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Lotta agli abusi / Briefing. Tolleranza zero? Lombardi: «È solo una parte del problema»


Tolleranza zero

Mimmo Muolo
Avvenire,venerdì 22 febbraio 2019

Sull’obbligo di denuncia da parte del vescovo alle autorità civili, Scicluna ha ricordato che «nasce dalle leggi civili. A Malta se io non lo faccio, commetto un reato»

Che cosa significa “tolleranza zero”, quando si parla della protezione dei minori dagli abusi?
La questione è stata affrontata, tra gli altri argomenti, nella giornata odierna del Summit dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in corso in Vaticano ed è emersa anche nel briefing delle 13,30 con i giornalisti, cui hanno preso parte i cardinali Blase Cupich (Chicago) e Patrick O’Malley (Boston), oltre all’arcivescovo di Malta Charles Jude Scicluna, al moderatore dei lavori, padre Federico Lombardi e al Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini.
Secondo Scicluna l’espressione deve intendersi come è scritto nella seconda parte del n. 15 dei punti di partenza consegnati ieri dal Papa ai partecipanti. “Non possiamo permettere a nessuno che eserciti il ministero di far male ai bambini e ai giovani. Non può essere ministro pubblico. Non possiamo lasciarlo nel ministero”. Detto questo, bisogna poi vedere se si tratta della dimissione dallo stato clericale o una vita di silenzio e penitenza. “La pena può essere anche espiatoria. In sostanza non tolgo una persona dal ministero per punirla, ma per proteggere il gregge”.

Lombardi ha aggiunto di avere difficoltà a usare e lasciarsi catturare da questa espressione, perché “si riferisce solo a una parte del problema. Tutta la questione dell’accompagnamento delle vittime o della prevenzione, per esempio, non è contemplata. Tolleranza zero dunque si riferisce a un modo di intervenire sui criminali, ma – ha concluso il gesuita – quando parlo di protezione dei minori, parlo anche di molte altre cose”.

Proprio Lombardi aveva aperto il briefing con un intervento che ha sottolineato l’atmosfera positiva in cui si svolge il summit e si è fatto testimone del favore con cui anche dall’Onu e dall’Unicef si guarda a questa riunione. “La settimana scorsa – ha detto – c’e’ stato un incontro con la rappresentante ufficiale delle Nazioni Unite per la lotta alla violenza contro i bambini, Marta Santos Pais, che ha messo a disposizione dei partecipanti al summit vaticano l’ultimo rapporto Onu su questo tema, dal titolo ‘A word free of violence’, e una sintesi del Rapporto Unicef 2017, dal titolo ‘A familiar face'” e che “il Papa desiderava che tutti i presenti avessero a disposizione questa documentazione”. Zero violenza sui bambini, ha ricordato il moderatore dell’incontro, “è uno degli obiettivi dello sviluppo globale delle Nazioni Unite e su cui c’è un’attività sistematica di tutti gli organismi internazionali”. Infine, ha detto il gesuita, “i punti di partenza distribuiti giovedì dal Papa sono stati ricevuti con grande gratitudine diventano stimoli e linee di riflessione nei gruppi di studio”.

Successivamente il prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini ha fatto l’elenco dei principali argomenti toccati nelle plenarie e nei gruppi. “Molti interventi – ha sottolineato – hanno messo in evidenza che laddove si sono messe in atto le procedure previste contro gli abusi, questi sono fortemente calati. Altri che le critiche alla Chiesa non sono figlie di un pregiudizio negativo, ma anzi tutto il contrario, dimostrano quanto alte sono le aspettative nei confronti di una istituzione ancora percepita come punto di riferimento morale; che l’abuso è sempre un crimine qualunque sia la cultura del Paese in cui viene commesso; che l’educazione alla sessualità non deve essere tabù nella formazione seminaristi”.

Nei circoli minori poi c’è stato l’invito a mettersi sempre nella prospettiva delle vittime, ma anche a vedere come recuperare gli abusatori una volta puniti, dato che molto spesso essi stessi sono stati abusati da bambini. Si è parlato anche del ruolo dei laici, di come favorire la cultura dell’ascolto al posto della cultura del silenzio che protegge gli abusatori e schiaccia le vittime; del fenomeno dei seminaristi vaganti, rifiutati da un seminario e magari accolti da un altro; della relazione tra omosessualità e pedofilia, descritta da alcuni come una possibilità e da altri come una questione mal posta; della necessità di evitare processi mediatici.

Rispondendo poi ad alcune domande, una delle quali sulla necessità di un tribunale per giudicare le colpe dei vescovi, monsignor Scicluna ha spiegato che “Come una madre amorevole”, motu proprio di papa Francesco, aiuta chi denuncia, che non ha più l’onere di provare la malizia del comportamento. “Questo motu proprio – ha detto infatti – si basa sullo stato oggettivo della inadempienza dei doveri del vescovo, al di là della malizia. Cioè guarda all’incapacità di governare, di essere pastore. Certo non si esclude il momento penale e già apre questa possibilità, quando il Papa chiama una commissione di giuristi e decide sul che fare. Ma la rimozione del vescovo si può avere solo sulla base della sua incapacità oggettiva”.

Quanto all’obbligo di denuncia da parte del vescovo alle autorità civili, Scicluna ha ricordato che esso “nasce dalle leggi civili. A Malta c’è questo dovere e così facciamo. Se io non lo faccio, commetto un reato. L’indicazione che nasce dalla lettera circolare della Congregazione per la dottrina della fede del 2011 è quella di rispettare la legge dello Stato. E questo deve essere seguito sempre”.

Cupich e O’Malley hanno definito la vicenda McCarrick “un momento molto triste e vergognoso”. Monsignor Scicluna ha detto infine che per quanto riguarda le statistiche sui casi all’esame della Congregazione per la dottrina della Fede, ne ha parlato con il prefetto cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer e spera che presto ci siano.

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Questa voce è stata pubblicata il 22/02/2019 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag .
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