COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Commento patristico al vangelo della III Domenica di Pasqua (C)

III Domenica di Pasqua – Anno C
Giovanni 21,1-19


Giovanni 21,1-19 (3)

Il mistero della Chiesa nelle due scene di pesca
Agostino

Gesù, mentre nasceva il giorno, stava in piedi sulla riva: la riva significa la fine del mare, e rappresenta perciò la fine dei tempi. E ancora immagine della fine dei tempi è il fatto che Pietro trae la rete a terra, cioè sulla riva. E‘ lo stesso Signore che, in un‘altra circostanza, ci chiarisce il significato di queste immagini parlando della rete tratta su dal mare: «Ed essi la tirano sulla riva», dice (Mt 13,38). Che cos‘è questa riva? Egli stesso lo spiega poco più avanti: “Sarà così alla fine del mondo” (Mt 13,49).

Ma in quella circostanza si trattava soltanto di un racconto sotto forma di parabola, non del significato allegorico di un fatto reale. Qui, invece, è con un fatto reale che il Signore ci vuole fare intendere ciò che sarà la Chiesa alla fine del mondo, così come in un‘altra pesca ha raffigurato ciò che è la Chiesa, oggi, in questo mondo (cf. Lc 5,1-11). Il primo miracolo ebbe luogo all‘inizio della sua predicazione; il secondo, che è questo di cui ora ci occupiamo, si verifica dopo la sua Risurrezione.

Con la prima pesca egli volle significare i buoni e i cattivi di cui ora la Chiesa è formata; con la seconda indica che la Chiesa, alla fine dei tempi, sarà formata soltanto dei buoni che dopo la risurrezione dei morti, saranno in lei in eterno.

La prima volta Gesù non stava, come ora, sulla riva, quando ordinò di prendere i pesci; infatti, “montato su una barca che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra, e sedendo nella barca ammaestrava le turbe. Appena finì di parlare, disse a Simone. Prendi il largo e calate le vostre reti per la pesca” (Lc 5,1-4). E il pesce che allora fu catturato restò nella barca, perché i pescatori non trassero a riva la rete come fanno ora.

Tutte queste circostanze e le altre ancora che si potrebbero trovare, indicano che nella prima pesca è raffigurata la Chiesa in questo mondo, mentre nella seconda pesca essa è raffigurata quale sarà alla fine del mondo. E‘ per questo che il primo miracolo Cristo lo compie prima della Passione, il secondo dopo la Risurrezione: là, Gesù raffigura noi chiamati alla Chiesa, qui raffigura noi risorti alla vita eterna.

Nella prima pesca la rete non è gettata solo dal lato destro della barca, a significare la raccolta dei soli buoni, e neppure soltanto dal lato sinistro a significare la pesca dei soli malvagi. Gesù non precisa da quale parte si getta la rete: «Calate le vostre reti per la pesca», dice, per intendere che la Chiesa raccoglie, in questo mondo, i buoni e i cattivi. Qui invece precisa: «Gettate la rete dal lato destro della barca», per significare che debbono essere raccolti solo quelli che stanno a destra, cioè i buoni.

La prima volta la rete si rompe, immagine degli scismi che divideranno la Chiesa: qui invece, nella pace suprema di cui gioiranno i santi, non c‘è posto per gli scismi, e perciò l‘evangelista afferma: «E benché i pesci fossero tanti» – cioè grandi e molto numerosi – «la rete non si strappò». Egli sembra proprio alludere alla prima pesca, quando la rete si ruppe, per sottolineare con tale paragone la superiorità di questa pesca nella quale solo i buoni vengono raccolti. (Agostino, Comment. in Ioan., 122, 6 s.)

Ognuno di noi ha una pecora.
 Giovanni Crisostomo

Vi sia un uomo che digiuna, che vive castamente, e che soffre infine il martirio, consumato dalle fiamme, e vi sia un altro che rinvia il martirio per l‘edificazione del prossimo e, non solo lo rinvia ma se ne parte da questo mondo senza averlo subito. Quale di questi due uomini otterrà maggior gloria, dopo aver lasciato questa vita? Non c‘è bisogno qui di discutere a lungo né di parlare eloquentemente per decidere, dato che il beato Paolo dà il suo giudizio dicendo: “Morire ed essere con Cristo è la cosa migliore, ma rimanere nella carne è più necessario per causa vostra” (Fil 1,23-24). Vedi come l‘Apostolo antepone l‘edificazione del prossimo al morire per raggiungere Cristo? Non vi è infatti mezzo migliore per essere unito a Cristo che il compiere la sua volontà, e la sua volontà non consiste in nessun‘altra cosa come nel bene del prossimo… “Pietro” – dice il Signore -, “mi ami tu? Pasci le mie pecore” (Gv 21,15), e, con la triplice domanda che gli rivolge, Cristo manifesta chiaramente che il pascere le pecore è la prova dell‘amore. E questo non è detto solo ai sacerdoti, ma a ognuno di noi, per piccolo che sia il gregge affidatoci. Difatti, anche se è piccolo, non si deve trascurarlo poiché il “Padre mio” – dice il Signore – “si compiace in loro” (Lc 12,32). Ognuno di noi ha una pecora. Badiamo di portarla a pascoli convenienti. L‘uomo, appena si leva dal suo letto, non ricerchi altra cosa, sia con le parole sia con le opere, che di render la sua casa e la sua famiglia più pia. La donna, da parte sua, si dimostri buona padrona di casa, ma prima ancora di questo abbia un‘altra preoccupazione assai più necessaria, quella cioè che tutta la sua famiglia lavori e compia quelle opere che riguardano il regno dei cieli. Se infatti negli affari terreni, prima ancora degli interessi familiari, ci preoccupiamo di pagare i debiti pubblici perché, trascurando quelli, non ci capiti di essere arrestati, tradotti in tribunale e svergognati obbrobriosamente, a maggior ragione, nelle cose spirituali, facciamo in modo di pagare anzitutto ciò che dobbiamo a Dio, re dell‘universo, in modo da non essere gettati là dov‘è stridore di denti.

Ricerchiamo, inoltre, quelle virtù che da una parte procurano a noi la salvezza e dall‘altra sono utilissime al prossimo. Tali sono l‘elemosina, le orazioni; anzi, l‘orazione riceve dall‘elemosina forza e ali. “Le tue orazioni” – dice la Scrittura – “e le tue elemosine sono servite per essere ricordato al cospetto di Dio” (At 10,4). Ma non solo l‘orazione, bensì anche il digiuno riceve dall‘elemosina efficacia. Se tu digiuni senza fare elemosina, la tua azione non può essere digiuno e diventi peggiore di un ghiottone e di un ubriaco, tanto peggiore quanto la crudeltà è più grave peccato della gola. Ma perché parlo del digiuno? Anche se tu vivi castamente, anche se tu conservi la verginità, ma non l‘accompagni con l‘elemosina, tu rimani fuori della sala nuziale. Che cosa è paragonabile alla verginità che, per la sua stessa eccellenza, non fu posta per legge neppure nel Nuovo Testamento? Tuttavia, anch‘essa viene respinta se non è congiunta all‘elemosina.

Se, dunque, le vergini sono ricacciate perché non l‘hanno praticata con generosità, chi mai potrà ottenere perdono se trascura di far elemosina? Nessuno, di certo. Chi non pratica l‘elemosina, perirà dunque sicuramente. Infatti, se nelle cose di questo mondo nessuno vive per se stesso, ma l‘artigiano, il soldato, l‘agricoltore, il commerciante svolgono attività che contribuiscono al bene pubblico e alla comune utilità, molto di più ciò deve realizzarsi nelle cose spirituali. Vive veramente, soltanto chi vive per gli altri. Chi invece vive solo per sé, disprezza e non si cura degli altri, è un essere inutile, non è un uomo, non appartiene alla razza umana. Tu forse mi dirai a questo punto: Devo allora trascurare i miei affari per occuparmi di quelli altrui? No, non è possibile che colui che si prende cura degli affari del prossimo trascuri i propri. Chi cerca l‘interesse del prossimo non danneggia nessuno, ha compassione di tutti e aiuta secondo le proprie possibilità, non commette frodi, né si appropria di quanto appartiene agli altri, non dice falsa testimonianza, si astiene dal vizio, abbraccia la virtù, prega per i suoi nemici, fa del bene a chi gli fa del male, non ingiuria nessuno, non maledice neppur quando in mille modi è maledetto, ma ripete piuttosto le parole dell‘Apostolo: “Chi è infermo che anch‘io non sia infermo? Chi subisce scandalo che io non ne arda?” (2Cor 11,29). Al contrario, se noi ricerchiamo il nostro interesse non seguirà al nostro l‘interesse degli altri.

Convinti, dunque, da quanto è stato detto, che non è possibile salvarci se non ci interessiamo del bene comune, e considerando gli esempi del servo che fu separato e di colui che nascose il talento sotto terra, scegliamo quest‘altra via, e conseguiremo anche la vita eterna, che io auguro a tutti noi di ottenere per la grazia e l‘amore di Gesù Cristo, nostro Signore. (Giovanni Crisostomo, In Matth., 77, 6)

Il pericolo del pastore: amare se stesso
 Agostino

Ma, prima, il Signore domanda a Pietro ciò che già sapeva. Domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza se Pietro lo ama, e da Pietro altrettante volte si sente rispondere che lo ama; e altrettante volte niente altro gli affida che il compito di pascere le sue pecore. Alla sua triplice negazione fa riscontro la triplice confessione d‘amore, in modo che la sua parola non obbedisca all‘amore meno di quanto ha obbedito al timore, e in modo che la testimonianza della sua voce non sia meno esplicita di fronte alla vita, di quanto lo fu dinanzi alla minaccia di morte. Sia dunque prova del suo amore pascere il gregge del Signore, come rinnegare il pastore costituì la prova del suo timore.

Coloro che pascono le pecore di Cristo con l‘intenzione di farne le proprie pecore, si convincano che amano se stessi, non Cristo; si convincano di essere guidati dal desiderio di gloria, di potere, di denaro, e non dalla carità, che vuole soltanto obbedire, soccorrere ed essere gradita a Dio. Contro costoro vigila la parola del Signore così insistentemente ripetuta, gli stessi che strappavano gemiti all‘Apostolo perché cercavano la propria gloria, non quella di Gesù Cristo (cf. Fil 2,21).

Che vogliono dire infatti le parole: «Mi ami? Pasci le mie pecore»? E‘ come se, con esse, il Signore dicesse: Se mi ami, non pensare di pascere le pecore nel tuo interesse; pasci le mie pecore in quanto sono mie, non come se fossero tue; cerca nel pascerle la mia gloria, non la tua; cerca di stabilire il mio regno, non il tuo; cura il mio interesse, non il tuo, se non vuoi essere nel numero di coloro che, in questi tempi perigliosi, amano se stessi, e che perciò cadono in tutti gli altri peccati che da tale amore per sé derivano come dal loro principio.

L‘Apostolo, dopo aver detto: «Gli uomini invero ameranno se stessi», aggiunge infatti: “Ameranno il denaro, saranno presuntuosi, superbi, bestemmiatori, disobbedienti ai genitori, ingrati, scellerati, empi, disamorati, calunniatori, incontinenti, crudeli, nemici del bene, traditori, protervi, ciechi, amanti più del piacere che di Dio con la sembianza della pietà, ma privi in realtà della sua virtù” (2Tm 3,1-5).

Tutte queste colpe derivano, come dalla loro sorgente, da quella che per prima l‘Apostolo ha citato: «amano se stessi». E‘ dunque con ragione che il Signore chiede a Pietro: «hai dilezione per me?», e giustamente, alla sua risposta: «Sì, ti amo» egli replica: «Pasci i miei agnelli»; e giustamente ripete per tre volte tali parole. Vediamo anche, in questa circostanza, che la dilezione è la stessa cosa che l‘amore: la terza e ultima volta, infatti, il Signore non dice: «hai dilezione per me», ma dice: «Mi ami?».

Non amiamo noi stessi, ma il Signore: e nel pascere le sue pecore, cerchiamo ciò che è suo, non ciò che è nostro. Non so in quale inesplicabile modo accade che, chi ama se stesso e non Dio, non ama nemmeno sé, mentre chi ama Dio e non ama se stesso, in effetti ama anche sé. Colui che non ha la vita da se stesso, muore amando sé: quindi non ama se stesso chi sacrifica la propria vita a questo amore. Colui, invece, che ama il principio della sua vita, tanto più ama se stesso non amando sé, poiché trascura sé per amare colui dal quale deriva la propria vita. Non siano dunque tra quelli che «amano se stessi», coloro che pascono le pecore di Cristo, per non pascerle come proprie, ma del Signore…

Tutte queste colpe e le altre simili, sia che si trovino riunite nello stesso uomo, sia che esercitino separatamente il loro dominio, alcune su certi uomini, alcune su altri, derivano tutte dalla stessa radice, cioè dall‘amore «per se medesimi». Questo è il pericolo dal quale, sopra tutto, debbono stare in guardia coloro che pascono le pecore di Cristo, in modo da non ritrovarsi mai a cercare il proprio interesse invece dell‘interesse di Cristo, o a tentare di trarre soddisfazione dei propri desideri dalle pecore per la cui salvezza è stato versato il sangue di Cristo. L‘amore per Cristo deve tanto crescere in colui che pasce le sue pecore, sino a giungere a quell‘ardore spirituale che gli farà vincere anche il naturale timore della morte, in modo che egli saprà morire proprio perché vuole vivere con Cristo.

L‘apostolo Paolo ci dice infatti di avere un grande desiderio di essere sciolto dai vincoli della carne, per ritrovarsi con Cristo (cf. Fil 1,23). Egli geme per il peso di questo corpo, ma non vuole essere spogliato, ma piuttosto sopravvestito, onde ciò che è mortale in lui sia assorbito dalla vita (cf. 2Cor 5,4). (Agostino, Comment. in Ioan., 123, 5)

Primato di autorità, primato di carità

Diletti Figli e Figlie! Chi, venendo a questa Udienza, a questo incontro con l’umile, ma autentico successore dell’Apostolo Pietro, sulla cui tomba noi ci troviamo, non si contenta di guardare la scena esteriore, che gli si presenta davanti, per quanto unica e parlante con cento voci pur degne d’ascolto e di riflessione, ma cerca di entrare nella sfera delle verità interiori, qui significate e qui eloquenti circa il mistero della Chiesa e della sua prodigiosa concentrazione in questo punto locale, storico, giuridico, spirituale, e quindi della sua altrettanto prodigiosa irradiazione universale; può darsi che arrivi, se fedele, se pio, se attento, ad avvertire la presenza d’un segreto ambientale; d’un segreto, che solo dovrebbe essere noto a Cristo e a Pietro, ma che l’evangelista Giovanni ha saputo cogliere e registrare all’ultima pagina del suo Vangelo, e che perciò è reperibile a chi sa meditare il Vangelo, e sa vederne il riflesso perenne nella storia, che da esso direttamente deriva. Il segreto, che forma il Nostro personale conforto e il Nostro personale tormento, è contenuto ed espresso in una semplice, ma formidabile sillaba, che suona «più, plus, pléon» (Io. 21, 15), e che Gesù ha unito, in maniera tanto inattesa, ma tanto luminosa, al verbo «amare», esigendo e suscitando in quel Simone Pietro, che nella notte della passione del Signore aveva dato la triste prova della sua debolezza, e che Gesù, quasi per cancellare quella colpa ed il suo penoso ricordo, riconfermava nell’ufficio di supremo Pastore del suo mistico gregge. Disse infatti il Signore risorto, nella famosa apparizione sul lago di Tiberiade: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?»; e costoro erano gli altri Apostoli, tra cui il prediletto, l’Evangelista che ci racconta la scena. Ebbene: quel «più», che mette Pietro a confronto con i migliori e maggiori seguaci di Cristo, è parola tremenda. Esige e suscita, dicevamo, un primato d’amore, che deve distinguere Pietro nel misterioso rapporto che intercede fra lui e Cristo, e che lo deve caratterizzare nel rapporto anch’esso misterioso, ma visibile questo, che fa di Pietro il primo Pastore nella santa Chiesa e della santa Chiesa. Al primato d’autorità, già conferito a Simone Pietro, Gesti vuole che corrisponda un primato di carità: potestà totalmente gratuita quella, virtù questa, dove un grande dono, una grande grazia, una grande capacità di amare deve confondersi con il più grande sforzo, il più grande slancio del cuore umano chiamato a tale sommità d’amore. Vi dicevamo che questo è un segreto; sì, perché si riferisce all’aspetto più interiore e più personale della investitura di Pietro a Vicario di Cristo, e forma il principio, se così possiamo dire, della pedagogia e della psicologia dell’Apostolo eletto ad essere primo; primo nell’amore a Cristo, per essere primo nel governo della Chiesa, e cioè nell’amore alla Chiesa. Scoprire questo segreto fa capire molte cose. Bisognerebbe ricordare Santa Caterina da Siena, e i Santi che hanno saputo leggere nel cuore della Chiesa e vedere nel Papa, come ora spesso si ricorda, «colui che presiede alla carità». Il che vuol dire, Figli carissimi, che qua venendo voi arrivate in una casa vostra, in una famiglia vostra; in quel porto, in quel rifugio, dove forse avete desiderato trovarvi in momenti amari, ma orientativi della vita, per essere sicuri di non essere soli al mondo, di non essere orfani, e dimenticati e disprezzati. Qui si può pensare d’essere accolti, compresi, istruiti, guidati, confortati, perdonati, riabilitati, allietati, vivificati; in una parola: amati. Amati di amore divino e di amore umano. Diciamo una cosa molto bella per voi, per ciascuno di voi, e per quanti avranno la sorte e il coraggio di varcare le soglie della casa di Pietro; la casa dell’amore di Cristo e degli uomini. Ma sappiamo ch’è insieme, cosa molto difficile, per Noi; perché amare, come il Signore vuole che ami il Pastore, il Pastore primo specialmente, è davvero difficile: esige cuore immenso, cuore fermo, cuore ardente, cuore eroico. È il Nostro studio e la Nostra angustia! Ma Noi, rispondendo umilissimamente al Signore: «Tu sai che io ti amo», come allora rispose Pietro, confidiamo di mormorare, estraendola dalla Nostra coscienza, la Nostra più profonda parola, e così confidiamo di celebrare in Noi, per la Chiesa, la misericordia amorosa di Cristo.

(Paolo VI, Udienza generale – Mercoledì, 1° dicembre 1965)

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Questa voce è stata pubblicata il 01/05/2019 da in Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Pasqua (C).

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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