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GIOVEDÌ SANTO, Messa in Coena Domini – Commento

Giovedì Santo
Messa in Coena Domini


Messa in Cena Domini5


Omelia di Enzo Bianchi 

Ecco, noi iniziamo a rivivere le azioni e le parole di Gesù, ascoltandole, accogliendole nel cuore e meditandole, perché solo questo possiamo fare qui e ora, insieme. Tutti intenti a bere alla fonte del mistero, perché sostenuti da quest’acqua zampillante nel nostro intimo (cf. Gv 4,14), possiamo vivere proprio vivendo nella nostra carne e nella nostra mente questo mistero. Siamo convenuti ciascuno con il proprio gravame sulle spalle e sul cuore: sì, con il nostro cuore appesantito dal peso del duro mestiere del vivere, appesantito dai nostri peccati, che altro non sono che contraddizioni all’amore, appesantito dalla consapevolezza della nostra incapacità sempre più grande di essere conseguenti a quello che abbiamo imparato e che continuiamo a conoscere da Cristo stesso.

Guardiamo la scena che il vangelo ci presenta questa sera: un uomo, Gesù, che cerca di “amare fino all’estremo, fino alla fine (eis télos: Gv 13,1)”; degli uomini che da anni stanno con lui e non lo comprendono, perché ciascuno di loro fa la propria strada; Pietro, colui che deve presiedere, che viene meno dimenticando dove è stato posto da Gesù e dimenticando il rapporto così carico di cose condivise con lui; poi “uno dei Dodici” che desidera la morte di Gesù, desidera liberarsi di lui; e gli altri non sanno neppure dove sono. Questi i protagonisti che ci stanno davanti, come uno specchio, perché noi possiamo individuarci nelle loro figure.

Gesù ha una sola parola, che ha appena detto ai giudei: “Per questo il Padre mi ama, perché io depongo la mia vita, per poi riceverla di nuovo” (Gv 10,17). Attenzione a queste parole, da non intendersi secondo tutte le assurde traduzioni esistenti, compresa la nostra liturgica: “Io depongo la mia vita hína pálin lábo autén”, cioè non “per riprenderla di nuovo” ma “per riceverla di nuovo”, per riceverla dal Padre, nella fede, senza nessuna certezza! Questa la parola-chiave per comprendere cosa Gesù fa adesso: infatti, depone le sue vesti per riceverle di nuovo, dando, attraverso la sua spogliazione, il segno di ciò che avviene; dà la vita, si spoglia, si svuota per ricevere dal Padre questa vita.

Per questo non all’inizio della cena, non nell’atrio della casa, appena entrato, ma durante la cena Gesù compie un’innovazione del rituale. Era consuetudine che all’inizio della cena, nel momento dell’accoglienza, l’ospite fosse ricevuto con l’offerta dell’acqua per la lavanda dei piedi polverosi e sporchi: l’ospite accettava l’offerta, e degli schiavi non ebrei compivano questo servizio. In ogni caso, mai – dice il midrash – un ebreo chiedeva la lavanda dei piedi a un altro ebreo, seppure schiavo, perché questo gesto di umiliazione estrema poteva essere chiesto solo a schiavi non ebrei.

Ma ormai la cena volge alla fine, ed è in essa, come per darle un’evidenza forte e imponente, che Gesù fa quel rito. Ma lo fa al contrario, in un rito di inversione, nella piena consapevolezza di ciò che egli doveva fare come ultimo gesto per i suoi discepoli: Gesù doveva mostrare loro fino dove è possibile amare, “fino all’estremo”, fino al dono della vita. Secondo i vangeli sinottici Gesù ha mostrato questo amore dando pane e vino come suo corpo e suo sangue ai discepoli (cf. Mc 14,22-25 e par.); secondo Giovanni, che pure conosce l’istituzione eucaristica, è meglio tralasciare l’eucaristia e raccontare la lavanda. I due segni dicono la stessa cosa, raccontano la stessa verità e, infatti, sono seguiti da due comandi, gli unici due dati da Gesù riguardo a un’azione significativa:

“Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1Cor 11,24);
“Dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

Due gesti relativi al corpo:
corpo di Gesù dato;
corpo del discepolo servito da Gesù.

In entrambe le azioni di Gesù vi è un corpo che si dona ai discepoli. Così avviene un rito di inversione:
il maestro diventa il discepolo,
il Signore diventa lo schiavo,
colui che presiede diventa colui che serve.

E per fare questo, significativamente Gesù si spoglia delle sue vesti (tà himátia), non solo del mantello. Lo spoglieranno delle sue vesti sulla croce (cf. Gv 19,23-24), ma qui è lui a spogliarsi delle sue vesti. Ecco l’azione, il preambolo necessario al gesto dello schiavo, al servizio: lo spogliarsi. Deporre le vesti, spogliarsi è dare se stesso nella propria nudità all’altro, e questo avverrà al Golgota, ma ora è chiaramente un gesto di spogliazione, di impoverimento di se stesso, un disarmarsi. È un’azione straordinaria, che non obbedisce ai due poli tanto attrattivi per noi uomini: la paura e l’arroganza. Noi oscilliamo sempre tra queste due tentazioni: la paura, che è sempre e radicalmente paura degli altri, e l’arroganza, che è la violenza più quotidiana verso gli altri. Normalmente sono queste le nostre armature, e le indossiamo bene perché non pensiamo che siano offensive, ma solo difensive. Così manchiamo di stile, dello stile di Gesù, che è umiltà e mitezza: “Venite a me, … imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,28-29).

Gesù, denudato come uno schiavo, inginocchiato ai piedi dei suoi, sa bene che quel gesto gli era stato fatto da due donne: una peccatrice, prostituta secondo Luca (cf. Lc 7,36-50), e una donna discepola, Maria di Betania (cf. Gv 12,1-8). Gli avevano lavato e profumato i piedi, in un eccesso d’amore, durante una cena. Gesù sembra aver imparato da loro la lezione, e allora rifà il gesto, chiedendo però che questo gesto “uno lo faccia all’altro”, “una lo faccia all’altra” (cf. Gv 13,14), chiedendo che sia un gesto di reciprocità. Quella sera lo fece lui solo per darne – dice il vangelo – “un hypódeigma, un esempio, perché come (kathós) ha fatto lui, così facciamo anche noi, reciprocamente” (cf. Gv 13,15). Quella sera Gesù non ha fatto come ultima azione un miracolo, ma un’azione che ciascuno può fare: bastano un catino, un po’ d’acqua, un asciugamano. Possiamo fare questa azione sempre e dovunque: deporre la vita, disarmarsi, non incutere paura né avere paura, non essere arroganti e avere verso l’altro l’atteggiamento di chi gli lava i piedi… L’amore cristiano si riduce a questo: non è fatto di grandi sentimenti, non si nutre di eros o di passione, ma è un lavoro su di sé prima di essere un lavoro verso l’altro. Io lavo i piedi a te, se, pur vedendo il tuo peccato, so non vederlo e non tenerne conto; io lavo i piedi a te, se non mi lascio tentare dall’arroganza, che non è sempre orgoglio, ma è un guardare a me, magari al mio io minimo, ma pensandolo superiore a quello degli altri.

Cari fratelli e sorelle, fin dal IV secolo la chiesa ha voluto che chi presiede – papa, vescovo, abate – lavi i piedi ai suoi fratelli. Papa Francesco ha innovato, andandoli a lavare ai più poveri e disgraziati, nelle carceri e negli ospedali. Occorrerà forse che anche noi abbiamo l’audacia di cambiare questo rito e di riportarlo al comando di Gesù, quello di lavarci i piedi gli uni gli altri? La comunità dovrà pensarci e maturare fino a decidere… Ma comunque si svolga questo rito, secondo il comando di Gesù la lavanda deve avvenire reciprocamente; così come dovrebbe avvenire nella vita quotidiana, dove non è solo chi presiede a lavare i piedi ai fratelli, ma dove questi dovrebbero lavarsi i piedi gli uni gli altri. Lavare i piedi è un’azione scandalosa: ha scandalizzato Simone il fariseo (cf. Lc 7,39), ha scandalizzato Giuda (cf. Gv 12,4-6), scandalizza Pietro nel nostro brano (cf. Gv 13,6.8). Ma Gesù ha detto a Pietro che, se non si fosse fatto lavare i piedi, lui, Gesù, non sarebbe stato la sua porzione (cf. Gv 13,8; cf. Sal 16,5; 73,26; 142,6), perché occorre lavare i piedi, ma occorre anche lasciarseli lavare, e questo a volte è più difficile del compiere questa azione in prima persona.

Concludo con un pensiero che va a situazioni reali: pensiamoci… Nelle case ci sono uomini e donne che stanno lavando i piedi, o le parti intime del corpo, a malati e a malate che non riescono più a farlo da sé; ci sono genitori che lavano i loro figli handicappati; ci sono uomini e donne che negli ospedali sono piegati a servire i corpi malati, disabili, di sofferenti e abbandonati… Sono situazioni che quasi sicuramente implicheranno anche noi, i nostri corpi: sarà l’accettazione del servizio da fare o da ricevere, un servizio da schiavi. Anche questo servizio, fatto con amore e consapevolezza, sarà esecuzione del comando: “Fate questo in memoria di me. Come io ho fatto a voi, voi fatelo gli uni agli altri”.

C’è un’unica cosa ancora da dire. In quella lavanda c’erano i Dodici e tra loro uno dei Dodici, Giuda, uno dei Dodici, Pietro: Gesù ha lavato i piedi di Giuda, di Pietro e degli altri, tanto inconsapevoli e intontiti… Anche in questo clima, in questo ambiente, noi dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. “Amen, amen, dico a voi: il servo non è più grande del suo Signore, né l’inviato è più grande di chi lo ha inviato. Sapendo queste cose, sarete beati se le realizzerete” (Gv 13,16-17). Queste le ultime parole di Gesù.

Omelia di Benedetto XVI

San Giovanni inizia il suo racconto sul come Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli con un linguaggio particolarmente solenne, quasi liturgico. “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (13, 1). È arrivata l’“ora” di Gesù, verso la quale il suo operare era diretto fin dall’inizio. Ciò che costituisce il contenuto di questa ora, Giovanni lo descrive con due parole: passaggio (metabainein, metabasis) ed agape – amore. Le due parole si spiegano a vicenda; ambedue descrivono insieme la Pasqua di Gesù: croce e risurrezione, crocifissione come elevazione, come “passaggio” alla gloria di Dio, come un “passare” dal mondo al Padre. Non è come se Gesù, dopo una breve visita nel mondo, ora semplicemente ripartisse e tornasse al Padre. Il passaggio è una trasformazione. Egli porta con sé la sua carne, il suo essere uomo. Sulla Croce, nel donare se stesso, Egli viene come fuso e trasformato in un nuovo modo d’essere, nel quale ora è sempre col Padre e contemporaneamente con gli uomini. Trasforma la Croce, l’atto dell’uccisione, in un atto di donazione, di amore sino alla fine. Con questa espressione “sino alla fine” Giovanni rimanda in anticipo all’ultima parola di Gesù sulla Croce: tutto è portato a termine, “è compiuto” (19, 30). Mediante il suo amore la Croce diventa metabasis, trasformazione dell’essere uomo nell’essere partecipe della gloria di Dio. In questa trasformazione Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza trasformatrice del suo amore al punto che, nel nostro essere con Lui, la nostra vita diventa “passaggio”, trasformazione. Così riceviamo la redenzione – l’essere partecipi dell’amore eterno, una condizione a cui tendiamo con l’intera nostra esistenza.

Questo processo essenziale dell’ora di Gesù viene rappresentato nella lavanda dei piedi in una specie di profetico atto simbolico. In essa Gesù evidenzia con un gesto concreto proprio ciò che il grande inno cristologico della Lettera ai Filippesi descrive come il contenuto del mistero di Cristo. Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge col “panno” dell’umanità e si fa schiavo. Lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende così capaci di accedere al convito divino al quale Egli li invita. Al posto delle purificazioni cultuali ed esterne, che purificano l’uomo ritualmente, lasciandolo tuttavia così com’è, subentra il bagno nuovo: Egli ci rende puri mediante la sua parola e il suo amore, mediante il dono di se stesso. “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato”, dirà ai discepoli nel discorso sulla vite (Gv 15, 3). Sempre di nuovo ci lava con la sua parola. Sì, se accogliamo le parole di Gesù in atteggiamento di meditazione, di preghiera e di fede, esse sviluppano in noi la loro forza purificatrice. Giorno dopo giorno siamo come ricoperti di sporcizia multiforme, di parole vuote, di pregiudizi, di sapienza ridotta ed alterata; una molteplice semifalsità o falsità aperta s’infiltra continuamente nel nostro intimo. Tutto ciò offusca e contamina la nostra anima, ci minaccia con l’incapacità per la verità e per il bene. Se accogliamo le parole di Gesù col cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi, purificazioni dell’anima, dell’uomo interiore. È, questo, ciò a cui ci invita il Vangelo della lavanda dei piedi: lasciarci sempre di nuovo lavare da quest’acqua pura, lasciarci rendere capaci della comunione conviviale con Dio e con i fratelli. Ma dal fianco di Gesù, dopo il colpo di lancia del soldato, uscì non solo acqua, bensì anche sangue (Gv 19, 34; cfr1 Gv 5, 6. 8). Gesù non ha solo parlato, non ci ha lasciato solo parole. Egli dona se stesso. Ci lava con la potenza sacra del suo sangue, cioè con il suo donarsi “sino alla fine”, sino alla Croce. La sua parola è più di un semplice parlare; è carne e sangue “per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Nei santi Sacramenti, il Signore sempre di nuovo s’inginocchia davanti ai nostri piedi e ci purifica. PreghiamoLo, affinché dal bagno sacro del suo amore veniamo sempre più profondamente penetrati e così veramente purificati!

Se ascoltiamo il Vangelo con attenzione, possiamo scorgere nell’avvenimento della lavanda dei piedi due aspetti diversi. La lavanda che Gesù dona ai suoi discepoli è anzitutto semplicemente azione sua – il dono della purezza, della “capacità per Dio” offerto a loro. Ma il dono diventa poi un modello, il compito di fare la stessa cosa gli uni per gli altri. I Padri hanno qualificato questa duplicità di aspetti della lavanda dei piedi con le parole sacramentum ed exemplum. Sacramentum significa in questo contesto non uno dei sette sacramenti, ma il mistero di Cristo nel suo insieme, dall’incarnazione fino alla croce e alla risurrezione: questo insieme diventa la forza risanatrice e santificatrice, la forza trasformatrice per gli uomini, diventa la nostra metabasis, la nostra trasformazione in una nuova forma di essere, nell’apertura per Dio e nella comunione con Lui. Ma questo nuovo essere che Egli, senza  nostro merito, semplicemente ci dà deve poi trasformarsi in noi nella dinamica di una nuova vita. L’insieme di dono ed esempio, che troviamo nella pericope della lavanda dei piedi, è caratteristico per la natura del cristianesimo in genere. Il cristianesimo, in rapporto col moralismo, è di più e una cosa diversa. All’inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è anzitutto dono: Dio si dona a noi – non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all’inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente Colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l’atto centrale dell’essere cristiani è l’Eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che Egli ci dà.

Con ciò, tuttavia, non restiamo destinatari passivi della bontà divina. Dio ci gratifica come partner personali e vivi. L’amore donato è la dinamica dell’“amare insieme”, vuol essere in noi vita nuova a partire da Dio. Così comprendiamo la parola che, al termine del racconto della lavanda dei piedi, Gesù dice ai suoi discepoli e a tutti noi: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). Il “comandamento nuovo” non consiste in una norma nuova e difficile, che fino ad allora non esisteva. Il comandamento nuovo consiste nell’amare insieme con Colui che ci ha amati per primo. Così dobbiamo comprendere anche il Discorso della montagna. Esso non significa che Gesù abbia allora dato precetti nuovi, che rappresentavano esigenze di un umanesimo più sublime di quello precedente. Il Discorso della montagna è un cammino di allenamento nell’immedesimarsi con i sentimenti di Cristo (cfr Fil 2, 5), un cammino di purificazione interiore che ci conduce a un vivere insieme con Lui. La cosa nuova è il dono che ci introduce nella mentalità di Cristo. Se consideriamo ciò, percepiamo quanto lontani siamo spesso con la nostra vita da questa novità del Nuovo Testamento; quanto poco diamo all’umanità l’esempio dell’amare in comunione col suo amore. Così le restiamo debitori della prova di credibilità della verità cristiana, che si dimostra nell’amore. Proprio per questo vogliamo tanto maggiormente pregare il Signore di renderci, mediante la sua purificazione, maturi per il nuovo comandamento.

Nel Vangelo della lavanda dei piedi il colloquio di Gesù con Pietro presenta ancora un altro particolare della prassi di vita cristiana, a cui vogliamo alla fine rivolgere la nostra attenzione. In un primo momento, Pietro non aveva voluto lasciarsi lavare i piedi dal Signore: questo capovolgimento dell’ordine, che cioè il maestro – Gesù – lavasse i piedi, che il padrone assumesse il servizio dello schiavo, contrastava totalmente con il suo timor riverenziale verso Gesù, con il suo concetto del rapporto tra maestro e discepolo. “Non mi laverai mai i piedi”, dice a Gesù con la sua consueta passionalità (Gv 13, 8). È la stessa mentalità che, dopo la professione di fede in Gesù, Figlio di Dio, a Cesarea di Filippo, lo aveva spinto ad opporsi a Lui, quando aveva predetto la riprovazione e la croce: “Questo non ti accadrà mai!”, aveva dichiarato Pietro categoricamente (Mt 16, 22). Il suo concetto di Messia comportava un’immagine di maestà, di grandezza divina. Doveva apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza; che essa consiste proprio nel discendere, nell’umiltà del servizio, nella radicalità dell’amore fino alla totale auto-spoliazione. E anche noi dobbiamo apprenderlo sempre di nuovo, perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione; perché non siamo in grado di accorgerci che il Pastore viene come Agnello che si dona e così ci conduce al pascolo giusto.

Quando il Signore dice a Pietro che senza la lavanda dei piedi egli non avrebbe potuto aver alcuna parte con Lui, Pietro subito chiede con impeto che gli siano lavati anche il capo e le mani. A ciò segue la parola misteriosa di Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi” (Gv 13, 10). Gesù allude a un bagno che i discepoli, secondo le prescrizioni rituali, avevano già fatto; per la partecipazione al convito occorreva ora soltanto la lavanda dei piedi. Ma naturalmente si nasconde in ciò un significato più profondo. A che cosa si allude? Non lo sappiamo con certezza. In ogni caso teniamo presente che la lavanda dei piedi, secondo il senso dell’intero capitolo, non indica un singolo specifico Sacramento, ma il sacramentum Christi nel suo insieme – il suo servizio di salvezza, la sua discesa fino alla croce,  il suo amore sino alla fine, che ci purifica e ci rende capaci di Dio. Qui, con la distinzione tra bagno e lavanda dei piedi, tuttavia, si rende inoltre percepibile un’allusione alla vita nella comunità dei discepoli, alla vita nella comunità della Chiesa – un’allusione che Giovanni forse vuole consapevolmente trasmettere alle comunità del suo tempo. Allora sembra chiaro che il bagno che ci purifica definitivamente e non deve essere ripetuto è il Battesimo – l’essere immersi nella morte e risurrezione di Cristo, un fatto che cambia la nostra vita profondamente, dandoci come una nuova identità che rimane, se non la gettiamo via come fece Giuda. Ma anche nella permanenza di questa nuova identità, per la comunione conviviale con Gesù abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”. Di che cosa si tratta? Mi sembra che la Prima Lettera di san Giovanni ci dia la chiave per comprenderlo. Lì si legge: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (1, 8s). Abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”, della lavanda dei peccati di ogni giorno, e per questo abbiamo bisogno della confessione dei peccati. Come ciò si sia svolto precisamente nelle comunità giovannee, non lo sappiamo. Ma la direzione indicata dalla parola di Gesù a Pietro è ovvia: per essere capaci a partecipare alla comunità conviviale con Gesù Cristo dobbiamo essere sinceri. Dobbiamo riconoscere che anche nella nostra nuova identità di battezzati pecchiamo. Abbiamo bisogno della confessione come essa ha preso forma nel Sacramento della riconciliazione. In esso il Signore lava a noi sempre di nuovo i piedi sporchi e noi possiamo sederci a tavola con Lui.

Ma così assume un nuovo significato anche la parola, con cui il Signore allarga il sacramentum facendone l’exemplum, un dono, un servizio per il fratello: “Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv13, 14). Dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri nel quotidiano servizio vicendevole dell’amore. Ma dobbiamo lavarci i piedi anche nel senso che sempre di nuovo perdoniamo gli uni agli altri. Il debito che il Signore ci ha condonato è sempre infinitamente più grande di tutti i debiti che altri possono avere nei nostri confronti (cfr Mt 18, 21-35). A questo ci esorta il Giovedì Santo: non lasciare che il rancore verso l’altro diventi nel profondo un avvelenamento dell’anima. Ci esorta a purificare continuamente la nostra memoria, perdonandoci a vicenda di cuore, lavando i piedi gli uni degli altri, per poterci così recare insieme al convito di Dio.

Il Giovedì Santo è un giorno di gratitudine e di gioia per il grande dono dell’amore sino alla fine, che il Signore ci ha fatto. Vogliamo pregare il Signore in questa ora, affinché gratitudine e gioia diventino in noi la forza di amare insieme con il suo amore. Amen.

20 marzo 2008

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Questa voce è stata pubblicata il 17/04/2019 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO, Settimana Santa con tag .
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