COMBONIANUM – Formazione e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Avvento con Papa Francesco (terza settimana)

MEDITAZIONI del Papa durante l’Avvento
Terza Settimana


Maria e Elisabetta


Lunedì – Feria propria del 17 Dicembre
Gn 49,2.8-10   Sal 71   Mt 1,1-17: Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide.
Martedì – Feria propria del 18 Dicembre
Ger 23,5-8   Sal 71   Mt 1,18-24: Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, figlio di Davide.
Mercoledì – Feria propria del 19 Dicembre
Gdc 13,2-7.24-25a   Sal 70   Lc 1,5-25: La nascita di Giovanni Battista è annunciata dall’angelo.
Giovedì – Feria propria del 20 Dicembre
Is 7,10-14   Sal 23   Lc 1,26-38: Ecco, concepirai e darai alla luce un figlio.
Venerdì –  Feria propria del 21 Dicembre
Cant 2,8-14 Sal 32 Lc 1,39-45: A cosa devo che la madre del mio Signore venga a me?
Sabato – Feria propria del 22 Dicembre
1Sam 1,24-28 1Sam 2 Lc 1,46-55: Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente.)

Lunedì – Feria propria del 17 Dicembre

Gn 49,2.8-10   Sal 71   Mt 1,1-17

Presenza del Signore nella nostra vita

Dio mai ci lascia soli, ma sempre cammina con noi. Papa Francesco ha preso spunto dal Vangelo odierno, incentrato sulla genealogia di Gesù, per soffermarsi sulla presenza del Signore nella nostra vita.

“Qualcuno una volta ho sentito che diceva: ‘Ma questo brano del Vangelo sembra l’elenco telefonico!’ E no, è tutt’altra cosa: questo brano del Vangelo è pura storia e ha un argomento importante. E’ pura storia, perché Dio, come diceva San Leone Papa, Dio ha inviato il suo Figlio. E Gesù è consustanziale al Padre, Dio, ma anche consustanziale alla Madre, una donna. E questa è quella consustanzialità della Madre. Dio si è fatto storia. Dio ha voluto farsi storia. E’ con noi. Ha fatto il cammino con noi”.

Dopo il primo peccato nel Paradiso, “Lui ha avuto questa idea: fare il cammino con noi”. Ha chiamato Abramo, “il primo nominato in questa lista” e “lo ha invitato a camminare”. E Abramo “ha incominciato quel cammino”. E poi Isacco, Giacobbe, Giuda. “E così va questo cammino nella storia”. Dio “cammina con il suo popolo. Dio non ha voluto venire a salvarci senza storia. Lui ha voluto fare storia con noi”. Una storia “che va dalla santità al peccato. In questo elenco ci sono santi”, “ma in questo elenco ci sono anche i peccatori”: “I peccatori di alto livello, che hanno fatto peccati grossi. E Dio ha fatto storia con loro. Peccatori, che non hanno risposto a tutto quello che Dio pensava per loro. Pensiamo a Salomone, tanto grande, tanto intelligente, e finì, poveraccio, lì, che non sapeva come si chiamava! Ma Dio era con lui. E questo è il bello, no? Dio è consustanziale a noi. Fa storia con noi. Di più: quando Dio vuol dire chi è, dice ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe’. Ma qual è il cognome di Dio? Siamo noi, ognuno di noi. Lui prende da noi il nome per farlo il suo cognome. ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Pedro, di Marietta, di Armony, di Marisa, di Simone, di tutti!’ Da noi prende il cognome. Il cognome di Dio è ognuno di noi”.

“Lui, il nostro Dio ha fatto storia con noi, ha preso il cognome dal nostro nome”, “si è lasciato scrivere la storia da noi”. “Noi scriviamo questa storia di grazia e peccato e Lui va dietro a noi”. Questa “è l’umiltà di Dio, la pazienza di Dio, l’amore di Dio. E’ nostro!” E questo fa commuovere. “Tanto amore, tanta tenerezza, di avere un Dio così”:

“La sua gioia è stata condividere la sua vita con noi. Il Libro della Sapienza dice che la gioia del Signore è fra i figli dell’uomo, con noi. Avvicinandosi il Natale, viene da pensare: se Lui ha fatto la sua storia con noi, se Lui ha preso il suo cognome da noi, se Lui ha lasciato che noi scrivessimo la sua storia, almeno lasciamo, noi, che Lui ci scriva la nostra storia. E quella è la santità: ‘Lasciare che il Signore ci scriva la nostra storia’. E questo è un augurio di Natale per tutti noi. Che il Signore ti scriva la storia e che tu lasci che Lui te la scriva. Così sia!”.  

Santa Marta, 17.12.2013

Martedì – Feria propria del 18 Dicembre

Ger 23,5-8   Sal 71   Mt 1,18-24

Uomo della paternità

A san Giuseppe — «l’ombra del Padre» che «senza dire una parola» e lasciarsi scoraggiare dalle «chiacchiere» ha creduto e obbedito a Dio, facendosi «carico della paternità e del mistero» — Papa Francesco ha suggerito di rivolgersi quando «non capiamo tante cose, abbiamo tanti problemi, tante angosce, tante oscurità». E ha proposto questa preghiera: Giuseppe, «aiutaci, tu che conosci come camminare nel buio, tu che conosci come si ascolta la voce di Dio, tu che conosci come si va avanti in silenzio».

(…) «Quando Maria tornò da Ain-Karim, dalla casa di Elisabetta, incominciavano a essere visibili i segni della maternità». E «Giuseppe se ne accorse, e non capiva: pensiamo a quest’uomo nei dubbi, nel dolore, cercava spiegazioni, ma siccome l’amava tanto e sapeva che lei era una donna di Dio, non trovava via d’uscita dai suoi pensieri». Un atteggiamento sicuramente «molto differente da quello che facevano le chiacchierone del paese, nel mercato», che magari commentavano: “Ma guarda questa, come è tornata!”».

«In questo dolore, dubbio, sofferenza  Giuseppe non vuol mandare via Maria e decide di lasciarla in silenzio». Sceglie insomma di «non accusarla pubblicamente, perché sapeva. Lui la conosceva: “questa ragazza, io la conosco, io la amo, è pura, io non capisco questo”».

Ma proprio «nel mezzo del suo dubbio, del suo dolore, intervenne il Signore in un sogno» «In quel sogno gli viene spiegato cosa è successo. E Giuseppe obbedì: credette e obbedì». Sono chiare le parole dell’angelo del Signore, così come le riporta Matteo nel suo vangelo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei, viene dallo Spirito Santo».

Mentre Giuseppe viveva questa forte esperienza «al mercato si chiacchierava: quelle chiacchiere che poi sono andate avanti, avanti, avanti, fino a quella bestemmia, per me la più brutta, la più forte contro il Signore, in bocca ai farisei, che Giovanni apprende nel capitolo 6».

«Invece Giuseppe lottava dentro». E «in quella lotta» ecco «la voce di Dio che gli dice: «alzati!». E proprio «alzati» ritorna «tante volte, all’inizio di una missione, nella Bibbia». Dunque la voce di Dio dice a Giuseppe: «alzati, prendi Maria, portala a casa tua; fatti carico della situazione, prendi in mano questa situazione e vai avanti».

«Giuseppe  non è andato dagli amici a confortarsi, non è andato dallo psichiatra perché interpretasse il sogno: no, credette». Ed «è andato avanti, ha preso in mano la situazione». In sostanza Giuseppe «doveva farsi carico di due cose, della paternità e del mistero».

Anzitutto «Giuseppe doveva farsi carico della paternità». E «questo passo del vangelo viene subito dopo la genealogia di Gesù, con la quale inizia il vangelo di Matteo: incomincia con il padre Abramo e finisce con il padre Giuseppe». E «c’è una frase nella genealogia che scrive Luca: “Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe”». Dunque, Luca «non dice: “era il figlio di Giuseppe”»; ma scrive, in pratica, che tutti pensavano «fosse il figlio di Giuseppe». Questo significa che Giuseppe «si è fatto carico di una paternità che non era sua: veniva dal Padre». E «ha portato avanti la paternità con quello che significa: non solo sostenere Maria e il bambino, ma anche far crescere il bambino, insegnargli il mestiere, portarlo alla maturità di uomo». Giuseppe si è dunque fatto «carico della paternità che non è sua, è di Dio, senza dire una parola: nel Vangelo non c’è alcuna parola detta da Giuseppe, l’uomo del silenzio, dell’obbedienza silenziosa».

La seconda cosa di cui Giuseppe si è fatto carico è «il mistero: prende in mano la paternità e il mistero». È «il mistero che abbiamo sentito nella prima lettura, nel passo di Geremia» (23, 5-8). «Il grande mistero che incomincia da qui è ricondurre il popolo a Dio». In realtà, «non era il mistero di uscire dalla schiavitù dell’Egitto: questo era ri-condurre, il mistero della ri-creazione che, come dice la liturgia, è più meravigliosa della creazione». E «Giuseppe prende in mano questo mistero e aiuta con il suo silenzio, con il suo lavoro, fino al momento che Dio lo chiama a sé».

«Di quest’uomo che si è fatto carico della paternità e del mistero  si dice che era l’ombra del Padre, l’ombra di Dio Padre». E «se Gesù uomo ha imparato a dire “papà”, “padre”, al suo Padre che conosceva come Dio, lo ha imparato dalla vita, dalla testimonianza di Giuseppe: l’uomo che custodisce, l’uomo che fa crescere, l’uomo che porta avanti ogni paternità e ogni mistero, ma non prende nulla per sé. Nulla».

Giuseppe «è lì, silenzioso». «Questo è il grande Giuseppe, del quale Dio aveva bisogno per portare avanti il mistero della ri-conduzione del popolo verso la nuova creazione». Proprio il suo «esempio ci insegni tante cose che possiamo prendere nella riflessione, ma soprattutto ci dia il coraggio di andare da lui quando noi non capiamo tante cose, quando noi abbiamo tanti problemi, tante angosce, tante oscurità, e dirgli semplicemente: “Aiutaci, tu che conosci come camminare nel buio, tu che conosci come si ascolta la voce di Dio, tu che conosci come si va avanti in silenzio”».

Santa Marta, 18.12.2017
L’osservatore Romano

Mercoledì – Feria propria del 19 Dicembre

Gdc 13,2-7.24-25a   Sal 70   Lc 1,5-25

L’umiltà ci rende fecondi, la superbia sterili

“L’umiltà è necessaria per la fecondità”. Il Vangelo odierno narra di Elisabetta che da sterile che era ha avuto un figlio, Giovanni. Il Papa ha affermato che l’intervento di Dio vince la sterilità della nostra vita e la rende feconda. Quindi, ha messo in guardia dall’atteggiamento di superbia che ci rende sterili.

Tante volte, nella Bibbia, troviamo donne sterili alle quali il Signore fa il dono della vita. “Dall’impossibilità di dare vita viene la vita”. E questo è anche “accaduto non a donne sterili” ma che “non avevano speranza di vita”, come Noemi che alla fine ha avuto un nipote.

“Il Signore interviene nella vita di queste donne per dirci: ‘Io sono capace di dare vita’. Anche nei Profeti c’è l’immagine del deserto, la terra deserta incapace di far crescere un albero, un frutto, di far germogliare qualcosa. ‘Ma il deserto sarà come una foresta – dicono i Profeti – sarà grande, fiorirà’. Ma il deserto può fiorire? Sì. La donna sterile può dare vita? Sì. Quella promessa del Signore: Io posso! Io posso dalla secchezza, dalla secchezza vostra, far crescere la vita, la salvezza! Io posso dall’aridità far crescere i frutti!”

E la salvezza è questo: “L’intervento di Dio che ci fa fecondi, che ci dà la capacità di dare vita”. Noi “non possiamo” farlo “da noi soli”. Eppure “tanti hanno fatto la prova di pensare alla nostra capacità di salvarci”: “Anche i cristiani, eh! Pensiamo ai pelagiani, per esempio. Tutto è grazia. E’ l’intervento di Dio che ci porta la salvezza. E’ l’intervento di Dio che ci aiuta nel cammino della santità. Soltanto Lui può. Ma da parte nostra cosa facciamo? Primo: riconoscere la nostra secchezza, la nostra incapacità di dare vita. Riconoscere questo. Secondo, chiedere: ‘Signore, io voglio essere fecondo. Io voglio che la mia vita dia vita, che la mia fede sia feconda e vada avanti e possa darla agli altri’. ‘Signore, io sono sterile, io non posso, Tu puoi. Io sono un deserto: io non posso, Tu puoi’”.

E questa può essere proprio la preghiera di questi giorni, prima del Natale. “Pensiamo a come i superbi, quelli che credono che possono fare tutto da sé, sono colpiti”. Pensiamo a Micol, figlia di Saul. Una donna “che non era sterile, ma era superba, e non capiva cosa fosse lodare Dio”, anzi “rideva della lode”. Ed “è stata punita con la sterilità”:

“L’umiltà è necessaria per la fecondità. Quante persone credono di essere giuste, come quella, e alla fine sono poveracce. L’umiltà di dire al Signore: ‘Signore, sono sterile, sono un deserto’ e ripetere in questi giorni quelle belle antifone che la Chiesa ci fa pregare: ‘O figlio di David, o Adonai, o Sapienza, o radice di Jesse, o Emmanuel, vieni a darci vita, vieni a salvarci, perché Tu solo puoi, io solo non posso!’ E con questa umiltà, l’umiltà del deserto, l’umiltà di anima sterile, ricevere la grazia, la grazia di fiorire, di dare frutto e di dare vita”.

Santa Marta, 19.12.2013 

Giovedì – Feria propria del 20 Dicembre

Is 7,10-14   Sal 23   Lc 1,26-38

Il mistero del nostro incontro con Dio si comprende in un silenzio che non cerca pubblicità

Solo il silenzio custodisce il mistero del cammino che l’uomo compie con Dio.  Il Signore ci dia “la grazia di amare il silenzio”, che ha bisogno di essere “custodito” lontano da ogni “pubblicità”.

Nella storia della salvezza, non il clamore né la platealità, ma l’ombra e il silenzio sono i “luoghi” in cui Dio ha scelto di manifestarsi all’uomo. Confini evanescenti da cui il suo mistero ha preso di volta in volta una forma visibile, ha preso carne. A suggerire la riflessione sono gli istanti dell’Annunciazione, proposta dal Vangelo di oggi, in particolare il passo in cui l’Angelo dice a Maria che la potenza dell’Altissimo la “coprirà con la sua ombra”. Come, in fondo, quasi della stessa sostanza dell’ombra era fatta anche la nube con la quale Dio aveva protetto gli ebrei nel deserto.

“Il Signore sempre ha avuto cura del mistero e ha coperto il mistero. Non ha fatto pubblicità del mistero. Un mistero che fa pubblicità di sé non è cristiano, non è il mistero di Dio: è una finta di mistero! E questo è quello che è accaduto alla Madonna qui, quando riceve suo Figlio: il mistero della sua maternità verginale è coperto. E’ coperto tutta la vita! E Lei lo sapeva. Quest’ombra di Dio, nella nostra vita, ci aiuta a scoprire il nostro mistero: il nostro mistero dell’incontro col Signore, il nostro mistero del cammino della vita col Signore”.

“Ognuno di noi sa come misteriosamente opera il Signore nel nostro cuore, nella nostra anima”. E qual è “la nube, la potenza, com’è lo stile dello Spirito Santo per coprire il nostro mistero?”: “Questa nube in noi, nella nostra vita si chiama silenzio: il silenzio è proprio la nube che copre il mistero del nostro rapporto col Signore, della nostra santità e dei nostri peccati. Questo mistero che non possiamo spiegare. Ma quando non c’è silenzio nella vita nostra, il mistero si perde, va via. Custodire il mistero col silenzio! Quella è la nube, quella è la potenza di Dio per noi, quella è la forza dello Spirito Santo”.

La Madre di Gesù è stata la perfetta icona del silenzio. Dall’annuncio della sua eccezionale maternità al Calvario. Penso, a “quante volte ha taciuto e quante volte non ha detto quello che sentiva per custodire il mistero del rapporto con suo Figlio”, fino al silenzio più crudo, “ai piedi della Croce”:

“Il Vangelo non ci dice nulla: se ha detto una parola o no… Era silenziosa, ma dentro il suo cuore, quante cose diceva al Signore! ‘Tu, quel giorno – questo è quello che abbiamo letto – mi hai detto che sarà grande; tu mi ha detto che gli avresti dato il Trono di Davide, suo padre, che avrebbe regnato per sempre e adesso lo vedo lì!’. La Madonna era umana! E forse aveva la voglia di dire: ‘Bugie! Sono stata ingannata!’: Giovanni Paolo II diceva questo, parlando della Madonna in quel momento. Ma Lei, col silenzio, ha coperto il mistero che non capiva e con questo silenzio ha lasciato che questo mistero potesse crescere e fiorire nella speranza”.

“Il silenzio è quello che custodisce il mistero”, per cui il mistero “del nostro rapporto con Dio, del nostro cammino, della nostra salvezza non può essere messo all’aria, pubblicizzato”. Che il Signore “ci dia a tutti la grazia di amare il silenzio, di cercarlo e avere un cuore custodito dalla nube del silenzio”.

Santa Marta, 20.12.2013

Venerdì –  Feria propria del 21 Dicembre

Cant 2,8-14 Sal 32 Lc 1,39-45: A cosa devo che la madre del mio Signore venga a me?

La gioia di essere perdonati

Il cristiano dev’essere sempre un testimone di gioia, perciò non può mai avere la «faccia da veglia funebre»: è questo in sintesi per Papa Francesco il messaggio della liturgia del 21 dicembre. Lo ha sottolineato all’omelia della messa mattutina celebrata a Santa Marta, evidenziando che si tratta di «un messaggio di speranza, ma anche di gioia forte: “Rallegrati, grida di gioia — dice il profeta — esulta e acclama con tutto il cuore”, sii gioioso, sii gioiosa».

Il riferimento è al brano di Sofonia (3, 14-17) proclamato nella prima lettura: «È la gioia  che non è la gioia di una festa; è una gioia che viene da dentro e ci invita, la Chiesa, a trovare questa gioia che ci offre la redenzione del Signore: “Rallegrati, grida, grida di gioia, esulta e acclama con tutto il cuore”». Pensiamo  «al salmo che ricorda la liberazione del popolo da Babilonia, che dice: “Ma il nostro cuore era pieno di gioia, la bocca si riempì di risa”», perché «una bocca di sorriso, di risa, questa è la gioia che oggi ci invita ad avere».

Ecco «tre punti collegati a questa gioia» suggeriti dalla stessa prima lettura. Anzitutto «“gioisci, rallegrati, grida di gioia perché il Signore ha revocato la tua condanna”. “Ha revocato la tua condanna”»; ovvero, ha chiarito, «ti ha perdonato, non sei colpevole, ha dimenticato tutto quello; gioisci, ti ha dato il perdono». A volte «noi sappiamo che siamo stati perdonati», ma c’è un’incapacità di dimostrarlo: si preferisce restare in una «vita tiepida». Ma «se tu sei stato perdonato, sei stato guarito, rallegrati!». Del resto, «la gioia cristiana è questa, questa è la radice propria della gioia cristiana».

«Pensiamo a un carcerato quando gli viene commutata la pena. Non ci può credere, non se l’aspettava e la gioia: “Mi hanno perdonato!”». Oppure «ricordiamo tante volte i malati guariti da Gesù nel Vangelo, quei paralitici che…: “Alzati, vai! Alzati”, e prendevano la barella e se ne andavano gioiosi». Mentre purtroppo, come cristiani, spesso «noi non siamo coscienti del perdono della redenzione, della giustificazione che ci ha portato Gesù: siamo stati perdonati!». Al punto che «un filosofo criticava i cristiani, lui si diceva agnostico o ateo, non sono sicuro, ma criticava i cristiani e diceva questo: “Ma quelli — i cristiani — dicono di avere un Redentore; io ci crederò, crederò nel Redentore quando loro avranno la faccia di redenti, gioiosi per essere redenti”».

Ma «se tu hai faccia di veglia funebre, come possono credere che tu sei un redento, che i tuoi peccati sono stati perdonati?». Dunque «questo è il primo punto, il primo messaggio della liturgia di oggi: tu sei un perdonato, ognuno di noi è un perdonato». Da qui l’invito: «prendi questo perdono e vai avanti con gioia. “Ma sono peccatore…”. Sì, ma se lui ti ha perdonato alla radice, ti perdonerà poi le cose che per debolezza tutti facciamo. Dio è il Dio del perdono, non dimenticare mai, e avere faccia di redenti, gioiosi».

Quanto al secondo punto,  il profeta esorta: «Rallegrati perché il re di Israele, il Signore, è in mezzo a te, e tu non temerai più alcuna sventura». Di conseguenza occorre essere «non solo gioiosi perché siamo stati perdonati, ma gioiosi perché il Signore cammina con noi, è in mezzo a noi; è in mezzo alle nostre prove, alle nostre difficoltà, alla nostra vita, alle nostre gioie; è in mezzo a tutto. Il Signore è con noi, cammina con noi, come ha camminato dal momento che chiamò il nostro padre Abramo». E riguardo al «Dio che cammina con noi»,  «è bello durante la giornata dire qualche parola al Signore che è accanto a noi, è nella nostra vita: “Ma guarda, Signore, che bello questo, guarda Signore quale difficoltà, guarda questo, guarda l’altro…”». È bello «parlare perché lui è in mezzo a noi, in mezzo al nostro popolo, in mezzo alla mia vita, e per questo, ci dice il profeta: “Gioisci, salta, grida, grida di gioia, balla di gioia”».

Infine, per ciò che concerne il terzo aspetto, Sofonia «poi ci dice un’altra cosa: “Ci saranno sventure nella vita, ma tu perché sei un perdonato e perché il Signore in mezzo a te — cosa ci dice? Terzo: —, non lasciarti cadere le braccia”». Infatti «quel pessimismo della vita non è cristiano. Nasce da una radice che non sa che è stata perdonata, nasce da una radice che non ha sentito mai le carezze di Dio». Mentre, di contro, «il Vangelo ci fa vedere questa gioia: “Maria gioiosa si alzò e andò in fretta”» come scrive Luca (1, 39-45). Infatti «la gioia ci porta anche fretta; sempre, perché la grazia dello Spirito Santo non conosce la lentezza. Lo Spirito Santo sempre va in fretta, sempre ci spinge: andare avanti; come il vento nella vela, nella barca… Vai avanti, forza».

«Maria, piena dello Spirito Santo, trova quell’altra donna; e quella donna», Elisabetta, «al saluto di Maria riceve la pienezza dello Spirito Santo. E anche lei gioisce, non solo lei: il bambino sussulta nel suo seno». Insomma, «questa è la gioia che la Chiesa ci dice: per favore siamo cristiani gioiosi, facciamo tutto lo sforzo per far vedere che noi crediamo di essere redenti, che il Signore ci ha perdonato tutto e, se noi faremo qualche scivolata, lui perdonerà pure perché è il Dio del perdono; che il Signore è in mezzo a noi e che non ci lascerà cadere le braccia». Perché «questo è il messaggio di oggi: “Alzati”. Quell’alzati di Gesù, ai malati: “Alzati vai, grida di gioia, rallegrati, esulta e acclama con tutto il cuore”».

Santa Marta, 21.12.2017
L’osservatore Romano

Sabato – Feria propria del 22 Dicembre

1Sam 1,24-28 1Sam 2 Lc 1,46-55: Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

(…) L’incontro tra le due donne, la giovane e l’anziana, è colmo della presenza dello Spirito Santo, e carico di gioia e di stupore (cfr Lc1,40-45). Le due mamme, così come i figli che portano in grembo, quasi danzano per la felicità. Elisabetta, colpita dalla fede di Maria, esclama: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (v. 45). Sì, uno dei grandi doni che la Vergine ha ricevuto è quello della fede. Credere in Dio è un dono inestimabile, ma chiede anche di essere accolto; ed Elisabetta benedice Maria per questo. Lei, a sua volta, risponde con il canto del Magnificat (cfr Lc 1,46-55), in cui troviamo l’espressione: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (v. 49).

È una preghiera rivoluzionaria, quella di Maria, il canto di una giovane piena di fede, consapevole dei suoi limiti ma fiduciosa nella misericordia divina. Questa piccola donna coraggiosa rende grazie a Dio perché ha guardato la sua piccolezza e per l’opera di salvezza che ha compiuto sul popolo, sui poveri e gli umili. La fede è il cuore di tutta la storia di Maria. Il suo cantico ci aiuta a capire la misericordia del Signore come motore della storia, sia di quella personale di ciascuno di noi sia dell’intera umanità.

Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza (cfr Angelus, 15 agosto 2015). Mi direte: “Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare?”.Quando il Signore ci chiama, non si ferma a ciò che siamo o a ciò che abbiamo fatto. Al contrario, nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di sprigionare. Come la giovane Maria, potete far sì che la vostra vita diventi strumento per migliorare il mondo. Gesù vi chiama a lasciare la vostra impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, la vostra storia e la storia di tanti.

(…) Leggendo il Magnificat ci rendiamo conto di quanto Maria conoscesse la Parola di Dio. Ogni versetto di questo cantico ha un suo parallelo nell’Antico Testamento. La giovane madre di Gesù conosceva bene le preghiere del suo popolo. Sicuramente i suoi genitori, i suoi nonni gliele avevano insegnate. Quanto è importante la trasmissione della fede da una generazione all’altra! C’è un tesoro nascosto nelle preghiere che ci insegnano i nostri antenati, in quella spiritualità vissuta nella cultura dei semplici che noi chiamiamo pietà popolare. Maria raccoglie il patrimonio di fede del suo popolo e lo ricompone in un canto tutto suo, ma che è allo stesso tempo canto della Chiesa intera. E tutta la Chiesa lo canta con lei. Affinché anche voi giovani possiate cantare un Magnificat tutto vostro e fare della vostra vita un dono per l’intera umanità, è fondamentale ricollegarvi con la tradizione storica e la preghiera di coloro che vi hanno preceduto. Da qui l’importanza di conoscere bene la Bibbia, la Parola di Dio, di leggerla ogni giorno confrontandola con la vostra vita, leggendo gli avvenimenti quotidiani alla luce di quanto il Signore vi dice nelle Sacre Scritture. Nella preghiera e nella lettura orante della Bibbia (la cosiddetta lectio divina), Gesù riscalderà i vostri cuori, illuminerà i vostri passi, anche nei momenti bui della vostra esistenza (cfr Lc 24,13-35).

(…) Abbiamo visto che il Magnificat scaturisce dal cuore di Maria nel momento in cui incontra la sua anziana cugina Elisabetta. Questa, con la sua fede, il suo sguardo acuto e le sue parole, aiuta la Vergine a comprendere meglio la grandezza dell’azione di Dio in lei, della missione che le ha affidato. E voi, vi rendete conto della straordinaria fonte di ricchezza che è l’incontro tra i giovani e gli anziani? Quanta importanza date agli anziani, ai vostri nonni? Giustamente voi aspirate a “prendere il volo”, portate nel cuore tanti sogni, ma avete bisogno della saggezza e della visione degli anziani. Mentre aprite le ali al vento, è importante che scopriate le vostre radici e raccogliate il testimone dalle persone che vi hanno preceduto. Per costruire un futuro che abbia senso, bisogna conoscere gli avvenimenti passati e prendere posizione di fronte ad essi. Voi giovani avete la forza, gli anziani hanno la memoria e la saggezza. Come Maria con Elisabetta, rivolgete il vostro sguardo agli anziani, ai vostri nonni. Vi diranno cose che appassioneranno la vostra mente e commuoveranno il vostro cuore.

(Dal Messaggio per la XXXII Giornata Mondiale della Gioventù 2017)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 16/12/2018 da in ITALIANO, Liturgia, Settimana - commento con tag .

  • 304.731 visite
Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 697 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: