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Pakistan, dopo l’assoluzione di Asia Bibi la “legge di blasfemia” al centro del dibattito

Nella società si fa strada un movimento di opinione che intende cogliere l’opportunità per correggere le storture e l’uso improprio della legge


proteste asia bibi pakistan

Ancora manifestazioni in Pakistan contro l’assoluzione di Asia Bibi: un fantoccio rappresenta l’impiccagione della donna cristiana 

PAOLO AFFATATO
ROMA
Vaticaninsider
22.11.2018


Ha confessato di «aver pianto di gioia» quando, nel 2010, Asia Bibi fu condannata alla forca dopo una denuncia da lui organizzata e la testimonianza rilasciata in tribunale. Qari Mohammad Salim non ha avuto una parola di pentimento dopo che i giudici della Corte Suprema, il 31 ottobre scorso, hanno assolto la donna pakistana dal reato di blasfemia. Salim è l’imam che nel 2009, dopo aver consultato le due donne musulmane Asma e Mafia, colleghe di lavoro di Asia Bibi, concertò con loro la falsa denuncia per blasfemia. Dando così la stura a un calvario che è tuttora in corso, mentre la donna, rilasciata dal carcere, è sotto stretta sorveglianza, in un luogo segreto, per tenerla lontana da quanti vorrebbero ucciderla, ritenendola, comunque e nonostante tutto, «blasfema».

Ora, però, per Qari Mohammad Salim i nodi potrebbero venire al pettine. Lo sperano in molti in Pakistan, cristiani e musulmani, analisti e commentatori e che promuovono la revisione della legge dei blasfemia. Non per poterla abrogare (cosa impossibile dato il contesto sociale), ma almeno per impedirne gli abusi: per evitare, cioè, che sia facilmente utilizzata come una “clava” per colpire avversari in vendette private, in controversie che nulla hanno di religioso.

Nella società pakistana si fa strada un movimento di opinione che intende cogliere l’opportunità della assoluzione di Asia Bibi per correggere le storture di questa legge. «La polizia deve arrestare Qari Mohammad Salim e le due donne musulmane che hanno inventato false accuse di blasfemia contro Asia Bibi» chiede Taskeen Khan, intellettuale cristiano e conduttore di un programma televisivo sulla rete cristiana Glory Tv in Pakistan.

L’attivista cattolico Rashid Gill, coordinatore della Commissione “Giustizia e pace” a Karachi, ha spiegato all’agenzia vaticana Fides: «Chiediamo che ai falsi accusatori accertati si dispensi la stessa pena inflitta ai blasfemi, in ogni singolo caso di presunta blasfemia. Questo sarà l’unico modo per fermare l’abuso della legge».

Attivisti musulmani elogiano la mossa dei giudici della Corte Suprema, che hanno stigmatizzato l’uso improprio della legge sulla blasfemia e ricordano che, prima del governo del dittatore Zia-ul-Haq, vi erano pochissimi casi di denunce nel Paese. Fu il generale ad introdurre, su una legislazione generica, parte dell’impianto di eredità britannica, due nuovi commi del Codice Penale (il “295 b” e il “295 c”, che puniscono con ergastolo o pena di morte il vilipendio al Corano e al Profeta Maometto) che hanno causato dagli anni ‘80 fino a oggi oltre 1500 casi che gli avvocati riconoscono per la maggior parte inventati di sana pianta.

Il tema era faticosamente approdato a livello politico: a marzo 2018 la Commissione per i diritti umani del Senato del Pakistan ha proposto alcuni emendamenti alla legge per punire i falsi accusatori, suggerendo proprio di applicare le medesime pene previste per chi infrange la legge. Il provvedimento non passò per l’opposizione del partito politico islamico Jamiat-Ulema-e-Islam Fazl (Jui-F).

Ma a luglio scorso è stato eletto un nuovo Parlamento e il nuovo governo di Imran Khan è al potere in Pakistan. Questa viene considerata un’occasione: il domenicano James Channan, che a Lahore guida il “Peace Center”, realtà impegnata a promuovere il dialogo interreligioso e i diritti umani, rimarca a Vatican Insider: «Alle scorse elezioni i partiti islamici non hanno ottenuto un buon risultato: l’alleanza dei partiti religiosi Mutahida Majlas-e-Amal (Mma) ha ottenuto solo 12 seggi. Dunque anche la politica oggi può portare avanti provvedimenti legislativi ispirati a principi di uguaglianza, equità, alla dignità ai diritti di tutti. Il governo, nella sua azione politica, potrà tenere conto di questo e speriamo faccia passi avanti in questa direzione».

Va detto che, sulla questione della legge di blasfemia, anche il Consiglio per l’ideologia islamica – organismo che valuta la compatibilità delle leggi con la fede musulmana – già nel 2010 aveva raccomandato di «adottare misure appropriate, amministrative, procedurali o legislative, per fermare i casi di abuso della legge sulla blasfemia», pur confermandosi contrario alla sua abrogazione. Il Consiglio suggeriva alcune variazioni procedurali: rendere obbligatorio per il denunciante produrre prove concrete a sostegno delle accuse (mentre ora l’onere della prova è a carico della difesa); far giudicare i casi di presunta blasfemia dall’Alta Corte, tribunale di secondo grado, meno soggetto all’influenza dei gruppi radicali; lasciare che le indagini siano condotte da un ufficiale di polizia più alto in grado (per tutelare le vittime e scoprire le possibili macchinazioni).

«Adottare oggi queste misure sarebbe un grande passo avanti», conclude Channan, «e il sacrificio di Asia Bibi – nove anni in carcere da innocente – sarebbe valso a qualcosa: migliorare la società e lo stato nella tutela dei diritti di tutti».

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Questa voce è stata pubblicata il 23/11/2018 da in Cristiani perseguitati, ITALIANO con tag .

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