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Mons. Agostino Marchetto a Il Foglio: “C’è un binomio che esiste ed è inscindibile: sinodalità-collegialità e primato”

Intervista a cura di Matteo Matzuzzi

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Non pensa che quando oggi si sente parlare – o magari auspicare una “riforma” della Chiesa, in realtà si punti a qualcosa di diverso, a una “rivoluzione”?

Questa è la questione, grave, che si pone anche a proposito del Concilio Vaticano II, che per me continua a rappresentare la questione fondamentale. Io dico sempre che ci sono tre gradini: c’è certamente la storia. L’impegno per studiarla c’è stato, ma purtroppo nello studio della storia c’è spesso il rischio di vederla da un punto di vista ideologico. Il Concilio è stato il frutto della sintesi, dell’et et, che è una categoria prima di tutto cattolica. Si sono messe assieme le opinioni di quanti erano la maggioranza e di quanti rappresentavano la minoranza. Abbiamo avuto concretamente dei documenti approvati quasi dalla maggioranza assoluta, c’è stato un consensus molto forte. Direi quindi che in quest’unità abbiamo trovato uno spirito davvero conciliare.
Subito dopo si è posto il problema, la questione della interpretazione di tali documenti. Eccoci nel campo dell’ermeneutica: in tanti hanno come avuto la tentazione di riprendersi quanto si era portato al Concilio…un’ermeneutica che è andata un po’ per conto suo.
Il terzo gradino, per rimanere nello schema, è la ricezione. Un campo in cui sono emerse diverse difficoltà.
Ma noi abbiamo a disposizione quella formula straordinariamente sintetica della posizione del magistero di tutti i papi del Concilio e del post Concilio, e cioè che l’ermeneutica non è quella della rottura nella discontinuità, bensì quella della riforma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa. E’ chiaro ed evidente che non si parla di rivoluzione, ma si parla di evoluzione, sviluppo. Uno sviluppo che però deve essere omogeneo e organico. Ed è questa la difficoltà che abbiamo davanti a noi: se non creiamo il contesto adatto e non mettiamo in rilievo la continuità dell’unico soggetto Chiesa, ricadiamo nella confusione nella quale oggi – mi pare evidente – ci troviamo.

Oggi c’è un po’ la tendenza a scomunicarci reciprocamente, dall’una e dall’altra parte: non ci comportiamo proprio come una Chiesa. Non ci comportiamo come sinodo, cioè non camminiamo insieme. Ma per camminare insieme bisogna avere dei punti fermi, il primo dei quali per me è il Concilio. Poi ovviamente c’è il magistero papale, che comprende anche Papa Francesco. Dopotutto, Lui è nella linea della ecclesia semper reformanda e semper renovanda. Ma non è nella linea “rivoluzionaria”. Anche se oggi va per la maggiore definirlo “rivoluzionario”. C’è confusione, dovuta anche all’enorme pressione dei mass media e dei mezzi di comunicazione sociale.

Lei ha scritto, a proposito di una pubblicazione di Spadaro e Galli – che ci si concentra molto sull’aspetto della sinodalità-collegialità, ma non si sviluppa l’altro polo fondamentale: il primato. Perché?

C’è un binomio che esiste ed è inscindibile: sinodalità-collegialità e primato. Se passiamo in rassegna le varie riforme della Chiesa  – la Chiesa ha fatto molte riforme, al semper reformanda il Papa Francesco ha aggiunto il semper renovanda, spiegando giustamente che una riforma è anche un rinnovamento -– lo vediamo bene. C’è oggi la tendenza a non vedere la riforma come qualcosa di consueto. Nella riforma dello Pseudo Isidoro troviamo la radice della libertas ecclesiae. E’ la radice di un binomio che va e che deve proseguire di pari passo: il primato che difende l’episcopato e l’episcopato che fa comunione con il primato. Il Vaticano II finalmente riesce a mettere a tema la questione dell’episcopato. L’aspetto del primato viene sottolineato di meno perché nella vita della Chiesa ci sono momenti in cui alcuni aspetti si sottolineano di più e altri meno. Poi deve esserci sempre qualcuno che ci deve ricordare il sed etiam, il “ma anche”. Faccio un esempio: nel dopo Concilio si sottolineava sempre la Chiesa come comunione. L’accento oggi posto maggiormente sulla sinodalità forse proviene dalla realtà latino-americana, che ha naturalmente il diritto di esprimere la sua specificità nell’applicazione del Concilio. Senza dimenticare che abbiamo un Papa che proviene dall’America latina, con tutto un afflato e un bagaglio di esperienza particolari.

Può spiegarmi meglio cosa intende quando afferma che oggi vi è un desiderio diffuso di affievolimento dell’aspetto divino con un prevalere dell’umana tendenza?

Questo è uno dei punti evidenziati dal Papa nel corso degli incontri durante il Sinodo sulla famiglia. Credo fosse uno dei primi interventi del Pontefice. Disse che due sono di istituzione divina i gradi che si riferiscono alla gerarchia: c’è il successore di Pietro e c’è il vescovo nella sua propria diocesi. Gli altri gradi intermedi (o corpi intermedi) sono di istituzione umana. Ecco, oggi c’è la tentazione di vedere maggiormente i corpi intermedi dimenticando quali sono i corpi di istituzione divina. Prevalgono oggi le tendenze a decentrare, a porre l’accento sulle chiese locali (che non sono le chiese particolari), ma il rischio è che si impongano queste tendenze senza un equilibrio che è proprio del binomio inscindibile episcopato-primato.

Non le sembra che molti di quanti parlano un giorno sì e l’altro pure di Vaticano II in realtà vogliano superare il Concilio, andando ben oltre le decisioni di quell’Assise?

Nella chiesa c’è una storia e tutti i concilii hanno avuto la loro realizzazione e la loro applicazione a partire dalla giusta interpretazione. Io capisco che non ci si possa fermare al Vaticano II, che ci sarà un altro concilio. Capisco anche che la storia non si ferma. Aggiungo però che prima di tutto è indispensabile che questo Concilio sia “digerito”, e questo il Papa lo dice bene. Congar e Rahner hanno detto che ci vorranno cent’anni per applicare il Vaticano II. Uno può non essere d’accordo, ma di certo non sarà una digestione facile. C’è la necessità di portare a termine lo studio della storia del Vaticano II. Ripeto poi quanto sia fondamentale la questione dell’interpretazione: se non ci mettiamo d’accordo sulla necessità di unire le forze e di considerare gli uni e gli altri nella conclusione felice del Concilio, allora non saremo in linea con la corretta applicazione del Vaticano II. Non si può andare avanti come se non ci fosse stato il Concilio. Anche il crescere nel depositum fidei deve essere organico e omogeneo, e quindi non si può andare contro ciò che è stato deciso. Ci può essere, naturalmente, uno sviluppo. Cito Newman, che studiò la situazione della Chiesa del IV secolo. La Chiesa è la stessa ed è proprio quello che diciamo l’unico soggetto Chiesa che continua e che era quello del IV secolo. Per essendo una chiesa che nel IV secolo aveva ovviamente aspetti ben diversi.

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Questa voce è stata pubblicata il 19/11/2018 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , , .

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