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Meditazioni pasquali (19) Non basta che sia risorto e vivo

Non basta che sia risorto e vivo, se non prende iniziativa Lui, nel tempo presente, di venirci incontro, di farsi presente

Non basta che sia risorto e vivo

di don Giacomo Tantardini

(…)  Ricordo una meditazione che tenni a Bergamo dieci anni fa, per il Natale del 2000, pubblicata poi in un piccolo libro dal titolo: Il cristianesimo: una storia semplice, la cui lettura – così mi è stato detto – ha confortato tante persone.
In quella meditazione tentavo di dire che il cristianesimo è semplice perché è una storia di grazia. Se nascesse da noi, se non fosse un avvenimento e quindi una storia di grazia, sarebbe complicato. Essendo invece un dono totalmente gratuito, una grazia totalmente gratuita che raggiunge il cuore dell’uomo, il cristianesimo è semplice. Non dobbiamo prendere da noi nessuna iniziativa.

Dire che è semplice – accennavo in quella meditazione – vuol dire anche che è facile. Che è facile! «Omnia fiunt facilia caritati» dice sant’Agostino. «Tutto diventa facile alla carità». La carità è l’amore che Dio versa nel cuore. Quando il cuore è commosso da questo amore, tutto diventa facile. Tutto diventa facile alla carità, tutto diventa facile al dono di Dio, al riversarsi nel cuore dell’amore di Dio.

E ho concluso quella meditazione con una frase di Giussani, tratta da un articolo sul santo Rosario – ricordo ancora quando l’ho letto su Avvenire, domenica 30 aprile dell’anno santo 2000. Giussani dice che la nostra risposta a questa grazia, la nostra risposta all’iniziativa di Dio, è una preghiera. Non è una capacità particolare, è solo l’impeto della preghiera.
E poi Giussani, in quell’articolo, dà un giudizio che è come il suggerimento di uno sguardo alla storia degli ultimi secoli.
Dice: «Il popolo cristiano, da secoli, è stato benedetto e confermato nell’essere proteso alla salvezza, io credo, specialmente da una cosa: il santo Rosario». «Il popolo cristiano, da secoli, è stato benedetto…»: come è bello che anche qui l’inizio è essere benedetti… L’inizio è un Altro che benedice, che dice bene, che vuole bene. Continua Giussani: «… e confermato nell’essere proteso alla salvezza…»: confermato nel desiderare di essere salvo. Anche qui come è bello!… Proteso alla salvezza: è come quando il bambino guarda domandando. Da che cosa il popolo cristiano è stato benedetto e confermato nel desiderare la salvezza? Conclude Giussani: «Io credo, specialmente da una cosa: il santo Rosario».
Così ho voluto iniziare, stasera, questa meditazione sulla Pasqua, citando le parole più semplici di quell’incontro di dieci anni fa.

Nel volantino di invito alla meditazione di oggi è riportata una frase di Giussani: «Da quando Pietro e Giovanni sono corsi al sepolcro, da quando Lo hanno visto risorto e vivo tra di loro, tutto può cambiare». Sì, tutto può cambiare. Così questa sera vorrei tentare di dire come, in questi dieci anni, la preghiera è diventata per me più semplice di come poteva essere dieci anni fa, essendo più evidente al cuore che anche la preghiera non nasce da noi. Anche la nostra risposta, la nostra preghiera, è la confidenza che nasce dall’essere in quel momento attratti, dall’essere in quel momento amati, dall’essere in quel momento prediletti.

In questi giorni siamo invitati dalla santa Chiesa – in particolare nella settimana santa – a ciò cui sempre siamo invitati, cioè a tenere fisso lo sguardo su Gesù. È la frase che san Paolo ripete per ben due volte nella Lettera agli Ebrei: «Tenete bene fisso lo sguardo su Gesù» (Eb 3, 1). E ancora: «Fissate lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12, 2). Tenere fisso lo sguardo su Gesù è un guardare domandando. Mi sembra che il guardare domandando sia come il vertice dell’umano. Penso che anche i papà e le mamme qui presenti si commuovano molto di più quando il loro bambino guarda domandando di essere voluto bene che non quando obbedisce a qualcosa che loro gli dicono. Questo guardare domandando è come l’espressione suprema di quello che il cuore dell’uomo può compiere.

Ma c’è qualcosa che viene prima di questo guardare domandando. C’è qualcosa che viene prima della domanda del cuore. C’è qualcosa che viene prima del fatto che come bambini si alza lo sguardo e guardando si domanda di essere voluti bene. C’è qualcosa che viene prima, e questo qualcosa che viene prima è un Altro che guarda. Se non ci guarda il Signore noi non domandiamo. Noi siamo piegati su noi stessi. Non guardiamo domandando. Se non si inizia a respirare la dolcezza di essere voluti bene, se non si inizia a respirare la dolcezza di essere amati, non si guarda domandando di essere amati.
Così vorrei questa sera suggerire tre brani del santo Vangelo in cui è evidente che anche la domanda del cuore, lo sguardo pieno di domanda del cuore, nasce dal fatto che un Altro, commosso, ci guarda. (…)

«Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4, 6-7)

(…) La cosa che più mi ha impressionato quando quest’anno ho riletto questo Vangelo è il fatto che è Gesù che domanda. È Gesù che si fa mendicante, mendicante del cuore dell’uomo. Altrimenti il cuore dell’uomo non domanda. Non domanda neppure la felicità perché fugitivus cordis sui, perché, dopo il peccato originale, il cuore è lontano, l’uomo è fuggiasco dal proprio cuore. Ricerca sì la felicità, ma la ricerca nei piaceri di cui ha immediata esperienza, e la volontà non si può distogliere da questi piaceri di cui ha immediata esperienza. Ci vuole un piacere più immediato e più attraente per distogliere la libertà, la volontà, dai piaceri di cui l’uomo ferito dal peccato ha immediata esperienza. (…)
Il cuore domanda quando è toccato dal dono di Dio, altrimenti il cuore non domanda neppure. Il cuore domanda quando il dono di Dio lo tocca, quando il dono di Dio lo commuove. Allora domanda di essere voluto bene, di essere amato, allora domanda la felicità. Si domanda in forza del Suo dono. (…)
Ricordiamo la frase di Giussani – che lui stesso dice essere la più rischiosa che ha detto nella sua vita –: la coerenza è un miracolo. La nostra risposta è innanzitutto Sua grazia. E se la Sua grazia non attira il cuore, se non dona al cuore il piacere di essere attirato, non si risponde. Si risponde per un piacere più immediato, più piacevole. Si corrisponde perché la Sua attrattiva corrisponde al cuore.

«Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò» (Lc 23, 46)

(…) C’è una frase di san Tommaso d’Aquino che da quando l’ho letta è come se avesse in qualche modo cambiato il mio sguardo al Crocifisso, il mio guardare alla passione di Gesù. La frase di san Tommaso è questa: «Inspiravit [Deus Pater] ei voluntatem patiendi / [Dio Padre] ha ispirato a Gesù la volontà di accettare la passione / […] infundendo ei caritatem / […] infondendo nel suo cuore la carità». La passione di Gesù non è un eroismo. Vale anche per Gesù il fatto che la Sua risposta è innanzitutto grazia.
Anche per Gesù vale quello che vale per noi. La Sua risposta al Padre era innanzitutto dono del Padre. Il Padre non solo ha donato il Figlio unigenito – «Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret» (Gv 3, 16) – ma ha anche donato al Figlio la volontà di dire sì alla passione riempiendo il Suo cuore della carità, donando in pienezza all’umanità di Gesù quella pienezza di Spirito Santo che già aveva. Il rinnovarsi del dono è un nuovo inizio anche per Gesù. Donando la pienezza della carità ha donato a Lui in pienezza la possibilità di dire di sì, ha donato a Lui in pienezza la possibilità di corrispondere, ha donato in pienezza a Gesù, così come la dona a noi, la possibilità di ubbidire.
(…)  La passione non è un eroismo: è un mistero di amore gratuito. Lui stesso aveva detto: «Il Figlio da sé non può fare niente» (Gv 5, 19. 30). Lui stesso aveva detto: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso» (Gv 8, 28). (…)

«Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora, voltatasi verso di lui…» (Gv 20, 15-16)

Un ultimo brano, dal Vangelo di Giovanni: Maria Maddalena al sepolcro. (…)
Solo una cosa volevo suggerire riguardo al pianto di Maria Maddalena. Cesare Pavese dice che per essere disperati bisogna essere stati tanto contenti. Penso che nessuno – possiamo dire forsenessuno – come Maria Maddalena in quel pianto ha sperimentato una disperazione così, proprio perché era stata così tanto contenta, così tanto amata (cfr. Lc 7, 36-50). Quello sguardo l’aveva perdonata senza condannare. Questo perdono che non condanna cambia la vita. Eppure quella cosa così bella che aveva incontrato, quel perdono così bello che le aveva cambiato la vita, era finito. È stata reale la morte di Gesù! Quella morte aveva posto fine a tutto. Non si poteva che piangere in maniera disperata. Quando c’è stata una felicità così reale, anche la disperazione è proporzionata a una felicità così, ormai finita.
E anche qui l’iniziativa è di Gesù. Non basta un incontro passato. Non basta neppure l’incontro col Figlio di Dio – Maria Maddalena aveva incontrato Gesù, il Figlio di Dio –, non basta l’incontro passato se nel presente Lui non viene incontro. E non basta neppure, diciamo così, che sia risorto e vivo – Gesù era risorto e vivo – se non prende iniziativa Lui, nel tempo presente, di venire incontro, di farsi presente, di chiamare, di attirare a Sé. Non basta sapere che c’è, se non prende l’iniziativa. Come è evidente nelle apparizioni del Signore risorto che è Lui che prende l’iniziativa quando vuole e come vuole. È Lui che si fa vicino, è Lui che si fa riconoscere, è Lui che si fa vedere e toccare: «Vedete e toccate, un fantasma non ha carne e ossa come vedete che ho io» (Lc 24, 39). Non basta sapere che c’è, non basta sapere che è risorto, se nel presente non prende l’iniziativa di chiamare, come ha chiamato Maria, di venire vicino, di farsi incontro.
La fede è grazia, momento per momento. La fede è iniziativa Sua, momento per momento. La fede, momento per momento, è dono Suo. Quando san Tommaso d’Aquino dice: «Gratia facit fidem / È la grazia che crea la fede», aggiunge un’espressione bellissima: in questo momento (se ci fosse qui uno che non crede), per far passare alla fede uno che non crede e per mantenere nella fede un povero fedele, ci vuole la stessa potenza di grazia. Per mantenere me in questo momento nella grazia della fede e per far passare uno (se ci fosse qui uno che non crede) dal non credere alla fede ci vuole la stessa potenza di grazia. In questo momento! La fede è, istante per istante, grazia.

Tratto da
«Il Figlio da se stesso non può fare nulla» (Gv 5, 19)
Meditazione sulla santa Pasqua di don Giacomo Tantardini
Bergamo, 15 marzo 2010

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Questa voce è stata pubblicata il 09/05/2019 da in ITALIANO con tag , .

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