COMBONIANUM – Formazione e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Lectio sulla Lettera agli Ebrei – Doglio (1)

I-IV Settimana del Tempo Ordinario (anno dispari)

Testo word lettera agli ebrei – doglio (1)
Testo PDF  lettera agli ebrei – doglio (1)

lettera agli ebrei 4

Le esortazioni nella Lettera agli Ebrei
Meditazioni bibliche di don Claudio Doglio

Introduzione alla Lettera agli Ebrei

La Lettera di Paolo agli Ebrei – come diceva A. Vanhoye – non è una lettera, non è di Paolo e non è agli Ebrei! La sua struttura ha come impostazione generale l’alternanza tra dottrina ed esortazione. Ci sono cioè nella Lettera agli Ebrei notevoli passi esortativi che non trattano il tema teologico del sacerdozio di Cristo e allora ho scelto questi. Leggeremo tutti i brani esortativi che costituiscono l’ossatura di questa grande omelia in cui l’autore affronta il grande problema del sacerdozio di Cristo.

Dico due parole introduttive proprio per chiarire questo contesto letterario.

Non sappiamo perché la chiamiamo Lettera agli Ebrei, ci è stato trasmesso questo titolo e lo conserviamo perché effettivamente è indirizzata a dei cristiani, forse di origine giudaica. Inoltre non è una lettera come quelle di Paolo, ma un trattato teologico, un discorso che poi è stato messo per iscritto e spedito a diverse comunità. Questo testo però è nato per essere letto; è come quello che noi oggi chiameremmo un intervento specialistico in un convegno, una conferenza di un teologo. Questo teologo di cui ignoriamo il nome si rivolge però a una comunità che conosce bene ed è una comunità che ha notevoli problemi.

Molto probabilmente si tratta di una comunità italiana, forse vive a Roma; in ogni caso è una comunità cristiana che vive intorno alla metà del I secolo, sicuramente prima dell’anno 70, quindi direi tra il 50 e il 60. Si tratta di una comunità che già da lungo tempo è cristiana eppure è in crisi, in difficoltà. L’impegno che l’autore mette nel spiegare il sacerdozio di Cristo – il grande mistero della mediazione sacerdotale di Gesù – vuole essere un passo in avanti per garantire questa mediazione che esiste, questa opera grandiosa che il Cristo ha compiuto e continua a compiere.

L’intento non è però quello di lanciare una nuova dottrina, bensì quello di aiutare la sua gente a superare un momento di crisi e di stanchezza. Ecco perché tutta la cornice, l’intelaiatura della Lettera, è esortativa e molte volte anche abbastanza dura, proprio perché si rivolge a persone che, nonostante l’abitudine religiosa, hanno difficoltà ad accettare e a vivere sul serio il vangelo.

Ho scelto dunque di meditare su queste esortazioni proprio perché mi sembra che in qualche modo si adattino a noi. Non penso in modo particolare a voi qui presenti; direi “noi” come chiesa di questi anni, di questi luoghi, comunità cristiana che vive con una stanchezza immensa evidenziando una marea di problemi che ci opprimono con le prospettive negative che il futuro, a nostro modo di vedere, ci lascia prospettare. Abbiamo allora bisogno di una sferzata, vogliamo ascoltare questa parola di Dio che ci scuota un pochino per ridare un entusiasmo, una adesione convinta, una partecipazione più sicura, più coraggiosa, più fiduciosa alla nostra scelta cristiana.

Nello stesso tempo questa insistenza che caratterizza le esortazioni della Lettera agli Ebrei è conforme al Sacramento della Riconciliazione che altro non è se non il continuo ritorno sulla mia situazione di peccatore, di persona che ha accettato l’alleanza con il Signore, ma che non ha mantenuto fede. È la storia della chiesa che continuamente riconosce di aver bisogno di essere salvata.

Su questi due binari faremo allora i nostri esercizi spirituali lasciando che sia il Signore a esercitarci. Non dobbiamo fare un granché, dobbiamo imparare a stare in sua compagnia, dobbiamo imparare quella quiete in cui possiamo ascoltare, in quella tranquillità che ci permette di vedere l’invisibile per andare alle radici del nostro albero, per poter riscoprire davvero il Cristo all’origine della nostra vocazione, della nostra scelta di vita e dei nostri problemi attuali. Alla radice c’è lui, il senso è lui, il fine è lui e noi abbiamo continuamente bisogno di riscoprirlo.

Vogliamo partire con il primo brano che nella Lettera agli Ebrei è di tipo esortativo; si trova al capitolo 2 e sono solo i primi quattro versetti.

L’impegno per mantenere la rotta (Eb 2,1-4)

Eb 2,1 Bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno alle cose udite, per non essere sospinti fuori rotta. 2Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto una giusta punizione, 3come potremo noi sottrarci al castigo se trascuriamo una salvezza così grande? Questa infatti, dopo essere stata promulgata all’inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l’avevano udita, 4mentre Dio convalidava la loro testimonianza con segni e prodigi e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà.

La prima parola è già un programma per tutti gli esercizi: bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno alle cose udite. Sembra il discorso di un insegnante che rimprovera gli studenti perché, dicendo che c’è bisogno di maggiore impegno, vuol dire che dovete fare di più: avete fatto meno di quel che dovevate. Bisogna quindi che ci applichiamo, che aderiamo con un impegno maggiore alle cose che abbiamo sentito.

Tutte le cose che sentiremo in questi esercizi le abbiamo già sentite; penso che non vi dirò nulla di nuovo rispetto a quello che già sapete e… meno male, perché il vangelo è sempre quello, lo conosciamo bene e non abbiamo bisogno dell’ultima novità. Eppure abbiamo bisogno di applicarci con maggiore impegno alle cose che già abbiamo udito; molte volte infatti ci accontentiamo di sapere le cose e, sapendole, ci sembra già di aver fatto tutto o quasi, anche se poi non si realizzano nella nostra vita.

Un amico una volta muoveva una critica all’ambiente di chiesa dicendomi: Voi, abituati in parrocchia, parlate tanto dei problemi e, avendone parlato tanto, avete l’impressione di averli già risolti, quindi poi potete fare dell’altro, perché ne avete parlato in parrocchia.

È possibile che ci sia davvero questo inghippo. Pensare a una situazione di vangelo e parlarne, secondo noi equivale già a una realizzazione; ci accontentiamo di parlarne, ci accontentiamo di sapere che dovrebbe essere così.

Il massimo del nostro errore è proprio quando teorizziamo in questo modo: bisognerebbe comportarsi così, ma… sai, siamo in una situazione in cui facciamo dell’altro perché… come puoi fare diversamente. E questo anche a se sappiamo che bisognerebbe fare diversamente, ma intanto andiamo avanti. Il genere teorizziamo “bisognerebbe fare” mentre abbiamo delle urgenze. Ci sono degli impegni maggiori a cui bisogna provvedere e allora provvederemo, adesso però cominciamo ad agire come abbiamo sempre agito.

Il momento degli esercizi potrebbe essere l’occasione per pensare alla nostra vita in modo più distaccato, non dovendo decidere nulla di immediato e di concreto. Bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno alle cose udite per non essere sospinti fuori rotta, perché rischiamo di andare fuori… Fuori rotta è una espressione da marinaio e in mare non ci sono troppe strade da seguire; ogni marinaio fa la sua di strada, però la rotta è decisiva, ci vogliono dei punti di riferimento.

I pescatori della nostra costa conoscono i punti in cui si pesca meglio, ma per poter trovare il punto non guardano l’acqua, ma guardano la costa e hanno dei punti di riferimento ben precisi. Arrivano al largo e poi, conoscendo la costa, le cime, le torri, i campanili, si fermano nel punto in cui contemporaneamente si vedono due elementi caratteristici, perché sanno che è il punto scelto come meta. Così è anche per chi fa le grandi attraversate, c’è bisogno del riferimento a qualche cosa oltre l’acqua.

Oggi gli strumenti sofisticati della tecnica hanno risolto molti problemi di questo genere, però hanno cambiato semplicemente i punti di riferimento; anziché guardare le stelle e studiarle direttamente il comandante di una nave guarda le apparecchiature e tiene d’occhio questi segnali tecnici. Il procedimento però è lo stesso.

Noi nella nostra vita che cosa teniamo d’occhio per non perdere la rotta? Come facciamo a sapere che siamo sulla direzione giusta, che stiamo navigando bene? Come facciamo a sapere che siamo in un punto in cui si pesca? I marinai hanno i loro accorgimenti tecnici e noi nella nostra vita spirituale abbiamo i nostri accorgimenti tecnici? Forse questa è l’occasione in cui affiniamo in nostri strumenti tecnico-spirituali. Si dice “fare il punto della situazione”, in questo caso è proprio di nuovo l’uso di una terminologia marinaresca: stabilire dove siamo. Prendiamo allora come obiettivo dei nostri esercizi proprio questo impegno: facciamo il punto della nostra vita.

«Per non essere sospinti fuori rotta»: se anche non lo vogliamo esistono infatti delle correnti che ci portano fuori strada. Il marinaio lo sa bene; se non mette l’ancora la nave non sta dove l’ha fermata, ma improvvisamente si può trovare molto più lontano e se perde il punto di orientamento è un grosso guaio. È sospinto fuori rotta non dalla sua volontà, né dalla sua azione, ma da tante altre forze e correnti che lo hanno portato fuori.

Anche noi rischiamo di incontrare nella nostra vita delle correnti che possono essere interne al nostro carattere o possono essere esterne come la situazione in cui siamo, la casa, il lavoro che facciamo, l’ambiente, le persone che abbiamo incontrato, le difficoltà che abbiamo, il rapporto con il nostro corpo, la salute. Tutti questi elementi variabili e spesso ingovernabili possono essere correnti che ci portano fuori rotta.

L’apostolo fa un passo in avanti e calca la mano: “Se la parola che era stata trasmessa nell’Antico Testamento per mezzo degli angeli era stata salda e ogni trasgressione e disobbedienza era stata punita, voi pensate che la parola rivelata per mezzo del Figlio stesso sia meno salda, meno seria?”.

Cominciamo allora proprio con il clima classico degli esercizi nello stile ignaziano, meditiamo sulla morte e sul giudizio. Iniziamo tenendo conto della possibilità di una giusta punizione: come potremo noi sottrarci al castigo se trascuriamo una salvezza così grande? Molte altre volte, nel corso delle sue esortazioni, l’apostolo ci dirà che dall’Antico Testamento noi abbiamo gli esempi evidenti di persone che, avendo trascurato la salvezza, si sono rovinati. Stiamo attenti per noi, non prendiamo alla leggera la salvezza della nostra vita. Non è un fatto scontato, non siamo su un piano inclinato per cui naturalmente rotoliamo verso il fondo e prima o poi ci sveglieremo in paradiso. Rotoliamo invece verso la morte e non è detto che ci sveglieremo in paradiso. Al contrario, la nostra natura umana, naturalmente inclinata al peccato, ci spinge in tutt’altra direzione.

Questa salvezza così grande che ci è stata regalata chiede una nostra risposta, chiede una nostra attenzione. Non trascuriamola, non prendiamola sotto gamba, non facciamo i ragazzini che fanno finta di niente di fronte agli esami e si comportano un po’ con leggerezza come se fosse niente, ma poi a un certo punto si accorgono che la situazione è seria, il tempo che hanno perso è tanto, la materia è ancora grande, non ce la fanno e così diventa un problema. Non trascuriamo una salvezza così grande che è stata promulgata all’inizio dal Signore ed è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l’avevano udita: gli apostoli. Loro, con la loro testimonianza, l’hanno resa ferma, solida e Dio ha operato insieme con loro per mezzo di segni, prodigi e miracoli. Dio ha operato con i doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà.

Gli esercizi diventano allora un’ottima occasione di memoria, di ripresa della nostra storia, della nostra storia di salvezza convalidata da tanti testimoni. Dobbiamo andare alla ricerca dei segni, prodigi e miracoli che Dio ha compiuto nella nostra personale storia di salvezza per riconoscere i doni dello Spirito Santo che Dio ha distribuito a noi e alle persone che sono intorno a noi. Prendere coscienza di questa azione di Dio nella nostra vita, nella nostra storia, ci permette di fare il punto; prendendo tutto questo sul serio non rischiamo di essere sospinti fuori rotta.

Applichiamoci quindi con maggiore impegno alle cose che già abbiamo udito; questa meditazione diventi preghiera. Il Signore ha parlato, noi adesso rispondiamo nella nostra orazione supplicandolo di darci lui la forza, di guidarci in questa ricerca, in questa applicazione, in questo impegno. Chiediamogli che risvegli la memoria, che faccia emergere tutta la sua azione, che faccia sentire la sua presenza, ci illumini la mente e il cuore perché possiamo fare il punto della nostra vita e rinnovare con decisione l‟adesione a lui e così sia.

L’indurimento del cuore (Eb 3,4 – 4,11)

La nostra lettura sapienziale e gustosa della Lettera agli Ebrei – solo nelle parti esortative – prende le mosse dal capitolo terzo. Dopo che l’autore ha presentato Gesù in confronto a Mosè arriva a questa esortazione ai suoi fedeli.

3,4 Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio. 5In verità Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi. 6Cristo, invece, lo fu come figlio, posto sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo.

Mosè è stato degno di fede come un servo, mentre Gesù è il Figlio; Mosè è stato dentro la casa, Gesù invece è costituito sopra la casa e quella casa siamo noi a condizione che conserviamo la libertà e la speranza di chi ci vantiamo.

La “vera” casa del Signore

Noi siamo la casa del Signore, questo è un insegnamento dottrinale importante, a cui l’autore fa seguire l’esortazione. Non è automatico che la comunità cristiana sia la casa del Signore, c’è una condizione: conservare, trattenere, custodire la libertà e la speranza. Non conquistare, cioè raggiungere con le proprie forze qualche cosa che non c’è ancora, ma conservare qualche cosa che già c’è. La libertà e la speranza non sono conquiste nostre, sono doni gratuiti che già abbiamo; sono la sintesi dei doni che il Signore ci ha offerto costituendoci sua casa.

Noi facilmente abbiamo spostato l’attenzione sulle cose e la casa del Signore l’abbiamo fatta diventare l’edificio, è molto più comodo. Pensate infatti all’attenzione e alla cura che mettiamo nel conservare gli edifici sacri, le nostre chiese, le cappelle, gli oratori. Pensate quel che diciamo ai bambini: “Comportati bene perché qui siamo in chiesa” come se fuori potessero comportarsi male. Dentro il luogo sacro è però necessario anche un comportamento educato, ma il luogo sacro non è lo spazio fisico, è invece la comunità, le persone. La casa del Signore in cui Dio abita è l’insieme delle persone, anche se si riuniscono in un prato; la casa del Signore siamo noi, persone concrete, così come siamo, con le nostre relazioni. Il Signore abita nella nostra casa, non nel senso che dimora nei nostri locali, ma proprio nelle nostre persone.

I locali sono indifferenti e anche la più bella basilica è solo uno strumento che può aiutare la concentrazione, il raccoglimento. È un edificio comodo perché ci stanno tante persone, perché l’arte se c’è aiuta la preghiera; tutto questo è però funzionale alle persone. La casa di Dio siamo noi come persone, allora pensate al rispetto sacro delle persone e delle relazioni; lì sì che avviene davvero l’offesa al Signore e proprio lì deve essere riversata tutta l‟attenzione del nostro comportamento.

La libertà della parresia

Noi siamo quella casa in cui il Signore abita a condizione che conserviamo la libertà. In greco dice “parresia”, cioè quella capacità di dire le cose con schiettezza, con coraggio, con franchezza: è la libertà dalla paura. Non si tratta neanche del parlare a vanvera o del dire tutto, si tratta del dire con coraggio se stessi, senza la paura che l’altro mi danneggi. Conservare la libertà significa non avere paura dell’altro come di un nemico o di un concorrente.

La nostra vita è dominata dalle paure e una delle paure fondamentali è quella dell‟altro: l‟altro mi può danneggiare, l‟altro può usare contro di me quello che sa di me, l‟altro è un pericolo, l‟altro è un nemico, è un concorrente che mi porta via qualche cosa, mi porta via l‟affetto delle persone, mi porta via il lavoro, mi porta via l‟onore, la stima, mi porta via il posto. La nostra vita è dominata dalla paura dell’altro, invece il Signore Gesù ci ha liberati da questa paura. Ecco, la parresia è proprio questa libertà che abbiamo già ricevuto in dono; non dobbiamo conquistarla, c’è già, è già dentro di noi, è un dono presente, reale, che accompagna il Signore Gesù e compito nostro è custodirlo.

L’ostinazione nel peccato

«Per questo» e qui l’autore parte nella sua esortazione:

7Per questo, come dice lo Spirito Santo: Oggi, se udite la sua voce, 8non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, nel giorno della tentazione nel deserto, 9dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova, pur avendo visto per quarant’anni le mie opere. 10Perciò mi disgustai di quella generazione e dissi: hanno sempre il cuore sviato. Non hanno conosciuto le mie vie. 11Così ho giurato nella mia ira: non entreranno nel mio riposo.

Riconosciamo questa lunga citazione dal Salmo 94 e che molte volte adoperiamo nella liturgia come invitatorio, cioè come salmo di apertura, di invito alla lode. Il ritornello che qui abbiamo notato caratterizza il tempo di quaresima, proprio come momento favorevole che la chiesa, nell’arco dell’anno, ci propone per rivedere la nostra alleanza con il Signore. Capita quindi molto opportuno, all’inizio di questo nostro lavoro di ascolto e di riflessione, proprio perché intendiamo rivedere la nostra adesione al Signore.

L’autore, con una particolare profondità teologica, attribuisce queste parole del salmo allo Spirito Santo: “Dice lo Spirito Santo”. Non è comune trovare una espressione del genere nel Nuovo Testamento. L’autore umano ritiene che queste parole siano dello Spirito Santo rivolte proprio alla comunità concreta a cui egli sta parlando.

Lo stesso tipo di operazione possiamo farla noi ritenendo che è lo Spirito Santo che parla adesso a noi, oggi. L’autore con finezza teologica sottolinea quell’“oggi” come il momento iniziale, come il momento centrale, attuale. È l’attualità, non ieri, ma oggi; non domani, ma oggi.

Noi ci rifugiamo sempre volentieri nel ricordo e nell’attesa; sono luoghi comuni della nostra esperienza religiosa e umana: il ricordo e l’attesa, il passato e il futuro, mentre la nostra vita si gioca nel presente: oggi, qui, adesso. Il ricordo dei padri serve come esempio forte di persone beneficate da Dio che dopo aver visto per quarant’anni le opere di Dio hanno continuato a mettere alla prova il Signore.

Notiamo che ci sono alcune espressioni diverse rispetto a quelle che troviamo nella formulazione abituale del Salterio, questa è infatti la traduzione della LXX che l’autore della Lettera agli Ebrei cita. Ci sono quindi alcune differenze, tipo la traduzione di Massa e di Meriba che sono state rese con ribellione e tentazione. Così anche lo spostamento di quei quaranta anni che in questo modo suona molto forte: “Hanno visto per quarant’anni le mie opere”.

Questo è un modo per celebrare i nostri anniversari: abbiamo visto per quarant’anni, per cinquanta, per sessanta, per venti, la grazia del Signore. Abbiamo visto le sue opere e, domanda, “Abbiamo smesso di metterlo alla prova?”. L’autore sta facendo forza sulla sua comunità e dice: guardate che Dio di quella generazione si è disgustato, non all’inizio, ma dopo quarant’anni. All’inizio erano dei disgraziati, una massa di pezzenti, schiavi in Egitto che non valevano niente; Dio si è mosso, è sceso e li ha presi, li ha liberati, li ha curati per quarant’anni. Non è partito dai meriti di quelle persone, non li ha liberati perché se lo meritavano, ma Dio generosamente è sceso per liberarli e generosamente li ha aiutati, ha mostrato loro la sua benevolenza per anni e anni.

Quaranta anni nel linguaggio biblico sono gli anni di una generazione: li ha fatti venire grandi. La vita di Mosè è ritmata sul numero quaranta; per quaranta anni vive alla corte del faraone, poi esce, vede la situazione dei suoi fratelli, tenta la giustizia malamente e deve scappare. Per quarant’anni Mosè farà il pastore nel deserto al servizio di Ietro e quando sarà chiamato dal Signore avrà ottanta anni; non è un giovanotto, è un uomo maturo e gli altri quaranta anni – da ottanta a centoventi – li passa a guidare il suo popolo. Il cardinal Martini facendo una riflessione ai preti, proprio su questo schema dei quaranta anni, dice che per quaranta anni di ministero ce ne vogliono ottanta di preparazione. Quaranta di studio nella casa del faraone e quaranta di deserto, poi si possono fare quaranta anni di servizio al popolo. Se non si possono mantenere queste proporzioni allora dovremmo ridurle; pensate però cosa vorrebbe dire che, per un anno di pastorale di servizio, ce ne vogliono due di preparazione.

L’impossibilità dell’ “oggi”

Noi sorridiamo, non prendiamo assolutamente sul serio tutto questo e riteniamo che sia molto più importante “fare”. Quindi, dopo aver detto queste belle cose teoriche, come Dio ha condotto la storia, poi di fatto la conduciamo come vogliamo noi: “Non possiamo mica infatti fare così!”. E non ritenete che questo sia mettere alla prova il Signore? Noi distinguiamo sempre, quando parliamo di queste cose, fra la teoria e la realtà. La teoria è bella: sì, bisognerebbe, ma poi c’è la concretezza della vita, ci sono le opere, ci sono le case, ci sono le parrocchie e bisogna riempire queste cose. Certo, bisognerebbe… però adesso non possiamo: “adesso non possiamo”. Una volta potevamo, domani forse potremo di nuovo, ma adesso non possiamo e quindi adesso facciamo come vogliamo noi. Il fatto è che adesso siamo in una situazione che ci costringe a fare così: adesso, oggi. Oggi induriamo il nostro cuore e ascoltiamo i nostri problemi, perché in fondo siamo convinti di risolvere la situazione con le nostre opere.

L’ “ossessione” delle messe

L’ossessione dei pastori è quella di coprire delle messe, di avere delle chiese in cui mandare dei preti dire messa. Un prete ha tanto da fare perché deve dire tante messe. È un tipo di problema che secoli fa non avevano. Voi come congregazioni religiose avete il problema delle case, delle opere da tenere in piedi, da mandare avanti. Duecento anni fa tutte queste case e queste opere non c’erano; la chiesa esisteva e il Signore mandava avanti il suo popolo in altri modi.

I problemi noi li creiamo e li assolutizziamo: adesso dobbiamo fare così ed è il Signore che vuole che facciamo così. In fondo il Signore è sempre dalla nostra parte; noi decidiamo e poi diciamo che è il Signore che vuole così. E in fondo troviamo anche delle buone motivazioni per cui il Signore voglia così. È chiaro. Pensate all’importanza della eucaristia e della messa, del sacrificio di Cristo; è chiaro, volete mica che il Signore non voglia che i preti vadano a dire tante messe in giro? Ma è chiaro che… vuole questo.

Non so però se sia così chiaro. Nel corso degli impegni noi diamo per scontato che sia chiaro perché quel modo di fare lo abbiamo in testa noi, ma siamo sicuri che sia quello del Signore? Ecco, in questa direzione vorrei invitarvi a fare meditazione sull’indurire il cuore, perché probabilmente lo abbiamo già indurito. Il cuore nel linguaggio biblico è la testa, quindi il concetto di indurimento del cuore equivale a quello di “testa dura”, così lo capiamo meglio. Siamo delle teste dure proprio a livello di struttura religiosa, come modo di essere chiesa, di essere presbiterio, di essere comunità religiosa. Il problema della testa dura è strutturale. Non hanno conosciuto le mie vie, le hanno sperimentate per quaranta anni e non le hanno conosciute, cioè non le hanno amate, non le hanno condivise, non le hanno fatte proprie. Allora ho giurato: “non entreranno nel mio riposo”.

L’inganno del peccato

12Guardate perciò, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. 13Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi, perché nessuno di voi si indurisca, sedotto dal peccato.

C’è l’inganno del peccato che è una mentalità in cui siamo inseriti. Nessuno di noi coscientemente si lascia ingannare, però è possibile che qualcuno resti ingannato da un venditore imbroglione che te la racconta così bene che ti fa firmare dei contratti e poi ti accorgi di avere comprato delle sciocchezze. Ah! Mi ha ingannato. “Sai, non l’ho mica fatto apposta a lasciarmi ingannare”. Ma era proprio l‟unica cosa che davvero potevi fare? No, non è l’unica cosa che potevo fare, potevo fare anche dell’altro. Ma allora perché hai firmato quel contratto? Perché mi ha convinto che ci avrei guadagnato, mi ha prospettato un grosso affare, mi ha detto che mi vendeva per poco un’opera che costava tantissimo e io, preso dalla voglia di fare un affare, di guadagnare, mi sono impegnato. Solo dopo mi sono accorto che non ho guadagnato, che mi ha imbrogliato e ci ho rimesso. Mi sono però lasciato ingannare perché sono partito dalla voglia di guadagnare in modo facile, di conquistare. Potevo certamente non lasciarmi ingannare, avrei dovuto usare più saggezza e soprattutto avrei dovuto moderare i miei istinti di conquista, di guadagno, di dominio.

Il peccato lavora nella nostra vita esattamente come un venditore ambulante, come un imbroglione che parla molto bene e che ci promette un successo strepitoso; ci promette dei guadagni, delle riuscite, degli effetti positivi e noi, abbagliati da queste mirabolanti prospettive, ci lasciamo ingannare. È la tentazione del ritornare in Egitto, è la tentazione del volere subito da mangiare e da bere: sono le tentazioni concrete che riempiono la nostra vita.

Lascio a voi le attualizzazioni. Io mi impegno in questa prima fase nella lectio, cioè nella spiegazione del testo, a voi il compito di meditarla e di pregare in risposta a questa parola. La meditazione sarà l’attualizzazione nella vostra vita: “Quando io mi lascio sedurre dal peccato? Quali sono le occasioni concrete nella mia vita quotidiana in cui il mio cuore si indurisce – cioè non ascolto più il Signore – perché il peccato mi ha sedotto, mi ha imbrogliato?”.

L’autore dice: “Esortatevi a vicenda, ogni giorno”. È un richiamo continuo che dobbiamo farci per superare questo pericoloso e continuo tentativo del male di ingannarci.

14Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto da principio.

Notiamo la somiglianza di questa espressione con quella che abbiamo già incontrato: “Noi siamo partecipi di Cristo”, là aveva detto “Noi siamo la sua carne”. Questa partecipazione a Cristo ha però una condizione: che manteniamo salda la fiducia. Non che conquistiamo, che raggiungiamo, che otteniamo con le nostre forze, ma che manteniamo, perché ci è stata data fin dal principio. Noi dobbiamo conservarla fino alla fine; abbiamo aderito al Signore con l’entusiasmo? Conserviamo questa adesione.

15Quando si dice: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, 16chi furono quelli che, dopo aver udito la sua voce, si ribellarono?

Furono forse gli atei, i non credenti, i non praticanti, i pagani?

Non furono tutti quelli che erano usciti dall’Egitto sotto la guida di Mosè?

Si ribellarono proprio coloro che erano stati salvati e l’intervento di Mosè e il passaggio del mare sono il simbolo del battesimo; sono loro i salvati – coloro che hanno goduto della salvezza – ma proprio loro sono i ribelli.

17E chi furono coloro di cui si è disgustato per quarant’anni? Non furono quelli che avevano peccato e poi caddero cadaveri nel deserto?

Quelli che lo disgustarono per quaranta anni erano il suo popolo, quelli che egli aveva accompagnato per anni; sono quelli che celebrano l’anniversario del battesimo o della professione religiosa. L’autore sta cioè parlando di noi: il Signore può disgustarsi di noi. È lo Spirito Santo che ce lo dice, non è una mia idea: questa mattina mi sono svegliato male e allora faccio discorsi catastrofici. Per definizione siamo ormai buonisti e quindi dobbiamo dire sempre che il Signore è buono. Il Signore invece può anche disgustarsi di noi: “Ho giurato nella mia ira”, mi disgustai di quella generazione.

Prendiamole sul serio le cose che abbiamo udito, non facciamo i bambini superficiali che danno la scrollatina di spalle… “Sì, va’ beh!, dice tanto per dire”. Noi, proprio essendo del mestiere, sentendo sempre queste cose rischiamo di essere ingannati dal peccato in questa direzione pensando: “Ma lo dice per altri, lo dice per quelli che non ci sono, per quelli che non vengono”; in realtà lo sta dicendo a noi che ci siamo, a noi che abbiamo stretto alleanza con lui, che abbiamo accettato la sua parola e la sua promessa.

Praticanti non credenti

18E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che non avevano creduto?

Vuol dire che è possibile essere liberati dall’Egitto e camminare con il Signore per quaranta anni senza credere. È un problema il fatto che molti si dicano credenti senza essere praticanti, ma il problema più grave è rappresentato dai praticanti non credenti. È possibile che anche nel nostro ambiente religioso di preti e di suore ci siano dei non credenti; praticanti sì, ma potremmo anche essere non credenti. Capita talvolta che qualcuno lasci il ministero e lo faccia proprio per motivi di fede. I vescovi più di una volta hanno detto che il pericolo più grave dei preti di oggi è il problema della fede, cioè persone che non sono di fede. Penso che questo valga anche per le suore; è possibile arrivare a una vita religiosa o a un ministero presbiterale senza essere persone di fede. È possibile che ci sia una struttura religiosa, quella sì, senza però che ci sia la fede, cioè la convinzione autentica e quella adesione profonda al Signore che comporta poi le scelte quotidiane, lo stile di vita. “Non entrarono nel riposo quelli che non avevano creduto”.

19Vediamo in realtà che non poterono entrarvi a causa della loro mancanza di fede.

Quando parliamo di fede non intendiamo sapere il Credo a memoria o ripetere tutte le regole che ci sono state proposte. L’atteggiamento della fede è l’adesione vissuta. La mancanza di fede ci impedisce di entrare nel suo riposo che non è l’altro mondo o il paradiso, ma è già una dimensione della vita che sperimentiamo qui e adesso.

Entrare nel “riposo di Dio”

4,1Dobbiamo dunque temere che, mentre ancora rimane in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso.

“Dobbiamo temere”. L’autore adopera una forma esortativa: abbiamo un po’ di paura? Prendiamo allora in considerazione l’ipotesi di essere esclusi, di rimanere fuori, di trovare la porta chiusa. Prendiamo in seria considerazione l’ipotesi di essere delle vergini stolte, non diamo per scontato di essere tra quelle sagge che sicuramente sono pronte, che sicuramente sono dentro, che sicuramente sanno e fanno. Temiamo seriamente che qualcuno di noi possa essere giudicato escluso…

2Poiché a anche noi, al pari di quelli, è stata annunziata una buona notizia: purtroppo però a quelli la parola udita non giovò in nulla, non essendo rimasti uniti grazie alla fede con coloro che avevano ascoltato.

La comunità cristiana a cui l’autore si rivolge è un po’ in crisi, sta lasciandosi andare, molte persone non sono più così convinte ed entusiaste. L’autore allora dice: attenzione, perché anche quelli hanno sentito una parola, anche loro hanno ricevuto una buona notizia, ma la parola udita non giovò a nulla.

Ma a noi giova la parola udita? In che cosa e come giova a noi? Sentire il vangelo, accogliere la promessa di Gesù, come cambia la vita? Si aggiunge a quel che facciamo o cambia la nostra testa? Guardate che il rischio c’è perché ognuno di noi è fissato sulle sue cose e Gesù Cristo diventa il formaggio sui propri maccheroni. Io ci metto i maccheroni e poi Gesù Cristo va sempre bene come formaggio. Se poi io ci metto gli spaghetti va bene anche sugli spaghetti. Io ci metto le mie cose e poi Gesù Cristo ci sta benissimo… certo. Se poi per caso quel giorno non ci fosse il formaggio fa niente, i miei maccheroni me li mangio ugualmente.

Il rischio è questo, che a livello teorico vada benissimo, giova tantissimo, ma a livello pratico, concreto, la parola che ho udito che cosa ha determinato nella mia vita, che cosa sta determinando?

3Infatti possiamo entrare in quel riposo solo noi che abbiamo creduto, secondo ciò che egli ha detto: Così ho giurato nella mia ira: Non entreranno nel mio riposo! Questo, benché le opere di Dio fossero compiute fin dalla fondazione del mondo. 4Si dice infatti in qualche luogo a proposito del settimo giorno: E Dio si riposò nel settimo giorno da tutte le opere sue. 5E ancora, nel passo del salmo: Non entreranno nel mio riposo! 6Poiché dunque risulta che alcuni debbano ancora entrare in quel riposo e quelli che per primi ricevettero la buona notizia non vi entrarono a causa della loro disobbedienza, 7egli fissa di nuovo un giorno, un oggi, dicendo per mezzo di Davide, dopo tanto tempo, come già è stato riferito: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!

Il riposo di cui parla non è la terra promessa; “non entreranno nel mio riposo”, non indica che non entreranno nella terra santa e moriranno nel deserto. Non è quello che intendeva dire.

8Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato, in seguito, di un altro giorno.

Davide viene molti anni dopo Giosuè, quindi il salmo di Davide parla di un altro riposo che non è quello della terra promessa.

9É dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio. 10Chi infatti è entrato nel suo riposo, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie.

Che cosa significa “entrare nel riposo di Dio”? Che cosa significa riposare dalle proprie opere come Dio ha riposato dalle proprie?

Ve lo lascio proprio come oggetto di meditazione, di riflessione: “Che cosa mi chiede il Signore oggi, se non di riposare dalle mie opere?”.

11Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.

Affrettiamoci a entrare in quel riposo, diamoci da fare, siamo diligenti per entrare in quel riposo. I bizantini traggono proprio da questa espressione greca la preghiera per i defunti, ma anche noi quando diciamo per i defunti: “Il Signore conceda il riposo” non pensiamo semplicemente all’al di là. Parlando per i morti noi pensiamo al paradiso come il riposo, ma l’espressione “affrettiamoci a entrare nel suo riposo” non significa affrettiamoci a morire per andare in paradiso. Il riposo può essere già qui.

Oggi puoi entrare nel suo riposo, in che modo, come? Ognuno di noi credo che sia in grado di dare una sua risposta. Continuate la lectio da sole, riconoscendo che è lo Spirito di Dio che abita in voi che vi parla, vi aiuta a capire ciò di cui avete bisogno adesso e lasciate che lo Spirito risponda alla domanda che voi ponete. Che cosa significa per me riposare dalle mie opere per entrare nel tuo riposo? Fammi capire, Signore, che cos’è questo riposo che tu chiedi da me.

http://www.symbolon.net

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 15/01/2019 da in ITALIANO, Lectio Divina, Liturgia, Settimana - lectio con tag .
Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com

Categorie

Traduci – Translate

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: