COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Avvento con papa Francesco (seconda settimana)

MEDITAZIONI del Papa durante l’Avvento 
Seconda Settimana


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Lunedì della II settimana di Avvento
Is 35,1-10   Sal 84   Lc 5,17-26: Oggi abbiamo visto cose prodigiose.
Martedì della II settimana di Avvento
Is 40,1-11   Sal 95   Mt 18,12-14: Dio non vuole che i piccoli si perdano.
Mercoledì della II settimana di Avvento
Is 40,25-31   Sal 102   Mt 11,28-30: Venite a me, voi tutti che siete stanchi.
Giovedì della II settimana di Avvento
Is 41,13-20   Sal 144   Mt 11,11-15: Non ci fu uomo più grande di Giovanni Battista.
Venerdì della II settimana di Avvento
Is 48,17-19   Sal 1   Mt 11,16-19: Non ascoltano né Giovanni né il Figlio dell’uomo.
Sabato della II settimana di Avvento
Sir 48,1-4.9-11   Sal 79   Mt 17,10-13: Elìa è già venuto, e non l’hanno riconosciuto.

Lunedì della II settimana di Avvento

Is 35,1-10   Sal 84   Lc 5,17-26: Oggi abbiamo visto cose prodigiose

Lasciamoci consolare

Attaccato com’è al «negativo», alle «ferite del peccato» che porta dentro di lui, l’uomo spesso fatica anche solo a «lasciarsi consolare» da Dio. Invece la Chiesa, in questo tempo di Avvento, invita ognuno a reagire, a sollevarsi dai propri errori e ad avere «coraggio» perché Gesù viene, e viene proprio a portare «consolazione».
È questo il messaggio che Papa Francesco, durante la messa celebrata lunedì mattina a Santa Marta, ha evidenziato dalla liturgia del giorno. La riflessione del Pontefice è infatti partita proprio dal brano del profeta Isaia (35, 1-10) nel quale, «in un modo un po’ bucolico», si anticipa la parte dedicata alla «consolazione di Israele», al Signore che, «consola il suo popolo, promette la consolazione, li fa tornare dall’esilio, dove c’è la tristezza, la schiavitù…». A loro che «non possono cantare, non riescono a cantare, piangono…», il Signore «promette la consolazione».

Riflettendo su quanto Dio ha compiuto per gli israeliti, ricordiamo sant’Ignazio quando diceva  «che è buono contemplare l’ufficio di consolatore di Cristo nostro Signore, paragonandolo al modo come alcuni amici consolano gli altri». E riguardo al fatto che «il Signore è venuto a consolarci», per esempio, ripensiamo «alla mattina della risurrezione nel racconto di Luca, quando Gesù apparve agli apostoli: “Ma era tanta la gioia — dice il Vangelo — che non potevano credere”, la gioia impediva di credere». Così «tante volte, la consolazione del Signore ci sembra una meraviglia, qualcosa di non reale».

Però «non è facile lasciarsi consolare; è più facile consolare gli altri che lasciarsi consolare». Infatti «tante volte, noi siamo attaccati al negativo, siamo attaccati alla ferita del peccato dentro di noi e, tante volte, c’è la preferenza di rimanere lì, da solo. Come il paralitico del Vangelo che rimaneva nel lettuccio. In certe situazioni, la parola di Gesù è sempre: “Alzati!”». Eppure noi «abbiamo paura». Del resto, «noi nel negativo siamo padroni, perché abbiamo la ferita dentro, del negativo, del peccato; invece nel positivo siamo mendicanti e non ci piace mendicare, mendicare la consolazione».

Ecco  due esempi di situazioni in cui l’uomo preferisce «non lasciarsi consolare».
C’è, innanzitutto, «l’atteggiamento di risentimento». Cioè, quando «la nostra preferenza è per il risentimento, il rancore», e noi «cuciniamo i nostri sentimenti in quel brodo, il brodo del risentimento». In quelle situazioni l’uomo ha «un cuore amaro, come se dicesse: “Il mio tesoro è la mia amarezza: lì sono io, con la mia amarezza”». Un esempio si trova nel Vangelo, nell’episodio del paralitico della piscina di Siloe: «trentotto anni lì, con la sua amarezza, e sempre spiegando: “Ma non è colpa mia perché quando si muovono le acque nessuno mi aiuta”»! Ragionava sempre «in negativo». «Per questi cuori amari è più bello l’amaro che il dolce. L’amarezza come spiegazione».

Allo stesso modo tanta gente preferisce questa «radice amara» che «ci porta con la memoria al peccato originale, il peccato che ci ha feriti». Ed è un modo «di non lasciarsi consolare». Si preferisce dire: «“No, no, non disturbare, lasciami qui”. Sconfitto».

Vi è poi l’atteggiamento delle «lamentele». L’uomo e la donna «che si lamentano sempre; invece di lodare Dio si lamentano davanti a Dio. E le lamentele che sono la musica che accompagnano quella vita». A tale riguardo santa Teresa d’Avila diceva: «Guai la suora che dice: “Mi hanno fatto un’ingiustizia, mi hanno fatto una cosa non ragionevole”, guai». Ricordiamo pure la vicenda biblica del profeta Giona, «il premio Nobel delle lamentele». Giona, infatti, «fuggì da Dio perché si lamentava che Dio gli avrebbe fatto qualche torto e se ne è andato là, poi è annegato, il pesce lo ha ingoiato. E poi è tornato alla missione e poi fatta la missione, invece di rallegrarsi per la conversione, l’amaro viene e si lamenta: “Io sapevo che tu eri così e sempre salvavi la gente…”, e si lamenta perché Dio salva la gente». Perché anche nelle lamentele ci sono delle cose contraddittorie».

Un atteggiamento che riscontriamo anche nell’uomo contemporaneo: «Noi viviamo tante volte respirando lamentele, siamo proclivi alle lamentele e possiamo descrivere tante persone così che si lamentano». Come un sacerdote conosciuto in passato: «un buon sacerdote, bravo, bravo, ma era il pessimismo incarnato e sempre si lamentava di tutto, aveva proprio la qualità di “trovare la mosca nel latte”. Si trattava di un bravo sacerdote, di cui si diceva fosse «tanto misericordioso nel confessionale». Ma aveva questo difetto di lamentarsi sempre, tanto che i suoi compagni di presbiterio scherzavano dicendo che quando al momento della sua morte «sarebbe andato in cielo», la prima cosa che avrebbe detto a San Pietro, «invece di salutarlo», sarebbe stata: «Dov’è l’inferno?». E addirittura che una volta visto l’inferno, avrebbe chiesto a san Pietro: “Ma quanti condannati ci sono?” – “Soltanto uno” — “Ah, che disastro la redenzione…”. Solo lamenti, solo il negativo.

Ma di fronte «all’amarezza, al rancore, alle lamentele», «la parola della Chiesa di oggi è “coraggio”». Una parola ripetuta dal profeta Isaia: «Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Un messaggio chiaro per ogni credente: «Coraggio, sarà lui a consolarti. Fidati di lui. Coraggio»”.

Ed è anche «la stessa parola che dice Gesù: “Coraggio”». Per esempio, la ripete a quegli uomini che volevano che il loro amico fosse guarito. Costoro, nonostante le difficoltà («Ma non si può entrare, Signore, tanta gente… come possiamo fare…»), «sono andati sul tetto e tegola dopo tegola, una dopo l’altra, hanno fatto il buco e l’hanno fatto scendere. In quel momento non hanno pensato: “Ma ci sono gli Scribi, ci sono i poliziotti, se ci prendono ci porteranno in galera…”. No, non hanno pensato questo. Soltanto volevano la guarigione, volevano che il Signore consolasse il loro amico e loro».

Ricordiamo ancora le parole di Isaia: «Coraggio! Coraggio, non temete, irrobustite le mani fiacche”: le mani sono fiacche, irrobustitele, coraggio. “Rendete salde le ginocchia vacillanti”: coraggio, avanti, ci sono ginocchia vacillanti… sì, ma avanti, coraggio. “Dite agli smarriti di cuore — a quelli che hanno rancore, che vivono delle lamentele —: “Ecco il vostro Dio che viene a salvarvi”».

Quello della liturgia odierna «è un messaggio tanto bello e tanto positivo: lasciarci consolare dal Signore». Anche se non è facile, «perché per lasciarsi consolare dal Signore» serve «spogliarsi dei nostri egoismi, di quelle cose che sono il proprio tesoro, sia l’amarezza, siano le lamentele, siano tante cose». Perciò «ci farà bene oggi, ognuno di noi, fare un esame di coscienza: Com’è il mio cuore? Ho qualche amarezza lì? Ho qualche tristezza?», e domandarsi: «Com’è il mio linguaggio? È di lode a Dio, di bellezza o sempre di lamentele?». E poi «chiedere al Signore la grazia del coraggio, perché nel coraggio viene lui a consolarci».

Santa Marta, 11 dicembre 2017
L’Osservatore Romano

Martedì della II settimana di Avvento

Is 40,1-11; Sal 95; Mt 18,12-14: Dio non vuole che i piccoli si perdano

Giuda e la pecora smarrita

Il «lieto annuncio del Natale» è che «viene il Signore con la sua potenza», ma soprattutto che quella potenza «sono le sue carezze», la sua «tenerezza». Una tenerezza che, come il buon pastore con le pecore, è per ognuno di noi: Dio non dimentica mai nessuno di noi, neanche se ci fossimo tragicamente «smarriti» come accadde a Giuda il quale, perso nel suo «buio interiore», è in qualche modo il prototipo, l’«icona» della pecorella della parabola evangelica.
Nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta questo martedì, Papa Francesco è entrato nel cuore di questo «lieto annuncio» di fronte al quale, si legge nella liturgia del giorno, siamo chiamati a «sincera esultanza».

«Davanti al Natale  chiediamo questa grazia di ricevere questo lieto annuncio con sincera esultanza e di rallegrarci», ma anche «di lasciare che il Signore ci consoli». Perché nella liturgia si parla anche di consolazione? Perché «viene il Signore e quando viene il Signore tocca l’anima con questi sentimenti». Infatti «lui viene come un giudice, sì, ma un giudice che carezza, un giudice che è pieno di tenerezza» e «fa di tutto per salvarci». Dio «giudica con amore, tanto, tanto, tanto che ha inviato suo figlio, e Giovanni sottolinea: non a giudicare ma a salvare, non a condannare ma a salvare». Perciò «sempre il giudizio di Dio ci porta a questa speranza di essere salvati».

Nel vangelo del giorno Matteo (18, 12-14) parla del buon pastore. Questo giudice «che carezza» e che viene «a salvare»  ha «l’atteggiamento del pastore: “Cosa vi pare? Se una delle sue pecore si smarrisce, non lascerà le 99 sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?”». Anche il Signore, quando viene, «non dice: “Ma, faccio i conti e ne perdo una, 99… è ragionevole…”. No, no. Una è unica». Il pastore infatti, non possiede semplicemente 99 pecore, ma ne «ha una, una, una, una, una…»: cioè «ognuna è diversa». Ed egli «ama ognuna personalmente. Non ama la massa indistinta. No! Ci ama per nome, ci ama come siamo».

Quella pecora smarrita il pastore «la conosceva bene», non si era persa, «conosceva bene il cammino»: si era persa «perché aveva il cuore smarrito, aveva il cuore malato. Era accecata da qualcosa interiore e, mossa da quella dissociazione interiore, fuggì al buio per sfogarsi». Ma «non era una ragazzata quella che ha fatto lei… È scappata: una fuga proprio per allontanarsi dal Signore, per saziare quel buio interiore che la portava alla doppia vita», a «essere nel gregge e scappare dal buio, nel buio». Ed ecco il messaggio consolatorio: «Il Signore conosce queste cose e lui va a cercarla».

«Per me, la figura che più mi fa capire l’atteggiamento del Signore con la pecora smarrita è l’atteggiamento del Signore con Giuda. La pecora smarrita più perfetta nel Vangelo è Giuda». Egli infatti è «un uomo che sempre, sempre aveva qualcosa di amarezza nel cuore, qualcosa da criticare degli altri, sempre in distacco»: un uomo che non conosceva «la dolcezza della gratuità di vivere con tutti gli altri». E giacché questa “pecora” «non era soddisfatta», allora «scappava».

Giuda, «scappava perché era ladro», altri «sono lussuriosi» e ugualmente «scappano perché c’è quel buio nel cuore che li distacca dal gregge». Siamo di fronte a «quella doppia vita» che è «di tanti cristiani» e anche — lo diciamo «con dolore» — di «preti» e «vescovi». Del resto, anche «Giuda era vescovo, era uno dei primi vescovi…».

Quindi anche Giuda è una «pecora smarrita». «Poveretto! Poveretto questo fratello Giuda come lo chiamava don Mazzolari, in quel sermone tanto bello: “Fratello Giuda, cosa succede nel tuo cuore?”».

Si tratta di una realtà alla quale anche i cristiani di oggi non sono estranei. Perciò «anche noi dobbiamo capire le pecore smarrite». Infatti «anche noi abbiamo sempre qualcosina, piccolina o non tanto piccolina, delle pecore smarrite». Dobbiamo quindi capire che «non è uno sbaglio quello che ha fatto la pecora smarrita: è una malattia, è una malattia che aveva nel cuore» e di cui il diavolo approfitta. «Quando è andato al tempio a fare la doppia vita», quando ha dato «il bacio al Signore all’orto», e poi «le monete che ha ricevuto dai sacerdoti…»: «non è uno sbaglio. Lo ha fatto… Era nel buio! Aveva il cuore diviso, dissociato. “Giuda, Giuda…». Perciò si può dire che egli «è l’icona della pecora smarrita».

Gesù, «il pastore, va a cercarlo: “Fa’ quello che devi fare, amico”, e lo bacia». Ma Giuda «non capisce». E alla fine, quando si rende conto di «quello che la propria doppia vita ha fatto nella comunità, il male che ha seminato, col suo buio interiore, che lo portava a scappare sempre, cercando luci che non erano la luce del Signore» ma «luci artificiali», come quelle degli «addobbi di Natale», quando capisce tutto questo, alla fine «si è disperato». Ed è quello che accade «se le pecore smarrite non accettano le carezze del Signore».

«Il Signore è buono, anche per queste pecore e non smette mai di andare a cercarle».  Una parola che ritroviamo nella Bibbia, «una parola che dice che Giuda si è impiccato, impiccato e “pentito”»: «Io credo che il Signore prenderà quella parola e la porterà con sé, non so, può darsi, ma quella parola ci fa dubitare».  «Ma quella parola cosa significa? Che fino alla fine l’amore di Dio lavorava in quell’anima, fino al momento della disperazione». Ed è proprio questo «l’atteggiamento del buon pastore con le pecore smarrite».

Ecco allora «l’annuncio» di cui si parlava all’inizio, «il lieto annuncio che ci porta il Natale e che ci chiede questa sincera esultanza che cambia il cuore, che ci porta a lasciarci consolare dal Signore e non dalle consolazioni che noi andiamo a cercare per sfogarci, per fuggire dalla realtà, fuggire dalla tortura interiore, dalla divisione interiore». Il «lieto annuncio», la «sincera esultanza», la «consolazione», il «rallegrarsi nel Signore» scaturiscono dal fatto che «viene il Signore con la sua potenza. E quale è la potenza del Signore? Le carezze del Signore!». È come il buon pastore che «quando ha trovato la pecora smarrita non l’ha insultata, no», anzi, le avrà detto: «Ma hai fatto tanto male? Vieni, vieni…». E allo stesso modo, «nell’orto degli ulivi» cosa ha detto alla “pecora smarrita”, Giuda? Lo ha chiamato «amico. Sempre le carezze».

«Chi non conosce le carezze del Signore non conosce la dottrina cristiana. Chi non si lascia carezzare dal Signore è perduto». Ed è proprio «questo il lieto annuncio, questa è la sincera esultanza che noi oggi vogliamo. Questa è la gioia, questa è la consolazione che cerchiamo: che venga il Signore con la sua potenza, che sono le carezze, a trovarci, a salvarci, come la pecora smarrita e a portarci nel gregge della sua Chiesa».

«Che il Signore ci dia questa grazia, di aspettare il Natale con le nostre ferite, con i nostri peccati, sinceramente riconosciuti, di aspettare la potenza di questo Dio che viene a consolarci, che viene con potere, ma il suo potere è la tenerezza, le carezze che sono nate dal suo cuore, il suo cuore tanto buono che ha dato la vita per noi».

Santa Marta, 6.12.2016
L’Osservatore Romano 


Quando Dio ricrea

Quando Gesù si avvicina a noi, sempre apre le porte e ci dà speranza. Non dobbiamo avere paura della consolazione del Signore, ma anzi dobbiamo chiederla e cercarla. Una consolazione che ci fa sentire la tenerezza di Dio.

“Consolate, consolate il mio popolo”. Il Signore si avvicina al suo popolo per consolarlo, “per dargli pace”. E questo “lavoro di consolazione” è così forte che “rifà tutte le cose”. Il Signore compie una vera ri-creazione: “Ricrea le cose. E la Chiesa non si stanca di dire che questa ri-creazione è più meravigliosa della creazione. Il Signore più meravigliosamente ricrea. E così visita il suo popolo: ricreando, con quella potenza. E sempre il popolo di Dio aveva questa idea, questo pensiero, che il Signore verrà a visitarlo. Ricordiamo le ultime parole di Giuseppe ai suoi fratelli: ‘Quando il Signore vi visiterà portate con voi le mie ossa’. Il Signore visiterà il suo popolo. E’ la speranza di Israele. Ma lo visiterà con questa consolazione”.

“E la consolazione è questo rifare tutto non una volta, tante volte, con l’universo e anche con noi”. Questo “rifare del Signore” ha due dimensioni che è importante sottolineare. “Quando il Signore si avvicina ci dà speranza; il Signore rifà con la speranza; sempre apre una porta. Sempre”. Quando il Signore si avvicina a noi, “non chiude le porte, le apre”. Il Signore “nella sua vicinanza ci dà la speranza, questa speranza che è una vera fortezza nella vita cristiana. E’ una grazia, è un dono”: “Quando un cristiano dimentica la speranza, o peggio perde la speranza, la sua vita non ha senso. E’ come se la sua vita fosse davanti ad un muro: niente. Ma il Signore ci consola e ci rifà, con la speranza, andare avanti. E anche lo fa con una vicinanza speciale a ognuno, perché il Signore consola il suo popolo e consola ognuno di noi. Bello come il brano di oggi finisce: ‘Come un pastore egli fa pascolare il gregge, e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri’. Quell’immagine di portare gli agnellini sul petto e portare dolcemente le madri: questa è la tenerezza. Il Signore ci consola con tenerezza”.

Dio che è potente “non ha paura della tenerezza”. “Lui si fa tenerezza, si fa bambino, si fa piccolo”. Nel Vangelo Gesù stesso lo dice: “Così è la volontà del Padre, che neanche uno di questi piccoli si perda”. Agli occhi del Signore, “ognuno di noi è molto, molto importante. E Lui si dà con tenerezza”. E così ci fa “andare avanti, dandoci speranza”. Questo “è stato il principale lavoro di Gesù” nei “40 giorni fra la Risurrezione e l’Ascensione: consolare i discepoli; avvicinarsi e dare consolazione”: “Avvicinarsi e dare speranza, avvicinarsi con tenerezza. Ma pensiamo alla tenerezza che ha avuto con gli apostoli, con la Maddalena, con quelli di Emmaus. Si avvicinava con tenerezza: ‘Dammi da mangiare’. Con Tommaso: ‘Metti il tuo dito qui’. Sempre così è il Signore. Così è la consolazione del Signore.

Che il Signore ci dia a tutti noi la grazia di non avere paura della consolazione del Signore, di essere aperti: chiederla, cercarla, perché è una consolazione che ci darà speranza e ci farà sentire la tenerezza di Dio Padre”.

Santa Marta, 10.12.2013 

Mercoledì della II settimana di Avvento

Is 40,25-31; Sal 102; Mt 11,28-30: Venite a me, voi tutti che siete stanchi

Gesù non ci leva i pesi dalla vita, ma l’angoscia dal cuore

Nel Vangelo di oggi Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Il Signore non riserva questa frase a qualcuno dei suoi amici, no, la rivolge a “tutti” coloro che sono stanchi e oppressi dalla vita. E chi può sentirsi escluso da questo invito? Il Signore sa quanto la vita può essere pesante. Sa che molte cose affaticano il cuore: delusioni e ferite del passato, pesi da portare e torti da sopportare nel presente, incertezze e preoccupazioni per il futuro.

Di fronte a tutto questo, la prima parola di Gesù è un invito, un invito a muoversi e reagire: “Venite”. Lo sbaglio, quando le cose vanno male, è restare dove si è, coricato lì. Sembra evidente, ma quanto è difficile reagire e aprirsi! Non è facile. Nei momenti bui viene naturale stare con sé stessi, rimuginare su quanto è ingiusta la vita, su quanto sono ingrati gli altri e com’è cattivo il mondo, e così via. Tutti lo sappiamo. Alcune volte abbiamo subito questa brutta esperienza. Ma così, chiusi dentro di noi, vediamo tutto nero. Allora si arriva persino a familiarizzare con la tristezza, che diventa di casa: quella tristezza ci prostra, è una cosa brutta questa tristezza. Gesù invece vuole tirarci fuori da queste “sabbie mobili” e perciò dice a ciascuno: “Vieni!” – “Chi?” – “Tu, tu, tu…”. La via di uscita è nella relazione, nel tendere la mano e nell’alzare lo sguardo verso chi ci ama davvero.

Infatti uscire da sé non basta, bisogna sapere dove andare. Perché tante mete sono illusorie: promettono ristoro e distraggono solo un poco, assicurano pace e danno divertimento, lasciando poi nella solitudine di prima, sono “fuochi d’artificio”. Per questo Gesù indica dove andare: “Venite a me”. E tante volte, di fronte a un peso della vita o a una situazione che ci addolora, proviamo a parlarne con qualcuno che ci ascolti, con un amico, con un esperto… È un gran bene fare questo, ma non dimentichiamo Gesù! Non dimentichiamo di aprirci a Lui e di raccontargli la vita, di affidargli le persone e le situazioni. Forse ci sono delle “zone” della nostra vita che mai abbiamo aperto a Lui e che sono rimaste oscure, perché non hanno mai visto la luce del Signore. Ognuno di noi ha la propria storia. E se qualcuno ha questa zona oscura, cercate Gesù, andate da un missionario della misericordia, andate da un prete, andate… Ma andate a Gesù, e raccontate questo a Gesù. Oggi Egli dice a ciascuno: “Coraggio, non arrenderti ai pesi della vita, non chiuderti di fronte alle paure e ai peccati, ma vieni a me!”.

Egli ci aspetta, ci aspetta sempre, non per risolverci magicamente i problemi, ma per renderci forti nei nostri problemi. Gesù non ci leva i pesi dalla vita, ma l’angoscia dal cuore; non ci toglie la croce, ma la porta con noi. E con Lui ogni peso diventa leggero (cfr v. 30), perché Lui è il ristoro che cerchiamo. Quando nella vita entra Gesù, arriva la pace, quella che rimane anche nelle prove, nelle sofferenze. Andiamo a Gesù, diamogli il nostro tempo, incontriamolo ogni giorno nella preghiera, in un dialogo fiducioso, personale; familiarizziamo con la sua Parola, riscopriamo senza paura il suo perdono, sfamiamoci del suo Pane di vita: ci sentiremo amati, ci sentiremo consolati da Lui.

È Lui stesso che ce lo chiede, quasi insistendo. Lo ripete ancora alla fine del Vangelo di oggi: «Imparate da me […] e troverete ristoro per la vostra vita» (v. 29). E così, impariamo ad andare da Gesù e, mentre nei mesi estivi cercheremo un po’ di riposo da ciò che affatica il corpo, non dimentichiamo di trovare il ristoro vero nel Signore. Ci aiuti in questo la Vergine Maria nostra Madre, che sempre si prende cura di noi quando siamo stanchi e oppressi e ci accompagna da Gesù.

Angelus, 9.7.2017

Giovedì della II settimana di Avvento  

Is 41,13-20; Sal 144; Mt 11,11-15 Non ci fu uomo più grande di Giovanni Battista

Tenere conto delle piccole cose

Proprio come una madre e come un padre, che si fa chiamare teneramente con un vezzeggiativo, Dio è lì a cantare all’uomo la ninna nanna, magari facendo la voce da bambino per essere sicuro di essere compreso e senza timore di rendersi persino «ridicolo», perché il segreto del suo amore è «il grande che si fa piccolo». Questa testimonianza di paternità — di un Dio che chiede a ciascuno di mostrargli le sue piaghe per poterle guarire, proprio come fa il papà con il figlio — è stata rilanciata da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì a Santa Marta.

Prendendo spunto dalla prima lettura, tratta «dal libro della consolazione di Israele del profeta Isaia» (41, 13-20), potremmo vedere  come essa sottolinei «un tratto del nostro Dio, un tratto che è la definizione propria di lui: la tenerezza». Del resto «lo abbiamo detto» anche nel salmo 144: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature».

«Questo passo di Isaia  incomincia con la presentazione di Dio: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: Non temere, io ti vengo in aiuto”». Ma «una delle prime cose che colpisce di questo testo» è come Dio «te lo dice»: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva d’Israele». In sostanza, Dio «parla come il papà al bambino». E infatti, «quando il papà vuol parlare al bambino, rimpiccolisce la voce e, anche, cerca di farla più simile a quella del bambino». Di più, «quando il papà parla con il bambino sembra fare il ridicolo, perché si fa bambino: e questa è la tenerezza».

Perciò  «Dio ci parla così, ci carezza così: “Non temere, vermiciattolo, larva, piccolo”». A tal punto che «sembra che il nostro Dio voglia cantarci la ninna nanna». E «il nostro Dio è capace di questo, la sua tenerezza è così: è padre e madre».

Del resto,   «tante volte ha detto: “Se una mamma si dimentica del figlio, io non ti dimenticherò”. Ci porta nelle sue proprie viscere». Dunque «è il Dio che con questo dialogo si fa piccolo per farci capire, per fare che noi abbiamo fiducia in lui e possiamo dirgli con il coraggio di Paolo che cambia la parola e dice: “Papà, abbà, papà». E questa è la tenerezza di Dio».

Siamo davanti  a «uno dei misteri più grandi, è una delle cose più belle: il nostro Dio ha questa tenerezza che ci avvicina e ci salva con questa tenerezza». Certo, «ci castiga delle volte, ma ci carezza». È sempre «la tenerezza di Dio». E «lui è il grande: “Non temere, io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il santo d’Israele”». E così «è il Dio grande che si fa piccolo e nella sua piccolezza non smette di essere grande e in questa dialettica grande è piccolo: c’è la tenerezza di Dio, il grande che si fa piccolo e il piccolo che è grande».

«Il Natale ci aiuta a capire questo: in quella mangiatoia il Dio piccolo». «Mi viene in mente una frase di san Tommaso, nella prima parte della Somma. Volendo spiegare questo “cosa è divino? cosa è la cosa più divina?” dice: Non coerceri a maximo contineri tamen a minimo divinum est». Ovvero: ciò che è divino è l’avere ideali che non sono limitati neppure da ciò che vi è di più grande, ma ideali che siano allo stesso tempo contenuti e vissuti nelle cose più piccole della vita. In sostanza, è un invito a «non spaventarsi delle cose grandi, ma tenere conto delle cose piccole: questo è divino, tutti e due insieme». E questa frase i gesuiti la conoscono bene perché «è stata presa per fare una delle lapidi di sant’Ignazio, come per descrivere anche quella forza di sant’Ignazio e anche la sua tenerezza».

«È Dio grande che ha la forza di tutto ma si rimpiccolisce per farci vicino e lì ci aiuta, ci promette delle cose: “Ecco, ti rendo come una trebbia; tu trebbierai, trebbierai tutto. Tu gioirai nel Signore, ti vanterai del santo d’Israele”». Queste sono «tutte le promesse per aiutarci ad andare avanti: “Il Signore di Israele non ti abbandonerà. Io sono con te”».

«Ma quanto è bello  fare questa contemplazione della tenerezza di Dio! Quando noi vogliamo pensare soltanto nel Dio grande, dimentichiamo il mistero dell’incarnazione, quell’accondiscendenza di Dio fra noi, il suo venirci incontro: il Dio che non solo è padre ma è papà».

«Io sono capace di parlare con il Signore così o ho paura? Ognuno risponda. Ma qualcuno può dire, può domandare: ma qual è il luogo teologico della tenerezza di Dio? Dove si può trovare bene la tenerezza di Dio? Qual è il posto dove si manifesta meglio la tenerezza di Dio?». La risposta è «la piaga: le mie piaghe, le tue piaghe, quando s’incontra la mia piaga con la sua piaga. Nelle loro piaghe siamo stati guariti».

«Mi piace pensare cos’è successo a quel povero uomo che era caduto nelle mani dei briganti nel cammino da Gerusalemme verso Gerico, a cosa è accaduto quando lui riprese la coscienza e si trova sul letto. Domandò sicuramente all’ospedaliere: “cosa è successo?”, Lui povero uomo lo ha raccontato: “Sei stato bastonato, hai perso la coscienza” — “Ma perché sono qui?” — “Perché è venuto uno che ha pulito le tue piaghe. Ti ha guarito, ti ha portato qui, ha pagato la pensione e ha detto che tornerà per aggiustare i conti se c’è da pagare qualcosa di più”».

Proprio «questo è il luogo teologico della tenerezza di Dio: le nostre piaghe». E, dunque, «cosa ci chiede il Signore? “Ma vai, dai, dai: fammi vedere la tua piaga, fammi vedere le tue piaghe. Io voglio toccarle, Io voglio guarirle”». Ed è «lì, nell’incontro della piaga nostra con la piaga del Signore che è il prezzo della nostra salvezza, lì c’è la tenerezza di Dio».

In conclusione, pensiamo a tutto questo «oggi, durante la giornata, e cerchiamo di sentire questo invito del Signore: “Dai, dai: fammi vedere le tue piaghe. Io voglio guarirle”».

Santa Marta, 14.12.2017
L’Osservatore Romano


Fare silenzio per ascoltare la tenerezza di Dio

Preparandoci al Natale ci farà bene fare un po’ di silenzio per ascoltare Dio che ci parla con la tenerezza di un papà e di una mamma. Prendendo spunto dalla lettura tratta dal profeta Isaia, il Papa sottolinea non tanto “quello che dice il Signore”, ma “come lo dice”.

Dio ci parla come fanno un papà e una mamma con il loro bambino: “Quando il bambino fa un brutto sogno, si sveglia, piange … papà va e dice: non temere, non temere, ci sono io, qui. Così ci parla il Signore. ‘Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele’. Il Signore ha questo modo di parlarci: si avvicina … Quando guardiamo un papà o una mamma che parlano al loro figliolo, noi vediamo che loro diventano piccoli e parlano con la voce di un bambino e fanno gesti di bambini. Uno che guarda dal di fuori può pensare: ma questi sono ridicoli! Si rimpiccioliscono, proprio lì, no? Perché l’amore del papà e della mamma ha necessità di avvicinarsi, dico questa parola: di abbassarsi proprio al mondo del bambino. Eh sì: se papà e mamma gli parlano normalmente, il bambino capirà lo stesso; ma loro vogliono prendere il modo di parlare del bambino. Si avvicinano, si fanno bambini. E così è il Signore”.

I teologi greci spiegavano questo atteggiamento di Dio con “una parola ben difficile: la synkatábasi”, ovvero “la condiscendenza di Dio che discende a farsi come uno di noi”: “E poi, il papà e la mamma dicono anche cose un po’ ridicole al bambino: ‘Ah, amore mio, giocattolo mio …’, e tutte queste cose. Anche il Signore lo dice: ‘Vermiciattolo di Giacobbe’, ‘tu sei come un vermiciattolo per me, una cosina piccolina, ma ti amo tanto’. Questo è il linguaggio del Signore, il linguaggio d’amore di padre, di madre. Parola del Signore? Sì, sentiamo quello che ci dice. Ma anche vediamo come lo dice. E noi dobbiamo fare quello che fa il Signore, fare quello che dice e farlo come lo dice: con amore, con tenerezza, con quella condiscendenza verso i fratelli”.

Dio – ricordando l’incontro di Elia con il Signore – è come “la brezza soave”, o – come dice il testo originale – “un filo sonoro di silenzio”: così “si avvicina il Signore, con quella sonorità del silenzio propria dell’amore. Senza dare spettacolo”. E “si fa piccolo per farmi potente; Lui va alla morte, con quella condiscendenza, perché io possa vivere”:

“Questa è la musica del linguaggio del Signore, e noi nella preparazione al Natale dobbiamo sentirla: ci farà bene sentirla, ci farà tanto bene. Normalmente, il Natale sembra una festa di molto rumore: ci farà bene fare un po’ di silenzio e sentire queste parole di amore, queste parole di tanta vicinanza, queste parole di tenerezza … ‘Tu sei un vermiciattolo, ma io ti amo tanto!’. Per questo. E fare silenzio, in questo tempo in cui, come dice il prefazio, noi siamo vigilanti in attesa”.

Santa Marta, 12.12.2013

Venerdì della II settimana di Avvento

Is 48,17-19   Sal 1   Mt 11,16-19: Non ascoltano né Giovanni né il Figlio dell’uomo

Senza paura della libertà

I cristiani allergici ai predicatori hanno sempre qualcosa da criticare, ma in realtà hanno paura di aprire la porta allo Spirito Santo e diventano tristi.

Nel Vangelo del giorno, Gesù paragona la generazione del suo tempo a quei bambini sempre scontenti “che non sanno giocare con felicità, che sempre rifiutano l’invito degli altri: se suonano, non ballano; se cantano un canto di lamento, non piangono … nessuna cosa gli va bene”. Quella gente “non era aperta alla Parola di Dio”. Il loro rifiuto “non è al messaggio, è al messaggero”. Rifiutano Giovanni Battista, che “non mangia e non beve” ma dicono che “è un indemoniato!”. Rifiutano Gesù, perché dicono che “è un mangione, un beone, amico di pubblicani e peccatori”. Hanno sempre un motivo per criticare il predicatore.

“E loro, la gente di quel tempo, preferivano rifugiarsi in una religione più elaborata: nei precetti morali, come quel gruppo di farisei; nel compromesso politico, come i sadducei; nella rivoluzione sociale, come gli zeloti; nella spiritualità gnostica, come gli esseni. Erano con il loro sistema ben pulito, ben fatto. Ma il predicatore, no. Anche Gesù fa fare loro memoria: ‘I vostri padri hanno fatto lo stesso con i profeti’. Il popolo di Dio ha una certa allergia per i predicatori della Parola: i profeti, li ha perseguitati, li ha uccisi”.

Queste persone, dunque, dicono di accettare la verità della rivelazione, “ma il predicatore, la predicazione, no. Preferiscono una vita ingabbiata nei loro precetti, nei loro compromessi, nei loro piani rivoluzionari o nella loro spiritualità” disincarnata. Sono quei cristiani sempre scontenti di quello che dicono i predicatori.

“Questi cristiani che sono chiusi, che sono ingabbiati, questi cristiani tristi … non sono liberi. Perché? Perché hanno paura della libertà dello Spirito Santo, che viene tramite la predicazione. E questo è lo scandalo della predicazione, del quale parlava San Paolo: lo scandalo della predicazione che finisce nello scandalo della Croce. Scandalizza che Dio ci parli tramite uomini con limiti, uomini peccatori: scandalizza! E scandalizza di più che Dio ci parli e ci salvi tramite un uomo che dice che è il Figlio di Dio ma finisce come un criminale. Quello scandalizza”. “Questi cristiani tristi non credono nello Spirito Santo, non credono in quella libertà che viene dalla predicazione, che ti ammonisce, ti insegna, ti schiaffeggia, pure; ma è proprio la libertà che fa crescere la Chiesa”.

“Vedendo questi bambini che hanno paura di ballare, di piangere, paura di tutto, che chiedono sicurezza in tutto, penso a questi cristiani tristi che sempre criticano i predicatori della Verità, perché hanno paura di aprire la porta allo Spirito Santo. Preghiamo per loro, e preghiamo anche per noi, che non diventiamo cristiani tristi, tagliando allo Spirito Santo la libertà di venire a noi tramite lo scandalo della predicazione”.

Santa Marta, 13.12.2013

Sabato della II settimana di Avvento

Sir 48,1-4.9-11; Sal 79; Mt 17,10-13: Elìa è già venuto, e non l’hanno riconosciuto

La conversione a cui invita il Battista

(…) Per preparare la via al Signore che viene, è necessario tenere conto delle esigenze della conversione a cui invita il Battista. Quali sono queste esigenze di una conversione? Anzitutto siamo chiamati a bonificare gli avvallamenti prodotti dalla freddezza e dall’indifferenza, aprendoci agli altri con gli stessi sentimenti di Gesù, cioè con quella cordialità e attenzione fraterna che si fa carico delle necessità del prossimo. Bonificare gli avvallamenti prodotti dalla freddezza. Non si può avere un rapporto di amore, di carità, di fraternità con il prossimo se ci sono dei “buchi”, come non si può andare su una strada con tante buche. Questo richiede di cambiare l’atteggiamento. E tutto ciò, farlo anche con una premura speciale per i più bisognosi. Poi occorre abbassare tante asprezze causate dall’orgoglio e dalla superbia. Quanta gente, forse  senza accorgersene, è superba, è aspra, non ha quel rapporto di cordialità. Occorre superare questo compiendo gesti concreti di riconciliazione con i nostri fratelli, di richiesta di perdono delle nostre colpe. Non è facile riconciliarsi. Si pensa sempre: “chi fa il primo passo?”. Il Signore ci aiuta in questo, se abbiamo buona volontà.  La conversione, infatti, è completa se conduce a riconoscere umilmente i nostri sbagli, le nostre infedeltà, inadempienze.

Il credente è colui che, attraverso il suo farsi vicino al fratello, come Giovanni il Battista apre strade nel deserto, cioè indica prospettive di speranza anche in quei contesti esistenziali impervi, segnati dal fallimento e dalla sconfitta. Non possiamo arrenderci di fronte alle situazioni negative di chiusura e di rifiuto; non dobbiamo lasciarci assoggettare dalla mentalità del mondo, perché il centro della nostra vita è Gesù e la sua parola di luce, di amore, di consolazione. È Lui! Il Battista invitava alla conversione la gente del suo tempo con forza, con vigore, con severità. Tuttavia sapeva ascoltare, sapeva compiere gesti di tenerezza, gesti di perdono verso la moltitudine di uomini e donne che si recavano da lui per confessare i propri peccati e farsi battezzare con il battesimo di penitenza.

La testimonianza di Giovanni il Battista, ci aiuta ad andare avanti nella nostra testimonianza di vita. La purezza del suo annuncio, il suo coraggio nel proclamare la verità riuscirono a risvegliare le attese e le speranze del Messia che erano da tempo assopite. Anche oggi, i discepoli di Gesù sono chiamati ad essere suoi umili ma coraggiosi testimoni per riaccendere la speranza, per far comprendere che, nonostante tutto, il regno di Dio continua a costruirsi giorno per giorno con la potenza dello Spirito Santo. Pensiamo, ognuno di noi: come posso io cambiare qualche cosa del mio atteggiamento, per preparare la via al Signore?

La Vergine Maria ci aiuti a preparare giorno per giorno la via del Signore, cominciando da noi stessi; e a spargere intorno a noi, con tenace pazienza, semi di pace, di giustizia e di fraternità.

Angelus, 9.12.2018

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Questa voce è stata pubblicata il 09/12/2018 da in ITALIANO, Settimana - commento.

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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