COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Lectio sulla Lettera agli EBREI – Doglio (5)

I-IV Settimana del Tempo Ordinario (anno dispari)

Testo word Lettera agli Ebrei – Doglio (5)
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Lettera agli Ebrei (5)
Le esortazioni nella Lettera agli Ebrei
Meditazioni bibliche di don Claudio Doglio

con lo sguardo fisso su Gesù

L’esempio di Cristo (Eb 12,1-29)

12,1Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti,

Il grande numero di testimoni che è stato presentato nel cap. 11 diventa un incitamento: non siamo soli in questa corsa, non siamo i primi che iniziano questo cammino, siamo invece in buona compagnia. Sono tanti quelli che prima di noi si sono messi per questa strada e sono tanti coloro che su questa strada hanno raggiunto la pienezza della vita. Tutti costoro sono rimasti nel nostro patrimonio culturale come i grandi modelli raggiungibili e imitabili perché fatti della nostra stessa pasta e aiutati dagli stessi doni di grazia.

È un principio classico degli esercizi che sta alla base della vocazione di s. Ignazio: “Se hanno potuto loro, perché non io?” e la risposta è “Anch’io posso”. È proprio quello che intende l’autore della Lettera agli Ebrei richiamando questa nuvola di testimoni; dice proprio così nell’originale: “Siamo circondati da una nuvola di testimoni”. Siamo in una specie di visione dove la nube è rappresentata da una infinità di uomini e donne che hanno percorso la nostra stessa strada attraversando le stesse difficoltà e superandole perché fondati sulla fede.

Liberi dal peso del peccato con lo sguardo fisso su Gesù

Dunque, l’esortazione che l’autore rivolge alla sua comunità – e anche a noi – è quella di deporre tutto ciò che è di peso per poter correre nella corsa che ci sta davanti. Abbiamo volto lo sguardo all’indietro ripensando ai patriarchi, ai profeti, ai testimoni che hanno preparato la strada di Cristo; abbiamo continuato la meditazione ripercorrendo i duemila anni di storia della chiesa con i grandi esempi di santità cristiana che hanno segnato la nostra vita e la nostra spiritualità. Adesso riportiamo lo sguardo in avanti, c’è ancora una corsa che ci attende e non semplicemente un cammino.

L’autore parla di una gara, in greco dice agóna, un “agone”, è una corsa agonistica, oppure è una agonia, è un combattimento, è una autentica gara, non è una corsa non competitiva tanto per fare qualcosa. “Sai, la nostra vita è una occasione di relax, trotterelliamo un po’ e poi quando non ne abbiamo più voglia ci fermiamo. Non andiamo da nessuna parte, non abbiamo nessuna aspirazione, girovaghiamo senza una meta precisa, andiamo dove ci porta il vento”. Sembrano i ragionamenti di chi partecipa a una gara non competitiva semplicemente per passare un po’ di tempo, per riempire il proprio ozio.

La nostra vita non è però un semplice passatempo, noi infatti corriamo per raggiungere il premio. San Paolo esprime questa immagine con insistenza in più parti del suo epistolario e anche qui ritroviamo la stessa idea: c’è una gara in cui noi corriamo e per correre bisogna essere leggeri. Non si può correre con dei grossi pesi sulle spalle.

È proprio un obiettivo dei corridori eliminare al massimo la zavorra e tutto il peso possibile. La nostra vita spirituale è una corsa che non può essere realizzata con la zavorra, cioè con i pesi addosso o, per lo meno, se si è appesantiti dai peccati e da una eccesiva preoccupazione delle cose del mondo, la nostra gara è molto più faticosa e rischiamo di non giungere o di giungere male e tardi. Dunque, bisogna deporre il peso, cioè il peccato che ci intralcia e ci circonda, che è tutto intorno a noi. Il peccato è il peso che blocca la dinamica della nostra vita. Il peccato è il nostro handicap.

Credo che proprio in questa direzione noi riusciamo a cogliere bene il senso del peccato, come una incapacità, un blocco, un peso che impedisce di procedere nella direzione di Dio. Da una parte c’è la voglia di correre nella via del Signore per raggiungere il grande ideale, ma dall’altra c’è qualche cosa che mi blocca, che mi pesa, che mi fa ritardare.

Il peccato è la mia incapacità di amare, è quel peso che continuo a portarmi addosso di me stesso, del mio carattere, delle mie inclinazioni, dei miei istinti, delle mie fissazioni, delle mie abitudini: è il mio “IO” pesante, cresciuto troppo, ipertrofico. È una malattia che abbiamo un po’ tutti, l’ipertrofia dell’io; è quello il peso, è quello che mi blocca. Bisogna deporlo per poter correre con perseveranza, con quella indispensabile sopportazione; il termine greco che è tradotto con “perseveranza” dice proprio la capacità di resistere sotto hypomoné, è la “resistenza sotto sforzo” e la perseveranza diventa allora la capacità di correre nonostante il peso.

Se alle spalle abbiamo tanti testimoni che ci incoraggiano, che fanno i tifo per noi – perché loro hanno già corso quella gara vincendola e ci dicono che ce la possiamo fare qualche noi se ci togliamo dalle spalle il frigorifero che ci schiaccia – allora è ancora più importante guardare dove stiamo andando.

2Corriamo tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.

Lo sguardo fisso è su Gesù; stiamo correndo tenendo lo sguardo fisso su di lui, proprio perché è la nostra meta, l’obiettivo da raggiungere.

Non si può tenere la strada guardando i proprio piedi, è un compito faticosissimo quando per esempio si cammina di notte o in un ambiente buio dove si intravvede poco la strada e si vede solo a un palmo dal naso. Allora si va molto adagio e ci si inciampa facilmente. Quando camminiamo alla luce non guardiamo mai i nostri piedi, guardiamo più avanti e se c’è un ostacolo lo vediamo parecchio prima che i piedi vi giungano e i piedi lo superano dopo che è stato visto.

Quando si guida l’automobile per poter tenere la strada non si può guardare il cofano e neanche lì davanti, devi guardare molto più lontano; gli occhi non vedono dove è la macchina. Per tenere la rotta, la traiettoria giusta e stare nella propria corsia, bisogna guardare molto più avanti. Quando sei in una strettoia, in una stradina molto stretta con due muri laterali, se ti metti a guardare i lati per vedere se tocchi, tocchi. Devi guardare lontano, devi avere l’occhio allenato perché è guardando lontano che ti accorgi se lo spazio è sufficiente, allora prendi la mira e ci passi. Quando sei lì vicino, proprio nel punto della strettoia, non vedi perché gli occhi guardano avanti, ma hanno visto prima.

Tutto questo è una specie di parabola, proprio per dire che nella vita, per affrontare i problemi, dobbiamo guardare lontano. Per tenere la strada bisogna guardare sempre oltre; se concentri l’attenzione sulla strettoia in cui sei adesso sbatti a destra e a sinistra perché lo sguardo deve essere oltre per poter prendere la mira e passare attraverso gli ostacoli.

Gesù Cristo, autore e perfezionatore della nostra fede

Tenere lo sguardo fisso su Gesù significa avere questo sguardo lungimirante, che guarda lontano; è l’intelligenza di chi non provvede semplicemente a mettere a posto la situazione adesso, ma tiene conto dell’obiettivo finale a cui tende. È infatti il futuro che determina il presente; questo è un principio cristiano importantissimo che troppe volte viene dimenticato: “Il futuro determina il presente”.

Il futuro per te non c’è ancora, ma – in quanto promessa di Dio – il futuro già c’è. Non si tratta semplicemente del futuro prevedibile, nel senso di immaginare ciò che potrebbe accadere delle prossime settimane o anche dei prossimi anni; c’è infatti un mondo, una realtà futura che rientra nelle nostre capacità di previsioni. I progetti, gli appuntamenti, gli impegni li prendiamo da un anno all’altro ed è un controllo del futuro.

C’è però un futuro che non è prevedibile, questo è nelle mani di Dio ed è già determinato da parte sua: la volontà di Dio di realizzare il suo progetto finale di salvezza per tutti gli uomini ed è questo che illumina e chiarisce il nostro presente.

La vita diventa invivibile quando la persona non ha più futuro, quando decide di non avere più futuro. Quando sembra che la vita non prospetti più nulla allora non c’è più voglia di vivere perché non si attende più nulla, non si attende neanche più il paradiso, non si attende neanche più l’incontro con Dio, perché il futuro è quello.

Il futuro determina il presente, il futuro è Gesù Cristo; Gesù Cristo non è il nostro passato, è il nostro futuro, è l’obiettivo verso cui corriamo. Non torniamo indietro ripiegandoci su un personaggio storico del passato, ma stiamo correndo in avanti verso un personaggio futuro per eguagliarlo.

Egli è l’autore e il perfezionatore della nostra fede. In italiano non si coglie più il significato di questi due termini, ma in greco dice archegòn kái teleiotèn che contiene la radice di “arché” “principio” e di “tèlos” “fine”. Gesù Cristo è quindi colui che ha dato inizio e che darà fine, è l’inizio e la fine. “Autore” nel senso che è l’iniziatore, colui che ha fatto iniziare la nostra vita di fede, “perfezionatore” nel senso che sarà lui a portarla a termine, a compimento, a completarla, a portarla alla fine, a far sì che raggiunga il fine.

Il termine archegòs in greco significa “capo comitiva”, è quello che sa la strada e va avanti, il capo-gruppo. Immaginate un sentiero di montagna e una comitiva di persone che salgono; c’è uno che sa la strada, è l’esperto e apre la strada, indica il cammino agli altri, va davanti e gli altri lo tengono d’occhio perché è lui che sa la strada.

In questo senso Gesù è il nostro archegòs, è il capo-gruppo della nostra fede, è l’arché, è l’origine ed è il conduttore, ma è anche l’obiettivo finale. Non è solo uno che cammina con noi verso qualcos’altro, è lui l’obiettivo verso cui noi camminiamo.

La prima immagine adesso deve andarsene perché non ci aiuta più. Gesù non è uno che cammina con noi e basta, Gesù è l’obiettivo verso cui noi camminiamo; lui realizzerà il nostro cammino portando a termine, perfezionando, la nostra persona. Ma in che senso e in che modo Gesù è da tenere sotto controllo? Che cosa significa tenere fisso lo sguardo su Gesù? Non significa guardare sempre una icona o un crocifisso e difatti l’autore ce lo spiega.

La scelta della incarnazione di Gesù

Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. 3Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità da parte dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

Nessuno di noi ha scelto di nascere, siamo nati perché altri lo hanno deciso; noi ci siamo trovati in questa vita senza averlo scelto e se ci proponessero di riprendere la vita, rifacendo tutto quello che abbiamo già fatto, forse avremmo serie difficoltà.

Nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggero di Leopardi c’è un famoso dialogo; alla fine dell’anno il venditore di almanacchi proclama “Anno nuovo” e augura “Buon anno”. Normale, lo facciamo anche noi. Questo passante filosofo dice: “A quale anno già passato vorreste che assomigliasse quello nuovo?”. “Oh, a nessuno, uno migliore signore, migliore”. “Allora voi non accettereste di vivere in tutto e per tutto un anno già passato?”. “No signore”. “Allora vuol dire che ci illudiamo continuamente che il prossimo anno sia migliore, però di fatto non ce n’è nessuno di quelli già trascorsi che vorremmo rivivere pari, pari”.

Dove sta quindi il problema? Il problema è che, sapendo la sofferenza che la vita comporta, avendola provata, abbiamo difficoltà a pensare di riaffrontarla. Andando avanti speriamo sempre nel meglio, ci illudiamo che sia meglio e accettare liberamente di ripassare attraverso quelle sofferenze, ripensare gli anni della scuola, del noviziato, del ministero difficile, tornare indietro e rifare tutto quello… non siamo disposti.

Tornare indietro e rifare così, però senza sapere, si potrebbe anche provare. Perché questo? Perché non siamo disposti ad affrontare seriamente anche la sofferenza o il dolore con un atteggiamento oblativo, di offerta di sé. È quello che intende dire l’autore quando dice: guardate bene Gesù il quale è l’unico che ha scelto di nascere, perché lui esisteva prima di nascere, noi no.

Non accontentatevi dell’idea platonica del dire: “eravamo nella mente di Dio”; non esistevamo, non eravamo niente. Gesù invece esisteva prima di nascere a Betlemme e sceglie di nascere sapendo tutto quello che comporta, pur senza averlo vissuto perché noi abbiamo una conoscenza per esperienza, mentre Dio ha una conoscenza in sé, senza bisogno di provare. Avendo la piena conoscenza divina di ciò che comporta entrare nella situazione del mondo e in questa corruzione del mondo – con tutto ciò che verrà di ingratitudine e di danno per lui – Gesù accetta ugualmente di entrare nel mondo. È una idea che sta molto a cuore all’autore della Lettera agli Ebrei, già nel cap. 10 aveva attribuito al Cristo, nel momento in cui entra nel mondo, le parole del salmo: “Io vengo, Signore, per fare la tua volontà”.

“Tenete fisso lo sguardo su Gesù… il quale, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce”. Poteva vivere da Dio ed è venuto a morire da disgraziato.

Noi certe volte siamo nella sofferenza perché non possiamo farne a meno, ci troviamo dentro, altri ci hanno messo in quella situazione: pazienza; al massimo l’unica cosa che possiamo fare è sopportare. Lui invece ci si è messo da solo in quella situazione, volontariamente, in piena libertà, pur potendone farne a meno. È qui l’abisso tra la nostra mentalità e la sua; in questo noi scopriamo di essere peccatori, perché siamo diversi da lui, molto diversi da lui e se lui è il Santo e io sono molto diverso, vuol dire che io sono peccatore, perché questa mentalità io non ce l’ho. Devo però tenere fisso lo sguardo su di lui che ha questa mentalità: ha disprezzato l’ignominia, cioè la vergogna. Non ha avuto vergogna di affrontare il rifiuto, la croce, che non è semplicemente sofferenza, ma è anche vergogna, è un obbrobrio, una infamia.

Morire sulla croce significa finire nel peggiore dei modi possibili; non significa semplicemente morire, significa morire male, tra sofferenza atroci ed in più anche disprezzato, deriso e umiliato. Per questo si è assiso alla destra del trono di Dio.

Adesso guardate dov’è Gesù, ma ricordatevi sempre che Gesù è lì perché è passato attraverso quest’altra situazione.

3Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità da parte dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

Ecco il problema che ha la comunità a cui si rivolge questo autore, ormai lo abbiamo capito, è la stanchezza, la demoralizzazione e penso che possa essere anche il nostro problema: perderci d’animo, non averne più voglia perché ci sono delle difficoltà, perché non mi capiscono, perché mi trattano male, perché non vedo i frutti.

Una correzione paterna, pedagogica

4Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato

Questa volta è tradotto con “lotta” quello che prima era tradotto con “corsa”: c’è un combattimento, una gara contro il peccato. O vincete voi o vince il peccato. È una specie di pugilato, di lotta corpo a corpo contro il peccato. Non perdetevi d’animo, non siete ancora morti in questa lotta, non avete ancora resistito fino al sangue, quindi se anche avete dovuto sopportare difficoltà, patimenti, avversità, il martirio non lo avete ancora sopportato; se siete qui ad ascoltarmi vuol dire che non siete ancora morti, martiri, per non fare il peccato.

5e avete già dimenticato l‟esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; 6perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio.

Ritorna qui, incisiva, l’esortazione a non scoraggiarsi di fronte alle correzioni ricevute. Da questa citazione del Libro dei Proverbi l’autore deduce una interpretazione delle difficoltà che il cristiano incontra nella sua vita.

7È per la vostra correzione che voi soffrite!

Non sta parlando del mal di pancia, ma è la sofferenza dell’essere cristiani: proprio perché siete di Cristo – e seguite il vangelo – nella vita trovate delle difficoltà. È per la vostra correzione che trovate queste difficoltà.

Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? 8Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, allora siete degli illegittimi, non dei figli!

In greco adopera la parola più forte, dice proprio nóthoi, “bastardi”.

9Del resto noi come correttori abbiamo avuto i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati;

Questo testo parla di altri tempi, di duemila anni fa.

non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita? 10Costoro infatti [i nostri padri terreni, i nostri educatori in genere] ci correggevano per pochi giorni, come loro sembrava bene;

Non è sempre detto che indirizzassero nel modo corretto.

Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità.

Sicuramente la sua opera è buona e le difficoltà che incontriamo sono strumenti di correzione, sono l’occasione giusta per correggere la nostra cattiva inclinazione; è lo strumento pedagogico che il Signore adopera nei nostri confronti.

Non usiamo però questo argomento per le malattie o le disgrazie, è un’altra cosa e l’autore non sta parlando di questo. Però la difficoltà che tu hai ad andare d’accordo con una consorella, quella situazione contingente in cui ti trovi, quella è una lezione, è un banco di prova che il Signore sta adoperando per correggerti.

Non è detto che sia lui che abbia voluto che tu dovessi sopportare proprio quella suora così noiosa e antipatica, però in quella situazione, che per te è difficile, Dio non ti lascia mancare la forza e la grazia perché tu ne abbia un beneficio. In quella difficile situazione, mentre soffri perché quella ti tratta male, tu puoi correggerti, perché è l’occasione buona per correggere e migliorare la tua persona, il tuo carattere, il tuo atteggiamento. In quella difficoltà Dio ti dona una grazia di correzione.

11In verità ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

Hanno fatto ginnastica, dice; è un autentico esercizio, è l’esercizio spirituale di tutta la vita; la tua sofferenza di oggi, la tua correzione, in futuro sarà per te un grande bene.

Invito alla fedeltà della vocazione cristiana

12Perciò, rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia fiacche 13e fate passi diritti con i vostri piedi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

Ci sono dei piedi zoppicanti, ci sono delle storture nella nostra vita; facciamo allora in modo che guariscano, che non peggiorino. In quella difficile relazione che hai con quella persona antipatica stai attenta a non peggiorare. È l’occasione buona che tu hai di migliorare, ma stai attenta che non sia il momento in cui invece peggiori, in cui indurisci il tuo cuore come il faraone nelle piaghe/lezioni d’Egitto ed esca così fuori il male che c’è dentro e anziché correggerlo tu dia libero sfogo a tutto l’acido che c’è.

14Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore; 15vigilando che nessuno venga meno alla grazia di Dio. Non spunti né cresca alcuna radice velenosa in mezzo a voi, che provochi torbidi così che molti ne siano infettati.

Attenti alle radici velenose, a quei principi di morte che regnano nella nostra persona e nelle nostre comunità. Questi sono i punti nevralgici, questi sono gli inizi del male; i peccati capitali sono radici di male: l’ira, l’invidia, l’orgoglio, l’avarizia o l’avidità, la pigrizia, la lussuria come istinto di dominio, di controllo e di umiliazione dell’altro. Tutte queste sono radici velenose da cui provengono come frutti tanti peccati, cioè tante piccole azioni negative. Il peccato autentico è però la radice e di quella dobbiamo pentirci e liberarci. Ci dispiace di avere dentro il nostro carattere dei principi velenosi che producono morte intorno a noi.

16Non vi sia nessun fornicatore, o nessun profanatore, come Esaù che, in cambio di una sola pietanza, vendette la sua primogenitura. 17E voi ben sapete che in seguito, quando volle ottenere in eredità la benedizione, fu respinto: non trovò, infatti, possibilità che il padre mutasse sentimento, sebbene glielo richiedesse con lacrime.

L’autore è duro. Esaù ha venduto un prezioso dono spirituale per un piatto di lenticchie; stai attento tu a non disprezzare i beni spirituali come se niente fosse, perché nel momento poi in cui chiedi rischi di trovare la porta chiusa.

18Voi infatti non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano che Dio non rivolgesse più a loro la parola. 20Non potevano infatti sopportare l’intimazione data. Se anche una bestia tocca il monte, sarà lapidata. 21Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo.

L’autore rievoca il Sinai. Voi invece non avete stipulato la tremenda alleanza del Sinai; voi avete fatto molto di più…

22Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa 23e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, 24a Gesù mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue dell’aspersione, dalla voce più eloquente di quello di Abele.

Aveva già parlato di Abele che, pur morto, parla ancora. Adesso ce n’è uno di più; voi vi siete accostati a Gesù Cristo risorto, molto più tremendo del monte Sinai. L’alleanza cristiana, cioè, è qualche cosa di eccezionalmente forte.

25Perciò guardatevi bene dal rifiutare Colui che parla, perché, se quelli non trovarono scampo per aver rifiutato colui che promulgava oracoli sulla terra, molto meno lo troveremo noi, se volteremo le spalle a Colui che parla dai cieli.

Dopo aver ricordato gli israeliti che furono puniti per non aver dato ascolto a Mosè, ecco la raccomandazione per voi, ed anche per noi, oggi, che abbiamo ricevuto una parola che viene direttamente dal cielo.

Le ultime parole del capitolo sono ancora su questo tono fortissimo del predicatore penitenziale, ottimo testo per gli esercizi. Dice infatti: guardate che Dio è un fuoco divoratore, non scherzateci. Non è una banalità, prendete sul serio la vostra vita, prendete sul serio Dio, prendete sul serio l’immenso amore che Dio ha per voi.

29perché il nostro Dio è un fuoco divorante.

Dio è un fuoco d’amore che vi divora, lasciatevi divorare da questo amore. Non si tratta di incutere paura, si tratta di suscitare entusiasmo.

http://www.symbolon.net

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Questa voce è stata pubblicata il 03/02/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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