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Sulle tracce di Maria (13) La Madonna del Sangue, a Re

Trascrizione della trasmissione radiofonica “Sulle tracce di Maria”, condotta da Diego Manetti (Radio Maria) 


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Santuario della Madonna del Sangue, a Re

Il santuario della Madonna del Sangue, in Val Vigezzo, ricorda il miracolo accaduto 500 anni fa di un’immagine della Vergine da cui per 18 giorni è uscito sangue in corrispondenza del punto in cui era stata colpita da una sassata.

La traccia mariana che andiamo a esaminare insieme questa volta cari amici ci porta in Val Vigezzo (provincia di Verbania, Piemonte del Nord, al confine con la Svizzera) e precisamente nel piccolo comune di Re. È in tale località infatti che si trova il santuario della Madonna del Sangue, edificato in risposta a un miracoloso avvenimento risalente alla fine del XV secolo.

Lo scenario è davvero suggestivo: che si giunga da Domodossola, che si provenga dal territorio svizzero, appena prima di entrare in paese già si nota l’imponente cupola della Basilica che maestosa svetta sull’abitato circostante, frutto di un immane impiego di risorse e di circa 40 anni di duro lavoro. L’idea si deva a mons. Peretti, sacerdote del vicino borgo di Santa Maria Maggiore, che nel 1894 (a distanza di 400 anni dal miracolo) ebbe l’intuizione di un edificio sacro che onorasse adeguatamente il prodigioso evento del sangue. Passati alcuni anni da quella prima ispirazione, mons. Peretti incontrò l’architetto Edoardo Collamarini, professore all’università di Bologna, con il quale condivise il sogno di un luogo capace di accogliere i fedeli sempre più numerosi. I lavori furono però interrotti prima di partire, a causa della Prima guerra mondiale, e solo nel 1922 venne benedetta la prima pietra.

Il santuario più antico, del Seicento, venne scoperchiato e fu edificata una piccola cupola che potesse favorire l’integrazione dei due edifici in un unico complesso sacro. Il secondo conflitto mondiale bloccò i lavori per diversi anni, mentre venivano a mancare i due principali artefici del progetto, Collamarini e Peretti. Altra figura di rilievo fu padre Domenico Cardano, degli Oblati Missionari di Maria: dotato di intraprendenza e creatività, nel secondo dopoguerra elaborò una serie di iniziative – anche originali – per raccogliere fondi a sostegno della costosa opera di costruzione. Si giunse così al 1958, quando finalmente, il giorno 5 agosto, mons. Gremigni vescovo di Novara poté consacrare l’edificio con il titolo di “Basilica Minore”, concesso da papa Pio XII.

Nel 1994, per i 500 anni del miracolo, per opera dell’artista francescano padre Costantino Ruggeri di Pavia, sopra l’altare della Madonna fu costruita una copertura con un ovale contenente la vetrata con una colomba tutta bianca, simbolo dello Spirito Santo e del candore della Madonna.

I due edifici – quello del Seicento e la Basilica nuova – sono stati isolati da una vetrata che separa le diverse zone liturgiche. Al centro si ritrova l’altare di marmo bianco di Carrara, su cui sta sospesa la croce di metallo smaltato raffigurante la Madonna ai piedi della croce. Tutto l’edificio è ornato con bellissime vetrate, opera del padre Ruggeri, che creano suggestivi giochi di luce all’interno, spaziando dalle raffigurazioni dei santi alle immagini dei santi, dalla celebrazione della santità di Maria all’esaltazione delle opere della creazione. Ovunque ricorrono simboli che celebrano le lodi di Maria. Sempre la Madonna è la protagonista principale dei bassorilievi posti sui portoni di ingresso della basilica, che raffigurano la Vergine e alcuni particolari del miracoloso evento che questa sera presenteremo. Al di sotto della basilica si ritrova la cripta, i cui lavori sono iniziati nel 1989, nella quale si trova spazio per la celebrazione eucaristica invernale e soprattutto per la confessione, grazie a sei confessionali disposti lungo le pareti.

Ecco, dopo questi brevi cenni, non è difficile farsi un’idea della maestosità di quest’opera… E la cosa potrebbe stridere con il fatto che un tale complesso sacro si ritrovi in un paesino così piccolo in una valle di montagna… che cosa mai potrà esser accaduto per far sì che in un posto così sperduto si edificasse addirittura una basilica? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tenere presente che in queste nostre conversazioni presentiamo sempre i santuari mariani come risposta dell’uomo a una iniziativa celeste, cioè a un primo passo compiuto dalla Vergine che si è degnata di fare un po’ di cammino con gli uomini, in un certo tempo e in un determinato luogo, per lasciare loro un messaggio che valesse anche oggi, per noi, un messaggio cioè attuale e universale. Dobbiamo dunque partire dai fatti da cui tutto si originò, per cogliere la grandezza della iniziativa di Dio che per mezzo di Maria compì opere meravigliose in quel di Re, piccolo paese della Val Vigezzo posto a poco più di 700 metri di altitudine…

Partiamo dunque dai fatti. Il protagonista (involontario) della nostra storia è Giovannino, un giovanotto della Valle Vigezzo che gli abitanti del luogo chiamavano “zuccone” – e la cosa ci lascia facilmente intuire di quale considerazione godesse da quelle parti -. Lo “zuccone” risiedeva in un piccolo borgo di montagna, in mezzo alle capre e alle pecore, ma era solito scendere di frequente, insieme all’amico Comolo, presso il paese di Re, cosiddetto a causa della vicinanza dell’abitato al ruscello (Riale). Sulla piazza del paese, nei pressi della chiesetta intitolata a San Maurizio, i ragazzi usavano ritrovarsi per intrattenersi giocando alla “piodella”, un passatempo dell’epoca il quale prevedeva che i partecipanti si sfidassero a colpire con una pietra piatta un bussolotto di metallo con sopra alcune monete. Chi riusciva a centrare il bersaglio guadagnava la modesta posta in palio. Il gioco riprendeva quando ogni giocatore aveva posato sul bussolotto la propria monetina per costituire un nuovo premio per la successiva gara.

Ora, Giovannino era solito giocare con i ragazzi della sua età alla “piodella” ogni volta che scendeva a Re. E non mancava di farsi notare perché era il più agitato della compagnia, sempre pronto a tirar fuori qualche parolaccia se la fortuna non gli sorrideva. Più passavano gli anni, più Giovannino diventava irascibile e attaccabrighe. E, passando gli anni, non si accontentava più di giocare coi ragazzi, ma sostava a lungo nella osteria del paese, bevendo via via qualche bicchiere di troppo e lasciandosi spesso andare a risse e litigi con i compagni di bevuta, per poi uscire in piazza dove, con i riflessi annebbiati dall’alcol, provava a giocare alla piodella, come quando era un ragazzino.

Giungiamo così al giorno in cui si compie il prodigioso evento che cambierà per sempre la storia di Re. È il 29 aprile 1494. Il giorno esatto – pur trattandosi di avvenimenti di oltre 500 anni fa – è riportato dalle cronache di storia locale. Lo “Zuccone”, probabilmente un po’ alticcio, come il suo solito, non riuscendo a vincere alla piodella, lasciandosi trasportare dall’ira scagliò con forza la pietra con cui stava giocando contro una bella Madonna dipinta sul muro della vicina chiesetta di san Maurizio. Subito l’amico Comolo – che non aveva smesso di seguire il nostro nelle sue discese a Re – rimproverò Giovannino per aver oltraggiato la Vergine scagliandole contro il sasso della piodella. E lo Zuccone? Era rimasto impietrito, per poi crollare in ginocchio, resosi conto di quanto appena compiuto, singhiozzando varie volte “Perdonami!” all’indirizzo della Vergine. Forse consapevoli di averla fatta grossa, i due compari si diedero alla fuga, scappando verso casa, in montagna.

Nel frattempo scendeva la sera e il paese era ormai deserto, ritrovandosi tutte le famiglie nelle proprie case per trovare riparo dalla notte che, in quella valle, giungeva presto, pur essendo ormai in primavera inoltrata.

Il giorno dopo, prima del sorgere del sole, due montanari passarono davanti alla chiesa di San Maurizio per recarsi nel bosco a tagliare legna. Dapprima fu la volta di Giovanni Minola, originario del paese, poi di Antonio Ardizio, che invece proveniva dal vicino borgo di Craveggia. Tutti e due notarono un chiarore nel vano del piccolo portico della chiesa, come se ci fosse la fioca luce di candele accese davanti all’immagine della Madonna dipinta sul muro dell’edificio sacro. I due passanti, invece di avvicinarsi, furono presi da timore e si allontanarono a passi lesti.

Un poco più tardi giunse nei pressi della chiesa il sacrestano Stefano Gisla, di Re, per suonare la campana mattutina dell’Ave Maria. Con grande sorpresa Stefano notò una donna, vestita di bianco, inginocchiata dinanzi all’immagine della Madonna. Affrettatosi ad aprire la chiesa per compiere i suoi doveri, il sacrestano decise però di tornare rapidamente sui suoi passi per parlare con la signora, incuriosito dal fatto che qualcuno potesse sostare lì in preghiera così di buon’ora. Tornato dunque davanti al dipinto della Vergine, nota con stupore che della donna non è rimasta traccia. Rientra dunque in chiesa per preparare l’altare per la prima messa della giornata.

Poco dopo però la sua attenzione è catturata da un grido che si ode provenire da fuori: “Misericordia! Misericordia!”. Il sacrestano corre fuori dalla chiesa e vi trova Bartolomeo Leone, un anziano di Re, tutto tremante per lo spavento, con gli occhi sbarrati dalla paura. Che cosa gli era successo? È presto detto. Bartolomeo aveva toccato l’immagine della Vergine per farsi poi il segno della croce, come era abituato a fare ogni mattina quando passava dinnanzi alla chiesetta del paese. Ma quella volta era successo qualcosa di straordinario: l’anziano si era infatti accorto che la Madonna del dipinto perdeva sangue dalla testa, al punto che proprio del sangue era rimasto sulla mano dello stesso Bartolomeo. Stefano e Bartolomeo rimasero impietriti dallo stupore, contemplando quel sangue miracolosamente fuoriuscito dal dipinto della Madonna.

Il sangue – da cui sarebbe poi derivato il nome del santuario che oggi lì sorge, intitolato appunto alla Madonna del Sangue – scorreva lentamente, come un piccolo e denso rigagnolo che bagnava le guance della Vergine e del Bambino Gesù che era seduto sulle ginocchia della Vergine che lo stava allattando. E colava fino al pavimento. I due corsero ad avvertire il parroco, don Giacomo, il quale stese immediatamente una tovaglia bianca sul terreno e poi utilizzò il calice della Messa per raccogliere le gocce di sangue che continuavano a fuoriuscire dalla testa della Madonna. Frattanto il sacrestano si era messo a suonare le campane per richiamare la gente del paese. In breve si era radunata una piccola folla di fedeli, accorsi prontamente per vedere che cosa capitasse. Non dimentichiamo infatti che a quel tempo, nel Quattrocento, nelle valli di montagna il mezzo più diffuso per dare l’allarme era proprio il suonare prolungatamente le campane della chiesa per richiamare la gente del borgo o del paese.

Alla vista del sangue, tutti ripetevano lo stesso grido che Bartolomeo aveva levato poco prima: “Misericordia!”.

Subito si diffuse la domanda che tutti avevano nel cuore: chi aveva potuto colpire la Madonna?
Il Parroco mandò ad avvisare immediatamente il Podestà, tale Daniele Crespi che risiedeva nel borgo di Santa Maria Maggiore, nel centro della valle, ed aveva l’autorità sui paesi dell’intera valle Vigezzo per conto dei padroni di quelle terre, i Borromeo. Dopo un po’ giunse dunque il Podestà, accompagnato dalla scorta e da quattro notai. In quel momento il sangue aveva però smesso di fuoriuscire dalla testa della Madonna e il Podestà decise di tornare sui suoi passi, piuttosto scocciato – immaginiamo – per esser stato fatto scomodare per nulla. Mentre ancora si trovava in viaggio, ecco che udì il suono delle campane che annunciavano che stava accadendo qualcosa di significativo in paese. Tornato dunque a Re, nei pressi della chiesetta, il funzionario si avvicinò al dipinto della Vergine e poté constatare con i suoi occhi che il sangue aveva ripreso a fuoriuscire. Anche i notai osservarono con attenzione il miracoloso fenomeno. Convintosi della veridicità di quanto gli era stato in precedenza riferito dal Parroco, il Podestà fece redigere una relazione dell’accaduto su apposita pergamena dal suo Cancelliere, dichiarando, unitamente ai quattro notai, di aver visto con i propri occhi la Madonna dipinta sul muro della chiesa di Re che perdeva sangue da una ferita al capo. È grazie a questa dichiarazione ufficiale e di stampo notarile che possiamo ricostruire, ancora oggi, lo svolgimento degli avvenimenti con meticolosa precisione in fatto di persone, luoghi e tempi dell’accaduto.

Trattandosi di un Podestà, cioè della massima autorità locale, spesso chiamata nei diversi paesi a risolvere le contese tra i montanari e ad amministrare la giustizia, non stupisce che il nostro abbia dato il via a una vera e propria indagine per scoprire chi fosse stato l’autore di quella oltraggiosa ferita. Può forse stupire oggi tanto zelo da parte dell’autorità civile nei confronti di un accadimento che ricadeva nella sfera del religioso, anzi del soprannaturale, ma dobbiamo considerare che allora si era ben lontani dalla odierna mentalità secondo la quale il potere civile e politico ben raramente si muove a difesa delle realtà religiose.

Comunque, non ci volle molto a risalire al colpevole, cioè a quello “Zuccone” che, accusato del misfatto, ammise le sue colpe e fu costretto a lasciare la valle, per potervi ritornare soltanto a distanza di anni quando, perdonato dalla Vergine e dalla gente locale, poté ristabilirsi in Val Vigezzo e formare una famiglia.

Frattanto la perdita di sangue dalla ferita sul capo della Vergine proseguì, secondo intervalli più o meno lunghi, fino al 18 maggio (ovvero per circa venti giorni dall’accaduto) mentre la gente dai paesi limitrofi accorreva sempre più numerosa, per inginocchiarsi dinnanzi alla immagine miracolosa della Madonna.

Anche un fedele di Busto Arsizio, un certo Ubertino, giunse a Re per omaggiare l’immagine miracolosa. Ma era già la fine di maggio e ormai da una decina di giorni il flusso di sangue si era interrotto, Ubertino non si perse però d’animo e, con devozione, si inginocchiò dinnanzi all’immagine e si mise a pregare con fervore. Le cronache riportano che a quel punto la Vergine dell’immagine avrebbe sorriso al devoto pellegrino, lasciando cadere dalla ferita alla testa le ultime gocce del sangue del miracolo.

Passano alcuni anni e si giunge al 1500. Daniele Crespi, il Podestà che aveva riconosciuto il miracolo con tanto di pergamena ufficiale, viene sostituito da Angelo Romano. Questi non voleva credere a quello che riteneva un imbroglio e una storia buona solo per ingannare povera gente di montagna e, da persona istruita e per bene qual era, riteneva suo preciso dovere smascherare l’imbroglio. Il pensiero del sangue miracoloso lo tormentava anche la notte, finché, vinto dalla curiosità, decise di recarsi di persona a verificare i fatti. Prese dunque la sua carrozza e si fece portare a Re.

Giunto nei pressi della chiesa, si diresse ai piedi del dipinto della Vergine per osservare da vicino la ferita miracolosa. Mentre era tutto intento a osservare, gli accadde di sentirsi circondato da un miracoloso profumo, simile per intensità e bontà a quello che diversi fedeli avevano riferito di aver sentito nei giorni del miracolo, dal 29 aprile al 18 maggio 1494. Colpito da quel segno celeste, il Podestà scoppiò in pianto e chiese perdono alla Madonna per non aver creduto subito al miracolo. Per rimediare alla sua incredulità, decise di scrivere una lettera aperta per informare quanta più gente possibile del miracolo accaduto a Re. Per fare questo, volle interrogare i testimoni: non dimentichiamoci che, per quanto convertito, restava pur sempre un funzionario civile, abituato a certificare e a verificare i fatti sui quali era chiamato a esprimere un giudizio. Anche in questo caso, dunque, volle rendere giustizia alla Vergine, se così possiamo dire, conducendo una sorta di inchiesta che permettesse ai testimoni dell’epoca di raccontare quanto avevano visto di persona appena sei anni prima, unendo a questi racconti le testimonianze di quanti sostenevano di aver ricevuto grazie e miracoli per intercessione della Madonna del Sangue.

Tra i numerosi episodi riportati in questa “lettera-testimonianza”, spicca il racconto di una madre che si era recata a pregare presso l’immagine della Vergine per domandare la guarigione del figlio malato. Mentre si trovava raccolta in preghiera ecco che una goccia del sangue miracoloso sgorgò dalla ferita e cadde sul suo volto, lasciandovi una traccia visibile per tre giorni. Quando la madre tornò a casa, trovò il bambino che, completamente guarito, reclamava del cibo con cui placare la fame che era ritornata insieme alla salute.

Ancora, si ricorda di una ragazza di un paese della valle prossimo al confine con la Svizzera che, ammalata di epilessia e vessata dal diavolo, aveva tentato diverse volte di buttarsi nel fuoco nei momenti più acuti delle crisi. I genitori la condussero a Re. Alla vista dell’immagine insanguinata la giovane, che fino a poco prima urlava e scalciava per divincolarsi dagli accompagnatori, si fece calma, per mettersi poi in ginocchio e ringraziare la Madonna di averla liberata dalla malattia e dalla diabolica influenza.

Dopo i primi anni successivi al miracolo, la vita della Valle riprese il suo corso ordinario. La vita della gente del luogo si svolgeva in condizioni di grande povertà e disagio, a causa delle frequenti incursioni di briganti che flagellavano la vallata, ma soprattutto per il ricorrente manifestarsi della peste che, dal 1513 al 1630 colpì a più riprese la zona, mietendo innumerevoli vittime. Alla precaria salute dei pastori si aggiungevano le spesso difficili condizioni di allevamento e pastorizia, i cui miseri proventi erano sovente razziati dai predoni di cui abbiamo poco sopra accennato. Questa endemica povertà della popolazione locale spiega perché per oltre un secolo non furono disponibili sufficienti risorse per edificare un santuario in ricordo del miracolo del sangue – e della apparizione della Vergine che il sacrestano Stefano aveva visto la mattina del 30 aprile 1494 inginocchiata in preghiera dinnanzi al dipinto sanguinante.

Fu mons. Bascapé, vescovo di Novara, già segretario di San Carlo Borromeo a Milano, a voler onorare opportunamente un così grande miracolo. Giunto a Re nel 1596 diede ordine di pubblicare la pergamena redatta dal podestà convertito, Angelo Romano, e scrisse personalmente ai sacerdoti della diocesi per far conoscere quanto più possibile il prodigio del sangue sgorgato dalla immagine della Vergine. E decise di iniziare la costruzione del santuario. I lavori procedettero però a rilento, tanto che si dovette attendere il 1609 per vedere la struttura del santuario quasi terminata. I lavori terminarono solo nel 1627.

L’immagine della Madonna non fu spostata, per non rischiare di rovinarla, e attorno ad essa fu costruito un bellissimo altare con marmi intarsiati. Due angeli di marmo bianco sono inginocchiati ai fianchi della Vergine, attorno al capo della quale un girotondo di angioletti regge la corona della Regina del Cielo. La scritta al di sopra dell’immagine prodigiosa, in latino, recita: “Venite a vedere i prodigi che ha compiuto il Signore”.

Il santuario venne poi abbellito a più riprese, attraverso i secoli, soprattutto per mezzo dei numerosissimi quadretti ex-voto che, ricoprendo le pareti dell’edificio sacro, testimoniavano il numero sempre crescente di grazie ottenute per intercessione della Madonna del Sangue; di questi, alcuni erano pregevoli reperti artistici, opera dei pittori che davano lustro alla Valle Vigezzo, altri semplici manufatti frutto della devozione di anime semplici.

Il cuore del santuario è l’altare costruito attorno al dipinto della Vergine che, in quel 29 aprile 1494, Giovani lo “Zuccone” aveva sfregiato con il lancio di una pietra. Dalla ferita al capo della Madonna era fuoriuscito, come abbiamo ricordato, sangue vivo per circa venti giorni. Ora, questo sangue era stato in parte raccolto in un calice dal parroco don Giacomo e conservato in una sorta di nicchia accanto al dipinto miracoloso. Quando venne inaugurata la Basilica nuova, nel 1958, la reliquia del sangue – trasferita in una ampolla che è a sua volta racchiusa in un calice di cristallo – fu posta in un tabernacolo di marmo costruito sul retro dell’altare della Madonna (cioè quello del dipinto).

Nel 1962 l’ampolla fu aperta alla presenza di un notaio e alcuni sacerdoti rappresentanti il vescovo di Novara, mons. Gilla Gremigni. Ancora una volta notiamo dunque che compare sulla scena la figura del notaio – 4 ai tempi del miracolo, uno circa cinque secoli dopo – come a dire che l’avvenimento prodigioso non poteva solo ricadere nell’ambito della devozione popolare ma richiedeva altresì una verifica e una testimonianza che ne corroborassero la portata storico-scientifica. Il sangue si presentava come una polvere di piccoli cristalli di colore scuro che successivi esami medici svolti dal dott. Cordiglia, di Torino, accertarono essere effettivamente sangue raggrumato. In seguito venne fatta una radiografia al dipinto della Vergine e si notò che dove si trovava l’osso frontale della Madonna questo presentava come segni di frattura compatibili con quelli che avrebbe prodotto il lancio di una pietra.

Il rivolo di sangue che era scorso sull’immagine della Vergine non era colato dritto, come la superficie del dipinto avrebbe fatto presagire, bensì aveva come seguito i contorni del volto della Madonna e del Bambin Gesù, quasi che questi fossero stati tridimensionali, cioè come se fossero state due persone vive quelle sul cui volto scorreva il sangue vivo che usciva dalla ferita al capo della Vergine.

Questo riferimento al sangue ci permette di tornare a parlare del dipinto che fu protagonista del miracolo. Si tratta di un affresco in stile romanico-bizantineggiante che raffigura una “Madonna del latte” – soggetto assai diffuso nei secoli XIII-XVI. Per indicare la funzione di madre-nutrice del Figlio di Dio. Ai piedi dell’immagine vi è una scritta latina: “In gremio Matris sedet sapientia Patris” (“In grembo alla Madre sta la sapienza del Padre”) che annuncia la valenza teologica della missione di Maria. Il pittore non ha firmato l’opera, ed è dunque rimasto anonimo. Credo che si possa scorgere in questo un ulteriore segno di predilezione mariana per quegli umili che nel corso dei secoli la Vergine ha scelto per affidare loro messaggi per l’umanità – Bernadette o i pastorelli di Fatima, per dirne alcuni su tutti. Grazie all’emigrazione dalla Valle di spazzacamini, ambulanti, pittori e gioiellieri, l’immagine ha potuto raggiungere una fama incredibile, che travalica non solo i confini della valle, ma che nei secoli ha raggiunto l’Europa intera e addirittura gli Stati Uniti.

Quanta devozione ancora oggi contraddistingua il miracolo del sangue lo si evince se si considera che ogni anno se ne celebra la memoria con una festa che va dal 29 aprile al 1 maggio e che comprende anche un pellegrinaggio a piedi da Domodossola a Re, coprendo un tragitto di oltre venti chilometri.

Ecco, cari amici, questi sono solo alcuni spunti per cogliere la profonda attualità del messaggio della Vergine a Re… Come – obietterete voi – un messaggio? Ma non ci sono stati messaggi, non ci sono parole riportate dalla cronaca che pure – lo abbiamo visto – è stata redatta da podestà e notai con tutti i canoni della testimonianza storica e dell’indagine amministrativa… Eppure, cari amici, che cosa è il prezioso sangue di Maria se non un muto messaggio che interpella tutti quanti noi anche oggi?

Proviamo a riflettere un attimo insieme. Perché, anzitutto, non ci sono messaggi? Perché questo silenzio di Maria? In fondo si trattava di riparare un’offesa, un oltraggio – lo sfregio del dipinto della Vergine – di indubbia gravità. Bene, se fosse stato fatto un torto a noi, cari amici, non saremmo stati pronti a reclamare giustizia immediatamente, alzando la voce, urlando e sbraitando come sempre più oggi si usa fare, quasi che la forza della voce e non invece della ragione dovesse prevalere? Il primo messaggio silenzioso è dunque la mancanza di reazione: la Madonna è oltraggiata, offesa, colpita, eppure non reagisce, non dice parola. Come non pensare che in questa linea di silenzio e umiltà ci stia la prima prova della perfetta conformazione della Vergine al Figlio, cioè a quel Gesù di cui Isaia e altre pagine bibliche descrivono, profetizzandola, la condotta umile, dimessa, simile a quella dell’agnello indifeso che è condotto al macello e non si ribella.

Il secondo messaggio è poi il sangue stesso. Dalla ferita sgorga sangue vivo e questo è un messaggio davvero eloquente: ogni nostra azione tesa a disprezzare la Vergine le procura come una ferita, un dolore acuto e vivissimo, come quello che proverebbe ciascuno di noi se fosse colpito alla testa dal lancio di una pietra. Quante poche volte però riusciamo ad accorgerci del male che facciamo a Maria, e a suo Figlio di riflesso! Il dono che la Vergine fa a Giovanni detto lo Zuccone è invece di far fuoriuscire del sangue che possa mostrargli la malvagità della propria condotta. Ma il sangue non sgorga subito, per dare tempo a Giovanni di meditare sull’accaduto, dopo il primo momento di smarrimento, per trasformare il suo rincrescimento in vero pentimento. Negli anni successivi, lo abbiamo detto, Giovanni otterrà il perdono della gente locale ma soprattutto della Vergine: questo è un dono grande che la Madonna fa proprio a colui che l’ha offesa, cioè il dono di sapersi perdonato dalla Madre, e quindi anche da Figlio, cioè da Maria e da Gesù.

Il terzo messaggio è poi quel rivolo di grazie che scorre in parallelo al sangue di Maria, come a dire che se dalla Madonna sgorga sangue vivo come segno delle offese e delle ingiurie che ella subisce, è anche vero che la stessa Vergine è pronta a usare quel sangue – cioè quel suo dolore, quel suo soffrire – come occasione di conversione e di guarigione, del cuore e del corpo, dando una ennesima prova della smisurata grandezza del suo cuore. Ma fa questo con un umile appello alla libertà di ognuno di noi, scegliendo di porsi al nostro fianco, in silenzio, come quel mattino del 30 aprile 1494 apparve, silenziosa, in preghiera, dinanzi al quadro oltraggiato. Una presenza che, benché non riconosciuta ufficialmente come tale dalla Chiesa, la tradizione ha voluto ricordare fino a oggi.

Ecco dunque, cari amici, il cuore del messaggio – a mio parere – della Madonna di Re: l’invito alla umiltà, il richiamo al pentimento, il dono della conversione. E posso dirvi che quando mi sono recato in pellegrinaggio la prima volta presso il santuario di Re – e da allora tante e tante volte sono tornato – ho potuto sperimentare come questo triplice invito riecheggi ovunque nel santuario stesso. Forse perché, quel giorno, mi sono trovato là in preghiera durante un giorno feriale, nel primo pomeriggio… Fatto sta che ovunque risuonava questo silenzioso invito: il silenzio e l’umiltà, nel farsi piccoli dinnanzi alla maestosità dell’edificio sacro o della valle e delle montagne circostanti; il desiderio del perdono, passando accanto ai confessionali della cripta della riconciliazione, sottostante l’altar maggiore della basilica; la preghiera a Maria di convertire, cioè cambiare, il nostro cuore, rendendolo, come il suo, grembo accogliente per Gesù.

Insomma, un desiderio di vita nuova… che credo trovi una sua espressione anche nelle decine e decine di fiocchi azzurri e rosa che, raccolti soprattutto nella parete sinistra della basilica, significano proprio il grazie di quei genitori che hanno ottenuto il dono di una vita e che desiderano offrirla e affidarla a Maria, che è Madre per tutti i suoi figli, soprattutto i più piccoli.

Affidiamo dunque tutte le nostre intenzioni di figli alla Madre del Cielo, pregandola insieme:


Madonna del sangue a Re

Preghiera alla Madonna di Re

O Madonna di Re
Che ti sei fatta presenza viva
Bagnando la nostra terra
Con il tuo sangue
Benedici le nostre famiglie,
i nostri bambini, i nostri anziani
Dona a tutti la luce della fede
Nel cammino verso la Patria
Dove Tu ci attendi
O dolce Vergine Maria

di Diego Manetti
http://www.lanuovabq.it

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Questa voce è stata pubblicata il 29/12/2018 da in ITALIANO, Sulle tracce di Maria, Vergine Maria con tag .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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