COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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II Domenica di Quaresima (C)

II domenica di Quaresima (anno C)
Lc  9,28b-36

Giovanni Battista Paggi, Trasfigurazione

28Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. 35E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 36Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
(Letture: Genesi 15,5-12.17-18; Salmo 26; Filippesi 3,17- 4,1; Luca 9,28-36)

Vedere e ascoltare

Dopo la prima domenica, in cui ci è narrato l’episodio delle tentazioni, in questa seconda domenica di quaresima, la madre Chiesa ci porta sul monte per entrare nell’evento della trasfigurazione del Signore. Con questo testo si conclude la prima parte del Vangelo di Luca nella quale l’evangelista ci conduce, sempre più in profondità, nella comprensione dell’identità di Gesù. Erode pensa che sia un Profeta, la gente dice che è il Battista, i discepoli dicono che è il Cristo di Dio, ma non sanno che cosa vuol dire Cristo e non sanno che cosa vuol dire Dio, e Gesù spiega che Lui è il Figlio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo è la figura gloriosa di Daniele 7 che sarà Giudice del mondo, la figura più divina che esista, ma che dovrà soffrire. Sarà il Servo di Yhwh, che passa attraverso la croce, e così vincerà il male.

“salì sul monte a pregare”. Solamente Luca sottolinea che Gesù sta pregando, mentre prega il suo volto cambia di aspetto. La manifestazione del volto di Gesù, e quindi del volto del Padre, avviene dentro un incontro personale per Gesù, con Dio Padre. Gesù ha bisogno di questa intimità e nella preghiera prende visibilità la verità e la pienezza della sua identità. Siamo in uno snodo del Vangelo, in un incontro con lui dato a pochi. In questa preghiera si lascia accompagnare da Pietro, Giovanni e Giacomo e saranno anche gli stessi discepoli che lo accompagneranno in un’altra preghiera, quella nel Getzemani, dove Gesù si preparerà a mostrare non il volto glorioso, luminoso, ma quello sfigurato. In fondo è lo stesso atto: da un parte si vede il volto nascosto privato e dall’altro si vedrà il volto pubblico, umiliato, sfigurato fino a non essere d’uomo il suo aspetto e che comparirà dopo la preghiera del Getzemani. Solo dopo aver visto quel volto sfigurato innalzato sulla croce sul monte del Calvario, solo dopo aver visto il suo volto dopo la resurrezione, i discepoli comprenderanno ciò che a loro era stato rivelato dal Padre sul Figlio, il giorno della trasfigurazione.

“Ed ecco, due uomini conversavano con lui…”. I discepoli vedono due uomini accanto a Gesù che parlano con lui del suo esodo, cioè della morte in croce. Sono Mosè ed Elia, è la legge e i profeti. Due uomini appariranno alle donne al sepolcro (Lc 24,4) e di nuovo attraverso la legge e i profeti le donne comprenderanno cosa è accaduto. Proprio Gesù risorto, sulla via di Emmaus (Lc 24, 13ss) spiegherà attraverso Mosè, i Profeti, l’Antico Testamento, come era necessario che il Signore patisse queste cose per entrare nella sua gloria. L’Antico Testamento, nel suo narrare l’incessante amore di Dio per gli uomini, annuncia la sua gloria, che è la croce, dove Lui vince il male del mondo e dove la gloria del Padre si rivela nell’amore assoluto che dà la vita per tutti. Di questo parlano: di quell’esodo che sta per compiersi in Gerusalemme. Qui inizia il cammino di Gesù verso Gerusalemme, che durerà ormai tutto il resto del Vangelo e ad ogni passo si rivelerà sempre più un tratto del suo volto e del volto del Padre.

“videro la sua gloria”. La gloria di Dio è un altro elemento tipico sottolineato da Luca nel suo Vangelo. La gloria di Dio appare ai pastori quando Gesù nasce, nell’incontro con Simeone, nelle tentazioni Satana offre la gloria di questo mondo, alla fine del Vangelo quando Gesù appare ai discepoli di Emmaus dice “non bisognava che Cristo patisse….per entrare nella sua gloria”. La gloria indica il peso della verità di una persona, è il peso, la realtà, lo spessore. Contemplare la gloria di Dio è urgente per avere la forza di obbedirgli, di fidarsi di Lui, di camminare dietro a lui. Abbiamo disperatamente bisogno di vedere che Dio è bello, meraviglioso, e questa esperienza ci prepara allo scandalo della croce. Vedere la gloria di Dio è conoscere la verità di Dio. I tre discepoli sono messi nella condizione di recuperare la visione della gloria di Dio, di capire Dio chi è. Vedono tutto il peso di Dio, la bellezza di Dio, lo splendore di Dio. Vedono tutto ciò da cui il mondo viene e verso cui va. Vedono tutto ciò che è invisibile. Cioè Dio stesso. La gloria è Dio stesso. Noi siamo chiamati a vedere questo nel volto del Figlio e questa è la nostra vita piena, la nostra gioia. La trasfigurazione ci apre anche ad un modo “altro” di vedere la realtà, cogliendone lo Spirito che abita ogni evento: quel volto che ora i discepoli vedono glorioso, sarà lo stesso che sulla croce non hanno la forza di guardare.

“Maestro, è bello per noi essere qui.”. La bellezza che vede Pietro è la bellezza stessa di Dio, che è la stessa del Figlio; ma è anche la stessa bellezza che abbiamo ciascuno di noi nel Figlio, perché noi siamo chiamati a vedere questa bellezza e a rifletterla sul volto proprio perché creati ad immagine e somiglianza sua. Quando nella creazione Dio guardava le sue creature nella piena comunione con lui diceva “che bello!”, perché vedeva questa Gloria, che è la sua. Pietro vorrebbe fermare nella tenda, come nell’antico testamento, la presenza di Dio, la visione della sua gloria, ma ora la vera tenda, la dimora definitiva di Dio è la carne del Figlio che “pone la sua tenda in mezzo a noi”. Lui è lo splendore della gloria di Dio, è l’impronta, è il sigillo del fulgore, dello splendore del Padre. Questa è la tenda, la dimora definitiva di Dio tra noi; ma questa tenda è la carne di Gesù e nella sua carne c’è ogni carne, c’è ciascuno di noi. Quello che Gesù ha rivelato di sé fino a qui, la sua identità di Figlio dell’uomo, il Padre dice che è il Figlio di Dio, suo Figlio, lo stesso che dovrà soffrire, essere riprovato dai potenti, dai sapienti, essere messo a morte. E solo così risorgere. Proprio questo è suo Figlio, e il centro di tutto è “ascoltate Lui!”. Non ci sono da innalzare altre tende, ma di fare di noi una tenda alla sua presenza e ciò è possibile solo nella via che ci indica il Padre: ascoltare.

PREGHIAMO

Guidami Tu, Luce gentile,

attraverso il buio che mi circonda,

sii Tu a condurmi!

La notte è oscura e sono lontano da casa,

sii Tu a condurmi!

Sostieni i miei piedi vacillanti:

io non chiedo di vedere

ciò che mi attende all’orizzonte,

un passo solo mi sarà sufficiente.

Non mi sono mai sentito come mi sento ora,

né ho pregato che fossi Tu a condurmi.

Amavo scegliere e scrutare il mio cammino;

ma ora sii Tu a condurmi!

Amavo il giorno abbagliante, e malgrado la paura,

il mio cuore era schiavo dell’orgoglio;

non ricordare gli anni ormai passati.

Così a lungo la tua forza mi ha benedetto,

e certo mi condurrà ancora,

landa dopo landa, palude dopo palude,

oltre rupi e torrenti, finché la notte scemerà;

e con l’apparire del mattino

rivedrò il sorriso di quei volti angelici

che da tanto tempo amo

e per poco avevo perduto. (beato John Henry Newman)

Scarica la lectio completa in formato pdf, cliccando qui!
Sorelle Povere di Santa Chiara
http://www.clarissesantagata.it


Ascoltate lui, il Figlio!
Enzo Bianchi 

Se nella prima domenica di Quaresima abbiamo contemplato Gesù nella sua condizione umana, tentato dal demonio nel deserto e durante la sua vita, in questa seconda domenica il vangelo che ci viene donato, quello della trasfigurazione di Gesù, ci porta a confessare che in quella carne mortale venivano “messe tra parentesi” le prerogative divine di colui che “svuotò se stesso assumendo la condizione di uomo e di schiavo” (Fil  2,7): la sua identità profonda, infatti, restava quella di Figlio di Dio e il suo destino era la gloria divina (cf. Fil 2,9-11).

Eccoci dunque davanti a questo racconto testimoniato dai tre vangeli sinottici (cf. Mc 9,2-10; Mt 19,2-9), ciascuno con dei particolari diversi e significativi. Luca scrive che “otto giorni dopo” (Lc  9,28a) quello della svolta, cioè quello della confessione di Pietro che ha riconosciuto e confessato Gesù come “il Cristo di Dio” (Lc  9,20), quello in cui lo stesso Gesù ha annunciato per la prima volta la necessitas della sua passione, morte e resurrezione (cf. Lc 9,22), Gesù decide di salire sul monte santo per dedicarsi alla preghiera. Porta con sé i discepoli a lui più vicini, Pietro, Giovanni e Giacomo, ai quali aveva promesso la visione del regno di Dio prima della loro morte (cf. Lc 9,27)

Gesù entra in quell’incontro con Dio esercitandosi all’ascolto della sua voce, della sua Parola, per poterla comprendere, assumere e conservare nel cuore e, di conseguenza, poter dire il suo “amen” a questa volontà di Dio. La preghiera di Gesù sta tutta qui, e tale è anche la preghiera del cristiano: non c’è molto da dire a un Padre che conosce ciò di cui abbiamo bisogno (cf. Mt 6,8) e ciò che abbiamo nel cuore, non ci sono lunghi discorsi da fare (cf. Mt 6,7), ma c’è solo da rispondere al Signore con l’obbedienza, con il “sì” assunto liberamente e con grande fede amorosa. Tante volte – ci testimoniano i vangeli, in particolare Luca (cf. Lc 5,16; Lc 6,12; Lc 9,18) – Gesù ha cercato la solitudine, la notte, la montagna, per vivere questa preghiera assidua al Padre; anche ora, dopo la confessione di Pietro, che ha segnato un balzo in avanti nella fede dei discepoli e gli ha permesso la rivelazione della sua morte e resurrezione, Gesù entra nella preghiera. Sappiamo bene che la preghiera non muta Dio ma trasforma noi, eppure ce ne dimentichiamo facilmente, perché la forma di preghiera pagana che vuole parlare a Dio, che vuole piegarlo ai nostri desideri, sta nelle nostre fibre di creature fragili e bisognose, pronte a fare di Dio colui che può sempre dirci “sì”. Gesù invece non prega così, perché sa che è lui a dover dire “sì” a Dio, non viceversa.

Ebbene, in quell’ascolto del Padre, in quell’adesione a lui, accade la rivelazione indirizzata ai tre discepoli, che così vengono costituiti “testimoni della sua gloria” (cf. 2Pt 1,16): il volto di Gesù appare “altro”, le sue vesti raggianti di luce. Per noi umani questa è la visione della gloria: percepiamo un mutamento di Gesù, contempliamo la sua alterità, la sua “trasfigurazione” (“fu trasfigurato”: Mc 9,2; Mt 17,2). A prescindere dall’inadeguatezza delle nostre parole, la realtà è che Gesù viene percepito nella sua alterità: l’uomo Gesù, che i tre discepoli seguivano come profeta e Messia, ha un’identità altra, non ancora rivelata, ma che con questo evento si rivela loro momentaneamente, per allusione, comunque in modo sufficiente a trasformare la loro fede in lui.

Qui non riusciamo a dire molto di più, balbettiamo, ci sentiamo alla presenza di un evento che è solo da adorare. Nel corso dei secoli i cristiani si sono molto interrogati, alla lettura di questo brano. Nella tradizione orientale si è giunti a pensare che in verità Gesù è rimasto lo stesso, mentre sono stati gli occhi dei discepoli a subire una trasfigurazione, fino a essere resi capaci di leggere e vedere ciò che quotidianamente non vedevano. Altri cristiani hanno pensato che in questo evento Gesù ha concesso agli apostoli di vedere la sua gloria, di cui si era spogliato nell’incarnazione, gloria non persa ma solo “messa tra parentesi”. Altri, più recentemente, preferiscono vedere nel racconto della trasfigurazione un’anticipazione pasquale: sarebbe frutto della fede in Gesù risorto, della sua identità svelata nella resurrezione, e dunque letta a posteriori come profezia della Pasqua. Diverse letture, tutte possibili, che non si escludono a vicenda. Noi con semplicità, con occhi semplici, accogliamo il mistero di questo evento come rivelazione:

Gesù, quell’uomo di Galilea, che come un profeta aveva dei discepoli e parlava alle folle, quell’uomo precario, fragile e incamminato verso la morte, in verità era il Figlio di Dio e le sue prerogative divine non apparivano perché egli era veramente e totalmente uomo e non nella condizione di semidio. Sì, quell’uomo era il Figlio di Dio!

A testimoniarlo come tale, ecco intervenire innanzitutto Mosè ed Elia, nella loro gloria di viventi in Dio. Gli sono accanto e gli parlano del suo “esodo”, della sua fine, della sua morte che avverrà presto a Gerusalemme, la città verso cui è incamminato: sarà un esodo, un passaggio, perché il Padre lo innalzerà nella gloria (cf. Lc 9,51; 24, 51). Ciò che Gesù aveva annunciato come sua fine prossima a Gerusalemme è detto “gloria” dalla Legge (Mosè) e dai Profeti (Elia). Vi è qui la convergenza su Gesù di tutte le Scritture di Israele, che solo in lui trovano unità e pieno compimento. Per i tre discepoli questo evento appare come un sigillo su colui che essi seguono: ciò che gli accade è conforme a tutte le Scritture, è secondo la rivelazione di Dio data fino ad allora a Israele, il popolo dell’alleanza.

Inadeguati a tale mistero, Pietro, Giovanni e Giacomo sono oppressi dal sonno, ma riescono a vincerlo e a contemplare “la gloria” di Gesù e dei due uomini che parlano con lui della sua passione, morte e resurrezione. Il peso della gloria li invade, così che, in qualche modo, vedono il regno di Dio venire con potenza (cf. Mc 9,1). Pietro allora, in una sorta di estasi, chiede a Gesù di rendere quel momento durevole, in quanto momento di visione e non più di fede, di beatitudine e non più di fatica, di pace e non più di lotta spirituale. Ma mentre Pietro sta ancora parlando in modo estatico, ecco venire la nube della Shekinà, della Presenza di Dio, che li avvolge con la sua ombra, destando nei discepoli timore e tremore. Sono davanti a Dio nella sua sfera di vita, non nella luce che abbaglia ma nella nube che oscura e non permette di vedere: sentono timore ma non vedono nulla, percepiscono la Presenza di Dio ma non la vedono. Però odono, ascoltano, perché Dio non lo si vede senza morire (cf. Es 33,20), ma lo si può sempre ascoltare, proprio come Mosè aveva insegnato ai figli di Israele: “Il Signore vi parlò dal fuoco e voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce!” (Dt  4,12).

La voce di Dio risuona in quella nube come rivelazione dell’identità di Gesù e, nel contempo, come compito per i suoi discepoli: “Questi è il Figlio mio, l’Eletto; ascoltatelo!”. Cosa ascoltano in realtà Pietro, Giovanni e Giacomo? Ascoltano la profezia di Isaia sull’anonimo Servo del Signore, figura attesa dai credenti di Israele: “Ecco il mio Servo, il mio Eletto” (Is  42,1). La rivelazione ormai è Gesù stesso, la sua persona, e il grande comando “Ascolta, Israele!” (Shema‘ Jisra’el: Dt  6,4) diventa: “Ascoltate il Figlio, ascoltate lui!”. Anche l’ascolto della Legge e dei Profeti deve diventare ascolto di Gesù, il Figlio che Dio ama perché compie la sua volontà, conformemente alla missione ricevuta. I tre ormai conoscono Gesù: è il Figlio amato di Dio, da lui inviato perché fosse ascoltato.

Così, nel silenzio, si conclude questo evento narrato con difficoltà: Gesù è di nuovo solo con i tre, i quali, ammutoliti dallo stupore e dall’adorazione del mistero, non parlano, non sanno raccontare ciò che hanno visto, fino a dopo che Gesù sia risorto dai morti. Proprio della resurrezione, infatti, la trasfigurazione è segno e profezia: anche i giusti saranno trasfigurati nel regno di Dio dopo la loro morte (cf. Apocalisse siriaca di Baruc  51). In verità anche noi attendiamo tale evento, desideriamo esserne partecipi nella nostra vita e di fatto lo siamo, ma non abbiamo abbastanza fede per vederlo come gloria di Dio: restiamo uomini e donne di poca fede!

Giovanni Battista Paggi, Trasfigurazione, olio su tela, chiesa di S. Marco a Firenze, 1596.

TrasfigurazioneNel 1581 Giovanni Battista Paggi viene condannato a “perpetuo bando” dalla città di Genova per un omicidio per legittima difesa ci dicono i documenti. Dopo varie peregrinazioni trovò rifugio presso la corte fiorentina di Francesco I. Pochi anni più tardi dipingerà il quadro che stiamo analizzando. Per un attimo rinunciamo al colore e guardiamo la composizione. La narrazione visiva dell’episodio della Trasfigurazione di solito separa gli apostoli, uomini mortali e posti in basso, dalle tre figure di Gesù, Mosè ed Elia solitamente in alto sul monte o addirittura sollevate da terra. In questo caso la composizione generale è circolare (cerchio rosso) partendo da Giovanni in basso arriva a Mosè in alto in un movimento che unisce tutti i personaggi senza separazione. L’unica figura che “eccede” da questa circolarità è Gesù che inoltre è l’unico personaggio in posizione eretta e ferma, tutti gli altri sono in movimento (linea rossa).

Composizione dell’opera

composizQuesta circolarità della composizione attua una scelta diversa rispetto alla narrazione “classica” di cui parlavo in precedenza. La figura che fa da raccordo tra i tre sul monte e i discepoli non a caso è l’apostolo Pietro (cerchio verde). La concitazione degli apostoli è segnata dalle linee degli arti (linee arancioni) che vanno in diverse direzioni, mentre le tre figure sul monte hanno posizioni più pacate. Un’ ultima annotazione interessante sulla composizione: come si vede dal cerchio rosso della composizione e dalla linea nera tratteggiata che segna la metà misurabile del quadro, la figura principale ovvero Gesù non occupa il centro, ma è leggermente più spostato. Allo stesso modo Giovanni e Mosè risultano “incompleti” come se stessero entrando nel quadro. Questa è una scelta ottica interessante, l’osservatore sta “sbirciando” la scena o comunque la sta osservando da un punto di vista che richiede partecipazione.

Ma la scelta narrativa più interessante di questo quadro è nei colori. La luce del volto di Cristo invade la scena notturna e rende i colori degli abiti sfolgoranti e vividi. Paggi sceglie dei colori primari (blu, giallo e rosso) accostandoli a colori secondari (arancione, viola e verde). Mi spiedo meglio e per aiutare a comprendere si può vedere l’immagine con i particolari. La maggior parte dei personaggi ha un panneggio formato da un colore primario (in Giovanni il blu) e un colore secondario che nasce dalla mescolanza degli altri due primari (per Giovanni restano il giallo e il rosso che mescolati formano l’arancione). Giacomo ha come colore primario il giallo della veste e il secondario il viola, ovvero la mescolanza degli altri due primari: blu e rosso. Per Elia mantello rosso, veste verde (giallo mescolato al blu). Per Mosè giallo e viola.16 02 16 tavolozza colori paggi

L’unica eccezione, per lui è già la seconda, è Pietro che ha le vesti di tutti e tre i colori primari. La bravura di un pittore sta nel saper usare questi stratagemmi visivi. Usare colori primari accostati ai diretti colori secondari crea un forte impatto visivo più espressivo e contrastante rispetto all’uso di tonalità ovvero partire da un colore come il rosso e andare gradatamente aggiungendo luce verso il rosa o togliendo luce verso il marrone. Questo impatto dei colori rende in maniera visiva l’episodio sfolgorante della trasfigurazione.

Tra questi colori puri emerge il bianco, che tecnicamente è un non colore perché esprime la massima luminosità, della veste e del volto di Gesù che letteralmente colora la scena facendola emergere dall’oscurità in tutta la sua vividezza.

Fratel Elia

http://www.monasterodibose.it

Pregare cambia il cuore, diventi ciò che ami
Ermes Ronchi

Dal deserto al Tabor; dalla domenica dell’ombra che ci minaccia, alla domenica della luce che ci abita. Ciò che è avvenuto in Cristo avverrà in ciascuno, lui è il volto ultimo e alto dell’uomo, icona di Dio dipinta, come le antiche icone greche, su di un fondo d’oro, che traspare dalle ferite e dai graffi della vita, come da misteriose feritoie. Il racconto della trasfigurazione è collocato in un contesto duro e difficile: Gesù ha appena consegnato ai suoi il primo annuncio della passione: il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato, venire ucciso. E subito, dentro quel momento di oscurità, il vangelo ci regala il volto di Cristo che gronda luce, su cui tenere fissi gli occhi per affrontare il momento in cui la vita gronda sangue, per tutti, come per Gesù nell’orto degli ulivi.

Gesù salì su di un alto monte a pregare. I monti sono come indici puntati verso il cielo, verso il mistero di Dio e la sua salvezza, raccontano che la vita è un ascendere silenzioso e tenace verso più luce, più orizzonti, più cielo.

Gesù sale per pregare. La preghiera è mettersi in viaggio: destinazione Tabor, un battesimo di luce e di silenzio; destinazione futuro, un futuro più buono; approdo è il cuore di luce di Dio.

Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma. Pregare cambia il cuore, tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami, Colui che preghi: è nel contatto con il Padre che la nostra realtà si illumina, e appare in tutta la sua lucentezza e profondità.

In qualche momento privilegiato, toccati dalla gioia, dalla dolcezza di Dio, forse ci è capitato di dire, come Pietro: Signore, che bello! Vorrei che questo momento durasse per sempre. Facciamo qui tre tende? E una voce interiore diceva: è bello stare su questa terra, gravida di luce. È bello essere uomini, dentro questa umanità che pian piano si libera, cresce, ascende. È bello vivere.

Le parole di Pietro trasmettono una esperienza precisa: Dio è bello. Invece La nostra predicazione ha ridotto Dio in miseria, relegato a rovistare nel passato e nel peccato dell’uomo. Ora sta a noi restituirgli il suo volto solare, testimoniare un Dio bello, desiderabile, interessante. Il Dio del futuro, delle fioriture, un Dio da gustare e da godere. Come san Francesco quando prega: tu sei bellezza, tu sei bellezza. Come sant’Agostino: tardi ti ho amato bellezza tanto antica e tanto nuova. Sarà come bere alle sorgenti della luce, agli orli dell’infinito.

Davvero il cristianesimo è proprio la religione della penitenza, della mortificazione, del sacrificio, come molti pensano? No, il vangelo è la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore.

Avvenire 

3 commenti su “II Domenica di Quaresima (C)

  1. LA ORACIÓN NOS TRANSFORMA , y nos hace superar nuestras dificultades.

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  2. En nuestro camino diario, está siempre disponible esta LUZ, que nos debe ayudar a superar cualquier escollo que podamos encontrar.

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  3. Pingback: II DOMENICA DI QUARESIMA (C) · In cammino verso Gesù Cristo,

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Questa voce è stata pubblicata il 14/03/2019 da in Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Quaresima (C).

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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