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Così la guerra delle religioni cambia gli equilibri mondiali


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(Franca Giansoldati, Il Messaggero) A osservare quello che sta accadendo torna in mente Paul Berger, il sociologo del pluralismo, quando ai suoi studenti a Boston, durante le lezioni, assicurava che la geopolitica contemporanea senza religione è difficilmente comprensibile.
Il fattore fede specie ultimamente – consente di raccogliere egregie chiavi di lettura per decodificare più adeguatamente il presente e le dinamiche del sistema delle relazioni internazionali. L’Europa, le Americhe, il continente asiatico, la Cina, la Russia, il nodo del Medio Oriente con la ferita aperta di Gerusalemme capitale. Culture diverse, religioni diverse, affari internazionali che si mescolano mentre si assiste ad una sempre più rilevante partecipazione della religione all’interno dello spazio pubblico. La rivoluzione nel mondo ortodosso con la nascita di una chiesa autocefala ucraina, indipendente dal Patriarcato di Mosca, per esempio, è l’ultima mossa di portata inimmaginabile solo fino a qualche decennio fa. Oppure l’avanzata di Papa Francesco verso il continente asiatico, fino all’accordo con la Cina, per la normalizzazione delle nomine dei vescovi illegittimi. Ma anche i sommovimenti islamici (diversi e complessi, al tempo stesso), a partire da quello che resta delle Primavere arabe, prendendo in esame i rapporti tra l’Islam e il costituzionalismo, le organizzazioni coraniche e la grande (irrisolta) questione dei diritti umani. Tutti terreni in cui le religioni mantengono una posizione centrale. Solo allargando il diaframma si comprende la nuova visione delle mutate condizioni dei tempi e il nuovo campo d’azione delle fedi.

LE TENSIONI

In Europa le sfere di influenza tra Est e Ovest sono tornate al centro di fortissime tensioni che non si potevano che riverberare anche in ambito religioso, fino al punto da non riuscire più a distinguere nettamente l’azione politica dall’iniziativa religiosa. Il vasto arcipelago ortodosso è in grande subbuglio a causa dello scisma ucraino, consumatosi definitivamente alcuni giorni fa. Anche in ambito religioso si stanno ridisegnando le sfere di potere. La recentissima decisione del Patriarcato di Costantinopoli fortemente incoraggiata (anche finanziariamente) dalle componenti ortodosse americane di dichiarare autonoma la Chiesa scismatica di Kiev e renderla indipendente dal Patriarcato di Mosca, tradizionalmente legato a doppio filo con il Cremlino, non poteva che incrementare tensioni in Ucraina. Naturalmente il Cremlino, in un crescendo di irritazione, ha dato man forte al Patriarcato moscovita mentre il Patriarca Kirill avvertiva gli ortodossi ucraini che lo scisma sarebbe stato peggio di quello del 1054, quando si divise la Chiesa d’Oriente da quella d’Occidente.

L’indipendenza della Chiesa ucraina da quella russa complica i già difficili rapporti tra Kiev e Mosca, mettendo in luce i tentativi ucraini di uscire dalla sfera di influenza russa per avvicinarsi ancora di più alla Nato, all’Occidente e agli Usa. Non solo da un punto di vista politico ma pure religioso. Per Mosca oltre che uno smacco, una gran perdita di controllo del territorio perché secondo il Ministero della Cultura ucraino la Chiesa ortodossa di Mosca fino all’anno scorso aveva a disposizione in tutto il Paese oltre 11 mila chiese. Sarà forse un caso ma l’escalation militare delle scorse settimane, nel mare di Azov, con le navi ucraine prese in ostaggio dai russi, è sembrato solo l’ultimo tassello di una crisi identitaria che covava sotto la cenere. Dal conflitto intra-ortodosso tra il fratello’ Kirill e il fratello’ Bartolomeo Papa Francesco ha scelto la non intromissione nei loro affari interni, e da alcuni mesi evita ogni riferimento alla vicenda (coloro che si immischiano non obbediscono alla Santa Sede). Se due settimane fa, durante un Angelus, ha speso parole di solidarietà verso il popolo ucraino per la tragedia stalinista dell’Holodomor (che causò milioni di morti a causa della collettivizzazione forzata), il giorno dopo si presentava a sorpresa a visitare la mostra nel Braccio di Carlo Magno dei capolavori russi provenienti dalla Galleria Tretyakov di Mosca, a significare la vicinanza spirituale tra Vaticano e Patriarcato russo.

PASSAGGIO AD ORIENTE

Anche la geopolitica del Papa contribuisce a modificare le sfere di influenza. Se dall’inizio del suo pontificato ha manifestato una scarsa attenzione per le sorti del Vecchio Continente, di contro si è concentrato subito sull’Asia. Ha impresso una forte accelerata con il Vietnam (sono in corso trattative diplomatiche per arrivare alla normalizzazione dei rapporti), nei suoi viaggi ha toccato Paesi che considera strategici per il futuro (le Coree, le Filippine, il Myanmar e presto andrà anche in Giappone). Ma soprattutto ha siglato un accordo ad experimentum con la Cina, un paese enorme, eterogeneo, in costante evoluzione. Alla Cina il Papa si è accostato ancora di più dopo l’uscita degli Usa dall’accordo sul clima e dalla decisione di Trump di costruire un muro anti migrazioni lungo il confine messicano. La geopolitica vaticana avanza su un crinale sottile. Se l’accordo cinese per molti è una svolta storica, per altri (soprattutto dentro la Chiesa) viene visto come una resa, un passo azzardato che sta mettendo in difficoltà i cattolici cinesi fedeli a Roma che hanno sempre vissuto all’interno di una rete di clandestinità.

ACCORDI COMMERCIALI

Una mossa che viene monitorata con attenzione dall’occhio pragmatico del Cremlino che mal sopporta l’emarginazione della Russia attraverso le sanzioni internazionali. Ancora una volta sono le novità in campo religioso (l’accordo per le nomine dei vescovi) a proiettarsi in un orizzonte politico più vasto. A questo si aggiunge che Mosca ha da tempo avviato con Pechino un percorso accelerato di dialogo. Putin e Xi si sono incontrati diverse volte fino al conferimento al presidente russo della più alta onorificenza della Repubblica Popolare Cinese concessa ad uno straniero. A questo sono seguiti accordi commerciali e un fondo di investimento con capitale iniziale di 1,5 miliardi di yuan e un livello di cooperazione senza precedenti. Ecco perché persino un accordo di carattere religioso come quello siglato tra Francesco e Pechino finisce per avere riflessi diversi, tutti in chiave anti Usa, in un momento in cui sia la Cina che la Russia sono colpite da restrizioni doganali. Il Papa della globalizzazione assai geopolitico ma poco riformatore (almeno stando alle riforme avviate dentro il suo piccolo Stato, finora tutte con risultati modesti) si concentra con passione su due grandi fenomeni mondiali. La difesa dell’ambiente per evitare che il pianeta collassi sotto il peso dell’inquinamento e l’interesse verso le migrazioni planetarie dalle quali non si può tornare indietro. Il suo modo di portare le periferie del mondo nella Chiesa gli fa scegliere cardinali provenienti da luoghi sconosciuti. Morelia, Bamako, Ouagadogu, Kampala, Lagos, Luanda, Marsiglia, Capo Verde, Port Luis Porte Moresby, Dakkha, Yangon. Vale a dire la maggioranza nel prossimo conclave geopolitico del futuro.

Franca Giansoldati
Il Messaggero, 28 dicembre 2018

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Questa voce è stata pubblicata il 29/12/2018 da in Attualità ecclesiale, Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .
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