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Papa Francesco sarà negli Emirati Arabi Uniti dal 3 al 5 febbraio. Il Cardinale Filoni: “un segno di speranza”


LapresseFo

L’attesa del Papa ad Abu Dhabi (Lapresse)

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “La visita del Papa potrà contribuire a promuovere il dialogo islamo-cristiano. Ma va detto che non partiamo da zero e troppe volte si evidenziano solo gli aspetti più problematici o negativi. La base già esiste, si possono fare passi avanti: il fatto che il Papa si rechi, per la prima volta, nella penisola arabica è un segno molto positivo, un segno di speranza”. Lo afferma in una intervista rilasciata all’Agenzia Fides il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, il dicastero vaticano che ha la giurisdizione sui Vicariati apostolici nella penisola arabica, e su tutte le comunità cattoliche dell’area, alla vigilia del viaggio di Papa Francesco che sarà negli Emirati Arabi Uniti dal 3 al 5 febbraio.

Papa Francesco va nella penisola arabica: quale situazione trova, qual è la vita delle comunità cristiane locali?

Le comunità cattoliche presenti nella grande regione della penisola arabica sono organizzate in macro-regioni ecclesiastiche: il Vicariato apostolico dell’Arabia settentrionale, che include Arabia Saudita, Bahrain, Qatar e Kuwait; e il Vicariato apostolico dell’Arabia meridionale, comprendente Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen. In tutta la penisola, a larga maggioranza islamica, la presenza cristiana iniziò con antiche comunità di rito orientale, stanziate lungo le coste del Golfo persico, che poi si espansero in tutto il Medio Oriente. Oggi la presenza di cristiani nella penisola arabica è legata ai migranti: non ci sono comunità autoctone, ci sono alcuni cristiani arabi ma si tratta di singoli individuali.

Come si svolge la vita della Chiesa nella regione?

L’attività della Chiesa cattolica si svolge, dunque, a livello pastorale, con i migranti che sono inseriti nelle società dei diversi stati e vivono accanto all’umanità che professa la fede islamica. Pur in un quadro culturale piuttosto omogeneo, in ognuna delle diverse nazioni della regione vi sono peculiarità: in alcuni stati come Emirati Arabi e Bahrain si registrano maggiore tolleranza e apertura verso i credenti in Cristo, mentre in altre nazioni vige un controllo più stretto e a volte, a causa della legislazione vigente, la fede cristiana è penalizzata; in altri casi è impedita per l’agire di gruppi estremisti e violenti.

Gli Emirati Arabi celebrano nel 2019 l’anno della Tolleranza e la libertà di culto è ampiamente garantita. Possono essere un esempio per i paesi dell’area?

L’Anno della tolleranza celebrato negli Emirati può essere un esempio e un punto di partenza importante per tutta la regione. Il primo passo della convivenza civile è non combattersi, rispettarsi e avere tolleranza gli uni per gli altri. La tolleranza è il primo gradino ma non è l’obiettivo ultimo, che è il pieno riconoscimento dei diritti fondamentali di tutti: la dignità umana, i diritti sociali, civili e religiosi. A questo dobbiamo tendere, procedendo a piccoli passi, secondo il disegno provvidenziale di Dio, tenendo conto delle realtà politiche, culturali e sociali di ogni nazione.

Può descrivere in particolare la situazione negli Emirati Arabi Uniti, dove si reca il Papa?

Negli Emirati Arabi Uniti, la presenza cristiana ha un certa consistenza: i cattolici sono 800mila (tra filippini, indiani, pakistani, srilankesi, bengalesi e di altre nazionalità) e gli stessi fedeli cattolici sono diversificati in comunità di rito latino, malabarese, malankarese, greco-cattoliche. Siamo nel Vicariato Apostolico del Sud, dove la Chiesa cerca di assicurare a tutti i fedeli un adeguato servizio pastorale e di culto, anche grazie alla presenza di sacerdoti e religiosi. Il Vicariato è molto ben organizzato nelle diverse articolazioni degli organi ecclesiali, con presenza di diverse chiese e le liturgie registrano una massiccia e vivace partecipazione di fedeli. Il governo degli Emirati permette alla Chiesa di gestire scuole ed è possibile svolgere un servizio di istruzione a beneficio di bambini e giovani, a partire da quelli appartenenti alle stesse famiglie migranti. Va notato che le scuole (11 istituti educativi in tutto) non sono scuole confessionali, ma sono aperte a tutti, frequentate in maggioranza da allievi non cristiani. Qui già si vive una certa integrazione, non si fa proselitismo, non si insegna la religione ma si vive la coesistenza pacifica, e i valori fondamentali del rispetto e della dignità umana sono promossi, vissuti e insegnati. Il servizio di istruzione è essenziale ed è un servizio al bene comune.

Come è la situazione nel Vicariato del Nord, che include l’Arabia Saudita?

Anche nel Vicariato del Nord, dove vivono nel complesso 2,5 milioni di cattolici, vi è una composizione piuttosto varia: c’è il Kuwait, dove si registra la presenza di cristiani di diversi riti, mentre in Arabia Saudita non abbiamo luoghi di culto o comunità riconosciute. Va notato, però, che anche qui c’è una certa tolleranza verso i cristiani soprattutto nei luoghi di lavoro, dove vi sono lavoratori battezzati: qui si svolge, in modo prudente e riservato, senza ostentazione, una minima attività spirituale che il governo conosce e non impedisce, finchè non vi sono elementi che turbano la vita sociale e civile. E noto che l’Arabia Saudita è considerata la culla dell’islam e dunque “terra sacra”. Ma, nel momento in cui si accolgono migranti, è necessario rispettare la loro dignità, i loro diritti e libertà fondamentali, anche di coscienza e di fede. In questo senso si può aprire una prospettiva perché si sviluppi un cammino all’insegna della tolleranza che, come detto, è il primo gradino della coesistenza. L’Arabia Saudita partecipa a pieno titolo ai consessi della comunità internazionale, a incontri, congressi, attività dell’Onu, e ha legami di carattere economico e politico con molte nazioni in tutto il mondo: se c’è rispetto e si stabiliscono amichevoli relazioni in questi contesti, credo che questo medesimo paradigma si possa prospettare anche a livello religioso, come via da seguire per il futuro. Senza alcuna contrapposizione, ma improntando una relazione sul rispetto reciproco, anche all’interno della realtà attuale del paese.

La visita del Papa avrà un significato anche per le relazioni con l’Arabia Saudita?

E’ un nostro auspicio che sia così. Il Santo Padre Francesco ha ricevuto nel 2017 in Vaticano una importante delegazione saudita e nell’incontro si è parlato di comune sforzo per la pace e la convivenza. Va poi ricordato lo storico incontro tra il Re Abdullah bin Abdulaziz Al Saud e Papa Benedetto XVI, tenutosi nel 2007, all’insegna della comprensione e del dialogo tra religioni e civiltà. Già la Santa Sede gode di buone relazioni con i rappresentanti di diversi paesi della regione. Siamo all’interno di un percorso: questo viaggio è una tappa che può aprire un altro tratto di strada. Sta a ognuno di noi fare la sua parte. La serena convivenza è possibile, qui in Occidente ma anche in Arabia, dove i lavoratori cristiani contribuiscono al bene economico e sociale del paese e danno una testimonianza di rispetto, pace, benevolenza.

Il viaggio può contribuire al dialogo islamo-cristiano?

La visita del Papa potrà certo contribuire a promuovere il dialogo. Ma va detto che non partiamo da zero e troppe volte si evidenziano solo gli aspetti più problematici o negativi. Nell’islam cristiani ed ebrei sono le “religioni del libro” e dunque il dialogo interreligioso parte da una base reale. Molti elementi della fede cristiana e islamica sono in comune: l’unicità di Dio, la paternità di Abramo, la preghiera, il digiuno, la carità, il pellegrinaggio, sono aspetti fondanti che condividiamo. Senza dimenticare il rispetto per Gesù Cristo, visto da una parte come Figlio di Dio, dall’altra come grande profeta; o l’amore verso Maria, sua madre, che spesso le donne musulmane invocano quando si preparano al parto. Per secoli cristiani e musulmani hanno vissuto in pace, e questi elementi andrebbero rafforzati oggi, anche grazie a un politica illuminata. La base già esiste, si possono fare passi avanti: il fatto che il Papa si rechi, per la prima volta, nella penisola arabica è un segno molto positivo, un segno di speranza.
(PA) (Agenzia Fides 1/2/2019)

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Questa voce è stata pubblicata il 02/02/2019 da in Attualità ecclesiale, Dialogo Interreligioso, ITALIANO con tag , .

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