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Lettura orante del Vangelo di MARCO (2)

Lettura orante del Vangelo di Marco (2)
Claudio Doglio

Testo word Lettura orante del Vangelo di Marco (2) 
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Il potere di perdonare i peccati (2,1-12)

L’evangelista Marco vuole mostrare un Gesù simpatico; inevitabilmente ognuno proietta nei propri personaggi il proprio stile e un po’ anche il proprio carattere. Sicuramente Marco doveva essere una persona simpatica, un uomo semplice e cordiale, vivace e brillante, capace di dialogo e di osservazione della realtà. Ha quindi tratteggiato una figura di Gesù secondo queste caratteristiche. Sottolinea come Gesù sia capace di stare con la gente, ma nello stesso tempo lo mostra anche di capace di raccoglimento e di preghiera in solitudine.

Il lavoro che l’evangelista ha fatto è un lavoro di redazione, cioè ha raccolto il materiale che era trasmesso dalla tradizione e lo ha organizzato. Non ha scritto una vita di Gesù nel senso di cronaca, ma ha raccolto la predicazione apostolica in un ordine, voluto, proprio per comunicare un messaggio.

Una giornata “tipo” di Gesù

All’inizio del suo racconto, dopo il sommario e la vocazione dei quattro, Marco tratteggia una giornata “tipo” di Gesù. Al sabato mattina, in sinagoga, libera l’uomo indemoniato; poi va a pranzo in casa di Simone. Gli parlano della suocera di lui che ammalata; egli le si avvicina, la prende per mano e la tira su. A questo punto sarebbe interessante fare un confronto con lo stesso racconto in Matteo. Matteo dice le stesse identiche cose, ma con pochissimi particolari, senza vivacità, senza l’indicazione della simpatia di Gesù e della umanità del fatto.

Un utile confronto sinottico

Nel racconto di Marco sono i discepoli che parlano a Gesù di questa donna malata; nel racconto di Matteo Gesù vede tutto da solo senza bisogno che nessuno gli dica niente. Dovete imparare a osservare i dettagli, fatelo come esercizio scolastico: analizzate i due raccontini – quello di Matteo e quello di Marco della guarigione della suocera – provate a riscrivere le due versioni su due colonne parallele andando a capo a ogni parola, poi confrontate Matteo e Marco. Alla fine avrete il ritratto dei due evangelisti perché il loro stile dice la loro persona.

Tentando un paragone per farmi capire direi che Matteo ha lo stile di Pio XII e Marco lo stile di Papa Giovanni, due pontefici dello stesso periodo, che hanno fatto la vita diplomatica, eppure molto diversi tra di loro. In base a che cosa? Al carattere, all’atteggiamento. Hanno predicato lo stesso Vangelo, ma non nello stesso modo; hanno predicato lo stesso Vangelo in due modi diversi. È così anche per i nostri evangelisti: Matteo ha la ieraticità solenne di Pio XII, Marco ha quell’atteggiamento simpatico e bonario di Giovanni XXIII.

Marco 1,29-31

Matteo 8,14-15 29

29E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni.

30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.

31Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli

14 Entrato Gesù nella casa di Pietro,

vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre.

15Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo

Non dobbiamo dire qual è più bello, non è compito nostro; al massimo potremmo in silenzio dire: “mi piace di più questo o quello”, ma ad alta voce non dobbiamo dirlo perché vanno bene tutti e due, anzi tutti e tre e tutti e quattro. Sono tutti parola di Dio mediata in modi differenti. Il lavoro importante che noi dobbiamo imparare a fare è invece quello di distinguere i modi espressivi di ogni evangelista per non fare… di ogni erba un fascio. Con un po’ di esperienza, se fate attenzione alle differenze, vi accorgerete facilmente di quale evangelista sia il testo che state leggendo; vi basterà un versetto per capire di chi è, anche quando lo stesso versetto è raccontato da tutti e tre. Ognuno ha il suo segno particolare.

Noi adesso studiamo il vangelo secondo Marco e quindi ricostruiamo la fisionomia di Gesù secondo Marco. La formula più sintetica che riesco a trovare per caratterizzare il Gesù di Marco è proprio quella di un Gesù simpatico, un personaggio capace di dialogo, di umanità, di incontro con gli altri.

La suocera di Pietro, guarita, si mette a far da mangiare e li serve. Questa situazione si è protratta a lungo, fino al tardo pomeriggio perché questa donna ha dovuto cominciare a far da mangiare tardi in quanto prima era malata.

Una giornata intensa

Nel tardo pomeriggio finisce il sabato e quindi finisce anche l’obbligo del riposo e la gente accorre. Si è infatti sparsa la notizia che Gesù ha dei poteri taumaturgici, fa prodigi, e alla sera tutti quelli che avevano degli ammalati li hanno portati lì. Gesù esce incontro alla gente e cura quelle malattie fino a tarda sera, poi va a dormire in casa di Simone. Al mattino Gesù si sveglia di buon’ora, quando gli altri dormono ancora. È domenica mattina, è il giorno dopo il sabato; il Signore si sveglia presto e va sulla montagna a pregare tutto solo. Quando gli altri si svegliano non trovano più, lo cercano, lo trovano isolato e lo riportano in città.

È una giornata di Gesù, fatta di insegnamento, di guarigione, di capacità di stare con la gente, di capacità di preghiera, di concentrazione, di meditazione solitaria sul monte per stare con il Padre.

Iniziano le dispute

Ancora un episodio di guarigione, quello del lebbroso, e poi, con il secondo capitolo, Marco inizia una raccolta di dispute. Ha messo insieme cinque episodi strutturati in modo tale da contenere al proprio interno una disputa, un detto importante.

A livello tecnico questi episodi si chiamano “apoftegmi”, un termine difficile usato dagli studiosi proprio per qualificare un racconto finalizzato a trasmettere una parola, un messaggio, una frase. Quella frase è incorniciata da un episodio.

Sono cinque casi di contrasto fra Gesù e suoi avversari.

  • Il primo caso, quello che prendiamo in considerazione, è la guarigione del paralitico, ma il messaggio riguarda il perdono dei peccati.

  • La seconda disputa è legata alla vocazione di Levi, ma il messaggio è relativo alla chiamata dei peccatori perché sono loro che hanno bisogno del medico;.

  • La terza disputa riguarda il digiuno rituale e Gesù insegna di essere novità e di avere portato una novità assoluta: Lui è lo sposo presente.

  • La quarta e la quinta disputa sono incentrate sul tema che sabato. C’è l’episodio delle spighe raccolte in giorno di sabato e poi una guarigione compiuta sempre in giorno di riposo.
    In tutti e due i casi Gesù reagisce alle critiche che gli muovono insegnando che il sabato è fatto per l’uomo e che il Figlio dell’uomo è Signore del sabato.

Dunque, cinque episodi di scontro; notate il sistema redazionale. Prima Marco ha raccolto episodi per fare una giornata di Gesù e poi ha messo insieme cinque altri episodi dello stesso genere letterario, episodi che contengono l’insegnamento.

Al capitolo 3, versetto 6, abbiamo la conclusione della prima sezione, con un detto di ostilità.

3,6E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

La prima sezione narrativa è già sufficiente per mettere in evidenza la forte ostilità che Gesù ha causato con la sua predicazione. Con tutto il bene che ha fatto si organizzano per farlo morire.

Così abbiamo il quadro del contesto più generale. Adesso ci soffermiamo in particolare sull’episodio della guarigione del paralitico narrato all’inizio del capitolo 2 dal versetto 1 al 12.

La guarigione del paralitico

2,1 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. 3Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 6Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». 8Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? 9Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11ti ordino — disse al paralitico — alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». 12Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Questa prima controversia incornicia il detto importante del “figlio dell’uomo”: il figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimetterete i peccati.

Figlio dell’uomo”

L’espressione “figlio dell’uomo” è tecnica e non facilmente comprensibile perché significa una cosa diversa da quel che sembra. Non significa “uomo”, ma fa riferimento a un personaggio della visione di Daniele contrapposto alle bestie che rappresentano gli imperi umani. Daniele ha visto uno simile a figlio d’uomo venire sulle nubi del cielo. “Figlio dell’uomo” designa quindi un personaggio celeste a cui è dato tutto il potere divino.

Dn 7,13Guardando ancora nelle visioni notturne, / ecco apparire, sulle nubi del cielo, / uno, simile a un figlio di uomo; / giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, / 14che gli diede potere, gloria e regno; / tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; / il suo potere è un potere eterno, / che non tramonta mai, e il suo regno è tale / che non sarà mai distrutto.

Quel testo di Daniele 7 ha fatto sì che il termine “figlio dell’uomo” diventasse un modo abituale per designare un personaggio trascendente celeste, divino, che ha il potere universale. Gesù non si presenta come il messia, ma come il Figlio dell’uomo. Si presenta cioè come un personaggio potente e glorioso che viene sulle nubi del cielo, viene cioè dal mondo di Dio.

Nello stesso tempo l’espressione “figlio dell’uomo” indica “Gesù” in persona. Egli parla di sé in terza persona e tutti i detti che nel vangelo troviamo con soggetto il Figlio dell’uomo sono testi molto importanti che appartengono alla più antica predicazione e risalgono direttamente e con certezza a Gesù. La Chiesa, infatti, non ha più utilizzato questo termine; gli apostoli non l’hanno adoperato e né Paolo né Giovanni l’hanno inserito nelle loro riflessioni. Questa espressione non è mai entrata nelle preghiere o nelle formule di fede della Chiesa. È un elemento arcaico che è stato superato, ma proprio perché è stato superato diventa importante considerarlo perché è “arché”, è un principio, è all’inizio dell’annuncio.

La prima disputa di Gesù riguarda proprio il suo potere. La prima volta che è andato in sinagoga a Cafarnao la gente ha detto che la sua è una dottrina nuova “con potere” e adesso Gesù a Cafarnao rivendica questo suo potere. Anche se là è tradotto con “autorità” in greco c’è sempre lo stesso termine “exusìa” che indica la potenza, l’autorità. Gesù si presenta come il Figlio dell’uomo che ha il potere di perdonare i peccati, di rimetterei peccati e ha questo potere sulla terra, cioè concretamente nella storia umana; non nell’al di là ma qui e adesso.

Perdono umano e perdono di Dio

Dobbiamo riflettere sulla differenza che c’è fra il perdono che posso dare io e il perdono che dà Dio. Stiamo attenti perché, usando la stessa parola, rischiamo talvolta di creare degli equivoci. Io perdono quando mi hanno fatto un torto, mi hanno trattato male, mi hanno insultato e io perdono quella persona, cioè non mi offendo, non ne tengono conto, non ricambio con il male, non gli tolgono il saluto; faccio come se non fosse successo. Il perdono che do io in fondo è il mio modo di essere, è la mia reazione all’altro, ma non riesco a cambiare il cuore dell’altro.

Detto in poche parole, il perdono umano corrisponde a lasciar andare, lasciar correre, non tener conto, far finta di niente. Il rischio è che noi attribuiamo a Dio questo stesso atteggiamento per cui quando diciamo che Dio perdona sembra che vogliamo dire “Dio non tiene conto”, ha la manica larga e lascia correre per cui potete fare un po’ quel che volete tanto Dio perdona e non si arrabbia e mi vuole bene lo stesso. Questa idea è gravemente imperfetta perché questo atteggiamento di perdono attribuito a Dio contrasta con la sua giustizia. Un Dio che lascia correre non è giusto, non può reggere il mondo. Ma, d’altra parte, noi avremmo allora in testa l’idea di un Dio che punisce: se fa giustizia interviene punendo i peccatori. La novità invece è proprio la giustizia misericordiosa. È l’idea della terapia, della cura. Il perdono di Dio consiste nella cura e nella guarigione del peccatore: Dio fa giustizia curando il peccatore.

Pensate alle situazioni tragiche di qualche fatto di cronaca, di giovani – ad esempio – che hanno ucciso i genitori. Si può discutere su che cosa fare con questi giovani: pena di morte, ergastolo, pena breve, far finta di niente. In tutti i casi non è giustizia perché la giustizia è far diventare buoni quegli uomini che sono cattivi. Giustizia, infatti, è essere in buona relazione con Dio con tutto ciò che segue a questa situazione di amore. Essere in buona relazione con Dio implica – a sua volta e in modo assoluto – essere in buona relazione con tutti i fratelli.

Quel ragazzo che ha compiuto quell’atto così grave è cattivo e l’ unica giustizia possibile è quella di farlo diventare buono. Come fai? Non c’è un riformatorio che possa fare giustizia in questo senso. Ecco la novità di Gesù, ecco la exusia, ecco la sua potestas, lui può. Noi dobbiamo prendere coscienza che non si può, che noi non possiamo, per cui mi trovo davanti a uno che invece può e alla fine dobbiamo meravigliarci e lodare Dio dicendo: non abbiamo mai visto nulla di simile perché nulla di simile – per noi – è possibile. La nostra giustizia non può rendere buono il cattivo; lo neutralizza, lo punisce, non lo considera, non si vendica, ma di più non si può fare.

Una “pretesa” assurda

Invece Gesù “pretende” di poter fare di più. È importante quel pretende, però è un verbo di tipo teologico che deve essere capito. Noi partiamo dall’esperienza umana dell’uomo Gesù; i discepoli hanno conosciuto un uomo, la gente di Cafarnao ha conosciuto un uomo, l’ha sentito parlare, l’ha visto agire e hanno capito che è un uomo eccezionale. Quest’uomo pretende di essere Dio. Qui è il punto cardine della storia di Gesù.

Noi in qualche modo siamo sfavoriti nella lettura perché sappiamo già e avendo una convinzione di fede radicata diamo per scontato che Gesù sia Dio. Il cammino del vangelo, invece, deve servire per farci credere alla sua divinità, partendo dalla sua umanità.

È il sistema di Marco che pone le domande: ma che cos’é? Ma chi è? Gesù parla e agisce come un uomo eccezionale che ha una pretesa inaudita. L’hanno capito benissimo quegli scribi che erano là seduti. Sono professori di teologia, se ne intendono, e nel loro cuore pensano cose cattive cioè pensano loro teologia, pensano che la loro dottrina sia corretta, pensano che solo Dio possa perdonare i peccati. Non è mica una cosa cattiva, lo pensiamo anche noi! Lo abbiamo appena detto che noi non ci riusciamo; solo Dio può perdonare i peccati.

Dove sta la cattiveria? Nel dubitare della affermazione di Gesù. Gesù non ha detto: “Dio ti perdona”, ma “io ti perdono”, “io ho il potere di perdonare i peccati”. Pensano: “Ma chi si crede di essere?”. Ecco il concetto di pretesa: chi si crede di essere, chi pretende di essere costui? Si mette nei panni di Dio, pensa di essere Dio, pretende di essere Dio? Bestemmia!

Invece Gesù ritiene che non sia una bestemmia, ma una sacrosanta verità; pretende di essere Dio e ne dà una prova. Il gesto miracoloso che compie è una prova, un segno, non è una esibizione di forza, ma è un segno che conferma quello che sta dicendo. Gesù ha detto al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati» Ma nessuno ha visto niente, gli effetti non si sono percepiti; sembra che Gesù abbia detto una frase scorretta che non avrebbe dovuto dire.

Gesù si accorge della incomprensione e dell’ostilità dei presenti ad allora prosegue dicendo:

10Ora, perché sappiate…

Che cosa devono sapere? Ecco che, di fronte a un tale scetticismo e diffidenza, Gesù sente la necessità di spiegare a tutti i presenti la verità e l’efficacia delle sue parole. Lo fa con una dimostrazione concreta ed evidente del fatto che la sua parola produce gli effetti che dice e del fatto che la sua sia una parola concreta, potente, creatrice.

Certamente Gesù vuole che quell’uomo paralitico non resti paralitico, vuole che egli guarisca, ma lo scopo ultimo del suo gesto prodigioso, del “segno” – per usare un termine di Giovanni – è molto più profondo. Gesù in questa occasione vuole dimostrare la verità delle sue parole, la potenza, l’exusia della sua dottrina, per giustificare la “pretesa” delle sue affermazioni.

10Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11ti ordino — disse al paralitico — alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua».

Parafrasando le parole di Gesù possiamo interpretare così: “Adesso, perché capiate chi sono, dico una parola di cui potete vedere l’effetto”. Dovete capire che la mia parola produce effetto, è una parola creatrice: dice e avviene ciò che dice.

Meditazione

Siamo di nuovo di fronte a una struttura sacramentale; quella di Gesù è una parola efficace, è una dottrina con autorità. Siamo di nuovo a Cafarnao, siamo di nuovo in un contesto di insegnamento e questa volta non c’è un indemoniato, ma un paralitico.

La nostra meditazione deve allora orientarsi proprio sul particolare del paralitico; il peccato paragonato a una paralisi, a un blocco. L’uomo peccatore è bloccato, incapace di muoversi, di parlare, di agire. L’indemoniato si è fatto avanti lui, ha aggredito Gesù magari, ma si è messo in mezzo con le sue forze. Il paralitico non potrebbe mai raggiungere Gesù. Ci sono volute quattro persone per portarlo e, tra l’altro, Gesù era difficilmente raggiungibile. Era infatti talmente circondato da gente che non lo si poteva avvicinare. Secondo la struttura di una casa palestinese è possibile, spostando facilmente le stuoie o le frasche che coprono il tetto, far entrare il paralitico dall’alto. È però un lavoro notevole. Provate a immaginare la scena: in questa casupola quattro uomini tirano su una barella con una qualche scaletta; sul tetto spostano la copertura – non certamente solida come nelle nostre case – creando comunque uno sconquasso; fanno rumore e tutti si accorgono di quello che sta succedendo. Poi bisogna legare la barella e farla scendere; pensate al trambusto che si è creato.

5Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».

Attenti ai particolari. La fede è di quei quattro che portano il paralitico, non esplicitamente del paralitico (anche se, certamente, doveva essere consenziente). Quattro che hanno fede e mettono davanti a Gesù un uomo che non poteva camminare. Quattro che possono camminare, che sono forti, portano a Gesù quello che non può camminare e Gesù lo rende capace di camminare, lo libera dal peccato.

Quanti sono fino adesso gli apostoli che Gesù ha chiamato? Quattro! Subito dopo questo episodio che cosa viene raccontato? La chiamata di Levi e i discepoli diventano cinque. Quei quattro che portano il paralitico sono il segno dell’umanità in qualche modo capace di muoversi, sono i discepoli di Gesù che portano l’umanità paralizzata a Gesù; è la chiesa.

In questo racconto c’è una dinamica di intercessione importantissima da notare perché i personaggi più importanti di tutta la scena sono i quattro e gli scribi. Gesù e il paralitico sono così evidenti che quasi non contano. I personaggi da notare sono i quattro portatori e gli scribi seduti a criticare.

E tu chi sei? Uno che fatica per portare l’umanità paralitica o lo scriba seduto alla finestra che critica quello che fanno gli altri? Beh, direi che questo è un principio di meditazione.

Leggendo il testo in sé faccio emergere particolari; chiedo allo Spirito che mi aiuti a capire e ad applicarlo a me e mi vengono in mente delle cose, dei paragoni, delle equivalenze, evidenzio particolari. S. Agostino, ad esempio, interpreta questo episodio come la necessità di entrare dentro la propria coscienza. Cristo è in casa e per poterlo avvicinare bisogna entrare dentro. Il malato bisogna portarlo dentro perché il medico è dentro il tuo cuore. È un’idea che sta a cuore ad Agostino, lui sa di essere entrato in se stesso e di aver trovato lì il Signore. Riconosce sé come paralitico che in qualche modo, portato dentro se stesso, ha trovato che lì c’era il medico che gli ha dato la capacità di camminare, di agire. È una forzatura, certo; è una lettura secondo lo stile di Agostino, è una meditazione che lui ha fatto rileggendo se stesso.

Allora impegniamoci in questa meditazione: noi paralitici, noi portatori, noi scribi, noi credenti in Gesù che solo può perdonare i peccati. Che conseguenze derivano allora da questa nostra fede nel fatto che Gesù può far camminare e superare la paralisi?

Ecco la preghiera; prima la meditazione, poi nasca la preghiera che può avere moltissime sfumature: guariscimi Signore, aiutami a essere un portatore, fammi credere davvero che tu puoi tutto.

http://www.symbolon.net

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Questa voce è stata pubblicata il 13/02/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .
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