COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Ateismo, fede e spiritualità. Il silenzio autentico è quello religioso

croce

In dialogo. Pubblichiamo uno stralcio dall’articolo “Ma può esistere una spiritualità atea?” uscito sul numero 5 del 2018 della rivista «Vita e Pensiero», composto da due testi in dialogo, uno di André Comte-Sponville e l’altro di Pablo d’Ors.

(Pablo D’Ors) Oggi proliferano i profeti che annunciano che la religione è arrivata al capolinea. Nelle nostre società occidentali la sensibilità antireligiosa cresce. Prima è stata messa in causa l’istituzione ecclesiale, con i suoi meccanismi di funzionamento. Poi — c’era da aspettarselo — le religioni in particolare e il fatto religioso in generale. Adesso è messo in discussione lo stesso Gesù Cristo, non tanto come grande maestro e taumaturgo quanto come figlio di Dio e redentore del mondo.

Il processo di contestazione è stato progressivo, graduale. Negli ultimi decenni sono state sistematicamente messe in dubbio tanto le forme religiose come i contenuti che esse veicolano. Cionondimeno — e questo è curioso — nel nostro tempo le forme religiose non solo resistono, ma in alcuni casi fioriscono, anche se in altri certamente languono fino a morire.

Questo scalzamento dei fondamenti del religioso è sempre esistito, fin dal principio. Prendiamo Gesù di Nazaret. Il conflitto che Gesù sostiene con le autorità religiose del suo tempo, così come emerge dai Vangeli, è appunto questo: egli accusa di sterilità e anche di ipocrisia i rappresentanti ufficiali del giudaismo. I farisei e i sadducei, arrabbiati e indignati, si innervosiscono. Erano molto attaccati all’esteriorità, probabilmente per paura e insicurezza. Gesù li sollecita a interiorizzare la loro pratica religiosa, cioè ad attualizzarla costantemente per non dimenticare che il culto serve soltanto se nutre l’anima della gente. E questo alimento dell’anima delle persone, questo nutrimento cultuale per l’interiorità, è ciò che oggi noi chiamiamo interiorità, che è il nome laico della spiritualità.

Nei ritiri di meditazione che conduco, sono solito distinguere tra la coppa e il vino. La religione è la coppa; la spiritualità, il vino. A qualsiasi persona sensata quel che interessa è bere per saziare la sua sete di vita, non semplicemente collezionare coppe o pulirle fino a farle brillare.

Una religione senza spiritualità si riduce, nel migliore dei casi, a cultura e, nel peggiore, a folclore o ritualismo. Nei miei ritiri utilizzo anche la metafora del saggio che indica la luna. Gli stupidi si fermano al dito puntato; le persone sensate rivolgono lo sguardo alla luna che viene indicata. E poi la metafora del fuoco e delle pietre. Non è il caso di adorare le pietre con cui facciamo il fuoco, ma di riscaldarci e illuminarci alla luce di questo fuoco. Le metafore possono essere innumerevoli e tutte con lo stesso significato: l’uomo contemporaneo, alla stregua di Gesù di Nazaret ai giorni suoi, vuole la luna, il fuoco e il vino; non è disposto a perder tempo con il dito, la coppa o le pietre.

Naturalmente è molto facile criticare le forme e dire che quel che importa è la sostanza delle cose, il tema però non è così semplice, perché… come si può andare alla sostanza se non attraverso qualche forma? O l’essere umano può forse prescindere dalla sua condizione storica e corporale? La spiritualità è o no un atto culturale? E se lo è, non comporta che debba essere tradotto in forme? È una questione complicata.

Da parte mia, sostengo che ogni ricerca spirituale s’incarna in parole e gesti e che, se le religioni non sono altro che le parole e i gesti che l’essere umano compie per nutrire la propria anima, ogni ricerca spirituale finisce, in ogni caso, per essere religiosa, con forme certo diverse ma in fondo affini a quelle classiche o tradizionali.

È questo il centro, il nucleo del mio contributo in margine a quanto scrive Comte-Sponville: la religione è la cultura dello spirituale; se oggi è l’interiorità che interessa, la sola cosa da farsi per dare risposta a tale interesse è: o inventare forme religiose nuove, più consone al nostro linguaggio e sensibilità — ed è sicuramente questo che sta facendo la mindfulness — o, ed è quello che propongo io, ripensare e rinnovare le forme religiose tradizionali (quelle cristiane, nel nostro caso, comunque nettamente e totalmente aperte ad altre tradizioni sapienziali) così da articolare, a partire da esse, una proposta capace di rispondere a questo vasto e diffuso desiderio di vita. Tale impostazione risulta scomoda, oggi: molti, forse i più, vorrebbero far tabula rasa e ripartire da zero, ricominciare tutto da capo. Francamente non credo che una cosa del genere sia possibile (né auspicabile).

Detto più chiaramente: sostengo che senza una radice cristiana (o buddhista, induista, musulmana…) non è possibile articolare un cammino spirituale a partire da questo nuovo paradigma che chiamiamo interiorità, sotto pena di rimanere sui grandi principi astratti e generali. Perché, allo stesso modo in cui l’anima umana non viene saziata da un amore astratto ma da una persona amata sinceramente credo che l’anima umana non sia saziata nemmeno da un’interiorità generica, bensì da una che sia incarnata nella forma culturale di una determinata tradizione. È suonata l’ora di un profondo rinnovamento spirituale. Rinnovamento, cioè, che tenendo conto dell’antico (il religioso) proponga qualcosa di nuovo, che conservi questa radice e che da essa muova (…). Qui la parola chiave è, per me, “silenzio”. E, forse, anche “coscienza”. Perché senza silenzio non c’è interiorità possibile.

Di più: l’interiorità è, sostanzialmente, silenzio; sono la stessa e unica cosa. Se qualcosa può essere definito interiore, è perché chi lo vive si è fermato e si è messo ad ascoltare, perché ha trattenuto il flusso delle attività — sempre talmente frenetico — e ha messo a tacere quello dei pensieri, così da poter ricevere quello che c’è: il dono del reale.

L’Osservatore Romano, 21-22 novembre 2018.
POSTED BY IL SISMOGRAFO

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Questa voce è stata pubblicata il 25/11/2018 da in Cultura, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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