COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

Ricordando P. Giampietro Baresi


Gianpietro Baresi

P. Giampietro Baresi mccj

P. Giampietro Baresi è nato 82 anni fa, l’8 ottobre 1936, a Gavardo (Brescia), da una famiglia numerosa di 13 figli. Dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1962, ha lavorato una dozzina di anni in Italia. Nel 1974 è partito per il Brasile, dove ha svolto la gran parte del suo fecondo e appassionato servizio missionario. Ha lavorato sia nella pastorale che nella formazione, ma sempre con un’attenzione intelligente e sollecita verso i più poveri.  Con la sua sensibilità missionaria, P. Giampiero si è impegnato fino in fondo nella vita ecclesiale e sociale negli anni roventi della fine della dittatura militare brasiliana, del post-concilio e del rinnovamento dell’istituto comboniano. La figura di P. Giampiero è ben conosciuta in tutto l’istituto comboniano,  non solo in Brasile.

Nel 2015 è rientrato in Italia, a causa delle sue condizioni di salute. Il 22 novembre scorso ha avuto improvvisamente un’emorragia cerebrale. Ricoverato di urgenza all’ospedale di Borgo Trento (Verona), è entrato in coma profondo e irreversibile. Riportato a casa, nella sua comunità di Castel D’Azzano, il 7 dicembre, è deceduto il giorno dopo, l’8 dicembre, festa dell’Immacolata.

Ecco l’ultimo ricordo che ne conserva P. Renzo Piazza, superiore della comunità:
L’ultimo ricordo che ho di te è quasi un sogno: il giorno precedente l’ictus eri ben vestito, la voce era chiara, camminavi con scioltezza nel corridoio, e lanciavi in avanti la carrozzina e poi andavi a riprenderla con passo sicuro. Sembrava che avessi ascoltato le parole di Gesù a Bartimeo: “Coraggio, alzati, ti chiama!” Sembravi uno sposo preparato per il grande evento … che non ha tardato a venire…
Sulla tomba di Don Tonino Bello sono scolpite queste parole: “Ama la gente, i poveri soprattutto, e Gesù Cristo. Il resto non conta nulla”. Questo è stato il tuo programma di vita e lo hai vissuto fedelmente. Grazie Giampiero!

A tutti noi di Castel D’Azzano, P. Giampiero ci lascia un bel ricordo, con il suo costante sorriso un po’ birichino, la battuta pronta e arguta, l’intelligenza perspicace che ha continuato a coltivare con la lettura… Ma lo ricordiamo soprattutto per la sua voglia di comunicare con tutti, per la sua disponibilità ad aiutare i confratelli, spingendo le carrozzine e interessandosi alla situazione d’ognuno.

La mattina dell’11 dicembre abbiamo celebrato il funerale di P. Giampiero Baresi, insieme a quello di P. Aladino Mirandola deceduto un giorno dopo di lui. Numerosi confratelli, amici e famigliari hanno partecipato alla celebrazione presieduta da P. Giovanni Munari, superiore provinciale. P. Giovanni ha convissuto con P. Giampiero in Brasile per diversi anni e ha tracciato le grandi linee di questa grande figura di missionario comboniano (vedi http://www.comboniani.org).

Qui di seguito presentiamo la bella testimonianza di P. Antonio Guglielmi, un altro confratello che ha vissuto, anche lui, con P. Gianpiero Baresi.

Per non perdere la memoria di Giampiero Baresi

Da quando è giunta la notizia della tua morte, caro Joao Pedro (Giampietro), nella mia mente sono affiorati tanti ricordi del periodo vissuto a Sao Paulo, nello scolasticato dell’Avenida Primavera de Caiena. Fu il periodo 1983-1985. Il Brasile lentamente, ancora sotto la dittatura militare, si avviava verso le elezioni indirette di presidente. Tu eri formatore mentre io continuavo gli studi di teologia in un contesto formativo inserito nella periferia di questa grande metropoli, prossimo alla favela. Il nostro era un quartiere dormitorio. La gente si alzava prestissimo la mattina per andare a lavorare, ed anche noi per raggiungere la facoltà di teologia.  Riuscisti a far emigrare la casa di formazione dalla residenza provinciale, in un quartiere residenziale, per il Parque Santa Madalena, “bairro popular”, precario nelle sue infrastrutture ma abitato dalla gente, “o povo” che tanto ha contribuito alla formazione degli studenti missionari. I veri formatori, affermavi, era “o povo”, i poveri, la gente che lottava per la sopravvivenza per garantire il necessario per i propri figli. Gli stessi giovani, nostri coetanei, che lavoravano per poter studiare. Il termine di confronto per la nostra crescita e la scelta di vita missionaria erano loro. Lo erano per il loro modo di vivere la fede.

Quante tensioni fra di noi, studenti religiosi, per accettare di rimuovere indizi di sentirsi mantenuti. La sfida di imparare a vivere con il salario minimo, garantito dalla legge brasiliana ai lavoratori; l’alternanza studio-lavoro; il non avere una donna di servizio; la rinuncia all’auto; l’uso del telefono pubblico… Ti impegnasti perché il gruppo degli studenti rimanesse piccolo per favorire uno stile familiare di convivenza, meno manageriale e conventuale.

Anche l’uso degli spazi era essenziale. Quando la direzione generale chiese per il formatore una stanza personale per favorire il dialogo personale con il formando, non ti mancò la risposta. Nel nostro quartiere in una stessa stanza vivono genitori e figli e lo spazio funge da cucina, sala d’ingresso e stanza da letto, e loro hanno diritto più di me ad uno spazio intimo.

La scelta di portare la casa di formazione in un quartiere di periferia non fu tranquilla, accolta serenamente.  Richiedeva un prezzo da pagare. Alcuni provinciali comboniani si rifiutarono di mandare i loro religiosi a completare gli studi di teologia; tante cose si raccontarono sulla struttura, e l’esperienza di formazione, ma avesti il merito di osare qualcosa di nuovo nel campo formativo. In questi tempi light ci manca qualcuno che ci riporti a fare delle scelte underground. A questa opzione fecero seguito altre comunità religiose, maschili e femminili, che lasciarono i collegi, le grandi strutture per andare ad abitare con i poveri, assumendo anche i disagi che tale scelta comportava. Tale sfida fu condivisa dalla chiesa locale e benedetta da Dom Paulo Arns e Dom Luciano Mendes de Almeida.

Le direzioni generali che si susseguirono non sempre sono state benevole nel discernere tale esperienza formativa. Avevano sempre qualcosa da far notare perché non tutto era canonico. Ancora oggi nel raccontare tale scelta ci sono aneddoti curiosi o delle vere fake news. Ma questo non ti impedì di crederci e di scommettere sulla scelta che, con un resto di comboniani, portasti avanti con caparbietà.

Oggi, caro Joao Pedro, posso dirti che fosti coraggioso, sfidasti tutti in questa grande intuizione che non ha trovato ancora molti seguaci e per certi versi sembra improponibile. Si trattava di imparare a vivere con ciò che è essenziale, senza grandi fronzoli, eppure mi ha aiutato a non perdere la vocazione per cui siamo stati creati: essere umani. Si, prima ancora di essere religiosi si trattava di imparare ad essere umani. La prossimità con chi rischia la vita tutti i giorni ha permesso di fare mio il comandamento “a vida em primeiro lugar”, la vita al primo posto. Sono grato a te e a coloro che mi hanno permesso di vivere questa proposta formativa.

Eri ironico e tu stesso affermavi di essere furbo quando raccontavi episodi della tua infanzia. La tua ironia suscitava ilarità ed era espressione di una libertà interiore e di una comicità che sdrammatizzava situazioni imbarazzanti. Sapevi stare con i bambini e questo ti permetteva di essere accessibile a tutti senza essere rarità, eccezione.

Frequentavamo gli stessi spazi pastorali: la comunità Sao Sebastiao, osso duro per una chiesa di base e poi la Fazenda da Juta, famiglie che abitavano in un terreno affittato su cui avevano edificato la loro residenza.  Quando l’area divenne appetibile alle agenzie immobiliari e gli eredi del proprietario Daniel Amaral Junior decisero di vendere la proprietà, più di quattrocento famiglie rischiavano di perdere quello spazio su cui avevano investito i loro risparmi.

Era la novena di Natale 1983, svolgevamo incontri di preghiera nelle case e a partire da ciò incominciammo l’organizzazione del movimento della Fazenda da Juta. Cortei, udienze pubbliche, incontri con il sindaco Mario Covas, manifestazioni popolari innescammo un meccanismo di organizzazione della base. Assicurammo una difesa legale al movimento.

Nel ’85 lasciasti la casa di formazione per partecipare al capitolo generale dei comboniani e fermarti a Gavardo per sostituire tua sorella nell’assistenza agli anziani genitori. Tale scelta agli occhi “do povo” dette un brillo maggiore al tuo essere missionario.

Nel ’86 quando lasciai Sao Paulo non ho più seguito la vicenda del movimento, ma una buona parte delle famiglie che affiancammo sono rimaste lì senza dover andare in altri luoghi.

Il tuo interesse per i diritti umani è sempre stato una opzione di vita. Lo facevi attraverso la rivista comboniana “Sem Fronteiras” di cui comunità ecclesiali, gruppi popolari, agenti di pastorale si beneficiarono. Accogliesti nella tua casa di Sao Paulo un sindacalista minacciato di morte dai fazendeiros. Quando in una piazza centrale di Sao Paulo, Joilson, minore infrattore, cercò di sottrarre il portafoglio ad un uomo, che era un giudice, e questi infierì contro il ragazzo con calci, pugni lasciandolo morto a terra, non esitasti a comprare dei fiori e lasciarli sul luogo della sua morte, come anche ad esprimere parole di conforto alla sua mamma.

Parlare della parrocchia della “Reconciliaçao” in quegli anni significava fare riferimento all’esperienza della “condivisione dei pani e dei pesci”. In quel periodo la disoccupazione era come una piaga sociale, che continua a colpire i più poveri, in particolare quanti arrivano dal Nordest del Brasile e sono stati espulsi dai campi. Ciò significava disperazione, fame, ed avesti l’intuizione del “cinque e due”, dove gruppi di cinque famiglie sostenevano due famiglie che non avevano nessuna rendita, acquistando mensilmente alimenti basici. L’esperienza durò alcuni anni, ma significativo divenne il fatto che alcune famiglie aiutate, una volta trovato lavoro si organizzarono per sostenere altri nuclei familiari che vivevano nella penuria.

Tale esperienza divenne notizia nei mezzi di comunicazione. Leonardo Boff in un suo libro ne parlò come azione profetica di organizzazione della base e resistenza popolare nella difesa della vita; mentre una presentatrice di televisione ne volle fare uno scoop televisivo. Ma la sua presenza scivolò sul ridicolo.

Da quando sei tornato in Italia sono riuscito a visitarti due volte. Avrei voluto farlo più spesso ma la distanza, Palermo, mi impediva di esserti vicino più concretamente. Esprimo la mia gratitudine a Dio per il dono che hai fatto della tua vita ai più poveri, alle comunità ecclesiali dove sei stato presente. Avrei voluto essere con la tua famiglia, gli amici ed i comboniani presenti per vivere questa celebrazione dell’ “Ad-DIO” ma non sono riuscito per ovvi motivi.

Riprendo un aneddoto riportato in un tuo scritto per l’occasione della morte di “Dom Franco Masserdotti, o camisa 10 da seleção” (Don Franco Masserdotti, la maglia 10 della selezione).
Raccontavi di una leggenda funebre dell’antico Egitto che, quando muore una persona, è trasportata in un barco per essere condotta alla “città delle anime”.  All’ingresso, un guardiano deve conferire in quale località la persona sarà destinata, se a un luogo di felicità oppure di infelicità eterna. Ciò che decide il futuro della persona è il test della bilancia, dove viene deposto il cuore del defunto. Se il suo peso è sufficiente continuerà il suo viaggio verso il luogo della felicità eterna, se sarà rachitico, insufficiente, il destino sarà altro.

Affermavi di Franco Masserdotti che non avevi dubbi che il suo cuore sarebbe stato approvato con il pieno dei voti. Io lo attesto del tuo.  La certezza va oltre la leggenda. La parola di Gesù conferma quello che gli antichi intuivano: Ciò che conta è la capacità di amare il prossimo. Al primo posto quelli che non sono amati dal mondo, dalla società che non si inspira al progetto amoroso di Dio: gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i senza tetto, i detenuti, gli ammalati, i senza fissa dimora. E per te, Joao Pedro, nel tuo cuore sono segnati i volti di tanti che hanno goduto della tua tenerezza di padre e di fratello.

Ti chiedo, in questo momento ombroso della storia dell’umanità, di portare al Padre la richiesta di benedire il Brasile, la stessa Italia con uomini e donne assetati e affamati di pace e giustizia. Ne siamo così carenti.
“Vai com Deus”!

Palermo, 10 dicembre 2018
Antonio Guglielmi

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Questa voce è stata pubblicata il 12/12/2018 da in ITALIANO, Vocazione e Missione con tag , .
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