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V Settimana di Quaresima – Meditazioni di Papa Francesco

V Settimana di Quaresima
Meditazioni di Papa Francesco a Santa Marta


5Qc

Lunedì della V settimana di Quaresima

Dan 13,42-62; Gv 8,1-11
Corruzione e misericordia

Nel crocevia profondamente umano tra «innocenza e peccato, corruzione e legge», Gesù chiede di guardare gli altri sempre con misericordia, senza ergersi a giudici del loro cuore (…)

«La parola di Dio che la Chiesa oggi offre alla nostra meditazione sembra essere su due donne sorprese in adulterio: un adulterio finto, fittizio; l’altro vero». Il riferimento è alla vicenda di Susanna, raccontata nel libro di Daniele (13,1-9.15-17.19-30.33-62), e a quella della donna sorpresa in adulterio, narrata da Giovanni nel suo vangelo (8, 1-11). Attraverso queste due donne, dunque, «il messaggio è profondo» in quanto, nelle due letture, «si danno appuntamento quattro persone, si incontrano quattro situazioni diverse». Ed è proprio «quello che la Chiesa vuole che noi oggi pensiamo, vediamo: si incontrano l’innocenza e il peccato, la corruzione e la legge». E infatti dalla liturgia viene fuori «un incontro fra queste quattro cose: innocenza, peccato, corruzione e legge».

Nella sua meditazione il Papa ha preso le mosse dall’«innocenza di questa donna, Susanna, accusata in falso da quei due giudici anziani: lei è costretta a scegliere: o fedeltà a Dio e alla legge o salvare la vita». Chissà,  «forse Susanna era una donna che aveva altri peccati, perché tutti siamo peccatori» Infatti «l’unica donna che non ha peccato è la Madonna; tutti gli altri, tutti noi, ne abbiamo». Ma «Susanna era una donna con peccati lievi, non era un’adultera, era fedele al marito»; e questa è «l’innocenza» presentata dalla liturgia. Poi ecco «il peccato: l’altra donna — racconta Giovanni nel Vangelo — è stata sorpresa in peccato, davvero aveva peccato, era un’adultera, era stata infedele al marito». Quindi arriva «la corruzione»: quella «che era nei giudici di ambedue i casi, sia con la Susanna sia con l’altra donna adultera», perché «in ambedue i casi i giudici erano corrotti». E infine c’è «la legge, la pienezza della legge: Gesù».

Nella liturgia, dunque, «si incontrano» queste quattro realtà: «innocenza, peccato, corruzione e legge», ossia la «legge nella sua pienezza». Non è certo l’unico caso evangelico di «giudici diventati corrotti»: al capitolo 18 di Luca, infatti, «Gesù parla di un altro che non temeva Dio né si curava di nessuno». Del resto «sempre ci sono stati nel mondo giudici corrotti» e «anche oggi in tutte le parti del mondo ce ne sono». La questione è «perché viene la corruzione in una persona».

In realtà la corruzione è peggio del peccato, perchè io posso peccare, «scivolo, sono infedele a Dio, ma poi cerco di non fare di più o cerco di sistemarmi con il Signore o almeno so che non sta bene». Invece «la corruzione è quando il peccato entra, entra, entra, entra nella tua coscienza e non ti lascia posto neppure per l’aria, tutto diventa peccato: questo è corruzione».

Da parte loro, i corrotti «credono che fanno bene le cose così, si credono con impunità». Oltretutto, «nel caso di Susanna», i due anziani «persino confessano la loro corruzione» e «dicono la verità: erano corrotti dai vizi della lussuria». Essi si rivolgono così a Susanna: «Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e concediti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle». Insomma, le dicono: «o fai questo o faremo una falsa testimonianza».

«Non è il primo caso che nella Bibbia appaiono le false testimonianze». «Pensiamo a Nabot, quando la regina Gezabele combina tutta quella falsa testimonianza; pensiamo a Gesù, che è condannato a morte con falsa testimonianza; pensiamo a santo Stefano».

Ma «sono corrotti anche i dottori della legge che portano questa donna — scribi, alcuni farisei — e dicono a Gesù: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”». Se quella contro Susanna «era una falsa testimonianza, questo è vero». E se Susanna «era innocente, questa era peccatrice». E «anche questi sono giudici». Gli anziani, con Susanna, «avevano perso la testa lasciando che la lussuria si impadronisse di loro». Costoro, invece, «avevano perso la testa facendo crescere in loro un’interpretazione della legge tanto rigida che non lasciava spazio allo Spirito Santo: corruzione di legalità, di legalismo, contro la grazia».

«E poi c’è la quarta persona, Gesù: la pienezza della legge». E «lui si incontra come maestro della legge davanti a questi che sono maestri della legge: “Tu che ne dici?” gli domandano loro». Ai «falsi giudici che accusavano Susanna» Gesù risponde così «per bocca di Daniele: “Stirpe di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi”». E «all’altro gli dice: “O uomo invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste, opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi”».

«Questa è la corruzione di questi giudici». Invece «agli altri giudici Gesù dice poche cose: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”». Poi si rivolge così alla peccatrice: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”». E «questa  è la pienezza della legge; non quella degli scribi e farisei che avevano corrotto la sua mente facendo tante leggi, tante leggi, senza lasciare spazio alla misericordia: Gesù è la pienezza della legge e Gesù giudica con misericordia».

Così il Signore «lascia libera una donna innocente per mezzo del profeta del popolo». E «ai giudici corrotti dice — abbiamo sentito parole non belle per bocca del profeta — “invecchiati nei vizi”». Poi «ai giudici corrotti per un atteggiamento malvagio davanti alla legge dice: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra”». Quindi «Gesù, il totalmente innocente, all’innocente può dire “mamma”, perché la sua madre è l’unica innocente».

Pensiamo a «questa strada, alla malvagità con la quale i nostri vizi giudicano la gente», perché «anche noi giudichiamo nel cuore gli altri». Ed è opportuno domandarsi se «siamo corrotti o ancora no». Allora è bene fermarsi e guardare «Gesù che sempre giudica con misericordia: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”».

Lunedì, 3 aprile 2017
(da: http://www.osservatoreromano.va)

Oppure (anno C)
Giovanni 8,12-20
Non capisco ma mi fido

(…) Davanti alle tante «valli oscure» del nostro tempo l’unica risposta possibile è affidarsi a Dio che, ricorda la Scrittura, «non lascia mai solo il suo popolo».

Infatti «il Signore cerca di far capire al suo popolo che gli è vicino, che cammina con lui». E lo fa spiegando con queste parole: «Dimmi, hai visto un popolo che abbia i suoi dei così vicini come io sono con te? Senti, io ti ho accompagnato, io ho camminato dall’inizio accanto a te, ti ho insegnato a camminare, come un papà al suo bambino».

«La vicinanza di Dio con il suo popolo è il messaggio che lui, Padre, vuol darci; ma il popolo non riesce a capirlo bene». E «quando lo capisce, ha quell’esperienza che abbiamo sentito, l’esperienza del salmo 22: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia”». È l’esperienza del «Signore che mi vuole bene e che è sempre accanto a me». Qualcuno, però, potrebbe obiettare: «Ma Padre, questo sembra una telenovela, perché ci sono tante cose brutte nella vita!». Invece, da parte sua, il poeta del salmo continua: «Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome: anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male perché tu sei con me». Anche se siamo in una «valle oscura il Signore è con noi in questi momenti».

Ecco «il messaggio che oggi la liturgia ci offre con la storia di Susanna, quella donna giusta che viene sporcata dal cattivo desiderio, dalla lussuria di questi giudici». In effetti «sempre, nella storia, i giudici corrono il pericolo di giudicare per interesse: è una professione difficile». Così, si legge nella Scrittura, «questa donna è calunniata da due giudici anziani» che sono «tentati dalla lussuria». E «lei non ha vie d’uscita: o pecca facendo quello che volevano i giudici, o cade nella vendetta di questi uomini».

In questa situazione ecco la preghiera di Susanna al Signore: «Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me. Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me». Dunque, «anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me: questa è l’esperienza di Susanna». La donna «doveva andare per quella strada oscura che la portava alla morte, ma il Signore era con lei, il Signore era vicino a lei, camminava con lei come aveva camminato con il popolo, sempre, come un papà, come una madre».

È la stessa esperienza che facciamo noi anche oggi, guardando «tante valli oscure, tante disgrazie, tanta gente che muore di fame, di guerra, tanti bambini disabili, tanti». E se «tu chiedi ai genitori: “Che malattia ha?”», la loro risposta è: «Nessuno lo sa: si chiama “malattia rara”». Ed «è quella che noi facciamo con le nostre cose: pensiamo ai tumori dalla terra dei fuochi». Insomma, ha affermato Francesco, «quando tu vedi tutto questo», viene spontanea la domanda: «Dove sta il Signore? Dove sei? Tu cammini con me?». Proprio «questo era il sentimento di Susanna e oggi è anche il nostro»

«Quando tu vedi che si chiudono le porte ai profughi e li si lasciano fuori, all’aria, con il freddo», ritorna la domanda: «Signore, dove sei tu? Come posso affidarmi a te, se vedo tutte queste cose?». E se poi «le cose succedono a me, ognuno di noi può dire: ma come mi affido a te?».

«A questa domanda c’è una risposta soltanto»: «Non si può spiegare, no: io non ne sono capace. Perché soffre un bambino? Non so: è un mistero, per me. Soltanto, mi dà qualcosa di luce — non alla mente, all’anima — Gesù al Getsemani: “Padre, questo calice, no. Ma si faccia la tua volontà”». Gesù dunque «si affida alla volontà del Padre; Gesù sa che non finisce tutto con la morte o con l’angoscia, e l’ultima parola dalla croce: “Padre, nelle tue mani mi affido!”. E muore così».

È un vero e proprio atto di fede «affidarsi a Dio che cammina con me, che cammina con il mio popolo, che cammina con la Chiesa». Allora «io mi affido» dicendo magari: «Non so perché accade questo, ma io mi affido: Tu saprai perché». E «questo è l’insegnamento di Gesù: chi si affida al Signore che è pastore non manca di nulla. Anche se va per una valle oscura, sa che il male è un male del momento, ma il male definitivo non ci sarà perché il Signore, “perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”». Ma questa «è una grazia, dobbiamo chiederla: “Signore, insegnami ad affidarmi alle tue mani, ad affidarmi alla tua guida, anche nei momenti brutti, nei momenti oscuri, nel momento della morte, io mi affido a te perché tu non deludi mai, tu sei fedele».

«Pensare oggi alla nostra vita, ai problemi che abbiamo e chiedere la grazia di affidarci alle mani di Dio». Pensare anche «a tanta gente che neppure ha un’ultima carezza al momento di morire: tempo fa è morto uno, qui, sulla strada, un senzatetto, è morto di freddo. In piena Roma, una città con tutte le possibilità per aiutare». E così ritorna la domanda: «Perché, Signore? Neppure una carezza! Ma io mi affido perché tu non deludi; io non capisco». E proprio «Signore, non capisco», «è una bella preghiera». E così anche «senza capire, mi affido alle tue mani».

14 Marzo 2016
L’Osservatore Romano

Martedì della V settimana di Quaresima

Nm 21,4-9   Sal 101   Gv 8,21-30:
Avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono
Nel segno della croce

Farsi «il segno della croce» distrattamente e ostentare «il simbolo dei cristiani» come fosse «il distintivo di una squadra» o «un ornamento», magari con «pietre preziose, gioielli e oro», non ha nulla a che vedere con «il mistero» di Cristo. Sarebbe da fare un esame di coscienza proprio sulla croce, per verificare come ciascuno di noi porta nella quotidianità l’unico vero «strumento di salvezza».

«Attira l’attenzione che in questo breve passo del Vangelo (Giovanni 8, 21-30) per tre volte Gesù dice ai dottori della legge, agli scribi, ad alcuni farisei: “Morirete nei vostri peccati”». Lo ripete «tre volte». E «lo dice perché non capivano il mistero di Gesù, perché avevano il cuore chiuso e non erano capaci di aprire un po’, di cercare di capire quel mistero che era il Signore». Infatti, «morire nel proprio peccato è una cosa brutta: significa che tutto finisce lì, nella sporcizia del peccato».

Ma poi «questo dialogo — nel quale per tre volte Gesù ripete “morirete nei vostri peccati” — continua e, alla fine, Gesù guarda indietro alla storia della salvezza e fa ricordare loro qualcosa: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono e che non faccio nulla da me stesso”». Il Signore dice proprio: «quando avrete innalzato il figlio dell’uomo».

Con queste parole «Gesù fa ricordare quello che è accaduto nel deserto e abbiamo sentito nella prima lettura» (libro dei Numeri (21, 4-9). È il momento in cui «il popolo annoiato, il popolo che non può sopportare il cammino, si allontana dal Signore, sparla di Mosè e del Signore, e trova quei serpenti che mordono e fanno morire». Allora «il Signore dice a Mosè di fare un serpente di bronzo e innalzarlo, e la persona che subisce una ferita del serpente, e che guarda quello di bronzo, sarà guarita».

«Il serpente è il simbolo del cattivo, è il simbolo del diavolo: era il più astuto degli animali nel paradiso terrestre». Perché «il serpente è quello che è capace di sedurre con le bugie», è «il padre della menzogna: questo è il mistero». Ma allora «dobbiamo guardare il diavolo per salvarci? Il serpente è il padre del peccato, quello che ha fatto peccare l’umanità». In realtà «Gesù dice: “Quando io sarò innalzato in alto, tutti verranno a me”. Ovviamente questo è il mistero della croce».

«Il serpente di bronzo guariva ma il serpente di bronzo era segno di due cose: del peccato fatto dal serpente, della seduzione del serpente, dell’astuzia del serpente; e anche era segnale della croce di Cristo, era una profezia». E «per questo il Signore dice loro: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono”». Così possiamo dire che «Gesù si è “fatto serpente”, Gesù si “è fatto peccato” e ha preso su di sé le sporcizie tutte dell’umanità, le sporcizie tutte del peccato. E si è “fatto peccato”, si è fatto innalzare perché tutta la gente lo guardasse, la gente ferita dal peccato, noi. Questo è il mistero della croce e lo dice Paolo: “Si è fatto peccato” e ha preso l’apparenza del padre del peccato, del serpente astuto».

«Chi non guardava il serpente di bronzo dopo essere ferito da un serpente nel deserto moriva nel peccato, il peccato di mormorazione contro Dio e contro Mosè». Allo stesso modo, «chi non riconosce in quell’uomo innalzato, come il serpente, la forza di Dio che si è fatto peccato per guarirci, morirà nel proprio peccato». Perché «la salvezza viene soltanto dalla croce, ma da questa croce che è Dio fatto carne: non c’è salvezza nelle idee, non c’è salvezza nella buona volontà, nella voglia di essere buoni». In realtà «l’unica salvezza è in Cristo crocifisso, perché soltanto lui, come il serpente di bronzo significava, è stato capace di prendere tutto il veleno del peccato e ci ha guarito lì».

«Ma cosa è la croce per noi?». «Sì, è il segno dei cristiani, è il simbolo dei cristiani, e noi facciamo il segno della croce ma non sempre lo facciamo bene, alle volte lo facciamo così… perché non abbiamo questa fede alla croce». La croce, poi, «per alcune persone è un distintivo di appartenenza: “Sì, io porto la croce per far vedere che sono cristiano”». E «sta bene», però «non solo come distintivo, come se fosse una squadra, il distintivo di una squadra»; ma «come memoria di colui che si è fatto peccato, che si è fatto diavolo, serpente, per noi; si è abbassato fino ad annientarsi totalmente».

Inoltre, è vero, «altri portano la croce come un ornamento, portano croci con pietre preziose, per farsi vedere». Ma «Dio disse a Mosè: “Chi guarda il serpente sarà guarito”; Gesù dice ai suoi nemici: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete”». In sostanza «chi non guarda la croce, così, con fede, morirà nei propri peccati, non riceverà quella salvezza».

«Oggi  la Chiesa ci propone un dialogo con questo mistero della croce, con questo Dio che si è fatto peccato, per amore a me». E «ognuno di noi può dire: “per amore a me”». Così è opportuno domandarci: «Come porto io la croce: come un ricordo? Quando faccio il segno della croce, sono consapevole di quello che faccio? Come porto io la croce: soltanto come un simbolo di appartenenza a un gruppo religioso? Come porto io la croce: come ornamento, come un gioiello con tante pietre preziose d’oro?». Oppure «ho imparato a portarla sulle spalle, dove fa male?».

«Ognuno di noi oggi guardi il crocifisso, guardi questo Dio che si è fatto peccato perché noi non moriamo nei nostri peccati e risponda a queste domande che io vi ho suggerito».

Martedì, 4 aprile 2017

(da: L’Osservatore Romano)

Mercoledì della V settimana di Quaresima

Dn 3,14-20.46-50.91-92.95   Dn 3,52-56   Gv 8,31-42:
Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero
«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32)

La continua contaminazione con un linguaggio ingannevole finisce infatti per offuscare l’interiorità della persona. Dostoevskij scrisse qualcosa di notevole in tal senso: «Chi mente a sé stesso e ascolta le proprie menzogne arriva al punto di non poter più distinguere la verità, né dentro di sé, né intorno a sé, e così comincia a non avere più stima né di sé stesso, né degli altri. Poi, siccome non ha più stima di nessuno, cessa anche di amare, e allora, in mancanza di amore, per sentirsi occupato e per distrarsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari, e per colpa dei suoi vizi diventa come una bestia; e tutto questo deriva dal continuo mentire, agli altri e a sé stesso» (I fratelli Karamazov, II, 2).

Come dunque difenderci? Il più radicale antidoto al virus della falsità è lasciarsi purificare dalla verità. Nella visione cristiana la verità non è solo una realtà concettuale, che riguarda il giudizio sulle cose, definendole vere o false. La verità non è soltanto il portare alla luce cose oscure, “svelare la realtà”, come l’antico termine greco che la designa, aletheia (da a-lethès, “non nascosto”), porta a pensare. La verità ha a che fare con la vita intera. Nella Bibbia, porta con sé i significati di sostegno, solidità, fiducia, come dà a intendere la radice ‘aman, dalla quale proviene anche l’Amen liturgico. La verità è ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere. In questo senso relazionale, l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente. Ecco l’affermazione di Gesù: «Io sono la verità» (Gv 14,6). L’uomo, allora, scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama. Solo questo libera l’uomo: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Liberazione dalla falsità e ricerca della relazione: ecco i due ingredienti che non possono mancare perché le nostre parole e i nostri gesti siano veri, autentici, affidabili. Per discernere la verità occorre vagliare ciò che asseconda la comunione e promuove il bene e ciò che, al contrario, tende a isolare, dividere e contrapporre. La verità, dunque, non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale; sgorga invece da relazioni libere tra le persone, nell’ascolto reciproco. Inoltre, non si smette mai di ricercare la verità, perché qualcosa di falso può sempre insinuarsi, anche nel dire cose vere. Un’argomentazione impeccabile può infatti poggiare su fatti innegabili, ma se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità. Dai frutti possiamo distinguere la verità degli enunciati: se suscitano polemica, fomentano divisioni, infondono rassegnazione o se, invece, conducono ad una riflessione consapevole e matura, al dialogo costruttivo, a un’operosità proficua.

(dal Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2018)

Giovedì della V settimana di Quaresima

Gen 17,3-9   Sal 104   Gv 8,51-59: 
Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno
Come un granello di sabbia

Ogni cristiano dovrebbe dedicare un giorno alla «memoria» per rileggere la propria storia personale inserendola nella storia di un popolo: «Io non sono solo, sono un popolo», un «popolo sognato da Dio».

Partendo dalla liturgia della parola, che presenta la figura di Abramo, padre nella fede, il Pontefice ha fatto notare come nel tempo di quaresima il credente sia spesso incoraggiato «a fermarsi un po’ e a pensare». Non a caso i due passi della Scrittura della liturgia del giorno (Genesi, 17, 3-9 e Giovanni, 8, 51-59) dicono: «Fermati. Fermati un po’. Pensa a tuo padre». E al centro dell’attenzione c’è Abramo.

Nella prima lettura, infatti, «si parla di quel dialogo di Dio con Abramo, quando Dio fa l’alleanza con lui». E nel vangelo Gesù e i farisei lo chiamano «padre» perché egli «è colui che incominciò a generare questo popolo che oggi è la Chiesa, siamo noi: uomo leale». Raccogliendo dunque l’invito delle Scritture, ha aggiunto il Pontefice, «ci farà bene pensare a nostro padre Abramo».

Quali sono allora gli aspetti fondamentali della vicenda di Abramo di cui è importante fare memoria? Innanzitutto, egli «obbedì quando fu chiamato ad andare, e ad andarsene in un’altra terra che avrebbe ricevuto in eredità». Abramo, cioè, «si fidò. Obbedì. E se ne andò senza sapere dove andava». Egli quindi fu «uomo di fede, uomo di speranza». A cento anni e con la moglie sterile, «credette quando gli fu detto che avrebbe avuto un figlio». Credette «contro ogni speranza. Questo è nostro padre» ha sottolineato Francesco, aggiungendo: «Se qualcuno cercasse di fare la descrizione della vita di Abramo, potrebbe dire: “Questo è un sognatore”». Ma attenzione: Abramo «non era un pazzo», il suo era il «sogno della speranza».

Un’identità confermata anche in seguito: «Messo alla prova, dopo avere avuto il figlio», quando poi il ragazzo divenne adolescente, «gli viene chiesto di offrirlo in sacrificio: obbedì e andò avanti contro ogni speranza». Ecco chi è il «nostro padre Abramo»: uno «che va avanti, avanti, avanti». Nel Vangelo, Gesù dice: Abramo «esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Ha spiegato il Pontefice: egli ebbe la gioia «di vedere la pienezza della promessa dell’alleanza, la gioia di vedere che Dio non lo aveva ingannato, che Dio è sempre fedele alla sua alleanza». E anche i credenti, oggi, sono chiamati a fare quanto è indicato nel salmo responsoriale (104): «Ricordate le meraviglie che ha compiuto, i suoi prodigi e i giudizi dalla sua bocca». Perché tutti i cristiani sono «stirpe di Abramo». E come «quando — ha detto Francesco — noi pensiamo a nostro padre che se n’è andato: ricordare papà, le cose buone di papà». Così possiamo anche ricordare quanto era «grande» il «nostro padre Abramo».

La grandezza del patriarca è stata fondata su un «patto» con Dio. «Da parte di Abramo», ha evidenziato il Pontefice, c’è stata «l’obbedienza: obbedì sempre». Da parte di Dio una promessa: «Quanto a me, ecco la mia alleanza con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram ma Abraham, perché padre di una moltitudine di nazioni». E Abramo ha creduto.

Il Papa si è soffermato sulla bellezza e la grandezza della promessa di Dio che ad Abramo, il quale «aveva cento anni senza figli, con la moglie sterile», disse: «Ti renderò molto, molto fecondo. Ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re». E poi, in un altro dialogo: «Senti, guarda, guarda in cielo: sei capace di contare le stelle?” — “Oh no, impossibile…” — “Così sarà la tua discendenza. Guarda la spiaggia del mare: sei capace di contare ognuno dei granelli di quella sabbia?” — “Ma è impossibile!” — “Così sarà la tua discendenza”».

Quindi, passando dalla memoria alla vita quotidiana, Francesco ha sottolineato: «Oggi noi in obbedienza all’invito della Chiesa, ci fermiamo e possiamo dire, con verità: “Io sono una di quelle stelle. Io sono un granello della sabbia”».

Ma il legame con Abramo, ha continuato il Papa, non esaurisce l’identità cristiana: «Noi siamo figli di Abramo, ma prima di Abramo c’è un altro Padre. E prima di noi c’è un altro Figlio. E nella storia nostra, fra nostro padre Abramo e noi, c’è l’altra storia, la grande, la storia del Padre dei cieli e di Gesù». È questo il motivo, ha spiegato il Pontefice, per cui Gesù nel brano evangelico «rispose ai farisei e ai dottori della legge: “Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno. Lo vide e fu pieno di gioia”». Proprio questo è «il grande messaggio. Oggi la Chiesa ci invita a fermarci, a guardare le nostre radici, a guardare nostro padre che ci ha fatto popolo, cielo pieno di stelle, spiagge piene di granelli di sabbia». Ogni cristiano, quindi, è invitato a «guardare la storia» e a rendersi conto: «Io non sono solo, sono un popolo. Andiamo insieme. La Chiesa è un popolo. Ma un popolo sognato da Dio, un popolo che ha dato un padre sulla terra che obbedì, e abbiamo un fratello che ha dato la sua vita per noi, per farci popolo». Partendo da questa consapevolezza, «possiamo guardare il Padre, ringraziare; guardare Gesù, ringraziare; e guardare Abramo e noi, che siamo parte del cammino».

Al termine della sua meditazione, il Papa ha suggerito un impegno pratico: «Facciamo di oggi un giorno di memoria» per comprendere come «in questa grande storia, nella cornice di Dio e Gesù, c’è la piccola storia di ognuno di noi». Perciò, ha aggiunto, «vi invito a prendere, oggi, cinque minuti, dieci minuti, seduti, senza radio, senza tv; seduti, e pensare alla propria storia: le benedizioni e i guai, tutto. Le grazie e i peccati: tutto». Ognuno, ha detto, in questa memoria potrà incontrare «la fedeltà di quel Dio che è rimasto fedele alla sua alleanza, è rimasto fedele alla promessa che aveva fatto ad Abramo, è rimasto fedele alla salvezza che aveva promesso in suo Figlio Gesù».

Questa la conclusione del Pontefice: «Sono sicuro che in mezzo alle cose forse brutte — perché tutti ne abbiamo, tante cose brutte, nella vita — se oggi facciamo questo, scopriremo la bellezza dell’amore di Dio, la bellezza della sua misericordia, la bellezza della speranza. E sono sicuro che tutti noi saremo pieni di gioia».

Giovedì, 6 aprile 2017
(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.81, 07/04/2017)

Venerdì della V settimana di Quaresima

Ger 20,10-13   Sal 17   Gv 10,31-42:
Cercavano di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani
In Dio è più grande la giustizia o la misericordia?

 Al tribunale di Jahve’ cento angeli accusano un uomo: ”Costui e’ veramente malvagio”.
Solo un angelo si attesta in suo favore: “Ma ha compiuto un’opera buona!”
Jahve’ fa inclinare la bilancia in favore del peccatore e sentenzia:
“Niente Gehenna!”
Ma non sapete quale è l’orario di Dio. Ecco come la pensavano gli “Abbas” del deserto:
“Per tre ore al giorno Jahve’ siede in tribunale a giudicare il mondo.
Ma quando il male prevale sul bene, si alza dal trono della giustizia e, con un sospiro di sollievo, si siede per il resto della sua giornata sul trono della misericordia”
(Detti dei Padri del deserto)

«La gioia di Dio è perdonare!… Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il cristianesimo! Ma guardate che non è sentimento, non è “buonismo”! Al contrario, la misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal “cancro” che è il peccato, il male morale, spirituale. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nei cuori e nella storia.
Gesù  è tutto misericordia, tutto amore: è Dio fatto uomo. Ognuno di noi è quella pecora smarrita… ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. Forse qualcuno ha nel suo cuore qualcosa di pesante: ho fatto questo e questo… Ma Dio sempre ci aspetta, è Padre!».(Papa Francesco)

http://www.parrocchia.valdocco.it

Sabato della V settimana di Quaresima

Ez 37,21-28   Ger 31,10-13   Gv 11,45-56:
Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi

Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli, con i nostri peccati. Lui non si rassegna a questo! Lui ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato. Ci chiama insistentemente ad uscire dal buio della prigione in cui ci siamo rinchiusi, accontentandoci di una vita falsa, egoistica, mediocre. «Vieni fuori!», ci dice, «Vieni fuori!». E’ un bell’invito alla vera libertà, a lasciarci afferrare da queste parole di Gesù che oggi ripete a ciascuno di noi. Un invito a lasciarci liberare dalle “bende”, dalle bende dell’orgoglio. Perché l’orgoglio ci fa schiavi, schiavi di noi stessi, schiavi di tanti idoli, di tante cose. La nostra risurrezione incomincia da qui: quando decidiamo di obbedire a questo comando di Gesù uscendo alla luce, alla vita; quando dalla nostra faccia cadono le maschere (…) e noi ritroviamo il coraggio del nostro volto originale, creato a immagine e somiglianza di Dio. Ma sentite bene: non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti!

(Angelus, 6 aprile 2014)

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Questa voce è stata pubblicata il 07/04/2019 da in ITALIANO, Liturgia, Settimana - commento.

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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