amore.

Io, il Presbìtero, alla Signora eletta da Dio e ai suoi figli, che amo nella verità”. Presbitero vuol dire “anziano”. In specifico nel N.T, come si ricava dagli Atti e dalle lettere, indica il sacerdote. La parola prete deriva da presbitero. L’autore della lettera si presenta come una persona tanto nota che non bisogno di dire il suo nome, basta “Il Presbitero” per designarlo univocamente. La “Signora eletta” è sotto la giurisdizione del Presbitero, che lo è per eminenza. Il tono di rispetto per la Chiesa appare subito dal termine “Signora eletta”. A Tale Chiesa, e ai figli di tale Chiesa, dichiara il suo amore nella verità. Sono importanti le parole “che amo nella verità” (Cf. Ef 4,15) poiché i falsi maestri fingevano di avere amore (Rm 12,9), ma in realtà odiavano perché distoglievano dalla Verità, che è Amore (1Gv 4,16).

Non io soltanto, ma tutti quelli che hanno conosciuto la verità, a causa della verità che rimane in noi e sarà con noi in eterno”. “Amare nella verità” è di tutti coloro “che hanno conosciuto la verità”, ma anche l’hanno accolta e tradotta in realtà di vita, così che essa “rimane in noi” (Gv 15,7). Il passaggio al “noi” indica la comunione profonda che c’è tra il Presbitero e i fedeli nel mistero dell’unità in Cristo della Chiesa universale. La verità “sarà con noi in eterno”, nel pieno svelamento di essa (1Cor 13,12).

Grazia, misericordia e pace saranno con noi da parte di Dio Padre e da parte di Gesù Cristo, Figlio del Padre, nella verità e nell’amore”. “Grazia” (Gv 1,17), la Grazia prima è la presenza di Dio in noi, segue, di immediata e concomitante conseguenza quella santificante, che eleva l’anima a Dio, e la grazia attuale, che come dice il nome, sospinge l’azione d’amore dell’anima elevata a Dio; “misericordia”, che è il perdono dei peccati; “pace” (Gv 14,27), che è riconciliazione con Dio e con i fratelli, come pure il dovere compiuto. “Da parte di Dio Padre”, che è la causa efficiente della salvezza, poiché ha inviato e dato il suo Figlio unigenito; “da parte de Gesù Cristo”, che è la causa meritoria della nostra salvezza, per cui nessuno va al Padre se non per mezzo di lui (Gv 14,6). La grazia, la misericordia, la pace che vengono da Dio sono “nella verità e nell’amore”; Dio è luce, non ha tenebre, fini reconditi come insinuò l’antico serpente (Gn 3,1s) poiché dona se stesso.

Il comandamento dell’amore a Dio e al prossimo 
Mi sono molto rallegrato di aver trovato alcuni tuoi figli che camminano nella verità, secondo il comandamento che abbiamo ricevuto dal Padre. E ora prego te, o Signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. 6 Questo è l’amore: camminare secondo i suoi comandamenti. Il comandamento che avete appreso da principio è questo: camminate nell’amore. 

Mi sono molto rallegrato di aver trovato alcuni tuoi figli che camminano nella verità, secondo il comandamento che abbiamo ricevuto dal Padre”. “Mi sono molto rallegrato”; sono parole non formali, convenzionali, perché realmente esprimono la gioia del Presbitero nel vedere il bene (1Gv 1,4; v.12). Il Presbitero ha avuto alcuni contatti personali con i fedeli e ha constatato che “camminano nella verità”, secondo il “comandamento che abbiamo ricevuto dal Padre”. Il comandamento del Padre (1Gv 3,23) è quello di credere nel Figlio e che si viva nella carità reciproca, secondo l’esempio dato da Gesù (Gv 15,12). La carità verso il prossimo presuppone l’accoglienza di Cristo; infatti, “senza di me non potete fare niente” (Gv 15,5) in ordine a quanto chiede il Vangelo.
E ora prego te, o Signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto da principio: che ci amiamo gli uni gli altri”. Il comandamento avuto fin da principio (1Gv 2,7) è il comandamento dell’amore, costituito dal primo e secondo comandamento (Mc 12,31).

Questo è l’amore: camminare secondo i suoi comandamenti. Il comandamento che avete appreso da principio è questo: camminate nell’amore”. Amore e obbedienza ai “suoi comandamenti” non possono in nessun modo essere divisi, ma anzi l’amore chiede per essere tale l’obbedienza ai comandamenti d’amore che elevano l’uomo ai livelli del Vangelo (Gv 14,15.21). Il comandamento è “camminare nell’amore”, e ciò include il primo e il secondo comandamento (Mt 22,39; Mc 12,31), infatti non si può amare il prossimo se non si ama Dio (1Gv 5,2), e non si ama Dio se non si ama il prossimo (1Gv 4,19).

Rimanere nella dottrina di Cristo 
7 Sono apparsi infatti nel mondo molti seduttori, che non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo! 8 Fate attenzione a voi stessi per non rovinare quello che abbiamo costruito e per ricevere una ricompensa piena. 9 Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio. 10 Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, 11 perché chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie. 

Sono apparsi infatti nel mondo molti seduttori, che non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo!”. Parlano d’amore i “molti seduttori”, ma non camminano “secondo il comandamento che abbiamo ricevuto dal Padre” (1,4). Essi “non riconoscono Gesù venuto nella carne” (Gv 1,14; 1Gv 4,2; 5,6), e perciò considerano la sua carne solo un’apparenza (docetismo), e inoltre ne negano la divinità, riducendolo ad una entità intermedia scaturita dalla divinità (1Gv 2,22-23).

Fate attenzione a voi stessi per non rovinare quello che abbiamo costruito e per ricevere una ricompensa piena”. Giovanni raccomanda la vigilanza di fronte agli errori dei “seduttori”, che promettono il bene, ma danno la morte. Essi presentano un di più di conoscenza che è distruttivo di tutto quello che hanno costruito gli apostoli in loro, e loro stessi sotto l’azione della grazia. Resistere ai seduttori fa crescere nella comprensione della verità per “una ricompensa piena”, secondo la volontà di Dio che vuole che tutti raggiungano la piena ricompensa, cioè l’essere “simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2).

Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio”. Andare “oltre” significa valicare l’ambito della fede, che è la “dottrina di Cristo” e volere penetrare in proprio, senza la vera fede, il mistero. Il risultato è l’accantonamento di Cristo, valutato come non esaustivo, per la curiosità del volere andare “oltre”. (Cf. Sir 3,21-23).
I falsi maestri, i seduttori, presentavano un oltre della loro dottrina rispetto a quella di Cristo, del quale negavano la divinità e anche la realtà della sua natura umana.

Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, perché chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie”. Giovanni mette in guardia i fedeli dall’avere contatti con gli anticristi, che avevano un’aggressività sottile e micidiale sotto veste amichevole (Mt 7,15). Bisognava essere attenti a non finire dentro le loro seduzioni. Stando a Ireneo (“Contro gli eretici”, III, 3,4) anche Giovanni diede l’esempio di questa linea. L’apostolo entrato dentro a delle terme vi vide l’eretico Cerinto, e subito se ne andò. Ireneo aggiunge che Policarpo, incontrando un giorno l’eretico Marcione, fu da questi abbordato con un: “Mi riconosci?”, cioè “Mi approvi?”. Policarpo rispose: “Ti riconosco come primogenito di Satana”. Cosa dire del dialogo ecumenico, di fronte a ciò? Va detto che qui si tratta di anticristi che hanno abiurato la dottrina di Cristo, e non di peccatori confusi e con idee erronee, o anche eresie di ignoranza. E’ importante il dialogo con persone disposte lealmente alla ricerca della verità, ma va detto che è un buon calvario per chi è chiamato a questo, perché la lealtà non è immediata a trovarsi.

Speranza di una futura visita e saluto finale 
12 Molte cose avrei da scrivervi, ma non ho voluto farlo con carta e inchiostro; spero tuttavia di venire da voi e di poter parlare a viva voce, perché la nostra gioia sia piena. 13 Ti salutano i figli della tua sorella, l’eletta. 

Molte cose avrei da scrivervi, ma non ho voluto farlo con carta e inchiostro; spero tuttavia di venire da voi e di poter parlare a viva voce, perché la nostra gioia sia piena”. Le catechesi sono fonte di gioia, perché alimentano la conoscenza di Cristo, e perciò l’unione con Dio e la comunione fraterna (1Gv 1,4).

Ti salutano i figli della tua sorella, l’eletta”. Giovanni scrive da una Chiesa che probabilmente non aveva il grado di “Signora”, ipotizzando con ciò che non fosse sede episcopale, ma era pur “sorella” e al pari “eletta”. L’elezione accomuna le due Chiese. Esse hanno origine da Dio, cioè sono comunità i cui vincoli umani di parentela o vicinato o di lavoro, sono stati elevati da Cristo alla novità dell’apertura in lui, con lui e per lui, al Padre, nel dono dello Spirito Santo, e nell’appartenenza all’unica Chiesa universale fondata da Cristo.

Padre Paolo Berti
http://www.perfettaletizia.it

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Questa voce è stata pubblicata il 16/11/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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