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Lectio sul libro dell’Apocalisse – Carrarini (1)

XXXIII Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

Testo word Lectio sul libro dell’Apocalisse – Carrarini (1)
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San Giovanni, Patmos

L’APOCALISSE DI GIOVANNI
MARANA THA VIENI SIGNORE GESÙ

UNA LETTURA DI FEDE DELLA STORIA
CHE APRE ALLA SPERANZA, ALLA LODE A CRISTO
E FONDA UNA PRASSI DI RESISTENZA ALL’ IMPERO E AI SUOI IDOLI

COMMENTO E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

UNA RIVELAZIONE PER LE CHIESE DELL’ASIA

Iniziamo il cammino di riflessione sul libro dell’Apocalisse sentendo come rivolta a ciascuno di noi la beatitudine che è posta all’inizio e alla fine del libro: Beato chi prende a cuore il messaggio di Dio contenuto in questo libro. C’è molta diffidenza tra i cristiani verso questo libro (e verso i testi apocalittici presenti nei Vangeli e nelle Lettere) perché lo si lega subito alle immagini di disastri e di disgrazie; perché ha una forma espressiva lontana dal nostro modo di esprimerci abituale; perchè è diventato monopolio delle sette (testimoni di Geova) e perché siamo poco interessati al futuro. L’apocalittica invece ha il grande pregio di prospettare delle alternative all’opacità e al fallimento del presente, aprendo prospettive di speranza e di consolazione dal futuro che Dio prepara all’uomo. C’è un grande dono di Dio per chi si prende a cuore la comprensione di questo libro, per chi fa tesoro del messaggio che esso racchiude. Chi affronterà la fatica di andare oltre la dura scorza del linguaggio apocalittico potrà succhiare la linfa di rivelazione che scorre nelle sue pagine.

L’apocalittica nella Bibbia

Il genere letterario usato nell’Apocalisse è quello tipico dei libri apocalittici del Primo Testamento e di molti altri testi di quel periodo. Nel Nuovo Testamento, oltre al libro dell’apocalisse di Giovanni, troviamo l’apocalisse sinottica (discorso sugli ultimi tempi di Marco, ripreso anche da Matteo e Luca), e dei brani apocalittici in alcune Lettere (2Tes 2,1-12; 1Cor 15,20-28; 2Pt 3,1-13).

Il linguaggio apocalittico a noi sembra un groviglio inestricabile di immagini fantastiche, ideato da un sognatore imbottito di droghe, mentre era una specie di codice segreto per mandare dei messaggi in tempo di persecuzione. I sogni, le visioni, le immagini di esseri strani, il simbolismo dei numeri e dei colori, gli sconvolgimenti cosmici, le lotte tra angeli e demoni… erano usuali nella Bibbia ed erano conosciuti dai credenti, mentre restavano incomprensibili per i pagani (come lo sono per noi oggi e per le nostre comunità, così digiune della Parola di Dio e poco abituate a leggere i testi sacri).

Questo genere letterario nasce in germe già durante l’esilio a Babilonia e si sviluppa poi durante la dominazione Asmonea, dei Seleucidi e di Roma, fino alla distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. L’apocalittica è una lettura della storia, fatta in chiave di fede e di speranza, per sostenere il popolo perseguitato: è il modo con il quale le minoranze reagiscono al potere dominante, dando una lettura alternativa degli avvenimenti e prospettando un futuro di cambiamento che viene dall’azione di Dio. Si sostengono così nella resistenza e nella speranza di un futuro migliore, dove ci sarà la vittoria del bene sul male, di Dio su Satana. Attraverso simboli e visioni si annuncia che la storia è condotta da Dio e avrà uno sbocco positivo, anche se dovrà passare attraverso molte fasi di prevalenza del male sul bene e attraverso una catarsi finale, dove il dominatore di questo mondo sarà vinto per sempre. In questa lotta cosmica (dove tutto è già previsto e deve accadere e il cui esito è già realizzato in cielo) ha un posto centrale il Messia che è venuto, viene e verrà nella storia per portare a buon fine il progetto segreto di Dio, che è rivelato solo ai credenti che gli restano fedeli.

Apocalisse vuol dire rivelazione (1,1-3)

Questo libro contiene la rivelazione che Gesù Cristo ha ricevuto da Dio, per far conoscere ai suoi servitori quel che fra breve deve accadere. Gesù ha mandato il suo angelo al suo servo Giovanni, per farglielo sapere. Giovanni è testimone di tutto quel che Dio ha detto e che Gesù Cristo ha rivelato. Questo è ciò che egli ha veduto. Le cose qui scritte accadranno tra poco: beato dunque chi legge e chi ascolta questo messaggio profetico, e fa tesoro di quanto qui è scritto.

L’Apocalisse è una rivelazione, cioè un togliere il velo per manifestare il senso profondo di ciò che sta succedendo e che per i cristiani è oscuro, incomprensibile: perché la Chiesa è perseguitata? Perché il male trionfa sul bene? Cosa fa Dio? Sarà sempre così? Cosa sarà dei martiri?

Dio conosce il senso della storia e lo ha rivelato a Gesù Cristo, il quale lo ha trasmesso allo Spirito (angelo) da portare a Giovanni perché lo comunichi alle comunità: la rivelazione avviene nella storia, attraverso un lungo cammino di ascolto, ricerca, testimonianza di tutti i credenti. L’Apocalisse perciò si può decifrare e gustare solo in un clima di preghiera-meditazione personale e comunitaria, perché essa stessa è come una grande liturgia che si svolge nel cielo, simbolo e segno della liturgia domenicale delle comunità, durante la quale veniva letta e commentata. La struttura stessa dell’Apocalisse richiama quella della liturgia domenicale (giorno del Signore):

cap. 1: presentazione dei protagonisti (riti d’inizio);
2-3: lettere alle Chiese (atto penitenziale);
4-11: il nuovo Esodo (ascolto della Parola);
12-21: la vittoria definitiva (Eucaristia);
22: invito alla resistenza e all’attesa (commiato).

L’autore dell’Apocalisse (1,9-11)

Io sono Giovanni, vostro fratello in Cristo e vostro compagno nella persecuzione, nella costanza, nell’attesa del regno di Dio. Ero in esilio nell’isola di Patmos, perché avevo annunziato la parola di Dio e la testimonianza portata da Gesù. Un giorno, era il giorno del Signore, lo Spirito si impadronì di me e udii, dietro di me, una voce forte, come una tromba, che diceva: “Quel che vedi, scrivilo in un libro e manda il libro alle sette chiese dell’Asia Minore: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea”.

L’Apocalisse è il frutto di un lungo lavoro di riflessione, di preghiera e di ascolto della parola di Dio fatto dalle Chiese dell’Asia, assillate da un profondo bisogno di sicurezza, di forza e di speranza. Il Giovanni che scrive è un coordinatore o un responsabile delle comunità dell’Asia Minore (non sembra né l’Apostolo, né l’autore del IV Vangelo), inquisito, come le sue Chiese, durante la persecuzione di Domiziano negli anni 90. Conosce bene le comunità ed è ben conosciuto da esse. Nell’esilio, lontano dalle ansie del fare e dai problemi quotidiani, medita a lungo su ciò che sta avvenendo e sugli interrogativi che le comunità gli pongono. Una grazia particolare di Dio (lo Spirito si impadronì di me) e la lunga meditazione degli scritti dei profeti gli ispirano questa lettura di fede della storia. Si sente lo strumento attraverso il quale Dio dà una risposta alle preghiere delle Chiese perseguitate e apre per loro un cammino di speranza nel futuro promesso da Dio in Cristo.

Anche le nostre Chiese d’Occidente stanno attraversando un periodo di difficoltà e scoraggiamento, incalzate dalla secolarizzazione e dall’abbandono di molti credenti per tradizione. Vivono nel rimpianto del tempo di cristianità e nella paura del confronto con altre culture religiose e sociali. Molti si chiedono: perché avviene questo e fino a che punto arriverà? Il degrado morale, sociale, economico, politico, ambientale del nostro tempo cosa dice alle Chiese e alle religioni? Il libro dell’Apocalisse può aiutarci a dare una risposta di fede a questi interrogativi sempre attuali.

Vidi uno simile a un Figlio dell’uomo

L’esperienza centrale nell’Apocalisse e il perno attorno al quale ruota tutto il suo messaggio è la contemplazione di Gesù Cristo morto, risorto, vivente nella Chiesa e che tornerà a salvare il mondo. Gesù è presentato in stretto rapporto con il Padre che lo ha mandato e con la Chiesa nella prova, protagonista della storia e vincitore del male. Lui solo sa dare un senso a ciò che succede nel mondo e a lui è riservata l’ultima parola sul destino dei credenti. Lui compirà il gesto definitivo di sottomissione di tutte le cose a Colui che siede sul trono. La prova diventa per Giovanni e per le Chiese uno stimolo a riscoprire più in profondità il volto di Gesù Cristo, la sua presenza misteriosa, ma reale, nella loro vita, il senso vero della sua missione sulla terra: essere Salvatore dell’umanità.

I titoli di Gesù Cristo (1,4-8)

Alle sette chiese che sono in Asia Minore. Io, Giovanni, vi auguro grazia e pace da parte di Dio – che è, che era e che viene – e dei sette spiriti che stanno davanti al suo trono; da parte di Gesù Cristo, il testimone fedele, il primo risuscitato dai morti, il capo dei re della terra: Gesù Cristo, che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il sacrificio della sua vita. Egli ci ha fatti regnare con lui come sacerdoti al servizio di Dio suo Padre. A lui sia la gloria e la potenza per sempre. Amen. Attenzione! Viene tra le nubi e tutti lo vedranno, anche quelli che lo uccisero: i popoli della terra saranno sconvolti. Sì, amen. Io sono il Primo e l’Ultimo, dice Dio, il Signore, che è, che era e che viene, il Dominatore dell’universo.

Nel testo si rincorrono molti titoli attribuiti a Gesù Cristo, ognuno legato ad una particolare situazione e a un messaggio che Giovanni ha meditato e vuole che le comunità facciano proprio. Possiamo fare anche noi lo stesso lavoro di ricerca personale, sottolineando quei titoli di Cristo che più sentiamo veri per la nostra vita e per il cammino delle nostre comunità. In questo testo Giovanni anticipa la sua lunga meditazione su Cristo e su molti titoli che ritorneranno spesso anche negli altri capitoli: Gesù ci ha rivelato il vero volto di Dio; ha condiviso la morte con i martiri e ora è primizia della risurrezione anche per loro; è più forte di tutti i poteri umani e tutti dovranno sottomettersi a lui. Quello di Cristo non è un rapporto di potere ma d’amore, perché è morto per la salvezza di tutti, per riscattare l’umanità dal male. Quello che stabilisce con i credenti non è un rapporto passivo, da sudditi, ma una sequela che li coinvolge pienamente nella sua missione, tanto che tutta la vita del cristiano diventa come la sua, culto a Dio e salvezza del mondo. Cristo è il centro della storia perché tutto viene da lui, vive per lui e ritorna a lui.

Gesù è la fonte e il motivo della lode liturgica che la comunità sta celebrando nel giorno del Signore, giorno in cui è ambientata la visione e viene letto il testo nelle comunità riunite per la preghiera liturgica. Cristo infine ritornerà in modo glorioso alla fine dei tempi e tutti lo riconosceranno come Signore, anche quelli che lo uccisero, anche quelli che stanno perseguitando la Chiesa. Tutti un giorno piegheranno il ginocchio davanti a Cristo, anche l’imperatore di Roma e tutti i potenti di ogni tempo. Gesù Cristo è il punto di partenza e il punto di arrivo della storia perché, per mezzo suo, la storia umana diventa una storia di salvezza. Proprio come dice il suo nome, Gesù è Jahvè, il Dio dell’Esodo, il Liberatore che interviene nella storia a favore delle comunità perseguitate che gridano a Lui. Già in questa meditazione su Gesù Cristo Giovanni anticipa il messaggio centrale di tutto il libro: la storia e il destino del mondo sono nelle mani di Dio e di Cristo e non in quelle dell’imperatore.

Il Figlio dell’uomo (1,12-20)

Mi voltai per vedere chi stava parlando con me, e vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo a loro, qualcuno simile a un figlio d’uomo. Portava una tunica lunga fino ai piedi e una fascia d’oro sul petto. I suoi capelli erano bianchi come lana, come la neve. Aveva gli occhi ardenti, come il fuoco. I suoi piedi splendevano, come bronzo nella fornace, e la sua voce risuonava, come il fragore dell’oceano. Teneva sette stelle nella mano destra, e dalla sua bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio. Il suo viso era luminoso, come sole fiammeggiante. Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi, come morto. Ma egli pose la mano destra su di me e disse: “Non spaventarti. Io sono il Primo e l’Ultimo. Io sono il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre. Ho la morte in mio potere, in mio potere è il mondo dei morti. Scrivi dunque le cose che vedi: prima le cose presenti e poi quelle che presto accadranno. Vedi sette stelle nella mia mano destra, e sette candelabri d’oro: il loro significato nascosto è questo: le sette stelle sono i messaggeri delle sette chiese, e i sette candelabri sono le sette chiese”.

Continua la riflessione-contemplazione di Gesù Cristo che si fa presente nella Chiesa durante la liturgia domenicale. Qui viene ripreso il titolo di Figlio dell’uomo usato dal libro di Daniele (7,13) per indicare il Messia glorioso, titolo che Gesù aveva applicato a se stesso durante la sua vita. Gesù appare in mezzo ai sette candelabri d’oro e alle sette stelle (che sono le comunità riunite per la liturgia), nelle vesti del re-sacerdote (tunica lunga e fascia d’oro) e con il portamento di Dio (capelli bianchi = eternità; occhi ardenti = onniscienza; piedi di bronzo e voce forte = onnipotenza), per annunciare la parola di Dio (spada affilata) alle Chiese che tiene saldamente nella mano destra (simbolo di sicurezza). Gesù è presentato anche come l’Inizio, il Centro e il Fine della storia umana.

Il messaggio è chiaro: il Gesù storico non è uno sconfitto da Roma e dal suo potere, un prigioniero della morte e del regno dei morti, ma è vivo, anzi è il Vivente, il Risorto, colui che non può più morire, perché ha vinto il potere della morte e tiene saldamente nella sua mano più forte le sorti non solo dei cristiani viventi, ma anche dei martiri che hanno perso la vita durante le persecuzioni.

La sua prima parola è quella ricorrente in tutti i racconti di vocazione e in tutte le visioni di Dio raccontate nella Bibbia: Non spaventarti! Questo invito ritorna spesso nell’Apocalisse, a sottolineare la fragilità e la fatica dei cristiani nei momenti di prova, ma anche la forza e l’incoraggiamento che Dio manda loro attraverso i segni e le parole dei profeti, di chi cerca la luce che viene da Dio. Tutto ha un senso e tutto avrà un compimento, ma si potrà capirlo solo guardando a Gesù Cristo e ascoltando la sua Parola, che libera dalla paura delle cose presenti e apre alla fiducia in quelle che presto verranno, perché saranno il dono preparato da Cristo Risorto ai credenti in lui.

Questa contemplazione di Gesù Cristo e questo messaggio di fiducia vengono ripresi e approfonditi da Giovanni parecchie volte nel libro, con immagini molto suggestive che riprenderemo più avanti (agnello sgozzato ma ritto in piedi; cavaliere sul cavallo bianco; lo sposo; la stella del mattino…). Intanto possiamo chiederci: quale volto di Gesù Cristo è conosciuto, annunciato, accolto e professato nelle nostre comunità? Un volto che racchiude ed esplicita un incontro personale con la parola di Dio, o un volto che assomiglia solo al nostro? Un volto che risplende della luce del Padre, o di quella della Chiesa, o di quella di qualche gruppo o santo particolare? Il Risorto e il Vivente, o il venerato fondatore di una religione e il propugnatore dei buoni sentimenti? Il Cristo fondamento di speranza e di resistenza ad ogni potere divinizzato, o il Dio tutore dell’ordine costituito e dell’identità nazionale? Il Cristo della fede o il crocifisso della religione civile? La condizione di secolarizzazione e di minoranza in cui vive la Chiesa oggi può essere di stimolo per scoprire il vero volto di Dio, ma può diventare anche un motivo di chiusura e di rassegnazione. La capacità di ascoltare lo Spirito farà la differenza, come ai tempi di Giovanni di Patmos.

Manda un messaggio alle Chiese

Il secondo e il terzo capitolo contengono sette Lettere indirizzate a sette Chiese dell’Asia Minore per invitarle a mettersi in un atteggiamento di ascolto del messaggio che Dio rivolge loro attraverso l’annuncio profetico del loro coordinatore e vescovo Giovanni, esule col corpo ma presente con lo spirito. Noi non le commentiamo una per una, ma cerchiamo di attualizzarne il messaggio per noi. Giovanni ha vissuto un’esperienza personale di riscoperta della presenza di Cristo nella Chiesa e invita le comunità a fare lo stesso cammino. E’ l’esigenza della Chiesa di ogni tempo, specialmente nei tempi di prova o nei passaggi epocali che chiedono un ripensamento profondo della fede. Ma le comunità sono disponibili a mettersi in cammino o restano ferme alla lamentela rassegnata? Giovanni – come coordinatore delle Chiese dell’Asia Minore – conosce bene la situazione di quelle comunità e ne prende sette come simbolo della realtà di tutta la Chiesa. In esse c’è il bene e il male, il positivo e il negativo, il fervore e lo scoraggiamento, l’impegno e la rilassatezza. Il suo invito è chiaro: per accogliere la Parola di Dio nell’oggi della vita bisogna entrare in un atteggiamento di disponibilità a intraprendere un cammino di conversione. Bisogna lasciarsi cambiare da Cristo!

Un itinerario di conversione

Le Lettere alle sette Chiese sono il momento penitenziale della grande liturgia che è l’Apocalisse. In esse Giovanni propone ad ogni comunità un esame di coscienza e un itinerario di riscoperta del volto di Cristo (e dell’impegno che ne consegue) adatti alla sua situazione. In queste sette Chiese sono rispecchiate le situazioni delle Chiese di ogni tempo e il cammino proposto ha un valore di grande attualità anche per la nostra Chiesa che cerca di capire il senso e lo stile della sua presenza nel passaggio epocale che è in atto nel mondo e nella storia millenaria della cristianità.

Ogni Lettera è composta secondo il seguente schema:

  • Indirizzo: Cristo parla a una comunità concreta e parte dai problemi della sua vita, anche se diventano segno di uno stile e di una mentalità più generali.
  • Cristo si presenta: attraverso un titolo (già meditato nel capitolo1) esprime quello che lui è per la Chiesa e quello che la Chiesa deve riscoprire di lui, adatto alla sua realtà.
  • Giudizio sulla Chiesa: Cristo conosce la realtà e dà un giudizio sia su ciò che è positivo, sia su ciò che è negativo. E’ un discernimento puntuale, senza scusanti o compromessi.
  • Esortazione: al giudizio segue l’invito a cambiare gli atteggiamenti negativi e a perseverare in quelli positivi, confidando sulla forza che viene dalla presenza di Cristo nella Chiesa.
  • Promessa: l’invito alla conversione o alla perseveranza è rafforzato con la promessa di un premio, di un dono, che alla fine è sempre l’amore di Cristo, la comunione piena con Lui. Come per le Beatitudini, anche queste promesse hanno la loro radice nel presente, ma il compimento pieno sarà nel futuro.
  • Ascolto dello Spirito: questo cammino proposto da Giovanni è un momento particolare di conversione, ma lo Spirito parla continuamente alle Chiese. Le aiuta a cogliere i segni dei tempi, a discernere ciò che viene da Dio e a tenere ciò che le fa crescere verso il bene. Il cammino feriale delle comunità cristiane, guidate dallo Spirito Santo, è l’ascolto della Parola di Dio nella liturgia domenicale. Per questo Giovanni ripete a ogni singola Chiesa l’invito ad ascoltare lo Spirito. E’ un’insistenza che non trova ancora eco sufficiente neppure nelle nostre Chiese, preoccupate più di regolamentare e inquadrare il variopinto mondo del “Rinnovamento nello Spirito”, che di ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese!

La situazione delle Chiese

Più che commentare diffusamente ogni Lettera, cerchiamo di cogliere la problematica evidenziata da ognuna e una sua attualizzazione per la nostra realtà, lasciando alla meditazione di ciascuno l’individuazione delle proposte per un cammino di conversione personale e comunitario.

EFESO: una comunità buona ma rilassata, dove si fanno le cose più per abitudine che per scelta. Ormai l’entusiasmo di un’esperienza forte è annacquato nel tran tran della vita quotidiana. Il termine di verifica proposto da Giovanni non è sul fare ma sull’amare. In questa verifica viene coinvolto in prima persona il responsabile della comunità (candelabro).

SMIRNE: una comunità piccola e perseguitata, dove non c’è alcun rimprovero, ma un invito al coraggio e alla fiducia nel Cristo che ha vissuto la stessa situazione. Il riferimento al piccolo gregge del Vangelo, al resto d’Israele dei profeti e alle “minoranze abramitiche” dei testimoni del nostro tempo è spontaneo e immediato.

PERGAMO: una comunità divisa tra intransigenti e lassisti, tra conservatori e progressisti. Pergamo era la capitale dell’Asia Minore. Città cosmopolita e a prevalenza pagana, con la presenza di tante sette e culti religiosi. Era un centro culturale molto vivo e un “laboratorio” di nuove idee e movimenti. Questo clima ha influenzato anche la Chiesa, ponendo ai cristiani il problema del rapporto con la cultura pagana e con le altre religioni. Giovanni sottolinea la necessità di riferirsi a Cristo, parola di Dio per l’uomo e via verso il Padre, per fondare questo rapporto. Lui prende nettamente posizione per la parte più intransigente, come succede spesso in tempi difficili. I problemi del dialogo ecumenico e interreligioso, così come quelli del rapporto con la cultura laica, restano ancora aperti e problematici, anche per le nostre Chiese.

TIATIRA: una comunità che vuole tenere il piede in due staffe! Ha teorizzato e sta vivendo un buon compromesso tra fede e superstizione, tra Dio e i soldi, tra essere cristiani e vivere come tutti. La ricca Tiatira è molto simile alle nostre comunità dove il primato dell’economico è ben sposato con la fede in Dio; il chiedere i Sacramenti con l’andare dai maghi; il fare l’elemosina con il consumismo più sfrenato; la difesa della tradizione cristiana con il tradimento del vangelo.

SARDI: una comunità preoccupata dell’esteriorità, delle pratiche tradizionali, della fedeltà all’autorità e alla legge, del consenso e del plauso della gente, ma senza una vera esperienza di fede e un cammino di crescita spirituale. In questa Chiesa si dice addirittura che non c’è nulla di buono, dando un duro giudizio che dovrebbe far tremare molte nostre Chiese, arroccate nella difesa dell’ortodossia e dell’identità cristiana; molto preoccupate di conservare il potere acquisito e di avere il plauso dei mass media. E’ la durezza stessa di Cristo verso i farisei e i servi fannulloni! La durezza è mitigata solo alla fine con il riferimento al piccolo resto di persone rimaste fedeli.

FILADELFIA: una comunità piccola di numero, ma seria nel suo cammino. E’ la seconda Chiesa in cui non viene sottolineato nulla di negativo. Diventa un motivo di fiducia per tutte quelle persone che vivono, lavorano e sostengono, con coraggio e tenacia, realtà piccole e marginali alle istituzioni ecclesiastiche, ma non al regno di Dio. Spesso ciò che è disprezzato dagli uomini è apprezzato da Dio, e la pietra scartata dagli architetti è valorizzata dai manovali.

LAODICEA: una Chiesa così sicura di sé da far nausea. Ritorna questa realtà della sicurezza fondata sulle proprie scelte e capacità, sul numero e il potere, sul compromesso e la fedeltà alla legge, sui piani pastorali e le grandi iniziative di massa, su discorsi di sapienza umana e di tecnica pastorale, dove la croce di Cristo diventa stoltezza e il ripartire dagli ultimi velleità suicida.

Solo l’amore converte la Chiesa

Ho un rimprovero da farvi: non avete più l’amore dei primi tempi. Come siete cambiati! Ricordate come eravate da principio, tornate ad essere come prima! (2,4-5) …Io tratto severamente quelli che amo; cambiate vita, dunque, e impegnatevi con tutte le forze. Ascoltate, io sto alla porta e busso. Se uno mi sente e mi apre, io entrerò e ceneremo insieme, io con lui e lui con me (3,19-20).

Le fatiche della Chiesa di oggi sono le fatiche delle Chiese di sempre, come il rimprovero per le Chiese del primo secolo è il rimprovero anche per le Chiese del terzo millennio. Ma il rimprovero (e insieme l’invito) che apre e che chiude queste Lettere è un richiamo all’amore, a riscoprire la tenerezza, l’amore profondo e radicale di Cristo per la sua Chiesa: Tornate ad essere come prima!Sto alla porta e busso. Se uno mi sente e mi apre, io entrerò e ceneremo insieme. L’amore di Cristo e per Cristo è la vera forza per il cammino di conversione al quale sono chiamate le Chiese cristiane per riscoprire la sua presenza nella storia e il suo progetto di salvezza sul mondo.

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 18/11/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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