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Lectio sulla Lettera agli EBREI – Doglio (4)

I-IV Settimana del Tempo Ordinario (anno dispari)

Testo word lettera agli ebrei – doglio (4)
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Lettera agli Ebrei (4)
Le esortazioni nella Lettera agli Ebrei
Meditazioni bibliche di don Claudio Doglio

gerusalemme

L’esempio di fede dei padri (Eb 11,1- 40)

10,39 Noi però non siamo di quelli che indietreggiano, a loro perdizione, ma vogliamo essere persone di fede per la salvezza della nostra vita. Così l’autore della Lettera agli Ebrei terminava il capitolo 10 introducendo il concetto dalla fede che sviluppa poi ampiamente in tutto il capitolo 11.

Fede è fondamento

11,1La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vede.

Questo è uno dei rarissimi casi in tutto il Nuovo Testamento in cui compare una definizione; qui il teologo definisce che cosa intende per fede. Dice che è fondamento: è la migliore definizione di fede che io conosca.

Fede è fondamento, non è opinione, anzi è proprio il contrario di quello che in genere si considera fede, cioè fatto soggettivo. Fede è fondamento, in greco dice «hypóstasis» tradotto perfettamente in latino con “substantia” , ciò “che sta sotto, sostanza”. La fede è la sostanza delle cose sperate, è cioè la base solida che regge l’attesa. Senza fede la speranza è illusione, si aspetta vagamente un mondo migliore, ci si illude che le cose cambino in meglio, ma non c’è fondamento.

In base a che cosa aspetti il mondo migliore? Chi te lo ha detto che sarà migliore? Come fai a esserne sicuro? La fede è il fondamento di questa attesa. La fede è la roccia su cui si costruisce la casa di una vita. Ora, la fede non può – intesa così – diventare un sentimento, non è infatti una emozione, un trasporto psicologico nei confronti di qualche idea religiosa, ma è un modo di essere. Dice: noi siamo persone di fede.

Mantenendo l’immagine biblica della roccia potremmo dire che siamo persone rocciose; Gesù sceglie un uomo di fede e lo costituisce roccia: “Tu sei la roccia su cui costruisco la mia casa”. Pietro diventa la roccia perché uomo di fede, concretamente uomo di fede. La fede allora non è un’altra cosa, una aggiunta rispetto alla sua umanità, ma è proprio lui nella sua umanità forte, una umanità convinta; è l’umanità entusiasta che diventa la base per la costruzione di una chiesa.

Fede è fondamento, lo diceva già il profeta Isaia nel momento del grande dubbio: “Se non crederete non avrete stabilità” giocando proprio sul verbo ebraico che in due forme differenti significa “essere fondato, essere stabile” e “credere”: “se non crederete non avrete stabilità”. Avete riconosciuto la radice di “amen”? È la affermazione che noi conserviamo ancora nella lingua semitica per indicare il nostro atto di fede. Dire “amen” significa infatti accettare, credere, ma significa contemporaneamente anche riconoscere il fondamento. Come dire: è fondato ciò che mi dici, tiene, si regge e allora lo credo. Lo credo perché tiene, perché è fondato, perché è solido, assolutamente affidabile.

La nostra fede non è questione di sentimento, è invece una situazione oggettiva storica che si è realizzata pienamente in Gesù Cristo e che richiede tutta la nostra intelligenza. Abbiamo bisogno di una fede intelligente, non di una fede cieca. La fede intelligente è quella che accetta proprio perché è fondata e il fondamento è Gesù Cristo.

Una fede cieca e irragionevole produce dei danni, porta al fanatismo, porta al fondamentalismo, porta ad atteggiamenti religiosi malati e quindi anche nella nostra vita religiosa l’intelligenza non è mai da accantonare. La fede non umilia l’intelligenza, ma la potenzia; l’intelligenza deve essere usata fino in fondo e la fede fa un passo oltre, ma non contro, oltre, fa di più, ma non contro. Quando la fede cammina con l’intelligenza si arriva lontano, c’è davvero una scelta personale che resiste nel tempo e sopporta le difficoltà e le aggressioni.

Una fede-fondamento diventa prova delle cose che non si vedono ed è l’atteggiamento di sicurezza che ci rende capaci di dare ragione della speranza che è in noi. “Dare ragione” di quel che siamo, della nostra vita, della nostra scelta di consacrazione. Non siamo qui per caso e non siamo qui semplicemente perché il Signore ci ha chiamati, siamo qui anche perché noi abbiamo risposto e non per caso, ma perché abbiamo voluto rispondere, perché abbiamo scelto liberamente e con intelligenza di scegliere e abbiamo scelto a ragion veduta, non prendendo un gatto in un sacco credendo che fosse un coniglio. Se è andata diversamente peggio per noi.

Se la scelta è di fede e di intelligenza allora questa nostra situazione diventa solida, capace di reggere una vita e le intemperie di una vita. Ripensate alla parabola che Gesù racconta e che Matteo pone alla fine del discorso della montagna: l’uomo saggio che costruisce la casa sulla roccia e l’uomo stupido che costruisce sulla sabbia. Le tempeste vengono anche per il saggio, piove anche sulla casa del saggio, i fiumi straripano anche intorno alla sua abitazione, ma la sua casa resiste perché ha un fondamento.

Allora la nostra meditazione viene ora orientata al fondamento della nostra vita, al principio e fondamento, il bandolo della matassa, il punto centrale, quel perno su cui ruota tutto il resto, quel punto di appoggio con cui possiamo sollevare il mondo.

I grandi esempi di fede biblica

Questa è la fede e l‟autore della Lettera agli Ebrei con un‟ampia e solenne carrellata biblica mostra gli esempi degli eroi.

2Per questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.

Offrirono una testimonianza positiva e nello stesso tempo fu Dio a testimoniare a loro favore dicendo che hanno fatto bene e diventano dei modelli per noi.

3Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.

Il fondamento dell’essere è la parola di Dio che ha creato dal nulla; è il primo fondamento, l’azione creatrice di Dio che vale per la nostra esistenza concreta. Quando Dio trova il nulla crea; nella nostra persona quando Dio si incontra con la disponibilità assoluta crea; quando non c’è più niente da fare c’è ancora la potenza creatrice di Dio che dal nulla fa uscire fuori i mondi interi.

Abele

4Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.

Il nostro autore rilegge l’episodio e le figure dell’Antico Testamento con un’ottica spirituale e cristiana. L’idea cardine che lo guida è quella della risurrezione, dell’attesa della novità che Dio compie nella vita della persona e presenta le grandi figure dell’Antico Testamento proprio come esempi di risurrezione.

Abele è il primo morto dell’umanità, è il primo morto ammazzato e ammazzato dal fratello. Il racconto della Genesi non dice granché, ma nella tradizione c’è stata una interpretazione e l’autore qui dice che il gradimento di Dio nei confronti di Abele è motivato dalla fede. Anche Caino offre, ma senza fede. È una interpretazione di un testo antico, ma è anche parola di Dio che spiega un testo precedente. Il sangue di Abele dalla terra grida al Signore: benché morto parla ancora. L’atteggiamento di Abele il giusto, in quanto persona di fede, ha reso a Dio gradito il suo dono e con il suo sangue egli anticipa il sacrificio stesso del Cristo e ne diventa figura.

Questi sono tutti modelli, vissuti concretamente, che testimoniano la solidità della fede e rappresentano degli esempi per la nostra fede. L’autore non ci presenterà delle persone che hanno dominato, ma ci presenta un quadro di “perdenti”, di uomini che hanno perso la vita, che hanno perso delle prospettive umane di successo, che si sono persi dietro al Signore e il loro atteggiamento concreto è quello che intende per fede.

Enoc

5Per fede, Enoc fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Infatti, prima che fosse portato via, ricevette testimonianza di essere stato gradito a Dio. 6Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti si accosta a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano.

Enoc diventa il modello del giovane rapito da Dio; è morto giovanissimo, aveva solo 365 anni; rispetto ai suoi parenti che arrivavano a novecento è come uno che muore di trenta rispetto a uno di novanta. Con l’uso simbolico dei numeri Enoc viene rappresentato come colui che è rapito da Dio perché cammina con lui; è l’immagine della persona talmente legata al Signore da camminare con lui anche uscendo da questo mondo, senza farsene accorgere.

Noè

7Per fede, Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede.

Noè è il modello del battezzato, del salvato attraverso le acque e l’arca – che è salvezza per lui – è anche segno di rovina per chi non si fida come lui si è fidato. Noè si è salvato perché ha creduto in cose che ancora non si vedevano e si è fatto deridere da quelli che non capivano perché stesse costruendo un’arca. Sembrava un assurdo il comportamento di Noè, era infatti oggetto di scherno e derisione… invece era saggezza.

Fede è quel fondamento per cui riconosciamo e accogliamo il vangelo nella nostra vita anche quando è contro corrente, quando non è la moda, quando non piace. Fede è la capacità di accettare veramente il principio evangelico contro la mentalità del mondo, non facendo un adattamento per cui non sembri così strano.

In fondo può essere una cosa normale seguire il vangelo alla lettera; non è però mai normale. Se è vero è straordinario e se è straordinario è fuori dall’ordinario, quindi fuori dal comune, fuori dalla mentalità corrente ed è quindi inevitabile che ti dicano: “Perché lo fai?” E tu devi saper dare motivo del perché lo fai. Possono dirti che sei stupido a fare così e allora devi avere il coraggio di continuare a farlo anche se continuano a dirti che sei stupido. La tentazione di essere furbi come gli altri ci viene continuamente.

Abramo

8Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

Quella fede intelligente di Abramo lo mette in moto senza sapere l’esito del viaggio. Intelligenza non significa conoscenza di tutto, intelligenza significa valutare di chi ti fidi, se quella persona merita la tua fiducia. Nel momento in cui sai a chi credi lo conosci e ti fidi, poi parti; non sai dove andrai, ma questo non è l’importante. È l’obbedienza di Abramo che partì per fede, perché si era appoggiato al Signore sul serio e il Signore fu il fondamento di tutta la sua vita.

9Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

Abramo aspetta la Gerusalemme celeste, siamo nella stessa ottica che porta Gesù a dire: Abramo ha desiderato ardentemente vedere il mio giorno, lo vide e se ne rallegrò. Nell’interpretazione spirituale che l’autore compie Abramo dimora da pellegrino e da straniero nella terra che gli è promessa perché aspetta un‟altra terra, aspetta quella città costruita da Dio. Allora la fede diventa fondamento dell’attesa di una terra che gli è data in eredità, di una città che non costruisco io. La fede è l’attesa della promessa, una promessa che garantisce Dio, non io; non dipende da me, dipende da lui, da me dipende l’attesa, cioè l’orientamento, l’autentica consapevolezza dell’essere forestiero, pellegrino, nomade, non proprietario, non residente. Con Abramo è ricordata anche la moglie Sara:

11Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso.

Lo ritenne pistós, cioè degno di fede, credibile, attendibile. Per fede Sara ha la possibilità di generare. Nella nostra vita religiosa fede è fondamento della nostra fecondità; è la possibilità di rendere feconda l’opera delle nostre mani, di lasciare l’eredità, di trasmettere ad altri, alle nuove generazioni, ma anche ai nostri coetanei come pure a chi è più avanti di noi negli anni, quella ricchezza carismatica che è stata donata a noi.

12Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare. 13Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. 14Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. 15Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; 16ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio. [Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe]. Ha preparato infatti per loro una città.

E loro l’aspettano; Dio è contento di essere il Dio di coloro che lo ricercano. È la domanda che pone il Risorto stesso alla Maddalena: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Provatelo a immaginare questo Gesù che quando piangete per qualche cosa, quando avete qualche problema, vi dice, chiamandovi per nome, “Perché piangi, donna? Ma chi stai cercando?”. Allora basta, non piangere se cerchi Gesù, l’hai già trovato; non lamentarti delle altre cose. Se cerchi Gesù lo hai già trovato e non te lo toglie nessuno.

Se cerchi davvero la città costruita da lui non hai più motivo di piangere, Gesù è risorto ed è qui. I motivi di pianto li abbiamo perché cerchiamo sempre noi stessi e quelli sono buoni motivi perché non troviamo tutte le soddisfazioni che cerchiamo e quel che vogliamo non lo raggiungiamo; quindi è inevitabile che ci sentiamo frustrati e ci viene da piangere. È la nostra sofferenza.

Stranieri e pellegrini perché siamo alla ricerca di una patria migliore. Potremmo tornare da dove siamo venuti, la strada è sempre aperta; Abramo può tornare a casa, ma sta andando verso un’altra casa. Lì è pellegrino e ospite, esattamente come noi in questo tipo di esistenza. Non siamo nella situazione definitiva, siamo di passaggio, ma proprio non sulla terra, bensì nella nostra condizione religiosa. Siamo ancora e sempre nella fase del pellegrinaggio, del passaggio verso un altro obiettivo: tendiamo oltre. Tendere oltre è la salvezza dalle piccole cose che mi fanno affogare qui, perché se penso che tutto sia qui, nell’organizza­zione del mio mondo – che finisce sempre per essere un ben piccolo mondo intorno a me – rischio di trovare solo delusioni, affanni e problemi. È la tensione, l’orientamento oltre che mi permette di andare avanti.

C’è quell’antico aneddoto dei muratori, degli scalpellini che soffrono lavorando la pietra. Un viandante chiede al primo: “Che cosa stai facendo?”, “Mi ammazzo di lavoro”. Ne vede un altro che gronda sudore, stanchissimo e gli chiede: “Tu cosa fai?”. “Sto perdendo la vita dietro queste dannate pietre”. Ne vede un terzo che lavora come gli altri, ma ha un sorriso sulle labbra. Gli chiede: “Tu che cosa fai?”. Lo guarda con gli occhi luminosi e gli risponde: “Sto costruendo una cattedrale”. Sono solo pietre, ma dipende da come le scalpelli. Tu ti ammazzi di lavoro dietro delle dannate pietre o costruisci una cattedrale. Questo dipende da te, è il problema del “che cosa cerchi?”.

17Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, 18del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. 19Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.

In genere non si sottolinea quasi mai questo aspetto/interpretazione della fede di Abramo nella risurrezione. Abramo è disposto a sacrificare il figlio perché crede che Dio possa far risorgere dai morti. Come ha potuto far nascere un figlio dal suo corpo già morto, così può far risorgere i morti. Per questo lo riebbe, perché si basa su Dio, convinto che la sua potenza creatrice va ben al di là delle perdite umane; lo riebbe e fu come un simbolo. È proprio l’immagine, la grande parabola del sacrificio di Cristo e della risurrezione di Gesù.

Isacco, Giacobbe, Giuseppe

20Per fede, Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future. 21Per fede, Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi sull’estremità del bastone. 22Per fede, Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.

Tre movimenti rapidi: Isacco, Giacobbe, Giuseppe, gli altri patriarchi, riferimento alle benedizioni che essi hanno lasciato ai figli come prospettiva futura, non cioè chiusi nel loro mondo: morto me, finito il mondo. Erano invece persone aperte, aperte alle prospettive che non ci sono ancora, capaci di costruire un futuro, perché aspettano la città costruita da Dio.

Mosè

23Per fede, Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re.

La salvezza di Mosè porterà la salvezza di Israele; lui, salvato dalle acque, salverà Israele attraverso le acque. I suoi genitori hanno avuto il coraggio di andare contro l’editto del re e quel coraggio è segno della fede.

24Per fede, Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, 25preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato.

Anche questa è una interpretazione spirituale: Mosè preferisce partecipare alla vita dolorosa del suo popolo piuttosto che godersi la vita nel peccato.

26Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa.

Splendido esempio di lettura cristologica: Mosè contempla la croce. Storicamente non sa neanche che cosa sia, eppure ha nell’animo, nella mente, l’ideale che arriverà a realizzarsi nella storia del Crocifisso. La mentalità di Mosè è già segnata dalla croce di Cristo; egli ritiene che l’obbrobrio di Cristo sia una ricchezza superiore ai tesori dell’Egitto, perché aveva la capacità di guardare oltre e quindi prende la croce. Non dimenticatevi che Mosè prende la croce a ottant’anni, non da giovinetto. La simbolica biblica è importante a questo livello perché dice il coraggio di partire quando invece dovresti tirare i remi in barca. Quando sei convinto di aver fatto tutto, che ormai hai solo da riposarti… arriva il Signore e ti dice: “il grosso deve ancora venire”. Per Mosè inizia tutto a ottant’anni e sono i quarant’anni duri del servizio pastorale che lui riesce a sopportare perché guarda oltre, guarda la ricompensa: Dio stesso.

27Per fede, egli lasciò l’Egitto, senza temere l‟ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile.

La persona di fede va avanti senza sapere dove va, ma è talmente sicura che vede l’invisibile.

28Per fede, egli celebrò la Pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti. 29Per fede, essi passarono il Mar Rosso come per una terra asciutta, mentre avendo tentato anche questo, gli Egiziani vi furono inghiottiti. 30Per fede, caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.

Le difficoltà sono rappresentate dalle mura di Gerico; quegli ostacoli che sembrano insormontabili cadono nel momento in cui l‟opera è voluta dal Signore.

Molti altri

31Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori.

Per fede anche la persona che sembra irrecuperabile viene recuperata, fa un cammino di salvezza e trova la vita.

32E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti;

A questo punto l’autore fa un elenco di molti altri personaggi, tutte persone che finirono male.

Alcuni, poi, furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione.

Fa riferimento ai Maccabei, ai martiri della persecuzione avvenuta qualche decennio prima di Cristo.

36Altri subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. 37Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – 38di loro il mondo non era degno! –, andarono vagando per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.

Non è di certo il quadro di gente che si gode la vita e vive tranquillamente negli agi. Chi siete andati a vedere nel deserto? Un uomo in morbide vesti? Questi stanno nei palazzi dei re. Siete andati a vedere un profeta, anzi più che un profeta e anche lui finisce male, proprio perché è un profeta. Proprio perché è uomo di fede, basato su Dio, rischia di andare incontro a delle difficoltà enormi; io non vi prometto la facilità, vi prometto però la capacità di superare ogni difficoltà.

39Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non conseguirono la promessa: 40Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

La promessa l’hanno conseguita, ma in un altro modo, dopo, eppure sono stati salvi, sono i modelli della nostra esistenza. Solo il sacrificio di Cristo ha permesso a quegli antichi padri di raggiungere quella pienezza della perfezione che noi abbiamo già potuto ricevere; solo assieme a noi essi possono quindi godere della pienezza della promessa, non prima. Questo grandioso progetto si realizza proprio per noi che viviamo negli ultimi tempi. Dio infatti aveva già parlato ai padri nei tempi antichi, ma adesso a noi ha detto di più, ha dato il Figlio. Tutto questo elenco è servito, con un vivace crescendo, per poter dire nel finale: il meglio è stato donato a noi!

Potremmo continuare la nostra meditazione proprio creando un altro elenco di persone di fede che per noi sono esempi, modelli; potremmo fare una sintesi dei santi della storia della chiesa da Gesù a noi. Provate a recuperare le figure più significative della vostra esistenza spirituale, quelle figure che vi hanno trasmesso qualche cosa. Provate a farne una sintesi come fa questo autore, poi ricordatevi che siamo sulla stessa strada: non sappiamo dove andiamo, ma sappiamo bene la meta e guardiamo oltre il visibile e quindi siamo rocce nonostante tutti i temporali.

http://www.symbolon.net

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Questa voce è stata pubblicata il 01/02/2019 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag .
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