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Mons. Ballin: Natale occasione di unità per i cristiani d’Arabia, diversi per origini, riti e lingue

Mons. Ballin

Per l’Avvento previsti momenti di preghiera, incontri e confessioni. La cattedrale in Bahrain è fondamentale per rispondere anche ai bisogni dei cristiani in Arabia Saudita. Il “lento progredire” delle relazioni sociali e confessionali. La visita di papa Francesco fonte di “incoraggiamento” per i cristiani della regione. Pur a fronte di alcune criticità.

Kuwait City (AsiaNews) – In questo periodo di Avvento in preparazione al Natale “rinnoviamo l’appello al cammino di unità” in un contesto in cui vivono fedeli di nazionalità e di rito diverso. E per venire incontro alle loro necessità “materiali e spirituali” è importante “portare a termine la costruzione della nuova cattedrale in Bahrain”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia Settentrionale (Kuwait, Arabia Saudita, Qatar e Bahrain), in questi giorni in Kuwait per una serie di incontro con le comunità locali. In riferimento alla prossima visita di papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti, la prima assoluta di un pontefice in una nazione del Golfo, il prelato sottolinea che essa sarà “fonte di incoraggiamento”, anche se dai cattolici della regione emergono dubbi e perplessità.

“Ogni comunità, di ciascuna nazionalità diversa proveniente dai vari Paesi dell’immigrazione – racconta mons. Ballin – si sta preparando con momenti di preghiera, canti, raduni in tutto simili a ritiri spirituali. Abbiamo chiamato diversi sacerdoti da fuori regione per poter consentire a tutti i fedeli di accedere alla confessione e promosso alcuni momenti di formazione in vista della festività”. Certo, aggiunge, “non si respira il clima natalizio dell’Italia, dell’Europa, ma fra i fedeli vi è attesa per le celebrazioni”.

In Kuwait, come in molte altre nazioni della regione a grande maggioranza musulmana, non vi sono stati “grandi cambiamenti” a livello comunitario. In queste terre, spiega il prelato con un detto popolare, “si cammina alla velocità del cammello: è un lento camminare, un lento progredire che non porta grandi sviluppi a livello sociale o nelle relazioni interconfessionali”. Da decenni la grande maggioranza dei cristiani è costituita da “lavoratori stranieri che continuano in queste terre la vita e le tradizioni importate dai Paesi di origine e noi, come Chiesa, per quanto possibile cerchiamo di accontentarli”.

Secondo dati del 2014, nel territorio vivono quasi 2,5 milioni di cattolici (in larga maggioranza migranti economici) su un totale di oltre 36 milioni di abitanti. I sacerdoti sono circa 60, due i diaconi; nelle dieci parrocchie in cui è suddiviso il territorio operano 40 religiosi e 18 religiose. Ad eccezione dell’Arabia Saudita, dove non è ammesso altro culto ad eccezione dell’islam, negli altri Paesi vige una sostanziale libertà religiosa e la fede viene professata senza particolari restrizioni.

“Il problema maggiore – sottolinea mons. Ballin – è rappresentato dagli spazi dove poter effettuare le celebrazioni. Spesso abbiamo a disposizione una sola chiesa per tutte le comunità e le lingue. Per fare un esempio, qui in Kuwait vi sono cinque riti diversi e per il solo rito latino abbiamo 13 lingue, a fronte di una sola parrocchia in cui officiare messe e funzioni”.

Ogni rito, aggiunge, “cerca di mantenere le proprie tradizioni, noi però insistiamo sull’importanza della comunione altrimenti restiamo solo tante Chiese diverse, senza cattolicità”. Ecco perché “chiedo ai fedeli di essere pazienti e lavorare in un cammino di comunione. Al contempo, è fondamentale rispondere a bisogni pratici come la costruzione della cattedrale in Bahrain: il luogo in cui deve sorgere dista solo 24 km dal confine con l’Arabia Saudita e può essere un luogo di preghiera essenziale anche per quanti vivono e lavorano nel regno”.

Interpellato sulla visita del papa nel Golfo a febbraio, il vicario d’Arabia parla di un evento “incoraggiante” che spingerà i cristiani a “vivere con maggiore forza la loro fede”. Tuttavia, fonti di AsiaNews nel vicariato non nascondono alcune “criticità” legate alla visita. In passato altri Paesi della regione, come il Bahrain, avevano invitato il pontefice per questo “sarebbe stata più opportuna una visita, anche breve, nei quattro Paesi della regione che hanno rapporti diplomatici con la Santa Sede” anche alla luce della controversia in atto fra Riyadh e Doha e la guerra nello Yemen. “Inoltre – conclude la fonte – a livello interreligioso sembra emergere un canale preferenziale di dialogo con parte dell’islam sunnita [anche egiziano] a discapito di altre realtà e dell’universo sciita”.

13.12.2018

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Questa voce è stata pubblicata il 14/12/2018 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , .

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