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Lettura orante del Vangelo di MARCO (1)

Lettura orante del Vangelo di Marco (1)
Claudio Doglio

Testo word Lettura orante del Vangelo di Marco (1)
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Gesù

1 – Introduzione: il giovane nudo (14,51-52)

(…) Marco, chi era costui? Partiamo dunque con una brevissima introduzione al Vangelo secondo Marco. Chi è Marco? L’evangelista ha firmato il suo testo con un episodio che si trova al capitolo 14 ai versetti 51-52.

14,51Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. 52Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.

Un racconto autobiografico, una firma nel testo

Cominciamo da questi due versetti. Qual è il contesto? È indispensabile conoscerlo, altrimenti non comprendiamo il significato che si cela sotto questi due versetti; se infatti noi li estrapoliamo dal contesto perdono il loro senso. Utilizzando il testo cerchiamo allora di capire cosa è capitato. Siamo nella scena del Getsemani, la sera dell’ultima cena: Gesù esce con i discepoli e raggiunge questo luogo dove c’è un frantoio, quindi un podere di ulivi. Lì, mentre i discepoli dormono, Gesù prega e a tarda notte arrivano i soldati – guidati da Giuda – che arrestano Gesù.

50Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono.

In quel contesto, di notte, con la luna piena, in mezzo agli ulivi, in una situazione paesaggistica spettacolare, Marco e solo Marco racconta di un altro che era lì presente e che nessuno sapeva ci fosse, non lo sapeva nessuno perché era lì, ma di nascosto; lo sapeva solo quel giovanetto che era lì presente. Questo piccolo particolare è la firma con cui l’evangelista ha segnato il proprio scritto. Molti pittori hanno l’abitudine di fare il proprio ritratto in qualche particolare del quadro. Michelangelo, sapete, si è fatto l’autoritratto in mezzo ai santi e in mezzo agli apostoli nel grandioso affresco del giudizio universale della cappella Sistina. Ha usato infatti la pelle di San Bartolomeo. San Bartolomeo ha la sua faccia e poi regge in mano anche la pelle, visto che stato scuoiato. Quindi Michelangelo non è presente come persona, ma c’è il proprio autoritratto con quella trovata. Marco ha fatto qualcosa del genere raccontando un episodio che egli è effettivamente capitato.

Marco è figlio di una famiglia sacerdotale di Gerusalemme, è un nobile, la casa dove è avvenuta l’ultima cena è casa sua; sua madre, di nome Maria, dopo la risurrezione di Gesù, continuerà a ospitare la comunità apostolica per anni. La casa di Marco divenne quindi la prima sede della comunità cristiana. Quello che noi chiamiamo “il cenacolo”, la sala da pranzo, è in casa di Marco e quindi l’ultima cena, le apparizioni del Cristo risorto, la discesa dello Spirito Santo, le prime riunioni apostoliche, avvengono in casa di Marco.

Al tempo di quei fatti Marco era un ragazzino, poteva avere al massimo dai dieci ai quindici anni. Intelligente e curioso, vuole sapere che cosa succede. Lo interessano quegli uomini che hanno celebrato la cena pasquale in casa sua e poi sono usciti scendendo la scalinata verso il Getsemani; li ha così seguiti. Solo i signori usavano le lenzuola; la grande maggioranza della gente dormiva vestita. Noi, senza saperlo, abbiamo ormai le abitudini dei signori. Marco, essendosi svestito, solo con il lenzuolo, è saltato giù dalla finestra, ha scavalcato il muretto di cinta e ha seguito quel gruppo di uomini. Ha seguito Gesù nel Getsemani, lo ha tenuto d’occhio durante la preghiera e ha visto quello che stava succedendo. Forse non ha capito un granché finché a un certo momento ha sentito una mano sulla spalla, si è girato e ha visto un soldato che gli ha afferrato il lenzuolo; si è spaventato, gli ha lasciato il lenzuolo in mano ed è scappato nudo giù dalla valle, su dalla scala, è rientrato in casa e si è messo a letto. Forse il giorno dopo avrà dovuto spiegare a sua madre come mai mancava il lenzuolo e solo a quarant’anni, quando scrive il vangelo, dirà che quella notte era scappato di casa.

È un episodio realistico, ma anche simbolico. È Marco che da ragazzino ha vissuto quella esperienza e ha incontrato Gesù, ma vedendolo alla luce della luna in mezzo agli ulivi. Poi ha incontrato Pietro, ha sentito parlare della risurrezione, ha sentito la nuova predicazione cristiana, è cresciuto studiando nel tempio e, come figlio di un sacerdote, ha avuto una buona preparazione culturale. Quando, dieci anni dopo, ha più di vent’anni, è pronto per essere il segretario di Pietro.

Le antiche fonti patristiche lo chiamano l’ermeneuta, il traduttore, l’interprete di Pietro. Ha tradotto in greco quel che Pietro diceva, ha cercato di comunicare meglio che poteva il messaggio che Pietro trasmetteva da testimone oculare. Quindi Marco è per anni mediatore delle prediche di Pietro, ha sentito predicare Pietro e ha scritto poi il vangelo di Pietro. È il punto di vista di Pietro. Eppure Marco è diventato anche collaboratore di Paolo. A metà degli anni 40, quando Marco ha circa 25–30 anni con Barnaba, suo cugino, segue Paolo e quindi sente anche la predicazione di Paolo e diventerà un collaboratore molto stretto di Paolo insieme a Luca.

Nel Nuovo Testamento si parla di Marco negli Atti degli apostoli – ho fatto riferimento a quegli episodi –, tre volte nelle lettere di Paolo viene citato anche il nome di Marco, e alla fine della Prima lettera di Pietro l’apostolo lo considera suo figlio. Marco, quindi, è un discepolo degli apostoli che ha scritto a Roma nei primi anni “60 il vangelo che noi leggiamo per i principianti, per gente di Roma che si avvicinava alla fede cristiana. È quindi un vangelo semplice per introdurre nella vita cristiana; è un ottimo punto di partenza per la meditazione e la conoscenza della persona di Gesù; lo è pertanto anche per noi che ci mettiamo nei panni dei principianti.

Ritorniamo all’episodio del giovinetto. Marco nonostante la sua semplicità narrativa è un autore di grande abilità simbolica e i particolari devono essere presi in seria considerazione.

Un po’ di esegesi sul testo: un collegamento importante

Quel giovinetto viene qualificato con lo stesso termine che al capitolo 16 indica il personaggio che alle donne rivela la risurrezione di Cristo.

In 16,5 Marco scrive che le donne entrando nel sepolcro videro un giovane. In greco c’è lo stesso identico termine: neanìskos “giovinetto” sia nel caso del Getsemani sia nel caso del sepolcro vuoto. All’inizio della passione c’è un giovinetto; alla fine – il mattino di Pasqua – c’è un altro giovinetto. Tutti e due sono alle prese con un lenzuolo perché anche nel sepolcro c’è un lenzuolo. Le guardie facevano la guardia al sepolcro, ma alla fine che cosa hanno tenuto? Solo un lenzuolo! Come quella guardia che nel Getsemani ha afferrato il giovinetto: gli è rimasto in mano solo il lenzuolo mentre il giovinetto è fuggito via nudo.

Meditazione

Godetevi quella scena, ricreatela nella vostra mente, passateci qualche ora a pensare a che cosa vuol dire. Non pensate subito voi, state sul testo. Perché raccontare questo particolare di un ragazzino che scappa nudo giù dalla valle del Cedron, poi su dal Tiropeon per rientrare in casa. A Gerusalemme ai primi di aprile fa freddo. Vi ricordate che Giovanni racconta che Pietro si riscaldava perché faceva freddo? Una notte fredda con questo ragazzino che scappa e il soldato che tiene il lenzuolo.

È un anticipo di risurrezione, è un segno simbolico di quell’evento che verrà raccontato dopo. Quel giovane evoca appunto la novità; è il Cristo risorto che è più giovane, è la novità in persona; e la forza che tenta di bloccarlo non ci riesce.

Per poter capire un testo dobbiamo parafrasarlo, spiegarlo, cambiare le parole, guardare bene le parole e descriverle; mentre le descriviamo ci vengono in mente tante cose. Ci vuole pazienza e perseveranza; non accontentatevi di una conoscenza superficiale, non accontentatevi di saperle già. Entrate nel particolare, concentriamoci sull’evangelista Marco, testimone della parola, nostro aiuto in questo cammino di meditazione e meditiamo la sua firma.

Un richiamo biblico

C’è un episodio dell’Antico Testamento a cui probabilmente Marco allude con il suo particolare. Alla fine del capitolo 2 del libro del profeta Amos (2,14-15) c’è un oracolo antico contro Israele. È un oracolo di minaccia: Dio minaccia il proprio intervento di punizione nei confronti del popolo traditore. Così scrive il profeta:

2,14Allora nemmeno l’uomo agile potrà più fuggire,/ né l’uomo forte usare la sua forza; / il prode non potrà salvare la sua vita / 15né l’arciere resisterà; / non scamperà il corridore, / né si salverà il cavaliere. / Il più coraggioso fra i prodi / fuggirà nudo in quel giorno!».

Perché nudo? Un giovane biblista milanese, Giacomo Perego, ha fatto una tesi proprio su questi il versetti, ha pubblicato il libro e l’ha intitolato “La nudità necessaria”. Necessaria perché? Leggete il testo di Amos; rimprovera Israele che ha troppe cose: è come un carro talmente carico di roba, che viene schiacciato dalla sua roba, come avviene a Mazzarò nella novella di Verga. Le armi e tutta l’attrezzatura non servono per la salvezza. Il più coraggioso fuggirà nudo in quel giorno.

Tutti i registi che hanno fatto un film su Francesco d’Assisi hanno insistito sulla scena in cui si toglie i vestiti e resta nudo in piazza, coperto solo dal piviale del vescovo; segno che la Chiesa lo prende sotto il suo mantello. È un gesto simbolico, provocatorio, ma anche il Cristo è nudo in croce. Questo giovinetto fugge nudo; il più coraggioso non combatte, fugge, lascia tutto e salva la vita. Il più coraggioso è quello che scappa lasciando tutto. Capite quante cose ci sono sotto?

Inoltre, che cosa dice della risurrezione questo particolare? È il Cristo stesso che è fuggito nudo, si è spogliato. Spogliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Anche nel battesimo non c’è forse questa immagine? Dobbiamo pensarlo come era nell’antichità; spogliarsi dell’uomo vecchio, scendere nell’acqua e annegare per risorgere e rivestire Cristo, l’uomo nuovo, la veste bianca. La nudità necessaria è proprio lo spogliamento dell’uomo vecchio, il deporre il vestito sporco per rivestire Cristo. È lo spogliarsi di Cristo per risorgere. (…)

2 – Una dottrina nuova con autorità (1,21-28)

Dopo la breve introduzione ci soffermiamo adesso sul testo per quanto riguarda la sua composizione. Partiamo quindi dall’inizio. (…)

Scopo e destinatari del vangelo

Marco scrive per dei cristiani principianti, persone che hanno poca conoscenza della Scrittura, delle tradizioni ebraiche, poco teologi, molto pratici e quindi li invita a un cammino di fede; è un principio di fede. Vuole cioè accompagnare le persone a riconoscere in Gesù il Salvatore e aderire a lui. Marco potremmo definirlo l’evangelista della fede, dove per fede intendiamo la adesione personale alla persona di Cristo. Da persona a persona, una relazione di amicizia e di abbandono fiducioso. Quello che lui ha vissuto per la mediazione di Pietro, ritiene che anche altri possano viverlo attraverso la sua mediazione. Sono stati fortunati quegli uomini che hanno incontrato Gesù in carne e ossa durante la sua vita terrena, ma una esperienza analoga possono farla tutti gli altri con la mediazione della testimonianza apostolica e quindi il vangelo viene messo per iscritto perché coloro che non hanno incontrato Gesù nella sua vita terrena possano davvero incontrarlo in un altro modo e tuttavia reale.

Quindi leggere il vangelo per noi significa fare l’esperienza dell’incontro personale con il Signore Gesù. Dobbiamo ritornare al vangelo, ritornare all’esperienza storica di Gesù, ripartire continuamente dal Cristo e dalla sua persona storica. (…)

È proprio partendo da Cristo e dalla sua esperienza storica che noi abbiamo i piedi per terra, non ci perdiamo nelle disquisizioni teologiche e nella infinità di usi e abitudini che nei secoli si sono aggiunte e che continuiamo a fare semplicemente per abitudine e spesso senza più sapere il perché. Oltretutto sono proprio queste le cose che danno più fastidio alle nuove e generazioni, e che impediscono l’incontro con il Cristo; sono tutte le sovrastrutture ecclesiastiche che abbiamo inventato noi.

Allora, senza fare guerra a niente e a nessuno, dobbiamo ritornare seriamente al Vangelo e lentamente apprezzare quella parola, quella preghiera, quello stile. Ciò che è accessorio e vano, cade da solo senza combatterlo; l’essenziale resiste, l’accessorio se ne va e allora torniamo all’essenziale. Facciamo un cammino di fede lasciandoci accompagnare dall’evangelista Marco che ha strutturato il suo vangelo in due parti, con due vertici.

La prima parte culmina con la professione di fede dell’apostolo Pietro il quale riconosce che Gesù è il Cristo.

Alcune avvertenze necessarie

Attenzione a non commettete l’errore, facilissimo da commettere, di confondere un evangelista con l’altro; non bisogna infatti ricostruire mentalmente una ipotetica vita di Gesù mettendo insieme un pezzo di uno e un pezzo di un altro vangelo. Sono stati anche fatti esperimenti di questo tipo con la pubblicazione di vangeli “integrati”, quattro in uno (quasi fosse un’offerta speciale da supermercato), mettendo insieme i quattro racconti in uno solo. Non si fa e non si deve fare!

Da sempre la Chiesa ha rispettato i quattro testi nella loro diversità. Anche gli antichi se ne erano accorti; avrebbero potuto fonderli subito e trasmetterci “Il Vangelo di Gesù Cristo” e invece ci hanno trasmesso il Vangelo secondo Matteo, il Vangelo secondo Marco, il Vangelo secondo Luca e il Vangelo secondo Giovanni. Quattro testi differenti e sant’Ireneo comincia già a teorizzare che è bene che siano quattro perché la verità è multiforme, quadri–forme.

Per farvi capire che il procedimento di sintesi, di fusione dei quattro evangeli è sbagliato vi faccio un esempio. Se vi domandassi qual’è stato il primo miracolo di Gesù, certamente mi rispondereste che è il miracolo fatto alle nozze di Cana. La risposta però è sbagliata perché la domanda è sbagliata, è impostata male. Alla domanda su quale sia stato il primo miracolo di Gesù non si può rispondere senza fare prima una precisazione, una contro-domanda: secondo quale evangelista? Abbiamo invece in testa l’idea di una ricostruzione della vita di Gesù e, dato che Giovanni raccontando le nozze di Cana – raccontandole solo lui – dice che quello fu il primo segno. [letteralmente «l’inizio dei segni» (archèn tōn semèion)], noi lo abbiamo memorizzato e abbiamo creato l’affermazione che il primo miracolo è quello di Cana.

Nel vangelo di Marco, però, non c’è quel racconto. Noi stiamo parlando di Marco e allora il primo miracolo è la guarigione dell’indemoniato nella sinagoga di Cafarnao. Vedete, però, come non è per niente abituale questa distinzione. Non esiste una ipotetica vita di Gesù. Anche se ne hanno scritte centinaia nel passato abbiamo capito che non si fa così. Dobbiamo studiare il testo.

Ho fatto una parentesi perché volevo chiedervi: che cosa dice Pietro a Gesù quando gli chiede “chi sono io per voi?”. Siamo da capo; è la stessa situazione della precedente domanda. Se mi rispondete secondo quello che avete in testa voi mi rispondete secondo quanto è stato scritto da Matteo: “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Questo però è il testo di Matteo e avete in testa questa risposta perché abitualmente quando si legge quell’episodio si preferisce l’evangelista Matteo. Noi, però, stiamo leggendo Marco. Andate a cercare Marco 8,29: Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». Nell’ambito di Marco, chi riconosce che Gesù è il Figlio di Dio? Prima lo riconoscono i demòni – che però non sono attendibili e vengono fatti tacere – mentre la confessione di fede umana su Gesù, Figlio di Dio, si ha alla fine: è il centurione, romano che la pronuncia.

15,39Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».

Dunque, il primo vertice è la professione di fede di Pietro, il secondo vertice è la professione di fede del soldato romano. Mica per niente è di Roma. Avrebbe potuto essere un soldato originario di qualsiasi parte del grande impero romano, ma Marco scrive il suo vangelo a Roma, per un uditorio di origine pagana ed è proprio un pagano, un romano, che arriva alla fede ancora prima dei discepoli. Una sorta di captatio benevolentiae? Non è escluso! Il fatto importante non è questo, bensì il fatto che un pagano arrivi alla fede in Gesù prima di un qualsiasi rappresentante del popolo eletto. I destinatari sono un po’ parenti di quel centurione romano e si arriva alla fede piena nel Cristo avendolo visto morire in quel modo. La croce è la strada della fede.

Vi dicevo che Marco è un discepolo di Paolo e dopo avere assimilato la testimonianza di Pietro ha interpretato i fatti con la teologia di Paolo. Dovremo quindi tenere conto di questi due grandi apporti: Pietro ha raccontato i fatti con la sua passione, con il suo carattere veemente, Paolo ha aiutato Marco a capire il senso di quei fatti e Marco ha messo insieme il materiale e l’interpretazione.

Novella”, un termine da correggere e dimenticare

Non usate l’espressione buona novella; c’è anche nel testo, ma è un arcaismo, è frutto di una pigrizia mentale. La parola novella in italiano vuol dire favola. Nessuno, penso neanche i toscani, guardino il telegiornale per sentire le ultime novelle. Forse si usava secoli fa, ma adesso non più. Sul giornale, quindi, non si leggono le novelle intendendo le novità, le notizie. La parola novella richiama solo la favola o, al massimo, la telenovela o rotocalchi del tipo Novella 2000. Se voi dite che il vangelo significa buona novella senza volere l’avete messo a livello di una favola. Stiamo attenti alle parole, perché comunicano senza che noi vogliamo. Non dobbiamo adoperare parole che bisogna spiegare perché anche parlando semplicemente riusciamo a non farci capire o a far capire qualcosa di diverso. Permettetevi pure, allora, di correggere tranquillamente nei testi con “notizia”. Il vangelo è una bella notizia.

L’inizio del testo

Partiamo dal primo versetto e cerchiamo di capirlo.

1,1Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Questo primo versetto è già difficile. Che senso ha cominciare un libro dicendo “qui comincia il libro”. Noi quando diciamo “vangelo” pensiamo subito a un libro, ma Marco e suoi uditori non pensano ancora a un libro che si chiami così. Il vangelo è il contenuto della predicazione di Gesù ed è il messaggio apostolico su Gesù. «Arché»: la prima parola nel vangelo di Marco è Arché = principio: Arché del vangelo. Non significa “Qui comincia il libro”, ma significa “Origine della buona notizia”.

Qual’è questa buona notizia? Segue subito dopo: “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”. Due sono le frasi che costituiscono il contenuto della bella notizia.

  • Prima: Gesù è il Cristo,

  • Seconda: Gesù è il Figlio di Dio.

L’intento di Marco è quello di raccontare ai suoi lettori come è iniziata questa predicazione bella che ha come contenuto Gesù il quale è stato riconosciuto come Cristo e come Figlio di Dio. Tutto questo ci dice già, dal primo versetto, come sarà organizzato il suo testo: in due parti.

  • La prima parte culmina con il riconoscimento di Pietro: «Tu sei il Cristo»; ecco come si è arrivati a dire che Gesù è il Cristo;

  • La seconda parte culmina con la confessione del centurione romano che arriva a dire: «Tu sei il Figlio di Dio».

Ecco qual’è l’arché della bella notizia che Gesù è il Figlio di Dio. Il vangelo è vissuto dai lettori, noi già lo conosciamo, ma anche i destinatari dell’inizio già lo conoscevano; quindi il cammino che Marco ci fa fare è un cammino di arché, di principio, di fonte, di origine, di fondamento: è un andare alle origini. Questa è una esigenza classica e comune.

Dopo il Concilio tutti gli istituti religiosi sono stati invitati a ritornare alle fonti, al carisma originale: ritornare all’arché. È quello che noi vogliamo fare in questi esercizi, ritornare all’arché, al principio, al punto di partenza perché di lì ci è chiaro quello che è capitato dopo e quello che sta capitando a noi.

Dopo il titolo, costituito dal primo versetto, Marco presenta una breve introduzione al personaggio Gesù senza dilungarsi sull’infanzia; neanche una parola sull’infanzia. Come avviene anche negli Atti degli apostoli il racconto di Marco comincia con la predicazione di Giovanni Battista.

Tutto cominciò dal battesimo predicato da Giovanni quando Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret il quale cominciò a passare. Così, nei primi versetti del primo capitolo di Marco, troviamo la presentazione del Battista con la sua predicazione e, improvvisamente, la comparsa di un personaggio di nome Gesù. Al versetto 9 ci viene presentata la persona di Gesù:

1,9In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni.

Compare improvvisamente questo personaggio e noi dobbiamo imparare il metodo del lettore. Noi sappiamo tante cose, abbiamo già letto tutti gli altri evangeli, sappiamo come va a finire la storia, però, per essere buoni elettori, dobbiamo attenerci al testo e qui noi dobbiamo partire da zero, come se non sapessimo nulla di Gesù. Ci viene semplicemente detto un nome, una città, una comparsa. Arriva un certo Gesù…

10E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. 11E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Gesù raggiunge la piena consapevolezza di sé

Se la voce dal cielo dice: «Tu sei» significa che è rivolta a Gesù e quindi è una rivelazione che il Padre offre al Figlio per fargli prendere piena, matura consapevolezza della sua qualità, natura divina e della sua missione messianica. Il momento del battesimo è considerato dalla tradizione cristiana primitiva come il momento in cui Gesù raggiunge la piena consapevolezza di sé.

Non domandiamoci come e perché. Non sappiamo neanche spiegarlo riguardo noi quando abbiamo deciso, quando abbiamo capito chi eravamo e che cosa il Signore voleva da noi; non riusciamo a spiegarlo nella nostra esperienza personale, come facciamo quindi a spiegarlo negli altri? Come facciamo a spiegarlo in una persona così unica come Gesù? Essendo uomo Gesù è cresciuto e maturato in sapienza e grazia e fino a quel momento non ha fatto niente di significativo perché non aveva ancora deciso. Adesso arriva alla consapevolezza, ma di questo non ci parla il vangelo e allora su questo noi non ci soffermiamo.

12Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto 13e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.

Noi siamo tentati di aggiungere dei particolari al racconto. Leggendo Matteo e Luca abbiamo infatti delle esemplificazioni di tentazioni proposte da satana, ma in Marco non ci sono e allora pazienza, ci atteniamo al testo così com’è.

Il dato è estremamente povero. Gesù trascorre 40 giorni – un numero simbolico per indicare un lungo periodo di ritiro spirituale – nel deserto, in una dimensione fuori dal mondo, in mezzo alle bestie, servito dagli angeli, tentato da satana. Ci sono tutti meno che gli uomini o, meglio, l’unico uomo è lui. È un po’ la nuova condizione dell’uomo, di Adamo.

È il momento della decisione; in quei giorni Gesù sceglie come agire. Avendo capito chi è e che cosa deve fare, deve ancora scegliere come farlo. Il punto di svolta nella missione di Gesù si ha con l’arresto di Giovanni il Battista. Quando finisce il ministero del Battista – e finisce male – Gesù inizia il suo. Il fatto che Gesù inizi proprio mentre il Battista viene arrestato, è già un indizio di pericolo, di coraggio con cui il Cristo affronta il ministero.

Schema di composizione

Si conclude così, con il versetto 13, una parte che possiamo chiamare di introduzione. Con il versetto 14 inizia la prima grande parte narrativa di Marco che culminerà con la professione di fede di Pietro al capitolo 8. Questi otto capitoli sono ritmati da Marco in tre movimenti successivi. Ognuno di questi movimenti inizia con:

  • un sommario,

  • un racconto di vocazione e termina con

  • una lotta di ostilità e incomprensione.

Il primo sommario lo troviamo ai versetti 14-15.

1,14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio,

la buona notizia di Dio: è arrivato il momento buono, ci siamo. Dio, che è re dell‟universo, si è fatto presente ed è qui in persona. Cambiate quindi mentalità e fidatevi di questa buona notizia.

Non ho letto il testo, l’ho parafrasato e lo avete capito meglio. Un lavoro importante da fare è parafrasare il testo. Ho fatto un lavoro da scuola elementare, come una volta, quando a scuola ci facevano fare la prosa delle poesie. È un modo per appropriarsi del testo, non è un lavoro infatti infantile ma un è un lavoro che richiede grande intelligenza e fatica, tanto più quando il testo è già prosa. Per spiegare una parola non bisogna usare quella parola.

Faccio un esempio: che cosa la conversione? Eh! la conversione è convertirsi; è quando uno si converte. Siamo sempre da capo, bisogna cambiare parola. Ciò che Gesù chiede è un cambiamento di mentalità e il cambiamento di mentalità è credere, cioè fidarsi, fidarsi del Vangelo cioè di quello che lui sta annunciando. E qual è il vangelo? Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino! Ci siamo, Dio è qui! Qui dove? Qui dove ci sono io. Dato che ci sono io Dio è presente ed è presente come regno, come regnante, come colui che comanda. Credeteci!

Questa è la sintesi della predicazione di Gesù che Marco ha messo all’inizio del suo lavoro come sommario e subito dopo narra la chiamata dei primi quattro.

A Cafarnao Gesù insegna con autorità

È un testo che conosciamo benissimo; lo commento brevemente. Vi faccio notare anzitutto che il racconto è stilizzato; il racconto non è una fotografia della realtà, ma un quadro. Riduce all’essenziale alcuni elementi, non è una descrizione di un fatto, ma l’evocazione di una decisione. C’è una chiamata che viene accolta subito e il primo episodio narrato ampiamente da Marco è quello su cui vi invito a fare lettura orante. Sono i versetti 21-28; è il primo miracolo compiuto da Gesù, certamente nel racconto secondo Marco.

1,21Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise a insegnare. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. 23Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: 24«Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». 25E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell’uomo». 26E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova [insegnata] con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». 28La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.

Dobbiamo stare a lungo su questo testo per capirlo meglio che possiamo. L’episodio avviene di sabato nella città di Cafarnao all’interno di una sinagoga. Cercate sempre di ricostruire anche la scena, di notare tutti i particolari; non aggiungete cose di testa vostra, valorizzate quello che l’autore dice. Marco ci tiene a dire che Gesù è a Cafarnao, che è sabato, che è nella sinagoga; quello valorizzatelo. L’episodio non è avvenuto al mercato, è avvenuto in sinagoga durante una predica. Gesù che cosa fa? Insegna!

Il lavoro primario di Gesù è insegnare, secondo Marco, notatelo. Tenete la matita in mano mentre legge, provate a notare tutti i verbi di insegnamento, i termini di istruzione, di formazione che compaiono nel vangelo di Marco; sono tanti, sono più che in tutti gli altri evangelisti. Gesù compare in pubblico come uno che insegna, e insegna in una sinagoga, di sabato; è quindi perfettamente inserito in un contesto ebraico.

Coloro che lo ascoltavano erano stupiti del suo insegnamento, della sua didaché, perché egli insegnava. Nel testo, molto ravvicinati, troviamo per ben due volte il verbo insegnare e il sostantivo insegnamento. Se Marco insiste su queste parole vuol dire che gli interessa, notatelo. L’insegnamento di Gesù produce stupore; perché sono stupiti? Perché è uno che insegna con autorità a differenza degli scribi. Cosa vuol dire questa autorità di Gesù?

Autorevolezza, non autorità

Ecco allora che un oggetto di riflessione è proprio quello della autorità. Gesù è un uomo che si presenta autorevole, molto diverso da autoritario. È bene che ognuno, nel ruolo che riveste, si domandi: che differenza c’è tra autorevole e autoritario? La persona autorevole si impone da sola, quella autoritaria deve dirlo: “qui comando io”; se non lo dice non se ne accorge nessuno.

Autorevole è uno che ha una parola convincente. Il termine autore / autorità / autorevole deriva dal verbo latino augere che vuol dire “far crescere”. Quindi auctor è colui che fa crescere. L‟autorità è il servizio della crescita e una persona autorevole fa crescere le altre persone. Non c’entra niente con il comandare, con il dare ordini, con l’imporsi. L’autorevole fa maturare, è quello che ha i discepoli. Là dove c’è la libera frequenza gli studenti vanno dai professori che vogliono e gli studenti sanno da quali professori andare. Vanno da quelli da cui hanno qualcosa da imparare, da quelli che possono aiutarli a crescere, cioè da quelli autorevoli. Quelli invece che leggono il libro, o ripetono sempre le stesse dispense, non avrebbero studenti se non ci fosse l’obbligo di frequenza.

È logico, è qui la differenza tra autorevole e autoritario. Gesù è una persona che ha autorità, non è come gli scribi che sono dei semplici ripetitori, ripetono sempre la stessa cosa, riscaldano sempre la stessa minestra. Gesù invece è creativo, ma soprattutto è realizzativo; Gesù fa quello che dice. Gesù dimostra di avere una parola operativa. In che senso Gesù è creativo? Si inventa tutti i giorni un canto nuovo? No! Ha una parola creatrice perché dice e avviene; è l’efficacia dei sacramenti.

Qui abbiamo un testo sacramentale di prima categoria. C’è un uomo oppresso dal male che si oppone a Gesù; è la forza diabolica che lo riconosce: “sei venuto a rovinarci”. Gesù è la rovina del male, è uno che è in sinagoga, è il sabato durante la preghiera. Probabilmente se non ci fosse stato Gesù sarebbe sembrato un devoto come tutti gli altri. Di fronte invece alla persona di Gesù esce fuori questo male profondo che rovina l’uomo.

Quasi tutti i miracoli in Marco sono degli esorcismi. Marco insiste su questo fatto, che Gesù libera l’uomo dal potere del male: rende l’uomo libero, gli ridà la dignità. È un qualcosa che Marco qui a Roma doveva fare proprio per togliere dalla testa le mentalità pagane, ridare all’uomo la libertà delle origini. Lo spirito immondo strazia quell’uomo, grida, ma esce, fa l’esodo. È un combattimento tra Gesù e il male. All’inizio c’è uno scontro e un esodo, un’uscita.

Erano stupiti e poi anche presi da timore e si chiedevano: che è mai questo?

Marco, l’evangelista delle domande / I punti interrogativi di Marco

Un’altra nota importante: Marco è l‟evangelista delle domande. Un lavoro bello e utile può essere quello di raccogliere tutte le domande del vangelo di Marco e catalogarle: quelle che fa Gesù, quelle che fanno a Gesù su temi diversi e quelle su Gesù stesso. Ne viene fuori una lista grande e interessante.

Prima di avere delle risposte Marco suggerisce delle domande e quella gente si domanda: che è mai questo (un aggettivo al genere neutro)? Che cos’è questa cosa? La risposta è negativa: non sanno dirlo. È una cosa strana, una cosa che chiede, interpella l’intelligenza, vuole una risposta. Riescono a dire solo questo: è una dottrina nuova, con autorità.

La parola «insegnata» nel greco non c’è, è stata aggiunta dal traduttore ed è meglio toglierla perché non aiuta la comprensione. È una didaché kainè kat’exusia, è una dottrina qualitativamente nuova, unita a potenza. C’è quella auctoritas, l’ exusía, la potenza unita alla dottrina. La dottrina di Gesù è di una qualità nuova, superiore, ed è accompagnata dal potere. Gesù, infatti, dice e fa, realizza effettivamente quello che dice.

La domanda riguarda proprio la stranezza: ma che cosa dice, ma che cos’è? Non è una parola come quella degli scribi che continua a ripetere una dottrina che non si realizza, questo è un maestro che dice e fa. Comanda perfino agli spiriti immondi e gli obbediscono.

Meditazione

Proviamo ad avviare la meditazione. Il male che c’è oggi nelle nostre persone, nelle nostre comunità, nelle nostre strutture, è vincibile? Riconosciamo la presenza di Gesù autorevole, capace di dire e di operare? Può liberare l’uomo oggi? Può liberare noi da quel male? Siamo noi stupiti dal suo insegnamento, sappiamo cogliere la novità di quell’insegnamento?

Forse come persone cattive anche noi qualche volta vorremmo dire a Gesù: sei venuto a rovinarci. Stavamo così bene senza e sei venuto a disturbarci. Qualche volta la presenza di Gesù, la parola di Gesù nella nostra vita è un disturbo: quando ci dice che abbiamo accorto, che ci comportiamo male, che sbagliamo a fare quello che facciamo. Sarebbe meglio stesse zitto.

Lui è il santo di Dio, separato da noi, diverso, distinto; noi siamo poveri peccatori e allora se stesse separato da noi sarebbe meglio. Invece si è mescolato con noi. Ci stupisce questo? Ci fa arrabbiare? Ci colma di ammirazione? Esiste qualche reazione?

Ritornateci sopra, guardate bene il testo, studiatelo, analizzatelo nel suo contesto iniziale. È la prima manifestazione di Gesù. Meditatelo per voi; voi dove siete in quella sinagoga? Che atteggiamento avete? Che cosa vi dice questo fatto nella vostra vita? Non abbiate premura di concludere, di dare delle risposte affrettate; non è un quiz da scuola guida, non c’è una risposta da chiedere se avete indovinato. Potete trovare qualcosa di assolutamente nuovo, di personale. Chiedete allo Spirito che vi aiuti a capire il messaggio per voi, qui e adesso. Non dovete fare niente, dovete solo ascoltare e dopo l’ascolto, con calma, la preghiera, la reazione. Prima fermate la bocca e aprite le orecchie; poi, quando avete colto il messaggio, reagite e se ne avete voglia scrivete una preghiera breve, lunga, secondo il vostro stile e il vostro gusto. Fate delle poesie, fate dei testi in prosa, fate quel che volete, ma pregate rispondendo alla parola, questa parola.

http://www.symbolon.net

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Questa voce è stata pubblicata il 04/02/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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