COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Natale del Signore – Commento

Natale del Signore
Messa della notte
Luca 2,1-14


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La vertigine di Betlemme, l’Onnipotente in un neonato
Ermes Ronchi

Questo per voi il segno: troverete un bambino: «Tutti vogliono crescere nel mondo, ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere “dio”. Solo Dio vuole essere bambino» (Leonardo Boff).

Dio nella piccolezza: è questa la forza dirompente del Natale. L’uomo vuole salire, comandare, prendere. Dio invece vuole scendere, servire, dare. È il nuovo ordinamento delle cose e del cuore.

C’erano là alcuni pastori. Una nuvola di ali, di canto e di parole felici li avvolge: Non temete! Dio non deve fare paura, mai. Se fa paura non è Dio colui che bussa alla tua vita. Dio si disarma in un neonato. Natale è il corteggiamento di Dio che ci seduce con un bambino. Chi è Dio? «Dio è un bacio», caduto sulla terra a Natale (Benedetto Calati).

Vi annuncio una grande gioia: la felicità non è un miraggio, è possibile e vicina. E sarà per tutto il popolo: una gioia possibile a tutti, ma proprio tutti, anche per la persona più ferita e piena di difetti, non solo per i più bravi o i più seri. Ed ecco la chiave e la sorgente delle felicità: Oggi vi è nato un salvatore. Dio venuto a portare non tanto il perdono, ma molto di più; venuto a portare se stesso, luce nel buio, fiamma nel freddo, amore dentro il disamore. Venuto a portare il cromosoma divino nel respiro di ogni uomo e di ogni donna. La vita stessa di Dio in me. Sintesi ultima del Natale. Vertigine.

E sulla terra pace agli uomini: ci può essere pace, anzi ci sarà di sicuro. I violenti la distruggono, ma la pace tornerà, come una primavera che non si lascia sgomentare dagli inverni della storia. Agli uomini che egli ama: tutti, così come siamo, per quello che siamo, buoni e meno buoni, amati per sempre; a uno a uno, teneramente, senza rimpianti amati (Marina Marcolini).

È così bello che Luca prenda nota di questa unica visita, un gruppo di pastori, odorosi di lana e di latte. È bello per tutti i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. Dio ricomincia da loro.

Natale è anche una festa drammatica: per loro non c’era posto nell’alloggio. Dio entra nel mondo dal punto più basso, in fila con tutti gli esclusi. Come scrive padre Turoldo, Dio si è fatto uomo per imparare a piangere. Per navigare con noi in questo fiume di lacrime, fino a che la sua e nostra vita siano un fiume solo. Gesù è il pianto di Dio fatto carne. Allora prego:

Mio Dio, mio Dio bambino, povero come l’amore, piccolo come un piccolo d’uomo, umile come la paglia dove sei nato, mio piccolo Dio che impari a vivere questa nostra stessa vita. Mio Dio incapace di aggredire e di fare del male, che vivi soltanto se sei amato, insegnami che non c’è altro senso per noi, non c’è altro destino che diventare come Te.

“Oggi è nato per voi un Salvatore”
Enzo Bianchi

Isaia 9,1-6

Il profeta Isaia contempla la situazione del popolo di Israele nella terra promessa e donata da Dio e scorge un mistero di morte e resurrezione per la porzione del nord, quella abitata dalle tribù di Zabulon e di Neftali. Mentre egli scrive, queste terre sono desolate dopo la conquista e la deportazione ad opera degli Assiri (722 a.C.). Ma proprio questi territori periferici e umiliati un giorno saranno i primi a risorgere: vedranno una grande luce, la fine della schiavitù e della guerra, a causa della nascita di un bambino, dono di Dio al suo popolo. Un bambino chiamato con dei titoli inauditi: “Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”. Ecco il Messia glorioso e vincitore profetizzato da Isaia.

Lettera a Tito 2,11-14

L’Apostolo ricorda in sintesi l’evento della nostra salvezza: l’incarnazione, l’umanizzazione di Dio che è epifania, manifestazione della sua grazia, del suo amore gratuito che non va mai meritato. È significativo che Girolamo traduca: “È apparsa l’humanitas, l’umanità di Dio nostro Salvatore” (Tt  3,4, Vulgata). Sì, umanità che insegna alla nostra umanità, umanità come Dio l’ha pensata, voluta, creata e pienamente realizzata in suo Figlio, che è per sempre “grande Dio e Salvatore”.

Lc  2,1-14

Per secoli i primi cristiani festeggiarono come festa delle feste la Pasqua di resurrezione di Gesù il primo giorno della settimana ebraica, diventato per loro “giorno del Signore” (Ap 1,10), mentre non sappiamo se in qualche comunità del Mediterraneo si ricordasse la nascita di Gesù con una festa particolare. Nel IV secolo, dopo l’editto di Costantino e la libertà di culto concessa ai credenti in Cristo, avvenne la cristianizzazione di una festa pagana introdotta poco prima dall’imperatore Aureliano (270 ca.), e celebrata a Roma come festa del Sol invictus, del “Sole vincitore”, che in quel giorno comincia ad allungare il suo tempo di luce sulla terra. Per i cristiani Gesù il Signore era “il sole di giustizia” cantato da Malachia (Ml 3,20; cf. Lc 1,78) era “la luce del mondo” proclamata dal vangelo (Gv 8,12). Ecco allora che in occidente la rinascita del Sol invictus pagano è stata cristianizzata mediante la festa del Natale, della Natività di Gesù Cristo. Parallelamente, in oriente (Egitto e Siria), dove il solstizio d’inverno cade il 6 gennaio, si assunse quella data per celebrare l’Epifania come festa della manifestazione della venuta del Figlio di Dio nella nostra umanità.

Questa l’origine della nostra festa, che da sempre ha al suo centro il vangelo della nascita di Gesù secondo Luca. Nella messa della notte, celebrata nel cuore delle tenebre, rifulge una grande luce: Gesù, partorito da Maria a Betlemme. Questo racconto non è una favola, anche se sembra scritto per i bambini, che significativamente lo ricordano per tutta la vita, ma è una pagina del vangelo, una buona notizia! Per questo Luca vuole innanzitutto situare tale evento nella grande storia del Mediterraneo, contrassegnata dal dominio dell’impero romano. Cesare Augusto decide di contare i cittadini di tutte le terre conquistate da Roma: per questo ordina un censimento, eseguito nella terra di Israele da Quirinio, governatore della Siria. Giuseppe obbedisce a quest’ordine e, insieme alla moglie Maria, lascia la sua città di Nazaret per recarsi a Betlemme, in Giudea, nel sud della terra santa, là dove aveva avuto origine la casa e la discendenza di David, il Messia, l’unto del Signore, il re di Israele.

Mentre questa coppia si trova a Betlemme, in una condizione precaria e di povertà non avendo trovato posto nel caravanserraglio, in una piccola costruzione, appena un riparo nella campagna, Maria che è incinta dà alla luce il suo figlio primogenito, annunciato a lei per rivelazione come generato dallo Spirito di Dio (cf. Lc 1,35), un Figlio che solo Dio poteva dare all’umanità tutta. Qui vi è già una forte contrapposizione, che caratterizzerà tutta la vicenda di questo neonato. Chi domina il mondo è Augusto – chiamato Divus, “Dio”; Sotér, Salvatore; Kýrios, Signore –, ma il vero Salvatore e Signore è un suo suddito, un bambino nato in una situazione povera, per il quale da subito sembra non esserci posto in questo mondo.

Conosciamo tutti bene l’icona della Natività: una capanna o una grotta, e Maria che adagia suo figlio in una mangiatoia, con accanto Giuseppe, testimone e custode di quel mistero nel quale viene coinvolto e al quale presta puntualmente obbedienza. Tutto accade nella notte, nel silenzio, nella condizione umanissima di una madre che partorisce un figlio. Nessuno conosce quella coppia, nessuno l’ha accolta, nessuno si è accorto di nulla. Ma ecco che Dio invia un suo messaggero ai pastori che si trovano sulle alture circostanti Betlemme, per alzare il velo su quell’evento: “un angelo del Signore si presentò a loro e la Gloria del Signore li avvolse di luce”. I pastori sono gente disprezzata, emarginata, neppure ritenuta degna di andare al tempio per incontrare il Signore. Ma proprio a questi ultimi della società di Giudea è rivolto l’annuncio, la buona notizia per eccellenza, che è gioia per tutto Israele, per tutto il popolo di Dio. Per la loro condizione di poveri e ultimi, i pastori sono i primi destinatari di diritto di questa buona notizia:

Oggi, nella città di David, del Messia,
è nato per voi un Salvatore, che è il Messia, il Signore.

In questo annuncio cogliamo come un anticipo della buona notizia pasquale: Gesù è il Kýrios, il Salvatore! Non Augusto, che vantava questi titoli, ma un infante appena nato riceve questi stessi titoli da parte di Dio. Così avviene la rivelazione ai piccoli, agli ultimi, dalla quale sono esclusi quanti credevano di esserne destinatari di diritto: sacerdoti, esperti della Legge, credenti militanti convinti di essere loro soli i veri figli di Abramo.

Ai pastori è dato anche un segno, un’indicazione perché possano vedere e comprendere; nulla di straordinario o di divino ma, di nuovo, una realtà umanissima: “Troverete un neonato avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Realtà semplice e umile, senza ornamenti, senza “straordinario”. Eppure questo annuncio è dato da un coro innumerevole di creature invisibili, in una sorta di liturgia cosmica, quella liturgia del cielo che non riusciamo a vedere né ad ascoltare ma che riempie l’universo e canta la santità e la gloria di Dio, cioè proclama chi e come Dio ama. Infatti, ciò che in quel canto corale viene rivelato è la volontà di Dio: “Dio ha peso (kabod, gloria), Dio agisce nel mondo anche se è Santo ed è nel più alto dei cieli, Dio dà la pace all’umanità che egli ama”.

Ecco la buona notizia del Natale: Dio ci ama a tal punto da aver voluto essere uno di noi, tra di noi, uguale a noi, un uomo come noi.

Natale del Signore 
Don Angelo Casati

La liturgia celebra il natale e rispolvera dalla sua memoria un passo del profeta Isaia: le sembra avverato nel mistero che contempla, nel mistero che tutti noi questa mattina insieme contempliamo Isaia canta il futuro. Canta il futuro, di Dio e della terra: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

La luce a indicare! Mi sono chiesto dove sono oggi le luci. A indicare chi e che cosa? Dove le abbiamo ancora una volta accese le luci? Sarebbe sin troppo facile dire che oggi le luci le abbiamo accese ai negozi e ai grandi magazzini. Ma quasi per un sussulto, non so se di pentimento o di rimpianto, succede che anche in qualche vetrina riappare il segno di un presepe.

Troppo poco, direte voi. Ma poi mi accade di chiedermi: “E non sarà che un brivido di luce si accenda a natale nel segreto? Là dove noi non entriamo, nel segreto del cuore, di una donna e di un uomo? E che ne sappiamo noi del segreto delle coscienze? Nel racconto di Luca, mi ha colpito una connessione – non so se ha colpito anche voi – luce e timore.

I pastori vegliavano nella notte facendo guardia al gregge. Così sta scritto nel testo: “all’apparire dell’angelo, la gloria del Signore li avvolse di luce ed essi furono pieni di grande timore”. Ma come? Diremmo noi, ma come? In contemporanea la luce e il grande timore? Ma non dovrebbe essere il contrario? Non dovrebbe essere il buio ad invadere il cuore di timore?

Perdonate, forse sono sotto l’effetto di un messaggio che ho ricevuto in questi giorni. Un messaggio che mi ricordava – e veniva da una sofferenza – mi ricordava come spesso a generare il timore, la paura, il terrore sia stata – e non raramente – un’immagine di Dio, quella di un Dio potente e giudicante. Non era forse questa connessione a far tremare il cuore ai pastori nella notte?

Ebbene il messaggio mi ricordava un fatto della storia di Milano che mi era sconosciuto: “Anno 1386. Si narra che il Diavolo apparve in sogno a Gian Galeazzo Visconti, Signore di Milano e così lo minacciò: “Voglio una chiesa tutta per me! La voglio immensa e possente, con draghi e grifoni che spaventino la gente. La voglio alta e smisurata, con demoni e mostri che sorveglino ogni entrata. Se non mi ubbidirai, la tua anima perderai!”…

Certo, tutti voi mi direte che questo è il rovescio del natale e che se questo, in qualche modo e in qualche misura, permanesse nell’immaginario dei credenti o nella declinazione ecclesiastica del messaggio biblico, noi ritorneremmo, in qualche modo e in qualche misura, a quella chiesa evocata dal racconto, chiesa che incute spavento e sorveglia porte.

Questa la riflessione, cui ci ha portati la connessione, nel racconto di Luca, tra luce avvolgente dal cielo e timore nel cuore dei pastori. Ma l’angelo parlava. E parlava loro, nella notte, di gioia, e non di gioia di pochi ma di tutti. Anche questo i pastori cominciavano a capire: che Dio non ritaglia la gioia come dono per pochi, per alcuni, più fortunati degli altri: “Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo”.

E che cosa avranno immaginato a quel punto dell’annuncio i pastori? Noi non lo sappiamo, ma ci è facile immaginare lo stupore quando si sentirono dire dall’angelo: “Oggi nella città di Davide è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore”. Forse, posando gli occhi sul gregge accucciato nell’ombra, si saranno chiesti se avevano capito bene o se stavano sognando: nato “per loro”, i respinti dai circoli religiosi?

E c’era ancora dell’altro: avrebbero trovato un neonato, ma dove? In fasce e in una mangiatoia. Era la fine dei sogni di grandezza. Era come se Dio e il suo messia avessero cambiato i connotati, ora cambiava tutto. Sì cambiava tutto un modo di pensare Dio e di pensare l’uomo.

Chissà se ce ne siamo accorti. Il segno nel presepe non è il segno della potenza che atterrisce, non ci sono troni: c’è il segno della semplicità, del’infinito della semplicità; il segno della povertà, dell’infinito della povertà; il segno della tenerezza, dell’infinito della tenerezza. Niente spaventi. Il segno è quello della nascita di un bambino. A incantarti è la vita, sono gli occhi di quella madre e di quel padre, a parlarti non sono i palazzi, è quella mangiatoia, sono quelle fasce, cose da pastori, cose familiari a quei pastori.

Non sappiamo se i pastori nella notte abbiano portato doni, di certo non se ne vennero via portando doni materiali nelle mani. I verbi dei pastori annotati da Luca sono questi: andarono senza indugio, trovarono, videro, tornarono lodando e glorificando Dio, riferirono. Riferirono l’inimmaginabile: un Messia in fasce, nella mangiatoia, il Messia nella tenerezza.

Che cosa ti porti via dal Natale? Apparentemente niente. Sei cambiato dentro. Una luce ti è rimasta impigliata, ma dentro. Sei cambiato dentro. Potremmo dire che natale sei tu. Quando sei natale? Quando sei natale ce lo ha detto Papa Francesco, come al solito, con la sua incantevole concretezza.

Eccola: “Natale sei tu, quando decidi di nascere di nuovo ogni giorno e lasciare entrare Dio nella tua anima. L’albero di Natale sei tu, quando resisti vigoroso ai venti e alle difficoltà della vita. Gli addobbi di Natale sei tu, quando le tue virtù sono i colori che adornano la tua vita. La campana di Natale sei tu, quando chiami chi é lontano e cerchi di unire. Sei anche luce di Natale, quando illumini con la tua vita il cammino degli altri. Gli angeli di Natale sei tu, quando canti al mondo un messaggio di pace, di giustizia e di amore. La stella di Natale sei tu, quando conduci qualcuno all’incontro con il Signore. Sei anche i re magi, quando dai il meglio che hai, senza tenere conto a chi lo dai. La musica di Natale sei tu, quando conquisti l’armonia dentro di te. Il regalo di Natale sei tu, quando sei un vero amico e fratello di tutti gli esseri umani. Gli auguri di Natale sei tu, quando perdoni e ristabilisci la pace anche quando soffri. Il cenone di Natale sei tu, quando sazi di pane e di speranza il povero che ti sta di fianco. Tu sei la notte di Natale, quando ricevi umilmente, nel silenzio della notte, il Salvatore del mondo. Un buon Natale a tutti coloro che assomigliano al Natale”.


Elliott Erwitt, Madre e figlia, New York, 1953.

Natale del Signore
Messa del giorno
Giovanni 1, 1-18
Enzo Bianchi 

Il mistero grande della natività di Gesù in mezzo a noi, dunque il mistero della sua «venuta», è celebrato significativamente dalla chiesa mediante una triplice offerta di letture, rispettivamente per l’eucaristia della notte, dell’aurora e del giorno. Nella notte la “buona notizia” è presentata come nascita di Gesù da Maria a Betlemme, avvenimento rivelato dall’angelo ai pastori, quei poveri che rappresentano il «resto di Israele» (cf. Lc 2,1-14). All’aurora viene narrata la visita dei pastori alla stalla, la loro contemplazione dell’evento-parola, cioè del bambino neonato, e si ricorda che «Maria conservava e meditava tutti questi eventi nel suo cuore» (Lc 2,19).

Il mistero grande della natività di Gesù in mezzo a noi, dunque il mistero della sua «venuta», è celebrato significativamente dalla chiesa mediante una triplice offerta di letture, rispettivamente per l’eucaristia della notte, dell’aurora e del giorno. Nella notte la “buona notizia” è presentata come nascita di Gesù da Maria a Betlemme, avvenimento rivelato dall’angelo ai pastori, quei poveri che rappresentano il «resto di Israele» (cf. Lc 2,1-14). All’aurora viene narrata la visita dei pastori alla stalla, la loro contemplazione dell’evento-parola, cioè del bambino neonato, e si ricorda che «Maria conservava e meditava tutti questi eventi nel suo cuore» (Lc 2,19).

Nella messa del giorno infine, quella su cui riflettiamo, si legge il prologo del quarto vangelo: questo testo ci rivela che quel bambino venuto al mondo in verità è la Parola stessa di Dio, è il Figlio vivente in Dio dall’eternità, come confessiamo nella nostra professione di fede: «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero»… Questo prologo è come una dossologia, una parola di sintesi e di gloria sul Natale, poiché in esso vi è un chiaro movimento finalizzato a narrarci chi è la Parola, ilLogos di Dio. Cerchiamo dunque di percorrerlo insieme con spirito contemplativo e con stupore, limitandoci a parafrasarlo.

In principio, prima di tutta la creazione, nell’eternità, c’era la Parola, e questa Parola era rivolta, orientata al Dio vivente; anzi, essa era in Dio ed era Dio. Proprio attraverso questa Parola di Dio tutto è stato creato, e ciò che è venuto all’esistenza aveva vita solo in essa (cf. Col 1,15-17). Questa Parola era vita e luce per l’umanità intera: essa ha brillato di luce nella storia e le tenebre non sono riuscite a sopraffarla, nonostante il loro spessore tentasse di contrastare la luce. Un uomo inviato da Dio, Giovanni il Battezzatore, era venuto per essere testimone della luce, ossia per condurre gli uomini alla fede. Eppure questa luce, che è la Parola di Dio, il Figlio di Dio venuto tra la sua gente, non è stato accolto, e solo alcuni hanno creduto in lui, diventando nuove creature, figli di Dio. Ciò è avvenuto perché il Figlio di Dio si è fatto carne fragile, uomo come noi, è venuto ad abitare in mezzo a noi, mostrando in questo modo la sua gloria a quanti hanno aderito a lui e lo hanno seguito. Ecco dunque la verità profonda e nel contempo «scandalosa» del Natale: a Betlemme, da Maria, nasce un bambino che è la Parola stessa di Dio umanizzata, è il Figlio di Dio fattosi figlio dell’uomo…

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Questa voce è stata pubblicata il 23/12/2018 da in Anno A, anno B, Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Natale (A), Natale (B), Natale (C) con tag .
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