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Lectio sulla Lettera agli Ebrei – Doglio (3)

I-IV Settimana del Tempo Ordinario (anno dispari)

Testo word lettera agli ebrei – doglio (3)
Testo  PDF  lettera agli ebrei – doglio (3)

Lettera agli Ebrei (3)
Le esortazioni nella Lettera agli Ebrei
Meditazioni bibliche di don Claudio Doglio

abele e melchisedek

Offerta di Abele e di Melchisedek, mosaico, Basilica di S. Vitale, Ravenna, VI sec.

Il sacrificio di Cristo: unico ed eterno (Eb 10,1-39)

Gesù è entrato per noi come precursore nel santuario del cielo essendo divenuto sommo sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek.

Dopo avere formulato quasi un titolo a quello che si appresta a dire, l’autore sviluppa abbondantemente la trattazione del sacerdozio di Cristo.

Nel capitolo 7 presenta in che senso Gesù è sacerdote come Melchisedek e poi, nei capitoli 8 e 9, concentra il punto capitale delle cose che sta dicendo come la presentazione del sacrificio personale di Cristo che realizza veramente la comunione dell’umanità con Dio.

Nel capitolo 10, infine, riprende la trattazione della efficacia del sacrificio e della salvezza che è derivata da questa offerta fatta all’uomo. La grande trattazione teologica si conclude nell’ultima parte del capitolo 10 con i versetti 19-39 che sono l’esortazione conclusiva.

L’impotenza della Legge

Secondo il nostro progetto noi dovremmo soffermarci solo su questa parte esortativa, ma penso che valga la spesa dare un’occhiata a tutto il capitolo 10. Così dice l‟autore della Lettera agli Ebrei:

10,1La Legge possiede solo un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, quindi non ha il potere di condurre alla perfezione per mezzo di quei sacrifici –che si offrono continuamente, di anno in anno – coloro che si accostano a Dio.

È una affermazione molto importante che dobbiamo prendere come punto di partenza: la legge non ha il potere di condurre alla perfezione coloro che si accostano a Dio. Detto con altre parole: le regole, le norme, i precetti, i decreti, i consigli – tutto quel che volete – non perfezionano l’uomo e nemmeno la donna. Non serve fare dei programmi pastorali per cambiare le persone; la legge di Dio, la Bibbia stessa e tutte le applicazioni che nel corso dei secoli sono state fatte non hanno il potere di cambiare le persone in meglio.

Togliamoci quindi dalla testa che – se avessimo delle regole buone – le cose andrebbero meglio. Ogni tanto ritorna sempre fuori questo discorso: bisogna stabilire dei principi, bisogna mettere delle regole, bisogna dare delle indicazioni; come se da delle regole nuove derivasse la salvezza. Non è vero, è una illusione gravissima che ci porta a dare la colpa alle istituzioni. “Se ci fossero delle regole io sarei migliore, ma dato che non ci sono posso stare come sono”. Questa è una illusione diabolica: non esiste legge in grado di condurre alla perfezione. Allora? Rinunciamo alla perfezione, diciamo che non si può raggiungere? No! Troviamo un’altra strada. Qual è la strada che porta alla perfezione? L’autore di questa lettera dice che è il sangue di Cristo.

“Per mezzo di quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati”. Se noi studiamo con attenzione la Lettera agli Ebrei dobbiamo rimanere un pochino impressionati da un aspetto tra gli altri: la critica alla ripetitività. L’autore critica con forza il fatto che si continuino a offrire gli stessi sacrifici per gli stessi peccati; siamo sempre da capo e questo significa che non servono a niente.

Qui sta parlando dei sacrifici ebraici, ma noi abbiamo un unico perfetto sacrificio offerto una volta per sempre che risolve i problemi in modo definitivo. Noi, accostandoci a questa affermazione, con la nostra esperienza diciamo: ma veramente anche noi continuiamo a ripetere sempre gli stessi sacrifici, gli stessi riti; siamo allora anche noi sempre nel peccato!? L’affermazione di questa parola di Dio è chiara e un po’ deve farci riflettere perché è impossibile eliminare i peccati con sangue di tori e di capri, cioè con il ritualismo. Non c’è rito, non c’è gesto, non c’è formula che possa eliminare i peccati.

Unicità del sacrificio di Cristo

L’autore a questo punto interpreta il Salmo 39 come parola stessa di Cristo:

5 Entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto sacrificio né offerta, mi hai invece preparato un corpo. 7Allora ho detto: «Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà».

Cristo ha abolito un tipo di sacrificio e ne ha stabilito uno nuovo ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati: per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre. È quella che abbiamo chiamato definitività: è un evento unico che vale sempre. La sua ripetizione non riguarda l’evento, ma riguarda la mia condizione storica di persona in divenire. Le sante messe sono dovute alla nostra condizione storica di persone che cambiano, che divengono, che vivono nel tempo, ma è sempre l’unico e identico sacrificio che viene richiamato alla mia memoria e reso attuale nella mia vita qui e adesso.

La quantità, la moltiplicazione è finalizzata al mio cammino, è dovuta al fatto che io sono strutturato in questo modo, mangio tutti i giorni. Proprio per venire incontro alla nostra condizione di persone storiche abbiamo una ripetizione continua dei sacramenti, che però non moltiplicano il loro valore in rapporto alla loro quantità. Questo è molto importante, c’è infatti un po’ il rischio che qualcuno consideri la quantità come indizio di qualità: “di più è meglio”.

Mons. Magrassi anni fa aveva lanciato uno slogan, che è diventato poi di moda: “Meno messe, più messa”. Quando il papa dice che il giubileo è l’occasione buona per una intensa celebrazione del sacramento della penitenza intende questo. Penso che questa affermazione valga anche per l’eucaristia; una intensa celebrazione non vuol dire partecipare frequentemente, ma partecipare bene. Sappiamo che cosa significhi l’intensità di partecipazione e di celebrazione. Io penso che possiamo contarle su una mano le celebrazioni che abbiamo vissuto bene, le confessioni che hanno segnato la nostra vita. Qualcuna dovremmo ricordarla, ma sicuramente non tutte, assolutamente; ce n’è una grande quantità insignificante, esattamente come le messe. Non in sé, ma per me, per come ho partecipato, per il segno che mi ha lasciato.

Ci sono alcune celebrazioni eucaristiche che mi hanno segnato, in cui io ho partecipato veramente e non è detto che fossero le date importanti della mia vita, anzi è molto probabile che delle grandi messe che hanno segnato le tappe, ad esempio della nostra vita religiosa, non ci sia rimasto nulla. Magari è rimasta impressa un’altra messa in un momento tranquillo. Il fatto che sia rimasta impressa è segno di una nostra partecipazione, è segno di una accoglienza. È per mezzo della volontà di Dio che Gesù ha fatto sì che noi siamo santificati.

Perfetti, ma in via di santificazione

Al versetto 14 troviamo un’altra espressione molto importante:

14 Infatti, con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.

“Un’unica offerta”: è l’offerta di se stesso che ha portato alla perfezione quelli che vengono santificati. Notiamo che c’è una sfumatura, un po’ di contrasto: “Ha reso perfetti quelli che vengono santificati”. In greco si nota proprio bene perché il primo verbo è al perfetto e dice un’azione finita, conclusa, realizzata, che però porta gli effetti anche nel presente: ha reso perfetti. Sembra una cosa finita, però le persone rese perfette vengono santificate ed è un participio presente passivo che dice un’azione continuata. Allora, se vengono santificati, se sono in via di santificazione, non sono perfetti; se li ha resi perfetti non sono in via di santificazione. La nostra logica escluderebbe una delle due situazioni, invece è proprio importante conservarle entrambe perché rientrano nella logica della salvezza.

L’evento della salvezza da parte di Dio è definitivo, è già posto, è finito, completo al massimo, non c’è da aggiungere nulla. Tutto è fatto e quella sua libera e generosa offerta di sé produce sicuramente l’effetto; nel momento in cui io sono stato battezzato l’effetto è mio, è su di me, per cui sicuramente io sono reso perfetto. Eppure io resto in via di santificazione, perché da parte mia è richiesto un divenire. Dio ha già fatto tutto quel che gli competeva, io no; io non ho ancora fatto tutto; io da parte mia ho ancora da fare molto.

Che cosa vuol dire “Ha reso perfetti”? Non in senso morale. Non significa che ha eliminato tutti i difetti, è un concetto molto complicato che appartiene al linguaggio sacerdotale dell’Antico Testamento. La perfezione in questa lettera coincide con quello che noi nel linguaggio teologico cristiano chiamiamo l’ordinazione, pensando proprio ai sacerdoti: “È stato ordinato”. “Ordinato” non vuol dire semplicemente messo in ordine, ma vuol dire finalizzato o inserito in un “ordo”, inserito in una situazione e orientato. Ci ha resi perfetti nel senso che ha cambiato profondamente la nostra natura orientandola a sé, cioè unendola a sé.

La perfezione è la piena comunione con Dio; la legge non dà la perfezione, la legge non lega la persona umana veramente a Dio. È solo il dono generoso di sé, compiuto da Cristo, che porta la persona umana a questa comunione autentica con Dio e questa comunione viene chiamata “perfezione”. A questa noi tendiamo e in questa strada noi siamo in via di santificazione. Ce lo attesta anche lo Spirito Santo che attraverso il profeta Geremia aveva annunciato una alleanza nuova, scritta nel cuore, che porterà al perdono dei peccati. Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più bisogno di offerta per il peccato.

“Guadagnare” il paradiso?

18 Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più bisogno di offerta per il peccato.

Questo è importantissimo. Se il perdono c’è già stato, non c’è più bisogno di offerta per il peccato. Lo sta dicendo a una mentalità ebraica che affermava che bisogna portare l’offerta al tempio per avere il perdono dei peccati, per comperare il perdono in qualche modo. L’autore dice: non serve più. Se il perdono è venuto per il sangue di Cristo, tu non hai niente da offrire per comperare quel perdono: c’è già.

Allora non c’è nulla da aggiungere, nel senso che niente di ciò che è tuo, che tu poi fare, rende possibile comperare o acquistare quel perdono. C’è già, ti è già stato regalato. Dobbiamo smetterla con l’idea della conquista della santità, dell’idea di raggiungere la santità con le nostre forze, del meritare la vita eterna, del guadagnare il paradiso. Che sia una frase usata lo so, ma che sia teologicamente sbagliata lo so anche. Quindi chi l’ha detto in buona fede lo lasciamo stare, noi adesso in buona fede non ci siamo più, perché la conoscenza della Scrittura – che grazie a Dio è ripresa nella vita della chiesa – ha aperto gli occhi e ci ha fatto conoscere la situazione meglio di come potevano conoscerla i nostri padri o le nostre nonne.

Allora: non ci conquistiamo il paradiso, non ce lo guadagniamo. Quante volte l’abbiamo detto! Sopportando un po’ di pazienza, di fatica, di dolore, di difficoltà, in genere si dice “Ti guadagni il paradiso”. È una bella frase che ancora si dice per consolare qualcuno, ma non si trasmette il vangelo in questo modo.

Circa un mese fa, in un contesto di famiglie, ho sentito la testimonianza di un medico abbastanza giovane che ha raccontato il suo allontanamento dalla fede e ha attribuito il proprio terribile disagio, nella fase dell’adolescenza, al suo insegnante di religione a scuola. Aveva ancora in testa chiarissima la frase che lo aveva scandalizzato al punto da allontanarlo dalla fede. Era una frase di questo tipo: “Se voi vi impegnate ad essere religiosi il Signore vi aiuta nella scuola e nella vita e vi fa andare bene le cose”. Era una frase normalissima; lui l’ha sentita come un terribile pugno nello stomaco e la definiva “schifosa” e la ricorda, dopo magari vent’anni, come il motivo dell’allontanamento.

È una frase, ma non è assolutamente evangelica, proprio per niente, non la troverete mai nel vangelo. Allora, quando volete trasmettere il vangelo trasmettete il vangelo, non le pie frasi che talvolta sono false e producono un effetto negativo. Se è veramente il vangelo che produce un effetto negativo, pazienza, vuol dire che chi ascolta non è pronto o disposto ad accoglie la sua parola e va per un’altra strada, è sempre successo. Non è che Gesù con tutto quello ha detto abbia ottenuto grandi successi, anzi, si è fatto mettere in croce per quello che ha detto. Per lo meno noi dobbiamo però trasmettere lui.

L’idea di una vita religiosa che serve per avere successo è una assurdità, non è cristiana, non è il vangelo e proprio di fatto non è vero. Continuiamo però a lamentarci che non sia vero perché siamo partiti dall’idea che invece dovrebbe essere così. L’idea fondamentale di questa offerta del Cristo che perde la vita non è perché io possa trovare lavoro o essere promosso all’esame. E io devo fare qualche atto religioso, devo andare in chiesa, devo dire le preghiere, devo essere buono, così il Signore mi fa andare bene l’esame e poi mi fa trovare il lavoro? “Dai, sii buono, poi vedrai che il Signore te lo fa trovare il lavoro”. È un bell’incoraggiamento, brava, continua così, stai tranquilla che il vangelo non lo annunci. Sono pie parole che diciamo tanto per dire qualcosa, ma non sono vere, non servono a niente, non producono nulla, portano invece fuori strada anche perché molto spesso non realizzano le promesse. Ce ne accorgiamo che non producono nulla. Preghi suora perché mio marito guarisca. Stia tranquilla che il Signore l’ascolta. Che cosa ne sai? E se muore in quella notte? Che cosa le vai a dire, che hai pregato male?

Bisogna avere il coraggio subito di annunciare il vangelo e il vangelo non è: io sono qui per pregare perché le cose ti riescano. La preghiera è infatti una umile richiesta a Dio, è primariamente tesa ad accogliere la sua volontà qualunque essa sia e non è mai una garanzia di risultato: questo sarebbe un “ricatto” a Dio, una presuntuosa relazione contrattuale e noi non abbiamo nulla, proprio nulla da pretendere, solo da chiedere. Siamo qui per accogliere una persona, per amare quella persona, per vivere di questo amore gratuito che ci è stato dato. Ecco la santificazione; non serve più l’offerta per ottenere qualche cosa dopo, c’è già, però deve essere accolta. Allora la nostra situazione è quella delle persone che accolgono un dono di grazia, non che accolgono uno che mette a posto i loro problemi, ma entrano in una dimensione di amore, di affetto, di comunione personale.

Una professione di speranza

10,19 Avendo dunque fratelli piena fiducia di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Cristo, […]22accostiamoci con cuore sincero.

Siamo pienamente sicuri, non delle nostre forze, ma del sangue di Cristo; abbiamo piena fiducia di entrare nel santuario, quello che era il Santo dei Santi, cioè la parte più recondita del tempio, luogo simbolo dell’intimità con Dio, del mondo stesso di Dio. Entrare nel santuario significa entrare in comunione autentica con lui. “Per mezzo del sangue di Gesù”, cioè per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne. La via nuova è la sua carne, cioè l’esistenza storica di Gesù, l’offerta stessa della sua vita. È la via nuova, è una strada vivente.

21avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, 22accostiamoci con cuore sincero, in pienezza della fede, con il cuore purificato dalla cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.

C’è il chiarissimo riferimento al battesimo. Visto che siamo stati accolti in questa relazione, possiamo accostarci; possiamo accostarci con cuore sincero, con cuore limpido, senza doppiezza, senza nascondere nulla.

23Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso.

In genere noi parliamo della professione di fede; invece questo autore insiste ancora di più sulla speranza e adopera in greco proprio il termine “homologhía tés elpídos”, “professione di speranza”; è il termine tecnico per indicare la professione di fede.

Che cosa significa mantenere la professione della nostra speranza? È quella tensione alla santificazione, è il desiderio autentico della santità. Il Signore vi vuole bene e vi vuole santi; la professione della speranza è questa, dove speranza è una attesa certa, un desiderio ardente di piena adesione al Signore.

La santità non è certo quella di tanta agiografia, come persona fuori di testa oltre che fuori dal mondo e semplicemente impegnata a fare miracoli o stranezze. Sappiamo bene che la santità è l’adesione personale a Dio, è l’intima comunione con lui, è la piena realizzazione della nostra persona che diventa conforme all’immagine del Figlio suo.

La santità è la realizzazione della nostra vita, o santi o falliti, e la speranza allora ha come oggetto proprio questo: la santità. Ma desideriamo veramente la santità? Desideriamo veramente questa comunione perfetta con Dio che implica la trasformazione della nostra persona?

“Colui che ha promesso è fedele”, siamo sempre da capo. Da parte sua già è stato fatto tutto, sicuramente lui mantiene la parola; da parte mia è necessaria l’accoglienza.

24Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. 25Non disertando le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortandoci a vicenda, tanto più che potete vedere come il giorno si avvicina.

Questo è un indizio che già nella prima comunità cristiana disertavano le riunioni, probabilmente non andavano più a messa, ci andavano pochi. Qui l’autore nella sua predica deve intervenire per correggere. Ma quante volte le correzioni non servono a niente! Serve dire una cosa? No, intanto uno fa quello che vuole, continuamente, nelle piccole cose e anche dicendolo non serve. Eppure il Signore ha la pazienza di continuare a dirle e chiede a noi questa pazienza: stimolarci a vicenda nella carità.

Il fatto è che, per stimolare un altro, io devo essere interessato; non riesco a stimolare un altro a fare ciò che io non faccio e se ne parlo mi comprometto, perché l’arma che l’altro ha contro di me è: “pensa per te, guarda un po’ come ti comporti tu”. Dato poi che io non voglio mettermi in gioco, da questo punto di vista mi conviene stare zitto anche con l’altro. Non è questione di rispetto dell’altro, è questione di paura di me stesso. Non stimolo l’altro a fare meglio perché è un danno a me stesso, perché stimolare l’altro comporta mettere in crisi anche la mia vita, perché l’altro può criticarmi e con ragione.

Io lo so che ha ragione, ma se mi accorgo che ha ragione e mi prendo sul serio poi devo cambiare. Allora, Gesù, io so chi sei; per favore lasciami stare e allontanati. Sei venuto a rovinarmi, a darmi fastidio?

Cerchiamo invece di stimolarci a vicenda nella carità, non disertando, ma esortandoci. Si può disertare una riunione, si possono disertare anche tante altre realtà e in genere si diserta per comodità.

L’inflessibile serietà del giudizio

26Se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la piena conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, 27ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco pronto a divorare i ribelli.

Il nostro autore calca sempre la mano anche sulla nota del timore. Qui sta dicendo: se dopo aver conosciuto la verità cristiana e aver ricevuto il battesimo tu pecchi volontariamente, non puoi andare semplicemente al tempio con un agnello come se niente fosse e così ti ricompri la salvezza. Non c’è altra strada, ma non significa che c’è la disperazione, significa che la strada è sempre quella: l’unico sacrificio di Cristo. Non ti compri però la salvezza con qualche offerta, con qualche rito, mettendoti in ginocchio nell’armadio chiamato confessionale, ma ritornando sempre da capo, ritornando al capo, all’origine, al punto di partenza che è il sangue di Cristo.

28Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. 29Pensate quanto maggiore sarà il castigo di cui sarà ritenuto meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e considerato profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato un giorno santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia.

Di nuovo un discorso molto serio. Se viene messo a morte chi viola la legge di Mosè, pensate il castigo di chi calpesta il Figlio di Dio e disprezza lo Spirito Santo.

30Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! Io darò la retribuzione! E ancora: Il Signore giudicherà il suo popolo. 31È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!

Mi sento un po’ a disagio, però essendo parola di Dio non devo lasciarmi bloccare. Queste esortazioni hanno una nota severa, mostrano un altro aspetto di Dio, quello che abbiamo sempre cercato di togliere. Tuttavia se è parola di Dio, ed è Nuovo Testamento, non possiamo di togliere quello che c’è, perché ci dà fastidio. Presentando il volto misericordioso del Padre non dobbiamo mai dimenticare la serietà di Dio e quindi anche queste espressioni dobbiamo prenderle in considerazione. Non siamo infatti noi a decidere ciò che è bello, per cui le frasi che mi piacciono vanno bene e le sottolineo, le altre le trascuro ritenendole esagerazioni. Dovremmo, anzi, proprio fare l’esercizio di assumere, interiorizzare, assimilare e comprendere proprio quelle frasi che non ci piacciono, che urtano contro la nostra sensibilità o la nostra mentalità, perché sono proprio quelle che ci formano.

32Richiamate alla memoria quei primi giorni: nei quali, dopo essere stati illuminati, avete dovuto sopportare una grande e penosa lotta, 33ora esposti pubblicamente a insulti e tribolazioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. 34Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi. 35Non abbandonate dunque la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa.

Richiamate alla memoria quei primi giorni in cui avete deciso il santo viaggio; richiamate alla memoria la forza che avete avuto quando avete deciso di consacrarvi al Signore e ognuno ricorda le difficoltà che ha dovuto superare. Richiamate alla memoria quei primi giorni, quella lotta che avete sostenuto. Allora avete avuto il coraggio di rinunciare a tutto perché eravate convinti di possedere beni migliori; adesso non abbandonate quella fiducia…

36Avete solo bisogno di costanza, perché, dopo aver fatto la volontà di Dio, possiate raggiungere la promessa. 37Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà. 38Il mio giusto vivrà mediante la fede; ma se indietreggia, la mia anima non si compiace di lui. 39Noi però non siamo di quelli che indietreggiano, a loro perdizione, bensì uomini di fede per la salvezza della nostra anima.

Fare il punto della situazione, riconoscere dove siamo, significa non indietreggiare. Nella vita di grazia, di fede, nella vita spirituale – dicono i maestri – non si sta fermi, se non si va avanti si va indietro. Allora quando ci illudiamo di stare fermi, senza il desiderio di avanzare, in realtà stiamo andando indietro. Non vogliamo essere di quelli che indietreggiano a loro perdizione, andiamo allora indietro con la memoria per ritrovare la forza nel Signore per andare avanti.

http://www.symbolon.net

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Questa voce è stata pubblicata il 28/01/2019 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag .
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