COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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II domenica di Pasqua (C) Commento

II Domenica di Pasqua – Anno C
(in albis o della Divina Misericordia)
Giovanni 20,19-31


Tommaso


La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»(….).
(Letture: Atti 5,12-16; Salmo 117; Apocalisse 1,9-11.12-13.17-19; Giovanni 20,19-31).

La Risurrezione non annulla la croce, vertice dell’amore
Ermes Ronchi

La sera di Pasqua il Signore entra in quella stanza chiusa, porte e finestre sbarrate, dove manca l’aria e si respira paura. Solo Tommaso ha il coraggio di andare e venire.
Soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo. Su quel pugno di creature, chiuse e impaurite, inaffidabili, scende il vento delle origini, il vento che soffiava sugli abissi, che scuote le porte chiuse del cenacolo: come il Padre ha mandato me anch’io mando voi. Voi come me. E li manda così come sono, poca cosa davvero, un gruppetto alla sbando. Ma ora c’è in loro “un di più”: c’è il suo Spirito, il segreto di Gesù, il suo respiro, ciò che lo fa vivere: a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati. Ecco il respiro, l’essenza, lo spirito di Dio: per vivere Dio ha bisogno di perdonare. Per essere Padre ha la necessità di abbracciare ogni figlio che torna, deve andare da ogni figlio maggiore che non capisce, cercare ogni pecora che si perde. La misericordia è un bisogno di Dio, non un attributo fra altri, ma l’identità stessa del Padre, una necessità: oggi devo fermarmi a casa tua.
Prima missione, primo lavoro, prima evangelizzazione che consegna ai riempiti del Soffio di Dio: voi perdonerete…, con l’atto creativo del perdono che riapre il futuro, che tira fuori la farfalla dal bruco, dal verme che mi sembra o temo di essere.
Otto giorni dopo è ancora lì: l’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare. Li ha inviati per le strade, e li ritrova ancora in quella stanza chiusa. Ma Gesù accompagna con delicatezza infinita la fede piccola dei suoi, con umanità suprema gestisce l’imperfezione delle vite di tutti. Non ci chiede di essere perfetti, ma di essere autentici; non di essere immacolati, ma di essere incamminati.
E si rivolge a Tommaso che lui aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, che lui aveva fatto rigoroso e coraggioso, grande in umanità.
Invece di imporsi, si propone alle sue mani: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. Gesù rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Lui non si scandalizza, si ripropone, anzi si espone con le sue ferite aperte.
La risurrezione non annulla la croce, non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Croce e Pasqua sono un unico movimento, un’unica vicenda. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare, da annullare, è invece qualcosa che deve restare per l’eternità, gloria e vanto di Cristo: le sue piaghe sono il vertice dell’amore, le sue ferite sono diventate le feritoie della più grande bellezza della storia.

Avvenire 

L’amore fedele del Risorto
Enzo Bianchi

Il capitolo finale del vangelo secondo Giovanni, Gv  20 (Gv  21 è un’aggiunta posteriore), andrebbe letto tutto intero, per comprendere in profondità il primo giorno della settimana, il terzo giorno dopo la morte di Gesù, avvenuta il venerdì (sesto giorno) 4 aprile dell’anno 30 della nostra era. La menzione che quello era “il primo giorno” ritma tutto il racconto: la si ritrova all’inizio del racconto dell’apparizione alla Maddalena (Gv 20,1), all’inizio del racconto dell’apparizione ai discepoli (Gv 20,19) e poi è sottintesa nell’espressione “otto giorni dopo” (Gv  20,26).

Il primo giorno della settimana è il giorno della resurrezione del Signore ma è anche quello in cui il Risorto si rende presente in mezzo ai suoi: è il giorno del Signore, il giorno dell’intervento decisivo di Dio che, risuscitando Gesù, ha vinto la morte. Dal Nuovo Testamento sappiamo inoltre che proprio “il primo giorno della settimana” (At 20,7; 1Cor 16,2) è quello scelto dai cristiani per essere “nello stesso luogo” (epì tò autó: At 1,15; 2,1.44.47; 1Cor 11,20; 14,23), per essere assemblea di fratelli e sorelle insieme, che sperimentano la venuta del Risorto in mezzo a loro.

Scesa la sera di quel primo giorno, lo sconforto e lo scoraggiamento regnano nei cuori dei discepoli che non hanno creduto né a Maria di Magdala che ha annunciato loro la resurrezione di Gesù e l’incontro con lui (cf. Gv 20,18), né al discepolo amato che, al solo vedere il sepolcro vuoto, era giunto alla fede (cf. Gv 20,8). Ma Gesù aveva promesso loro: “Dopo la mia scomparsa, ‘ancora un poco e mi vedrete’ (Gv  16,16; cf. Gv 14,18)”, e fedele alla parola data “viene e sta in mezzo”. Gesù è visto dai discepoli in mezzo a loro, al centro della loro assemblea, come colui che crea e dà unità, che “attira tutti a sé” (cf. Gv 12,32). La comunità cristiana ha così la sua icona autentica: ha il suo centro solo in Gesù risorto, in modo che tutti guardino a lui (cf. Gv 19,37; Zc 12,10).

In quella posizione di Kýrios, di Signore, il Risorto dice allora: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, il saluto messianico, parola efficace che porta pace, vita piena, e scaccia la paura. E affinché le parole siano autenticate dalla sua persona di Maestro, Profeta e Messia conosciuto dai discepoli nella loro vita insieme a lui, Gesù mostra le mani e il fianco che portano ancora i segni della sua passione e morte (cf. Gv 19,34). Visione paradossale: Gesù è presente con un corpo che non è un cadavere rianimato ma che viene anche a porte chiuse, non obbedendo alle leggi del tempo e dello spazio; un “corpo di gloria” (Fil 3,21), un “corpo spirituale” (1Cor 15,44.46), nel quale però restano i segni della passione, dell’aver sofferto la morte per amore. Sono segni di passione e insieme di gloria, di vittoria sulla morte, segni dell’amore vissuto “fino alla fine, all’estremo” (eis télos: Gv 13,1). A quelli che temono di essere perseguitati, Gesù si mostra come il perseguitato che è rimasto fedele e che, vincitore della morte a causa del suo amore fedele e pieno, può venire in mezzo a loro portando pace, saldezza e forza.

“E i discepoli gioirono al vedere il Signore”. Accade ciò che Gesù aveva profetizzato: “Ora siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà rapirvi la vostra gioia” (Gv 16,22). In questa nuova situazione della comunità, il Risorto, che aveva promesso di non lasciarla orfana (cf. Gv 14,18) e di donarle un altro Consolatore (cf. Gv 14,16), fa il dono dei doni, il dono per sempre. Ripete il saluto “Pace a voi!” e annuncia: “Come il Padre ha inviato me, anche io invio voi”. I discepoli hanno accolto l’Inviato di Dio, lo hanno seguito e hanno creduto in lui; ora sono anch’essi inviati in tutto il mondo, per essere come lui, Gesù, è stato in tutta la sua vita: testimoni della verità, della fedeltà di Dio, cioè del suo amore per l’umanità. Con la loro vita devono mostrare che “Dio ha tanto amato il mondo da donargli il suo unico Figlio” (Gv 3,16). È solo questione di vivere l’amore di Gesù Cristo per l’umanità: chi è inviato deve diventare volto, bocca, mani, orecchi di chi lo ha inviato, e così i discepoli devono essere corpo di Cristo tra gli altri, nel mondo.

Per essere abilitati a questa missione, devono essere ricreati, rigenerati: occorreva un’immersione nello Spirito santo, occorreva lo Spirito come nuovo soffio nel cuore di carne (cf. Ez 36,26), occorreva una nuova creazione (cf. Is 43,18-19). Allora Gesù, il Risorto che respira lo Spirito santo, lo effonde sulla sua comunità. Se questo Soffio santo è soffio vitale per Gesù, una volta alitato sui discepoli diventa il loro soffio vitale: un solo Soffio, un solo Spirito in lui e in loro! Noi cristiani, vasi di creta fragili e peccatori (cf. 2Cor 4,7), per dono di Gesù risorto respiriamo lo Spirito santo che a noi dà la vita, perdona i peccati, ci abilita alla vita eterna nel Regno di Cristo. Siamo dunque il corpo di Cristo, il “tempio dello Spirito santo” (1Cor 6,19). Questa per il quarto vangelo è la Pentecoste, la chiesa dono dello Spirito santo alitato dal Risorto. Lo stesso Spirito che ha risuscitato da morte Gesù (cf. Rm 1,4; 8,11) è datore di vita ai discepoli, e da “compagno inseparabile di Cristo” (Basilio di Cesarea), diventa compagno, amico inseparabile per ogni cristiano. È lui, presente in ogni discepolo e discepola, che ricorda le parole di Gesù (cf. Gv 14,26), che lo rende presente e testimonia che egli è il Signore (cf. 1Cor 12,3).

Lo Spirito santo, Spirito di Dio e Soffio di Cristo, ci è donato nella nostra condizione di corpo umano, di carne. Non si dimentichi che nel quarto vangelo la carne (sárx) è il luogo dell’umanizzazione di Dio: “La Parola si è fatta carne” (Gv 1,14). Per Giovanni la carne non è, come per Paolo, luogo di tentazione e di peccato, ma è luogo non disprezzabile né indegno, perché scelto da Dio per stare con noi e in mezzo a noi. La carne è luogo di conoscenza a servizio della Parola di Dio che la abita: ecco la dimora dello Spirito santo. Per questo, come Gesù è stato concepito carne dallo Spirito santo e da una donna, così anche la chiesa è generata da Spirito santo e da umanità e del soffio dello Spirito fa il suo respiro.

Ma questo ha una ricaduta decisiva nella vita dei cristiani: significa remissione dei peccati, perché l’esperienza della salvezza che possiamo fare qui e ora nella storia, prima della trasfigurazione di tutte le cose nella gloriosa venuta di Cristo, è l’esperienza della remissione dei peccati. Lo cantiamo ogni mattina nel Benedictus: “… per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati” (Lc 1,77). Ricevere lo Spirito santo è ricevere la remissione dei peccati, cioè vivere quell’azione del Signore che non solo perdona, ma cancella, dimentica i nostri peccato, facendo di noi delle creature nuove (cf. Ger 31,34; Ez 18,22; 33,16). Questa è l’epifania della misericordia di Dio, quell’amore di Dio profondo, viscerale e infinito che, quando ci raggiunge, ci libera dalle colpe e ci ricrea in una novità che noi non possiamo darci! La comunità dei discepoli è la comunità del perdono reciproco, e non solo in quanto comunità che ha la capacità di cancellare il peccato. Questa capacità viene data a tutti i discepoli da Gesù ed essi la mantengono e la esercitano fino a quando sono in comunione con lui per mezzo dello Spirito santo. Si faccia attenzione a non intendere questo testo solo come il fondamento del sacramento della riconciliazione. La capacità di rimettere i peccati, cioè di liberare dalla colpa e di fare misericordia, è data da Gesù a tutti i discepoli: non solo agli Undici, perché nel cenacolo il giorno di Pentecoste ci sono anche le donne, c’è Maria insieme ad altri discepoli e discepole (cf. At 1,13-15; 2,1).

Gesù, “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29), battezzando nello Spirito santo (cf. Gv 1,33) i discepoli, li abilita alla sua missione: perdonare, fare misericordia, riconciliare con Dio e con i fratelli e le sorelle. Dalla croce e dalla resurrezione l’umanità è stata riconciliata con Dio, ma tale evento va annunciato a tutti, e i discepoli sono inviati per questo: dove giungono, devono manifestare e far regnare la misericordia di Dio, devono vivere il comandamento ultimo e definitivo dell’amore reciproco (cf. Gv 13,34; 15,12), devono rimettere i peccati gli uni agli altri, abilitati dunque a chiedere il perdono dei peccati a Dio. Dove c’è un cristiano autentico, c’è un ministro della misericordia che fa arretrare il male e il peccato e fa regnare la misericordia.

E sia chiaro: le parole di Gesù che accompagnano il gesto del soffiare lo Spirito – “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” – sono espresse attraverso uno stile tipicamente semitico che si serve di due espressioni contrastanti per affermare con più forza una realtà. Non significano dunque un potere che i discepoli potrebbero utilizzare secondo il loro arbitrio e il loro giudizio; al contrario, esprimono con forza che il loro compito è la remissione dei peccati, il perdono, la misericordia, come lo è stato per Gesù, che in tutta la sua vita non ha mai condannato, ma ha sempre detto di essere venuto non per giudicare e condannare (cf. Gv 8,15; 12,47), ma perché tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv  10,10).

“Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”, dove questo “come” rimanda anche a uno stile, al punto che potremmo pure parafrasare: “Come io ho rimesso i peccati, anche voi dovete rimetterli; è con questo compito che vi mando”. È ciò che Gesù ha affermato in modo riassuntivo, secondo Luca, all’inizio del suo ministero pubblico nella sinagoga di Nazaret:

Lo Spirito del Signore è sopra di me
perché egli mi ha unto
mi ha inviato ad annunciare ai poveri la buona notizia
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista
a mandare in libertà gli oppressi
ad annunciare l’anno di misericordia del Signore (Lc  4,18-19; cf. Is 61,1-2).

Fatta questa esperienza, i discepoli annunciano a Tommaso, non presente alla prima manifestazione del Risorto: “Abbiamo visto il Signore!”. È l’annuncio pasquale che dovrebbe essere sufficiente per accogliere la fede nel Risorto. Ma Tommaso non crede, quelle parole gli sembrano vaneggiamenti inaffidabili, quindi replica con forza: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.

Ma “otto giorni dopo”, dunque nel primo giorno della seconda settimana dopo la tomba vuota, ecco Tommaso e gli altri discepoli di nuovo insieme, in quella casa a Gerusalemme. È il primo ma anche l’ottavo giorno, giorno della pienezza, del compimento. I discepoli, che vivono ormai da una settimana in questo nuovo tempo iniziato dalla resurrezione, continuano a dimorare nella paura degli uccisori di Gesù. Dovrebbero con franchezza portare l’annuncio pasquale a tutta Gerusalemme e invece, nonostante l’invio in missione, nonostante il dono dello Spirito santo, restano al chiuso, dominati dalla paura. Ma Gesù si rende di nuovo presente: “Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: ‘Pace a voi!’”. Ecco la fedeltà di Gesù che viene, che è il Veniente tra i suoi anche quando essi non lo meritano e non sono in sua attesa. Egli viene in mezzo ai suoi, non si stanca di venire, facendo rinascere sempre la chiesa e la testimonianza della sua resurrezione. Innanzitutto consegna la pace, “la sua pace, non quella del mondo” (cf. Gv 14,27), poi si rivolge a Tommaso, “detto Didimo”, il “gemello” di ciascuno noi. Sì, Tommaso è il gemello in cui dovremmo specchiarci nei nostri entusiasmi in cui arriviamo a dire: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv  11,16), così come nei nostri momenti oscuri, in cui non riusciamo a credere, ad aderire, a mettere fiducia nel Signore. Tommaso è il gemello nel quale c’è, come in noi, la logica del voler vedere per credere, del constatare, dell’avere prove. Tommaso è come noi: quando si profila l’evento della resurrezione, vediamo morte (cf. Gv 11,15-16); quando Gesù annuncia che ci precede, non sappiamo quale sia la via (cf. Gv 14,2-6); quando dobbiamo fidarci della testimonianza dei nostri fratelli e sorelle, vogliamo essere quelli che vedono e decidono…

Gesù viene però anche per Tommaso, pecora smarrita cercata dal pastore, e anche a lui si fa vedere con i segni del suo amore: le stigmate della sua passione impresse per sempre nella sua carne gloriosa. La carne di Gesù, corpo di uomo, è passata attraverso la passione e morte, e ciò che egli ha vissuto resta anche nella sua carne di corpo glorioso. La resurrezione cancella tutti i segni della morte e del peccato ma non i segni dell’amore vissuto, perché l’amore vince la morte e aver amato ha una forza che trascende la morte. Tutta la cura dei malati che le mani di Gesù hanno praticato, tutte le carezze che egli ha dato, tutto il suo amore vissuto nel cuore, tutte le forze sprigionate dal suo seno sono visibili anche nel suo corpo risorto. Gesù dunque invita Tommaso ad avvicinarsi e a mettere il suo dito in quelle stigmate.

E qui, attenzione, non sta scritto che Tommaso mise il suo dito nei buchi delle mani e nella ferita del costato, ma che disse: “Mio Signore e mio Dio!”. Riconoscendo l’amore vissuto da Gesù, di cui le stigmate sono il segno perenne, Tommaso crede e confessa: “Ho Kýriós mou ho Theós mou!”. Gesù risorto è il Kýrios; di più, è Dio. Il Signore di Tommaso è il Dio di Tommaso. Non c’è confessione di fede più alta in tutti i vangeli. Questa è la proclamazione più piena e schietta: Gesù è il Signore, Gesù è Dio. Ecco perché chi vede Gesù, vede il Padre (cf. Gv 14,9); ecco perché Gesù è l’esegesi del Dio che nessuno ha mai visto né può vedere (cf. Gv 1,18); ecco perché Gesù è “il Vivente” (Lc 24,5) per sempre. Tommaso non è certo un modello, anche se in lui possiamo riconoscerci. Per questo Gesù gli dice: “Beati quelli che, senza avere visto, giungono a credere”. Non vedendo, non constatando, ma contemplando il Crocifisso, dunque conoscendo il suo amore vissuto, si inizia a credere. Miracoli, visioni, apparizioni non ci fanno accedere alla vera fede. Solo la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, solo l’amore di Gesù di cui il Vangelo è annuncio e narrazione (“segno scritto”, per dirla con la chiusura del vangelo), solo lo stare nello spazio della comunità dei discepoli del Signore, ci possono portare alla fede, ci possono far invocare Gesù quale “mio Signore e mio Dio”.

Tutto questo capitolo 20 del quarto vangelo è un canto alla misericordia del Signore che viene alla sua comunità con il perdono, con la remissione dei peccati, con la pazienza di un Dio che ci ama sempre, anche quando noi non lo meritiamo ed esitiamo a credere in lui.

http://www.monasterodibose.it


Fontana,  Concetto spaziale 1959

Lucio Fontana (1899 – 1968), Concetto spaziale, Attese, idropittura e olio su tela, oro e verde, 1959, 100,5 x 125,2 cm, Collezione privata

Guardare un Fontana vuol dire per l’osservatore deporre le armi del bello e del brutto e chiedersi “che cosa dice a me che lo osservo?”.Concediamo del tempo a questo quadro e scopriamo cosa ha da dirci. Lo stesso Fontana bersaglio di scherni scrive in una lettera: “Caro Mario, o sono un santo o sono un pazzo!!! Ma forse sono un santo, ho sopportato troppe angherie che a quest’ora dovrei essere in manicomio, invece queste attese [il quadro che stiamo osservando è uno di questi] mi danno la pace!” (Lettera datata Milano, 21 febbraio 1959)

Su una tela di colore verde sono stati fatti quattro tagli, ci sono quattro ferite. Da questi tagli riusciamo a percepire il gesto di Fontana che con un rasoio incide la tela. E’ un gesto brutale e allo stesso tempo capace di aprire una nuova prospettiva all’arte. Guardando un Fontana vediamo le nostre ferite, quelle che la vita ci ha dato e che tagliano la tela dell’animo. Forse anche per questo Fontana parla di serenità, questi tagli appartengono ad ogni persona, ci rendono solidali verso gli altri, sono le ferite che Gesù mostra a Tommaso.

Scrive ancora Fontana: “I miei tagli […] sono un atto di fede nell’infinito, un’affermazione di spiritualità. Quando mi siedo davanti a uno dei miei tagli , a contemplarlo, provo d’improvviso una grande distensione dello spirito […] mi sento un uomo che appartiene alla vastità del presente e del futuro” (Vanità, 1962). Fontana chiama queste opere Concetti spaziali, Attese. Cosa ci fa venire in mente questo titolo? Cosa ha a che fare una tela con lo spazio? E con l’attesa? Una tela è bidimensionale, ma di solito ciò che viene rappresentato su di essa cerca di essere a tre dimensioni. Finge uno spazio. Fontana con il suo taglio “rompe” le due dimensioni della tela facendo irrompere ciò che è “oltre”, dietro, facendo passare lo spazio.

Tommaso guardando le ferite di Cristo guarda “oltre” e vede il suo Signore.

Anche attendere qualcuno è struggente, crea tensione come un taglio. I discepoli non attendono nessuno, tengono le porte chiuse per paura. Gesù entrerà lo stesso e taglierà la loro paura aprendo un varco nel cuore incredulo di Tommaso.

Proprio la ferita più grande e profonda della tela è trasfigurata da una pennellata d’oro. La ferita non scompare, ma può guarire. Nei giorni difficili tornerà a sanguinare, ma dove la ferita brucia nascerà una nuova pelle.

Elia Fiore
Fede ad arte
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Credere

In questa seconda domenica dopo la Pasqua, la Chiesa ci fa il dono di un’altra domenica “speciale” nella quale celebriamo la Divina Misericordia. Mi sembra che la misericordia sia un po’ il “leit motiv” di queste ultime settimane che abbiamo vissuto vicino a Gesù. Il nostro Signore, il Maestro, Colui nel quale abbiamo riposto tutte le nostre speranze di salvezza, solo pochi giorni fa è morto sulla croce, apparente sconfitta della sua missione e vittoria dell’uomo sul Figlio dell’uomo! Eppure proprio lì, sul Golgota, si è manifestata una doppia misericordia: quella del Padre che ha sacrificato per noi il suo Figlio amato, il Prediletto, e quella del Figlio che è rimasto fedele all’amore per il Padre e alla Sua volontà fino alla fine, “fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8).

Tutta la vita di Gesù è stata una vita di donazione: si è donato a noi nell’ultima cena; si è donato a noi in quello sguardo unico rivolto a Pietro dopo il tradimento che ha fatto sgorgare dal cuore di quell’uomo le lacrime del pentimento e della conversione; si è donato a noi aprendoci le porte del Regno e facendovi entrare con Lui il malfattore della croce accanto, primo di una lunga serie…. E poi le donne, quelle che non lo hanno mai lasciato e che davanti alla tomba vuota hanno avuto paura e non hanno detto niente a nessuno (Mc 16,8), fino alla Maddalena che invece corre dagli apostoli per dire loro: “E’ risorto, l’ho visto!” (Gv 20,18). E anche loro sono corsi, e anche loro hanno visto la tomba vuota……. eppure quegli uomini sono ancora chiusi, chiusi nel luogo dove si trovavano (Gv 20, 19a) e chiusi nella paura del loro cuore. Ancora la resurrezione del Maestro non ha toccato le loro vite così tanto da cambiarle, e loro restano ancora prigionieri della loro fatica a credere.

E Gesù, ancora una volta, fa il primo passo e si fa accanto alle loro chiusure, alla loro paura, alla loro incredulità. “ Venne e stette in mezzo a loro” (Gv 20, 19b). Gesù viene ancora e ancora non si ferma davanti alle nostre porte chiuse, davanti al nostro cuore lento, davanti alle nostre resistenze, davanti alle nostre durezze.E subito la prima parola che Gesù dona ai suoi, non è una parola di rimprovero per averlo abbandonato, rinnegato, per non aver creduto fino in fondo alla sua resurrezione, ma la prima parola è: PACE! Li invita, e invita anche noi, a non aver paura delle nostre debolezze così evidenti, perché Lui, sulla croce, queste debolezze le ha prese su di sé e le ha redente. Ce lo mostrano le sue ferite che la resurrezione non ha cancellato, come a voler far sparire il segno della debolezza per “tenere” solo il segno della gloria (la resurrezione). No, Lui risorge con le ferite che ora diventano un “simbolo”. Il simbolo è una parola greca che significa “tenere insieme” e infatti le ferite della crocifissione tengono insieme l’apparente debolezza con la potenza di un amore che va oltre la morte.

“E i discepoli gioirono nel vedere il Signore”. A questo punto lo riconoscono e ancora Lui mostra loro una fiducia inaudita: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20, 21-23). Gesù mette nelle mani di questi uomini, inaffidabili secondo la logica umana, l’annuncio del Regno e la possibilità di perdonare o meno i peccati di uomini come loro, poveri, piccoli, fragili, increduli…. Una fiducia che Gesù fonda sull’amore dato ai suoi con il dono dello Spirito Santo.

E poi c’è Tommaso! A lui è capitato di non esserci proprio quel giorno in cui Gesù è venuto! L’unico ad aver avuto il coraggio di uscire dal “luogo dove si trovavano”? O l’unico a non aver avuto il coraggio di rimanere dentro con gli altri? Non lo sapremo mai, il Vangelo non ci dice dov’era Tommaso quella sera; ci dice però che non c’era.

Ma otto giorni dopo, di nuovo c’è, e otto giorni dopo Gesù torna: forse Gesù ha aspettato che ci fosse anche Tommaso per tornare, per aiutare noi nell’incredulità di lui?!! In fondo il nome di Tommaso è Didimo, cioè gemello, quindi perché non pensarlo come gemello della nostra umanità nella stessa fatica di credere? Tommaso dice la sua incredulità all’annuncio dei suoi compagni con dovizia di particolari: “Se non VEDO nelle sue mani il segno dei chiodi, e non METTO il dito nel posto dei chiodi, e non METTO la mia mano nel suo costato, non crederò”. Chiede davvero una prova tangibile, la sua è una pretesa “forte”! E’ bello vedere che gli altri discepoli non abbandonano Tommaso nella sua incredulità, nella sua fatica. Non lo giudicano, forse perché riconoscono la loro stessa debolezza di otto giorni prima! La fede dell’altro aiuta la nostra fede, la sostiene quando questa vacilla, “ qualcuno custodisce le risposte per noi” (E. Ronchi). Gesù torna e le porte sono ancora chiuse!! E per la seconda volta Gesù non si arrende, ma entra di nuovo, e di nuovo ridona la pace. E poi senza che Tommaso possa dire una parola, lo precede, rendendosi disponibile ad esaudire le sue richieste e usa gli stessi verbi usati da Tommaso: guarda, metti…. Un amore quello di Gesù che si dà ancora (e sempre) fino alla fine, sempre un passo più in là di quello che ci aspetteremmo. E Tommaso, in questo modo di amare, riconosce Gesù e si arrende subito. Il Vangelo non ci dice che abbia steso la mano e toccato, quella mano nella quale ci sono tutte le nostre mani! Tommaso si arrende all’amore che ha scritto il suo racconto sul corpo di Gesù e con l’alfabeto delle ferite indelebili dell’amore (E. Ronchi) e passa dall’incredulità alla fede: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28). E Gesù dona a noi attraverso Tommaso una beatitudine: “Beati quelli che senza aver visto hanno creduto” (Gv 20,29). Nella Bibbia la beatitudine non viene intesa come uno stato di bene e di felicità raggiunto una volta per sempre, ma la beatitudine è l’indicazione di una strada da prendere per raggiungere in pienezza, forse alla fine della vita, la felicità piena. Essere beati è essere sulla giusta strada. Allora la nostra debolezza, la nostra fatica a credere, il nostro non vedere e non riconoscere non sarà più un ostacolo ma una opportunità per trasformare la debolezza in fede, la croce in gloria, le ferite in guarigioni.

Da questo momento gli apostoli nei Vangeli sono sempre fuori: a pescare, nelle piazze, nel Tempio, sulle strade dell’uomo che sempre cerca quella pienezza del cuore e quella pace che solo il Risorto ci può dare. E già godono, come anche noi, della promessa che Gesù fa per mezzo di Giovanni nel libro dell’Apocalisse (2° lettura Ap 1,17): “Non temete, Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi!”.

http://www.clarissesantagata.it

Un commento su “II domenica di Pasqua (C) Commento

  1. ISIDRO SANS i BALCELLS
    01/04/2016

    La Fe nos hace superar todos nuestros errores atestiguando y manifestando siempre más el AMOR.

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 24/04/2019 da in Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Pasqua (C).

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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