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Lectio sulla Lettera agli EBREI – Doglio (6)

I-IV Settimana del Tempo Ordinario (anno dispari)

Testo word Lettera agli Ebrei – Doglio (6)
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Lettera agli Ebrei (6)
Le esortazioni nella Lettera agli Ebrei
Meditazioni bibliche di don Claudio Doglio

Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!

Ultime esortazioni (Eb 13,1-21)

Il nostro Dio è un fuoco divoratore. l’immagine del fuoco l’autore della Lettera agli Ebrei la deriva dal Libro del Deuteronomio dove questa espressione ricorre più volte.

Il simbolo del fuoco

Proviamo a ripensare al valore simbolico del fuoco: è un elemento bivalente, nel senso che può richiamare realtà piacevoli e spiacevoli. Il fuoco è luce e calore, ma è anche un caldo che brucia. Anche l’acqua, d’altra parte, può essere fonte di vita e fonte di morte. Senza acqua si muore, con troppa acqua si muore anche. Nell’acqua si vive e si annega, il fuoco scalda, cuoce, illumina, ma anche brucia e distrugge: l’incendio riduce tutto in cenere. È proprio questa doppia valenza che è importante evidenziare.

Ricordiamo inoltre che la storia dell’esodo inizia proprio con una esperienza di fuoco: il vecchio Mosè, ormai convinto di andare in pensione, vede nel deserto un roveto che brucia e non si consuma; lui vuole vedere questo strano fenomeno e Dio gli parla dal fuoco, ma è un fuoco speciale che brucia, sì, ma non consuma, cioè non distrugge.

Volutamente, nel linguaggio simbolico dell’Esodo, Dio è presentato come fuoco che non distrugge, ma che trasforma senza incenerire. È una immagine ricorrente anche per indicare il tempo: il fuoco è il simbolo del tempo che cambia le cose, che le riduce in cenere, ma Dio ha la forza del fuoco senza distruggere, arde e non consuma. L’immagine del fuoco divoratore richiama la solennità della teofania del Sinai: Dio si è mostrato sulla santa montagna e “divora” nel senso che accoglie in sé, che infiamma, non che distrugge. È un fuoco che trasmette quel calore, che comunica ardore. Il fuoco si trasmette facilmente se trova esca e Dio è un fuoco che tende ad allargarsi.

Ricordiamo infatti che Gesù ha proprio detto: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”. È questo tipo di fuoco che è venuto a portare, non acqua tiepida, è venuto a portare il fuoco, non il quieto vivere, non l’irenismo; è venuto a portare la spada e la divisione. Dobbiamo tenerne conto per non fare di Gesù un bonaccione qualunque a cui va bene tutto; è venuto a portare il fuoco sulla terra e desidera che questo fuoco arda nella nostra vita. Dio è un fuoco che desidera ardentemente dar fuoco alla nostra vita.

È stata l’esperienza di Pascal quando ha scoperto la differenza tra il Dio dei filosofi e il Dio di Gesù Cristo; questo scienziato, filosofo e scrittore cristiano ripete infatti con insistenza la parola “fuoco” per dire una esperienza di Dio travolgente, infiammante.

Noi paragoniamo l’amore al fuoco e spesso gli aggettivi che caratterizzano il fuoco vengono usati per l’amore. L’amore è una fiamma, l’amore è caratterizzato dall’ardore, l’amore è infuocato, l’amore è acceso e così via. Dio è questo fuoco che arde per divorare la nostra vita, senza distruggerci, ma per realizzarci. Accostarci a questo fuoco vuol dire lasciarci trasformare ed è la grande idea che l’autore della Lettera agli Ebrei ha cercato di sviluppare mostrando il compito sacerdotale che Gesù ha compiuto: quello di rendere la nostra vita un sacrificio gradito a Dio.

Perseverate nell’amore fraterno

Nell’ultima parte di questo grande discorso teologico, al cap. 13, troviamo una sintesi di esortazioni alla vita concreta, una vita che dimostri nel concreto l’adesione a quel fuoco d’amore che è il Signore.

13,1Perseverate nell’amore fraterno.

In greco l’espressione è molto più sintetica, adopera l’espressione “philadelphía”, è l’amicizia, “l’amore tra fratelli” e poi adopera il verbo con un imperativo alla terza persona: «menéto”, “rimanga”: “L’amore fraterno resti, duri, resista”. È di più che l’esortazione a perseverare, è proprio l’ideale della comunità cristiana, è il desiderio che diventa imperativo: permanga, sia duraturo, non si spenga, non sia un fuoco di paglia. È quello il fuoco che il Signore è venuto a portare sulla terra, la capacità di vivere insieme, di vivere da amici e da fratelli, insieme. Non è naturale, è straordinario, è frutto della grazia e il fuoco che il Signore ha portato resti.

2Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo.

Fa riferimento alle querce di Mamre, quando Abramo accoglie i tre divini visitatori, oppure pensa alla famiglia di Tobia che ha accolto Raffaele sotto mentite spoglie, o ancora pensa a qualche altro racconto? Ciò che è importante è comunque l’esortazione alla ospitalità. Nel mondo antico questo atteggiamento di grande accoglienza era fondamentale, mentre noi oggi – specialmente nel nostro mondo occidentale e ricco – non abbiamo più idea di che cosa sia. Il mondo antico non conosceva l’istituzione alberghiera e quindi i movimenti erano possibili solo se le famiglie ospitavano i pellegrini, i viandanti. Gli apostoli e tutti i ministri del vangelo nei primi secoli hanno potuto girare il mondo grazie all’ospitalità, perché hanno trovato vitto e alloggio in case private di persone disponibili e quindi l’ospitalità fu nella antica comunità cristiana un esempio forte di amore fraterno. Diventava il modello dell’accoglienza divina.

L’immagine che dalla tradizione russa ci è giunta come raffigurazione della Santissima Trinità riproduce proprio la scena dell’accoglienza da parte di Abramo dei tre che Andrej Rublëv ha rappresentato (1422) nell’icona: tre figure angeliche sedute intorno al tavolo che riassume il mondo e l’altare eucaristico. Quella immagine della Trinità continua però a essere intitolata L’ospitalità di Abramo. La scritta – perché le icone portano sempre la scritta – non dice: La Santissima Trinità, ma dice L’ospitalità. Allora dietro al concetto sociale di accoglienza dei pellegrini o degli stranieri c’è il grande simbolo teologico della accoglienza di Dio, il divino straniero che entra nella tua tenda e la rende feconda. “Io e il Padre – dice Gesù – verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. È l’ospitalità cristiana proprio in questo senso, è l’uomo che accoglie il divino.

3Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, in quanto anche voi siete in un corpo mortale.

È interessante questa sottolineatura di solidarietà; non semplicemente pensate o visitate i carcerati, ma consideratevi loro compagni di carcere. Estendendo poi la situazione del bisogno a ogni categoria, noi troviamo qui un importante invito alla solidarietà come partecipazione reale alla condizione dell’altro. Non si tratta però dell’atteggiamento del superiore che concede un beneficio a uno sfortunato, quell’atteggiamento negativo di chi si crede benefattore e dall’alto della sua benevolenza lascia cadere qualche gesto di bontà verso questi poveretti. Solidarietà significa infatti farsi poveri con i poveri, farsi malati con i malati, carcerati con i carcerati.

Cambia di molto infatti la mentalità della misericordia se chi cura i malati si considera malato come loro, se entra nella loro condizione e vive quella loro esperienza dal di dentro con una partecipazione solidale e non con l’arroganza di chi invece deve curare per obbligo di lavoro tanta gente. Se cioè assumiamo una mentalità di solidarietà – tenendo conto che il Cristo si è fatto in tutto simile ai fratelli, ha condiviso in tutto la nostra esperienza – cambia radicalmente lo stile del servizio e della misericordia, cambia completamente la mentalità. Gesù non si è presentato come un super-uomo, è stato infatti molto difficile riconoscerlo come Dio, proprio perché era uomo sul serio. Non si è presentato come il Dio benefattore che snocciolava grazie a chi gliele chiedeva, ma ha partecipato alla condizione dell’uomo in tutto, partendo dal basso.

Potere e povertà

4Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. I fornicatori e gli adùlteri saranno giudicati da Dio. 5La vostra condotta sia senza avarizia;

Avarizia intesa nel senso di avidità, di bramosia di cose, di possesso, di dominio.

accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò.

In una vita religiosa la povertà non è valutata solo sulla questione economica o sugli oggetti, molte volte si pone infatti troppa attenzione su questi fatti per dimenticarne altri e c’è il rischio di filtrare il moscerino e ingoiare il cammello.

Non è la questione dei piccoli soldi che possono girare o degli oggetti che servono, certe volte la povertà viene violata nell’aspetto del potere, del controllo. Questo è un aspetto che nell’ambiente religioso si nota molto e predomina; è il controllo delle realtà, è il controllo della sacrestia, per cui chi ha la mano sulla sacrestia non permette a nessuno di toccare, perché le tovaglie sono le mie e guai a chi si permette di toccarmi le tovaglie. Ecco, questo è un modo con cui una suora esercita l’avidità; non perché possiede tanti beni, ma perché avidamente controlla il suo territorio, il suo ambito di potere e in compenso c’è l’altra che controlla la fotocopiatrice e guai a chi tocca la fotocopiatrice, tutto deve dipendere da me.

Sono piccole forme di potere che riemerge e il potere gioca dei brutti tiri dentro di noi, proprio con l’avidità del controllo. Sono piccole cose che però devono essere verificate e riviste perché in teoria tutto quello che facciamo è servizio, però poi, di fatto, i nostri servizi diventano potentati nelle piccole cose.

Non c’è bisogno di essere grandi amministratori per essere potenti; il potere lo si esercita anche nelle piccole cose e nelle comunità diventa terribile questo controllo del potere, perché ne va veramente a scapito della fraternità, della relazione benevola.Se io controllo la fotocopiatrice nel momento in cui un altro ha il diritto di usarla io mi sento defraudato, offeso, danneggiato… mi rubano qualcosa. Quindi poi ci sto male, ma ci sto male perché facevo male prima. È il peccato che produce lo star male.

Una vita di grazia, una vita di servizio, produce la beatitudine e se non ti ricambiano… beato te. Se è davvero servizio gratuito tu trovi la gioia anche – e maggiormente – nell’ingratitudine, perché è il segno che il tuo dono è stato del tutto disinteressato. Se invece ti aspetti o pretendi il ringraziamento vuol dire hai già il tuo compenso e il tuo dono era frutto di calcolo che ne annulla il valore. Se la motivazione è diversa allora anche i risultati sono diversi, non sono quelli promessi dal vangelo, inevitabilmente. “La vostra condotta sia senza avarizia”, senza l’avidità, il controllo, il dominio, il desiderio.

6Così possiamo dire con fiducia: Il Signore è il mio aiuto, non temerò. Che cosa può farmi l’uomo? 7Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede.

Noi da queste parole deduciamo che la comunità a cui l’autore si rivolge non è giovane, non è di recente fondazione, perché ci sono già dei capi che sono morti. C’è infatti l’invito a ricordare quelli che hanno guidato la comunità, in greco dice “hegoúmenoi”, proprio i “conducenti”, quelli che hanno condotto, che hanno guidato. È un termine tecnico che poi nel linguaggio ecclesiastico greco è venuto ad indicare i capi dei monasteri; come noi diciamo gli abati, loro li chiamano egúmeni, quelli che guidano, le guide, i capi. Il riferimento è quindi a quelli che noi oggi diremmo i preti o i catechisti, gli animatori delle comunità, quelli cioè che vi hanno annunziato la parola di Dio.

Ripensate alla loro vita, tenete conto dell’esito del loro tenore di vita, come hanno vissuto e come sono morti e imitatene la fede. L’autore riprende quello che abbiamo già detto sulla carrellata di esempi di fede dell’Antico Testamento; egli ha poca storia cristiana, però qualcosa c’è già. Dice allora di ripensare alle figure di evangelizzatori che hanno segnato la vostra vita, teneteli bene davanti come esempi concreti e imitatene la fede.

L’esercizio che vi avevo già proposto può essere ripreso e ampliato; ricordatevi dei vostri capi, di quelli che vi hanno annunziato la parola, di quelli che vi hanno guidato, di quelli che hanno segnato la vostra vita.

Immutabilità di Gesù Cristo e della sua dottrina

8Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!

In questo contesto significa: quel Gesù che ha guidato loro, ieri, è lo stesso che guida voi oggi. Quel Gesù Cristo in cui hanno creduto loro ieri è lo stesso in cui credete voi oggi. La realtà della salvezza è permanente, dura sempre ed è fondata in Gesù Cristo. Anche Abramo ha avuto fede grazie a Gesù Cristo. Il problema cronologico non interessa a Dio, la fede di Abramo è un frutto della redenzione di Cristo, non è indipendente.

Le profezie dell’Antico Testamento dimostrano infatti che il progetto di Dio era già stabilito “in principio” e fin dall’inizio della creazione Gesù era presente nella pienezza della sua esistenza e gloria – cioè nella sua presenza potente e operante. L’eternità di Dio ci dice anche che egli è fuori del tempo e dello spazio, quindi il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo da sempre sono e vegliano su di noi. Anche il coraggio di Mosè e la profezia di Isaia sono un frutto della redenzione operata di Gesù Cristo che ha influenzato la vita di ogni creatura umana ieri come la influenza oggi e come la influenzerà sempre.

9Non lasciatevi sviare da dottrine varie ed peregrine, perché è bene che il cuore venga rinsaldato per mezzo della grazia e non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne usarono.

Questa è una frecciata polemica contro i rigurgiti del giudaismo. Le comunità cristiane del I secolo avevano infatti continuamente la tentazione di riprendere le regole di purità giudaiche, la preoccupazione di osservare quelle pratiche tipo l’esclusione delle carni suine, la distinzione tra carni uccise in modo lecito e altre soffocate, quindi con il sangue e perciò non lecitamente commestibili. Questi discorsi non servono a niente, dice l’autore, sulla stessa linea di Paolo e di Gesù. Il cuore deve essere rinsaldato, deve diventare solido, consistente, sicuro, convinto, deciso, per l’amore di Dio. È la grazia del Signore che rende così il cuore, non le osservanze rituali che abbiamo ereditato dai giudei.

10Noi abbiamo un altare del quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del tabernacolo.

Qui per “tabernacolo” non intende quello che pensiamo noi, l’autore pensa infatti alla tenda, cioè al santuario del tempio di Gerusalemme, al Santo dei Santi. Evidentemente quando l’autore scrive il tempio esiste ancora, quindi siamo prima del 70, anno in cui è stato distrutto. Quelli che sono rimasti al servizio del santuario di Gerusalemme, cioè quelli che ritengono che il sistema sacrificale giudaico sia la strada della salvezza, non possono mangiare del nostro altare. Una espressione del genere per noi è quasi insignificante, perché non abbiamo più il contrasto con il mondo giudaico. Quando però l’autore parlava alla sua gente il contrasto con i riti dell’Antico Testamento erano molto forti.

Questo testo è stato chiamato Lettera agli Ebrei proprio per questo motivo, perché la comunità è composta da molti cristiani provenienti dall’ebraismo i quali un po’ rimpiangevano quel mondo, quei riti, quella solennità del tempio e a livello teologico pensavano di poter adattare le due realtà. l’autore a questo proposito è chiaramente contrario…

11Infatti i corpi degli animali, il cui sangue per l’espiazione viene portato nel santuario dal sommo sacerdote, vengono bruciati fuori dell’accampamento. 12Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città.

Il riferimento di questi versetti è alla pratica rituale. Ancora una volta l’autore riprende le immagini tradizionali dell’Antico Testamento sui sacrifici per collegarli alla passione di Gesù. Gesù è morto fuori della città – è un dato geografico che il nostro autore interpreta teologicamente – proprio perché i corpi dei sacrifici venivano portati fuori dell’accampamento. Il nostro sacrificio è uno solo, quello di Gesù, il sangue che ci salva è il suo: noi abbiamo un altro sacrificio, quelli li abbiamo lasciati perdere.

Nostro riferimento è l’obbrobrio di Cristo

13Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo obbrobrio:

Non è semplicemente una esortazione da prendere alla lettera, ma da interpretare simbolicamente. “Usciamo dall’accampamento” è proprio un invito alla comunità cristiana a staccarsi dalla mentalità giudaica. Usciamo da una mentalità religiosa fatta di leggi e decreti, usciamo dalla mentalità religiosa naturale e rituale dove sono i nostri atti che ci imboniscono Dio. Usciamo verso di lui che è l’obiettivo, teniamo fisso lo sguardo su Gesù e usciamo verso di lui, usciamo da una struttura per andare verso di lui portando il suo obbrobrio, la croce. Non però semplicemente come oggetto, ma come mentalità.

Quello che è giudicato uno scandalo dai giudei e una stoltezza dai greci per noi è la sapienza e la potenza di Dio. Si tratta quindi di accogliere veramente la mentalità della croce e questo comporta una uscita da una struttura religiosa dove c’è da guadagnare. La struttura religiosa naturale è quella che ci dice: “Se sei religioso vedrai che ci guadagni”. L’obbrobrio di Cristo è invece: “Se lo segui sprechi la tua vita”, la perdi, la butti via. “Ma è stupido fare così” pensano molti. Ciò che è stoltezza di Dio è molto più sapiente degli uomini, è la follia della croce quando ti sembra che la tua vita non serva a niente: “l’ho buttata via”. Se è vero significa che hai fatto il massimo che potevi fare. È la stoltezza della croce, è l’obbrobrio di Cristo, ma è fonte della salvezza. Perché…

14non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura.

Ricordiamo che l’autore aveva già seminato questa idea nella carrellata degli esempi vetero-testamentari. Noi andiamo in ricerca, siamo ricercatori di una città futura, perché quella che abbiamo qui non resta. La città non è semplicemente la struttura sociale in cui viviamo, ma è anche la stessa realtà di chiesa. L’esperienza di chiesa che facciamo noi oggi – parrocchia, diocesi, istituto religioso – non è la città permanente, non è l’obiettivo. Noi cerchiamo ben altra città che è di là da venire.

15Per mezzo di lui dunque offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.

Tenendo conto che siamo pellegrini, in ricerca della città costruita da Dio, noi come sacrificio abbiamo Gesù Cristo; il nostro sacrificio è la partecipazione alla sua vita. La salvezza non viene dai nostri sacrifici, ma dalla nostra partecipazione al suo; l’offerta di noi stessi è il sacrificio esistenziale che è gradito a Dio.

16Non dimenticatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace.

Oltre al dono spirituale di noi stessi, della nostra vita, ci è richiesta anche l’elemosina, la solidarietà, la collaborazione; è anche l’aiuto concreto al prossimo il sacrificio di cui il Signore si compiace.

17Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano per le vostre anime come chi ha da renderne conto, obbedite perché facciano questo con gioia e non gemendo. Ciò non sarebbe di vantaggioso per voi.

Un capo che deve guidare gemendo produce degli effetti negativi anche sulla comunità. È chiaro che non è una bella vita comunitaria dove qualcuno deve gemere per colpa di altri. Questi sprazzi che illuminano la vita della comunità primitiva in qualche modo ci consola perché non ci dobbiamo fare illusioni sulla chiesa primitiva pensando che fosse tutta santa. I capi delle prime comunità cristiane avevano le stesse difficoltà che hanno i capi di oggi, esattamente come i fedeli avevano difficoltà con i capi come hanno oggi.

Siamo sempre nella stessa situazione eppure Gesù Cristo è sempre lo stesso, ieri, oggi e sempre. Può andare male, ma è possibile che vada bene. Può andare bene, ma questo può avvenire solo grazie a Gesù Cristo.

Richiesta personale e augurio conclusivo

18Pregate per noi; poiché crediamo di avere una buona coscienza, volendo comportarci bene in ogni cosa.

L’autore conclude chiedendo una preghiera per sé.

19Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché io vi sia restituito al più presto.

Qui non sappiamo che cosa voglia dire: o è da un’altra parte o è in prigione o è in difficoltà. L’autore della lettera ci fa capire che non è in una situazione felicissima e chiede proprio nel finale la collaborazione orante della comunità. Conclude con un grande e solenne augurio:

20Il Dio della pace, che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, 21vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Il grande discorso termina con un grande epilogo; è una benedizione ed è una dossologia. Sottolineiamo alcune espressioni interessanti. “Il Dio della pace”, colui che ha creato la pace, che ha fatto pace tra cielo e terra, pace fra tutti i popoli, pace nei nostri cuori, è l’autore della riconciliazione. Lui ha creato questa amicizia fra la creatura umana e Dio proprio con la risurrezione di Gesù. Ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore e il Pastore è il Risorto. Nell’antica comunità cristiana, a Roma, si usò spesso l’immagine del pastore per raffigurare il Cristo molto giovane. Non era però il buon pastore semplicemente nel senso che noi oggi diremmo “pastorale”; è invece l’immagine del Risorto, è il Cristo risorto, è il pastore delle pecore che ritorna dai morti portando sulle proprie spalle la pecorella perduta, l’umanità.

Adamo di san Vittore, grande teologo e poeta medioevale, ha composto una sequenza di Pasqua che non è entrata nella liturgia romana se non in un inno del breviario. “Resurrexit liber ab inferis restaurator humani generis, ovem suam reportans humeris ad superna”. “È risorto, libero dagli inferi, colui che ha restaurato il genere umano, portando sulle sue spalle la sua pecora fino alle regioni superiori, al mondo di Dio”.

Nella parabola della pecora smarrita l’antica comunità cristiana ha sempre letto una immagine della risurrezione. È la vita stessa di Gesù, Dio è andato a cercare l’umanità perduta perdendo la propria vita per poter riportare a casa l’umanità che si era persa; sulle sue spalle ha portato la croce per poter portare me che mi sono smarrito. È l’ultimo versetto del lunghissimo salmo della legge:

Sal 119 (118), 176 Io come pecora vado errando, cerca il tuo servo, Signore,

Il Pastore grande delle pecore è venuto a cercarmi, mi ha trovato, mi ha preso sulle sue spalle, mi ha portato con sé e continua a portarmi con sé. “Portarmi” significa rendermi perfetto in ogni bene, perché possa compiere la sua volontà operando in me ciò che a lui è gradito e tutto questo lo opera per mezzo di Gesù Cristo…

al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Gli ultimi versetti sono un biglietto di accompagnamento che forse ha scritto lo stesso Paolo il quale, quando ha trovato questo bel discorso, lo ha fatto ricopiare e lo ha mandato ad altre comunità con un biglietto di accompagnamento. Leggetelo, studiatelo – dice – accogliete questa parola di esortazione. La grazia sia con tutti voi.

Di tutti i tuoi benefici ti rendiamo grazie, Padre onnipotente, tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

http://www.symbolon.net

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Questa voce è stata pubblicata il 09/02/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .
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