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Lectio sul Libro della Genesi (2) Capitoli 5-11

Libro della Genesi (2)

RACCONTI SULLE ORIGINI DELL’UMANITA’ E DEL POPOLO EBREO COMMENTO ATTUALIZZATO DELLA GENESI A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

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IL DILUVIO E LA NUOVA CREAZIONE

Con il capitolo 5 ritorna la Tradizione Sacerdotale con le sue genealogie e i suoi racconti ispirati ai miti mesopotamici. Questi racconti mitologici (presenti anche in tutte le altre culture antiche e fatti propri dal redattore della Genesi) conservano il riferimento ad una immaginaria età dell’oro dove gli uomini vivevano molto a lungo e dove avevano cercato di raggiungere la condizione divina (eroi, semidei, titani, giganti). L’autore biblico riporta questi miti nell’alveo del peccato e li lega alla pretesa dell’uomo di essere come Dio, di diventare immortale, di credersi onnipotente, un semidio. La bassa statura e il limite della vita a 120 anni viene vista dall’autore sacro come una “condanna” dell’uomo a causa del suo orgoglio: voleva essere grande e si ritrova un nano; voleva scalare il cielo e si ritrova incatenato alla terra; voleva essere immortale e la sua vita è breve e insicura.

La corruzione universale (6,5-8)

Il peccato continua ad agire nel cuore delle persone e si aggrava con il succedersi delle generazioni in un crescendo di violenza che alcune figure di uomini giusti (Enoch) non possono contrastare. Si giunge così all’amara constatazione (ripetuta varie volte in questi capitoli): Il Signore vide che nel mondo gli uomini erano sempre più malvagi e i loro pensieri erano di continuo rivolti al male. Il male genera altro male, la violenza chiama altra violenza, l’arroganza suscita nuova arroganza in una catena che trascina verso il basso le singole persone e le comunità. Tragicamente la storia continua ad insegnare quanto questo sia vero per ogni nuova generazione, che poco sa imparare dagli errori di quelle che l’hanno preceduta.

Di fronte a questa situazione Dio non resta indifferente! Con un linguaggio molto colorito e umano l’autore mette in luce quattro reazioni-atteggiamenti di Dio:

  • Si pentì di aver fatto l’uomo. Sembra quasi l’ammissione di aver fatto un errore, di non aver previsto e calcolato le conseguenze del suo gesto d’amore creativo. E’ una reazione istintiva che ritornerà altre volte nei testi biblici a sottolineare la partecipazione passionale di un Dio non indifferente e lontano nel cielo, ma vicino e coinvolto nella storia umana.
  • Fu tanto addolorato. La rabbia iniziale lascia posto al dolore di un padre che soffre per il tradimento dei figli. Dio non è un giudice, un freddo calcolatore, ma un padre che soffre.
  • Sterminerò dalla terra l’uomo. Il giudizio negativo di Dio sul male si manifesta con un castigo, qui espresso in forma attiva (sterminerò), ma che in realtà diventa poi la scelta di abbandonare l’uomo a se stesso, a quell’istinto di violenza che lo porta all’autodistruzione.
  • Ma Noè incontrò il favore del Signore. Pur nel dilagare del male c’è sempre un segno di salvezza. Dio non smentisce se stesso; il bene, anche se piccolo, è presente dovunque. Dio non resta impassibile di fronte al degrado della convivenza umana: si adira, soffre, condanna, reagisce, si fa carico… ma soprattutto cerca di salvare, coinvolgendo nel suo progetto le persone che si fidano di lui, che credono nella forza della vita e del bene.

Noè il giusto (6,9-22)

Più che soffermarsi a descrivere la corruzione generale, i fatti di violenza, lo sfruttamento della natura, gli imperi che si sono succeduti nel mondo (e le nefandezze da loro operate), la Genesi si concentra su Noè, descritto con queste belle parole: Noè era un uomo giusto, senza difetti e si comportava come piace a Dio. Con lui Dio è in confidenza (come con Adamo prima della trasgressione), gli confida le sue amarezze e le sue scelte. Gli dà fiducia e lo rende partecipe del suo progetto di salvezza. Noè obbedisce prontamente e senza fare obiezioni, come si addice ad un vero credente. Anche in un mondo di miscredenti, arroganti e sanguinari, c’è sempre qualche persona umile e di fede che sa capire e fare ciò che piace a Dio.

Certamente dai suoi contemporanei sarà stato giudicato un sognatore, un esaltato, un visionario, un povero pazzo, un profeta di sciagure; sarà stato contrastato, deriso, emarginato; ma lui vedeva più lontano, più in profondità. Era una persona critica, alternativa, diversa dalla maggioranza; credeva profondamente nel bene, difendeva la vita, aveva speranza nel futuro e ha impegnato tutte le sue risorse per realizzare il suo progetto, per affrontare il giudizio di Dio (e della natura) e superarlo. Si è preparato ad affrontare la violenza del male per non restarne schiacciato, sommerso. Noè è diventato per questo simbolo di tutti i “giusti tra le nazioni”, di tutte le persone di fede e di speranza presenti in ogni popolo, di tutte le persone che lottano e vincono il male.

L’arca (cesta, cassa) richiama la cesta che ha salvato Mosè dalle acque, i barconi che trasportavano le statue delle divinità lungo i fiumi, l’arca dell’Alleanza che ha accompagnato gli Ebrei nell’Esodo. Diventa un mezzo e insieme un simbolo dell’impegno di Noè di contrastare il male con un progetto alternativo: non sfruttare la natura, ma proteggerla; non accumulare beni per sé, ma metterli a servizio di tutti; non mangiare, bere e divertirsi (Mt 24,37) ma essere responsabile del futuro. Le misure iperboliche dell’arca (impossibili da realizzare in quel tempo e da far galleggiare) e la finalità universale (salvare ogni specie vivente) la rendono ancor di più simbolo di un progetto alternativo per la salvaguardia della natura e della vita.

Il diluvio (7,1-24)

La memoria di un diluvio è presente in tutte le culture antiche e ci sono arrivati dei racconti che hanno molte somiglianze con quello biblico. Tutti si riferiscono ad una possibile grande piena dei fiumi Tigri ed Eufrate che ha sommerso tutta la pianura (simile ad una eccezionale piena del Nilo in Egitto). Questo evento catastrofico naturale viene assunto nel mito come simbolo di ogni disastro naturale che minaccia la sopravvivenza dell’umanità. I vari racconti sono finalizzati a spiegare le cause di questi fatti (capriccio degli dèi o castigo per la ribellione degli uomini) e tutti narrano sempre la salvezza di qualche persona che fa ripartire la vita e la speranza.

Il racconto biblico si colloca nella linea di tutte le narrazioni precedenti ed è frutto dell’unione di due Tradizioni (Jahvista e Sacerdotale) messe insieme dal redattore finale (es.: un racconto dice che il diluvio dura 40 giorni, l’altro un anno; per uno nell’arca entra una copia di animali per ogni specie, per l’altro sette; uno manda fuori il corvo, l’altro la colomba; per uno è un’alluvione causata da piogge abbondanti, per l’altro un ritorno al caos iniziale col mescolarsi delle acque superiori e inferiori…). Senza voler ricercare inutili concordanze dei testi (o i resti dell’arca sul monte Ararat), è importante capire il messaggio su Dio e sull’uomo racchiuso in questi racconti.

La Tradizione Sacerdotale aveva messo nel capitolo 1 come azione creatrice di Dio la separazione delle acque superiori da quelle inferiori (fissando dei limiti ad entrambe) per realizzare un rapporto di armonia con la terra abitata. La tutela di questa armonia era stata poi affidata all’uomo. Ma la cupidigia degli uomini e il crescente sfruttamento della natura portano a rompere questo equilibrio, intaccano questa convivenza armonica. Il diluvio viene descritto, nel racconto di questa Tradizione, come un ritorno al caos iniziale: le acque sotterranee uscirono con violenza da tutte le sorgenti e le riserve del cielo si spalancarono. Le acque superiori e quelle inferiori tornano ad unirsi nel caos primordiale portando distruzione e morte: Morì tutto quel che prima aveva vita sulla terra asciutta. L’autore sembra dire: ecco a cosa porta l’orgoglio dell’uomo, la sua pretesa di mettersi al posto di Dio, di conquistare il cielo e di dominare come un tiranno sulla terra.

Il fragore dell’uragano che si scatena dal cielo e delle acque dei fiumi che invadono la terra ci richiama ai disastri naturali che colpiscono ancora oggi il pianeta e alle non poche responsabilità degli uomini nel progressivo degrado ambientale al quale stiamo assistendo. La dimensione di distruzione “universale” attribuita a questo fenomeno ci richiama al rischio ecologico-nucleare che si configura oggi come una possibile nuova distruzione dell’umanità.

Nonostante le responsabilità umane resta però un senso di mistero, di sproporzione, di impossibilità di spiegare questi eventi solo legati al peccato dell’uomo: perché tanta sofferenza? Perché tante vite innocenti travolte dagli eventi catastrofici e dai ricorrenti olocausti?.

La Tradizione Jahvista riprende il tema dei capitoli 2-3: centralità dell’uomo nella creazione e sua pretesa di elaborare un progetto alternativo a quello di Dio sulla terra. Così l’uomo coinvolge nel suo fallimento anche la natura. Il crescere progressivo e lento delle acque fino a sommergere tutto indica il lento degrado della società che va verso la sua autodistruzione. Al posto del fragore dell’uragano qui domina il silenzio irreale che avvolge la terra per 6 mesi. Più che un giudizio severo di Dio sull’operato degli uomini, questo racconto diventa un invito per il lettore a fare un esame di coscienza per capire la tremenda portata del male causato dall’uomo e perché l’umanità arriva a tanta stoltezza, senza mai fare tesoro delle esperienze del passato.

L’immagine però di Dio che si preoccupa di chiudere bene la porta dell’arca perché Noè e la sua famiglia siano al sicuro, è un segno di speranza che getta un po’ di luce sulle tenebre della storia, così come l’arca che galleggia sulle acque diventa simbolo di un amore misericordioso che non si lascia mai sopraffare dal male, ma che fa sempre rinascere la vita anche dalle situazioni più nere.

Dio si ricordò di Noè (8,1-22)

Il caos primordiale è tornato a impossessarsi della terra e l’unico segno di speranza sta andando alla deriva in un silenzio irreale di morte. Dio dov’è? Cosa fa? Si è dimenticato dell’uomo?

La Tradizione Sacerdotale annuncia la fine del diluvio con un verbo che ritornerà tantissime altre volte nella Bibbia: Dio si ricordò di Noè…Il “ricordarsi” di Dio non è solo un “fare memoria”, ma è un “fare qualcosa”, è intervenire, portare aiuto (vedi le donne sterili; gli Ebrei schiavi; gli esiliati). Dio non abbandona mai i suoi figli, anche se i suoi figli spesso si dimenticano di lui, tradiscono il suo patto e non osservano i suoi comandamenti. Dio è fedele alla sua promessa, non si dimentica del suo amore (Is 49,15; Sal 27,10) verso ogni creatura vivente.

La fine del diluvio viene poi descritta come una “nuova creazione”, sulla falsariga del capitolo1:

  • vengono chiuse le cateratte del cielo e le sorgenti dell’abisso per separare di nuovo le acque superiori da quelle inferiori, mentre il vento fa evaporare l’acqua;
  • appaiono le cime dei monti e la terra diventa asciutta ricreando il confine tra terraferma, mari, fiumi e laghi;
  • sulla terra tornano a germogliare le piante, l’erba e il corvo o la colomba possono posarsi;
  • gli animali tornano a popolare la terra e a moltiplicarsi con la benedizione di Dio. Anche se il mondo è percorso da catastrofi impressionanti e dal rischio di una distruzione totale, c’è sempre un segno di stabilità, c’è una forza di vita che torna e fa ripartire tutto. Dio è più forte del male e la vita è più forte della morte. Per questo l’immagine della colomba con nel becco un ramoscello d’ulivo è diventata un simbolo universale di speranza e di pace.

L’armonia ritrovata con Dio e con la natura viene sigillata e celebrata con l’offerta di un sacrificio di ringraziamento che viene odorato da Dio in segno di gradimento. Così la nuova umanità che riparte a popolare la terra è nel segno di Abele e non di Caino (il cui sacrificio non era stato odorato con simpatia da Dio). In questo clima di serenità conviviale l’autore inserisce un soliloquio di Dio, dove egli sembra quasi fare “autocritica” su come ha agito in un momento d’ira. E’ l’immagine del padre che, dopo aver castigato il figlio, si interroga sul modo migliore di educarlo e sul valore delle punizioni: Non maledirò mai più il mondo a causa dell’uomo. E’ vero che fin dalla giovinezza egli ha in cuor suo solo inclinazioni malvagie. L’uomo è fatto così e Dio promette a se stesso di accettarlo com’è, garantendo lo scorrere sereno della vita nell’avvicendarsi degli anni e delle stagioni. Dio interverrà ancora nella storia dell’umanità di fronte al dilagare del male, ma sempre per riportare gli uomini sulla via del bene; interverrà non con castighi o miracoli, ma attraverso persone di fede e attraverso suo Figlio, venuto non per condannare il mondo, ma per salvarlo (Gv 3,17).

L’alleanza con tutti i viventi (9,1-11)

Come nel racconto della prima, anche la nuova creazione si conclude con la benedizione dell’uomo (qui è Noè e i suoi figli, visti come capostipiti di tutti i popoli della terra) e il rinnovo della missione a lui affidata: riempire la terra, dominare sugli animali e sulle piante, trasformare e abbellire il mondo. L’uomo resta al vertice della creazione, nonostante i disastri che ha fatto e continuerà a fare con ricorrente insensatezza.

Questa alleanza comporta una concessione da parte di Dio: l’uomo non sarà più solo vegetariano (come nella prima creazione), ma potrà mangiare anche carne. Questa concessione è unita però ad una proibizione: non mangiare il sangue degli animali, perché il sangue è la sede della vita e solo Dio ne è il padrone. La proibizione viene subito allargata al divieto di spargere il sangue dell’uomo, cioè di uccidere qualsiasi persona, perché nell’uomo c’è l’immagine di Dio e solo lui può dare e togliere la vita. Nessuno, neanche lo Stato o la Chiesa, può togliere la vita ad un uomo! Questo precetto così radicale, racchiuso nell’alleanza di Noè, sarà ripreso nell’alleanza del Sinai con il comandamento non uccidere, espresso sempre in forma assoluta e senza eccezioni.

La storia successiva dell’umanità ha interpretato invece in modo vario (e spesso contraddittorio) questa proibizione (dalla carne “sacher” di ebrei e mussulmani, al rifiuto delle trasfusioni di sangue dei Testimoni di Geova; dalla condanna della caccia per divertimento, alla regolamentazione della vendetta personale; dai codici civili che autorizzano la pena di morte, alla nonviolenza assoluta di Gesù e di Gandhi). Nonostante sia ancora oggi disattesa nella legislazione di molti popoli della terra e non sia accettata nella mentalità della maggioranza delle persone, il rifiuto della pena di morte (e della guerra) resta iscritto nell’alleanza universale di Dio con l’umanità a contrastare quei geni di violenza che l’uomo si porta dentro “fin dalla nascita”.

L’alleanza viene proposta da Dio ed è unilaterale: è Dio che si impegna a non mandare più il diluvio sulla terra. Manderà Abramo, Mosè, Elia, Buddha, Confucio, Geremia, Gesù, Maometto, Gandhi… Dio farà altre alleanze e le rinnoverà ogni volta che gli uomini le tradiranno. Dio sarà sempre alleato e sostegno dell’umanità nel suo sforzo di creare la pace e l’armonia sulla terra.

Il segno di questa alleanza è l’arcobaleno, simbolo multicolore di pace che unisce il cielo alla terra e che viene a sancire la fine delle tempeste. E’ un segno per Dio, per richiamargli la sua promessa, e un segno di fiducia per l’uomo che si sente protetto da Dio.

I molteplici simboli di pace disseminati in questi capitoli così tragici vogliono ricordarci che l’unico modo di contrastare il male è la nonviolenza attiva. Oggi è un messaggio estremamente importante nel rifiorire di integralismi fanatici, cultori della violenza e della morte, e di reazioni poliziesche e militariste che aggravano gli odi e le ingiustizie.

 

 

GLI UOMINI DELLA TORRE E GLI UOMINI DELLA PROMESSA

Anche nei capitoli 9-11 si mescolano le due Tradizioni Jahvista e Sacerdotale. Alla Tradizione Jahvista sono attribuiti l’episodio di Cam che umilia il padre ubriaco e il racconto della torre di Babele, che continuano il tema peccato-castigo già sviluppato nei capitoli precedenti. Alla Tradizione Sacerdotale sono attribuite le genealogie, con i lunghi elenchi di nomi che riportano i 72 popoli della terra allora conosciuti, fatti risalire ai tre figli di Noè. Il tema è: tutto viene da Dio ed è finalizzato al bene dell’umanità, nell’impegno di armonizzare le differenze e metterle nel giusto rapporto tra loro. Dio ha un progetto sulla storia e l’uomo è chiamato a capirlo e a condividerlo.

Il rispetto del padre e dell’autorità (9,18-29)

Questo strano racconto in origine era finalizzato ad illustrare il valore e i rischi di una delle principali risorse della Palestina: la viticoltura. Gli effetti benefici delle bevande alcoliche (il vino allieta il cuore dell’uomo! Sal 104,15) e i molti danni da esse causati (vedi Prov 23,29-35; Sir 31,25-31; Rom 13,13; Ef 5,18) saranno molte volte illustrati nella Bibbia, accompagnati dall’invito alla temperanza e a quella capacità di moderazione che sarebbe necessaria anche ai nostri giorni, di fronte al dilagante abuso di sostanze psicotrope che coinvolge ogni generazione.

La Tradizione Jahvista usa il racconto per illustrare la forza negativa del male che, dopo il diluvio, torna a far capolino nell’uomo e lo porta a distruggere tutte le relazioni: dopo la rottura del rapporto con Dio, tra uomo e donna, tra fratelli, con la natura… ora si rompe il rapporto tra padre e figlio. Una falsa interpretazione, di stampo razzista, ha letto in questo brano una codificazione della superiorità della razza bianca (ariana o semita) su quella nera (africana camita) e una legalizzazione da parte di Dio della sua riduzione in schiavitù. Non è questo il significato del racconto.

Qual è il peccato di Cam, significato dall’espressione vide suo padre nudo? Alcuni hanno pensato ad un incesto di Cam con una delle mogli del padre (come simbolo dei culti cananei della fertilità che con i loro riti orgiastici seducevano così tanto gli Ebrei). Molti ritengono invece che si tratti di una mancanza di rispetto verso il capofamiglia: un disprezzo per la sua debolezza, una ribellione del figlio per l’arroganza della sua giovinezza e della sua forza. In questo senso il riferimento sarebbe al quarto comandamento: onora tuo padre e tua madre (Es 20,12) e al rispetto dovuto agli anziani e all’autorità costituita (vedi Qo 12,1-7; Sir 3,12-16; Mt 15,4-6; Ef 6,2). Cam disprezza il padre nella sua debolezza e ne ride con i fratelli; gli altri figli invece ne hanno rispetto e lo proteggono.

Il messaggio del racconto è racchiuso nelle parole di benedizione e di maledizione che l’autore mette in bocca a Noè, ritornato autorevole interprete della volontà di Dio: disprezzare il padre è disprezzare Dio; onorarlo è onorare Dio. Da notare che la maledizione non è indirizzata a Cam, ma a suo figlio Canaan, capostipite degli abitanti della Palestina mortalmente odiati dagli Ebrei. L’invito a renderli schiavi (a considerarli meno di uno schiavo) è, in realtà, la giustificazione di un atavico disprezzo verso i Cananei che gli Ebrei si tramandavano di generazione in generazione.

Ma l’espressione sia lo schiavo degli schiavi dei suoi fratelli lascia intravedere anche un altro fatto: alla rottura del rapporto tra padre e figlio (tra autorità e sudditi) segue la schiavitù tra fratelli (le oppressioni e le tirannie); seguono la mancanza di libertà e il disprezzo della dignità delle persone; seguono le classi sociali e i gruppi di marginali sfruttati e disprezzati (paria, zingari, immigrati…).

L’ultima parola del racconto, però, resta una parola di speranza: la benedizione di Sem e Iafet e la morte di Noè “sazio di giorni”, segno di una vita vissuta secondo la volontà di Dio.

Babilonia e il grande impero (11,1-9)

BabeleL’ultimo racconto della Tradizione Jahvista è incastonato nella lunga trama delle generazioni dei capitoli 10-11 (Tradizione Sacerdotale). Riprende il tema del peccato-castigo toccando questa volta i rapporti sociali, incarnati nel progetto di realizzare un grande impero mondiale simboleggiato dalla costruzione di una torre sacra alta fino al cielo. Il punto di partenza del racconto è la giustificazione della nascita di una fiorente civiltà nella Mesopotamia (pianura di Sennaar) e dell’uso del mattone per le costruzioni al posto del legno o della pietra. Il messaggio del racconto è invece la pretesa dell’uomo di raggiungere il cielo, di sfidare Dio con un progetto di unità fondato sulla tirannia.

Come simbolo di questo “peccato sociale” viene presa una città (Babilonia) e un popolo che erano diventati un incubo per gli Ebrei, perché avevano distrutto il tempio di Gerusalemme. I Babilonesi avevano realizzato un impero molto organizzato e violento, con pretese di dominio su tutta la mezzaluna fertile. A Babilonia era stata realizzata una ziggurat alta 90 metri, chiamata “fondamento del cielo e della terra”, mentre il tempio eretto sulla sua sommità era chiamato “casa che alza la testa”. La simbologia era evidente e senza bisogno di tante spiegazioni: l’impero sfida Dio!

Il progetto degli uomini di Babele ha due dimensioni: una verticale, rivolta verso Dio e il rapporto con lui; una orizzontale, rivolta verso gli altri popoli e legata al senso della politica.

La dimensione verticale è quella tipica di ogni peccato: diventare come Dio, essere liberi di decidere cosa è bene e cosa è male. Questa pretesa di mettersi al posto di Dio è espressa con due formule: facciamoci un nome, che indica il mettere “il proprio nome” (quello dell’imperatore) da onorare e lodare, mentre il primo comandamento dice di non avere altro Dio e di onorare solo il suo nome; facciamo una torre che arrivi fino al cielo, cioè una religione che entri nella sfera di Dio, che si arroghi la pretesa di parlare a nome di Dio, con autorità divina. L’impero diventa così l’incarnazione di Dio sulla terra e l’imperatore il suo unico rappresentante con pieni poteri su tutto, anche sulla fede, la vita personale, la morale. E’ la “religione civile” a servizio del potere.

La dimensione orizzontale si traduce nella pretesa di unificare tutti i popoli sotto un unico potere centrale, con un’unica capitale, una sola lingua, un’unica cultura, un’unica religione, un’unica economia, un unico esercito, un unico capo… Unire il mondo in un grande impero! Questo progetto mira a compiere “grandi imprese” su tutti i piani della vita sociale perché “l’unione fa la forza”, l’obbedienza cieca favorisce l’efficienza e il comando unificato la rapidità di decisione. Ma il prezzo da pagare è la perdita della libertà e la forzata oppressione della maggioranza delle persone. La sfida lanciata verso Dio si trasforma subito in oppressione e schiavitù del fratello!

Babele è il simbolo di ogni imperialismo che si è sviluppato lungo i millenni della storia umana; è il simbolo plastico e inquietante anche dell’ultimo impero mondiale che si sta oggi consolidando: quello del mercato globalizzato che tende ad annullare ogni differenza tra i popoli, ad assorbire le diverse culture nel consumismo materialista, ad annullare le religioni con l’ideologia della libertà individuale, ad unificare le lingue nell’inglesismo di internet, delle televisioni e degli sms.

L’intervento di Dio (descritto nello stile di un sovrano orientale che “scende” a visitare il suo regno e compie un’inchiesta per verificare se i suoi ordini sono eseguiti) sottolinea il contrasto netto tra il progetto di Babele e quello iniziale della creazione: l’armonia nel mondo si realizza con una giusta separazione tra le diverse realtà, non dalla loro forzata unione in una artificiosa uniformità. Il progetto di potenza degli uomini di Babele è destinato a portare nel mondo caos, lotte di potere, ribellioni, rivoluzioni, repressioni, violenze… fino alla disgregazione finale dell’impero (come di fatto è successo ad ogni impero e dittatura che si sono succeduti nella storia).

Non c’è bisogno che Dio compia un miracolo per confondere la loro lingua: i germi della disgregazione sono già presenti in ogni forma di imperialismo che ha la pretesa di essere un assoluto e di rendere tutte le persone dei numeri al suo servizio. E’ ciò che capiterà anche a questo tipo di globalizzazione solo mercantilistica e dominata dai poteri economici forti. Ne stiamo già vedendo le avvisaglie, anche se spesso rifiutiamo di ammetterlo per paura di perdere i privilegi che questo sistema garantisce ai popoli dominanti.

Il progetto di Dio illustrato nella creazione, ripreso nell’alleanza di Noè, proseguito da Abramo, codificato da Mosè, purificato dai profeti e portato a compimento da Gesù di Nazaret, sarà rilanciato da Luca con il racconto (pure simbolico) della Pentecoste (Atti 2,1-11), dove lo Spirito scende sulle donne, sui Dodici e sui 120 discepoli riuniti nella prima comunità di Gerusalemme. In quel mattino di festa lo Spirito di Cristo affida alla neonata comunità cristiana la missione di portare nel mondo l’annuncio della salvezza in modo che ognuno lo senta annunciare nella sua lingua. L’unica fede, l’unica salvezza, l’unico Dio sono proclamati, accolti e vissuti “in tante lingue”, cioè in tutte le forme, culture, religioni, stili di vita, modi di esprimersi dei popoli della terra.

Noi oggi viviamo un tempo di forti contraddizioni: da un lato sentiamo ancora la spinta all’apertura, al dialogo, alla tolleranza che grandi uomini del secolo scorso hanno immesso nella cultura della nostra società, mentre dall’altro l’integralismo fanatico di varia matrice religioso-politica sta portando alla rinascita di derive autoritarie e di chiusure intransigenti ed escludenti. Il Concilio Vaticano Secondo ha rimesso in moto, però, (speriamo in modo definitivo) un processo di revisione di quell’uniformità centralista romana della Chiesa cattolica che l’aveva resa più simile a Babele che a Pentecoste. Il movimento ecumenico e il dialogo interreligioso stanno cercando di dare corpo nel nostro tempo al progetto originario di Dio sull’umanità.

La genealogia di Abramo (11,10-32)

Tutto il capitolo 10, e parte del capitolo 11, sono frutto della Tradizione Sacerdotale che descrive l’armonia della storia umana nello scorrere delle generazioni e il formarsi nel tempo dei 72 popoli allora conosciuti. Le diversità tra di essi sono considerate in modo positivo, come sviluppo del progetto di Dio espresso nella benedizione rivolta a Noè e ai suoi figli. I nomi (in gran parte a noi sconosciuti) sono nomi di nazioni o di città famose ai tempi del redattore. L’attribuzione ai tre figli di Noè segue la distribuzione geografica dei popoli, ormai consolidata al tempo della redazione della Genesi (Asia = semiti; Africa = camiti; Europa = iafetiti).

Dopo il racconto simbolico della torre di Babele, l’attenzione viene focalizzata sui semiti e viene riproposta la genealogia di Sem (in parte con nomi diversi) per concentrarsi poi su Terach (visto come un nuovo Noè) e i suoi tre figli, di cui il primogenito è Abram (che diventerà poi Abramo). Con Terach la Tradizione Sacerdotale prepara il passaggio dall’epopea delle origini alla storia dei patriarchi, beneficiari e custodi della promessa. E’ il passaggio dai racconti “mitici” dei primi 11 capitoli, alle vicende “storiche” della nascita del popolo ebraico. Siamo intorno ai secoli 1900–1700 a.C. L’inizio della storia del popolo ebreo non è da collocare in una regione remota e inospitale, ma si configura come una migrazione (volontaria o imposta da sconvolgimenti politici o da crisi economica?) dalla capitale di uno dei più fiorenti regni della Mesopotamia (Sumeri).

Già nel DNA del popolo ebreo c’è il senso della fede come ricerca, l’esperienza di essere un popolo in cammino. Ma Terach (come poi Mosè) non arriverà alla terra promessa. Il suo viaggio sarà proseguito dal figlio primogenito Abram e dal nipote Lot, con le rispettive famiglie. Dal capitolo 12 inizia la storia dei patriarchi con una serie di “cicli di racconti” incentrati su delle figure che hanno segnato in modo particolare la storia di Israele e delle tre grandi religioni monoteiste.

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 16/02/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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