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Caritas: il mondo è in guerra, 378 i “conflitti dimenticati” registrati lo scorso anno

Presentato il VI Rapporto dell’organismo: giro d’affari di 1700 miliardi di dollari per la produzione di armi: Usa in testa, crescono Cina e Arabia Saudita. Paolo Beccegato: «Si combatte convinti di vincere perché si è più armati dell’avversario»


conflitti


FRANCESCO PELOSO
ROMA
10.12.2018
Vaticaninsider

Diminuiscono le missioni di pace internazionali e aumentano le spese militari fino a raggiungere l’esorbitante cifra stimata di 1739 miliardi di dollari nel 2017, un record dalla fine della Guerra fredda. È questo uno dei dati più allarmanti e significativi, contenuti nel sesto Rapporto di ricerca sui conflitti dimenticati presentato dalla Caritas a Roma quest’anno dedicato in particolare agli armamenti. Il Rapporto ha visto la collaborazione di Famiglia cristiana e Avvenire e del Ministero dell’Istruzione.

«La tesi che vogliamo proporre – spiega a Vatican Insider Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana – non è soltanto che con queste armi vengono combattute delle guerre, perché queste sarebbero combattute in ogni caso, ma che la produzione di armamenti costituisce uno dei fattori in grado di spiegare le cause stesse dei conflitti; cioè si combatte nel convincimento di poter vincere una guerra perché si è più armati dell’avversario, quindi le armi diventano un fattore causale».

«Altro dato significativo – rileva ancora Beccegato – è che tutta questa mole di armi, comprese le armi leggere, sono una delle cause maggiori di lesioni dei diritti umani nel mondo. Lo ricordiamo oggi, nel 70esimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, la gente soffre sempre di più perché circolano sempre più armi a livello globale». L’auspicio, quindi, è che «la consapevolezza di questo possa portare a politiche di sostegno alla riduzione, regolazione e diminuzione del commercio di armi che ha raggiunto picchi mai visti prima».

Il rapporto descrive un quadro generale preoccupante: «La spesa militare globale rappresenta il 2,2% del Prodotto Interno Lordo mondiale (Pil) – si legge nel testo – essendo cresciuta dell’1,1% in termini reali rispetto all’anno precedente: in pratica 230 dollari a persona, per un totale stimato di 1739 miliardi». In particolare – si spiega – la Cina ha continuato ad accrescere la propria spesa militare giunta a 150 miliardi di dollari»; gli Stati Uniti spendono invece 602 miliardi, vale a dire il 3,1% del Pil, nel 2018 si prevede una crescita che farà toccare agli States i 700 miliardi di dollari.

La Russia, in flessione nella spesa per gli armamenti per la prima volta da quando Vladimir Putin è salito al potere, ha speso nel 2017 61 miliardi di dollari ed è stata superata dall’Arabia Saudita – impegnata nella sanguinosa guerra con lo Yemen – che ha raggiunto i 71 miliardi di dollari diventando il terzo Paese per spese militari al mondo. Con i suoi 20 miliardi, infine, l’Italia si piazza al 13esimo posto di questa macabra classifica superano di poco Israele e Iraq.

In generale, è possibile affermare che esiste sia un commercio legale di armi che uno illegale, tuttavia spesso i due piani si confondono fino a diventare indistinguibili l’uno dall’altro. Attraverso le cosiddette triangolazioni, per esempio, armamenti prodotti legalmente raggiungono mercati in cui sarebbe illegale venderli, in tal modo le armi giungono nelle aree più roventi del mondo dove si combattono le maggiori guerra armate. «In sostanza – spiega ancora Beccegato – le armi prodotte legalmente vengono vendute a governi o parti non in guerra rispettando in tal modo i trattati internazionali, e però queste parti, a loro volta, diventano il tramite – in modo illegale – attraverso cui raggiungere le parti belligeranti, i Paesi in guerra, cosi le armi arrivano dove non dovrebbero giungere, anche quelle prodotte legalmente».

Da rilevare che, secondo il Rapporto, sono 20 i conflitti classificati «ad elevata intensità» nel 2017 (378 invece il numero globale dei conflitti, che vanno dalle guerre, alle guerre limitate, alle crisi violente, alle crisi non violente e infine alle dispute). Le venti guerre riguardano i seguenti Paesi: Afghanistan, Etiopia, Filippine, Libia, Messico, Myanmar, Nigeria, Siria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Yemen. I Paesi in totale sono quindi, ma in Nigeria e in Siria si registrano rispettivamente due e tre fronti di conflitto, anche in Congo i fronti sono due.

«C’è un numero crescente di conflitti – spiega in merito il vicedirettore di Caritas italiana – di cui si parla poco e male; il numero invece è alto perché bisogna tenere conto di queste forti interconnessioni: in primo luogo con la produzione e il commercio delle armi, poi con i cambiamenti climatici che rendono le risorse sempre più scarse; per esempio la pacifica convivenza tra agricoltori e pastori in tutto il Sahel diventa sempre meno pacifica e sempre più violenta. Quindi le speculazioni finanziarie e, di fondo, la povertà».

«Perché – rileva Beccegato – la gran parte di queste guerre sono combattute in Paesi poveri dove appunto tra poveri ci si combatte per contendersi risorse sempre più scarse. Quindi una buona politica, per dirla con Papa Francesco, che va ad esaminare queste situazioni su scala globale dovrebbe dire: se questa è l’analisi, c’è di conseguenza bisogno di una politica che vada a rimuovere le cause di simili situazioni sempre più diffuse e violente».

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Questa voce è stata pubblicata il 11/12/2018 da in Attualità sociale, Giustizia e Pace, ITALIANO con tag , , .

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