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Meditazioni pasquali (22) Se il Dio Risorto ci ricorda la forza (no ogm) del seme


avocado-seme-piantaArticolo di Fabrice Hadjad

La Risurrezione di Cristo Lo porta al di là delle nostre condizioni di spazio e di tempo. Quaranta giorni dopo Pasqua, Egli scompare tra le nuvole. Tuttavia il suo nascondimento non è un’evasione. È un’investitura: Colui che è disceso, è lo stesso che è salito al di sopra di tutti i cieli, affinché riempisse ogni cosa (Ef 4, 10).

La sua gloria si riverbera su ogni creatura, anche la più piccola. Certo, se vivere non fosse un bene, risuscitare non sarebbe bene: al contrario, malgrado i nostri dubbi, o piuttosto, attraversando i nostri dubbi più orribili, la risurrezione afferma la bontà della vita, anche la più semplice.

Ma ancor di più, essa svela anche nella vita più elementare, quella della pianta, il movimento stesso del Triduo pasquale: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). La Verità in persona rimanda alla verità del chicco di grano.

Il linguaggio della Croce e della Risurrezione non sta rinchiuso nei sermoni e nelle summae: la creazione tutta intera ne parla. E Gesù non può trattenersi dal tornarci su, prendendo spunto dal più piccolo per parlare del più grande, suggerendo che lo slancio verso la gloria è nel profondo dell’essere, di qualsiasi essere: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami» (Mt 13, 32 33).

Pasqua viene in primavera. È il tempo dei fiori e del polline, seme prima del seme. I pioppi lo fanno cadere come neve. Cavalca le api. Scivola sul vento. Bruscamente il vicino si mette a starnutire. Il polline si servirà del suo raffreddore per avventurarsi ancora più lontano. Sferico o ovale, talvolta poliedrico, talvolta stellato, di strutture e colori diversi: così ce lo mostrano i microscopi.

Per la nostra percezione quotidiana, esso si trova alla frontiera tra il visibile e l’invisibile. Ed è su questa frontiera che il polline ricerca la gloria e la fruttificazione. Una ricerca che passa attraverso le stigmate. Questo è il nome che la scienza botanica dà all’orifizio della pianta, alla parte superiore del pistillo: il nome delle piaghe del Risorto. Più del polline, i semi si offrono all’occhio nudo.

Fin da subito, già prima della piena manifestazione delle specie, essi presentano un’innumerevole ricchezza di forme e di azioni. Il seme dell’orchidea è minuscolo, alcuni microgrammi; quello della palma delle Seychelles pesa fino a venti chili. È rotondo per il cavolo, ammaccato per il ciclamino, appiattito per la zucca, a forma di cuore per la liana amazzonica, peloso per il pomodoro, nero che con l’umidità diventa blu per il basilico, decorato con motivi degni di una chiesa barocca per il ricino, bianco e duro come l’avorio per il phytelephas equatoriale, tanto che se ne fanno gioielli e tasti di pianoforte…

E questa screziatura visiva non deve farci dimenticare la molteplicità dei sapori della noce, della nocciola, della mandorla, del sesamo, del lino, del pinolo, del cece che si chiama anche “carne dei poveri”, delle lenticchie per le quali Esaù vendette il suo diritto di primogenitura, delle carrube che spinsero il figliol prodigo a tornare da suo padre…

Perché una tale profusione di semi, ciascuno, per così dire, col suo volto e perfino col suo progetto? Perché questa profusione porta con sé la strategia di diffusione. La samara dell’acero prefigura l’elicottero. Il “pappus” del dente di leone inventa il paracadute. Gli uncini della bardana ispirano il velcro. Certi semi scelgono un volo in prima classe: approfittano del tubo digestivo degli uccelli per cominciare a germogliare, delle loro ali per spargersi in altri Paesi. La noce di cocco prende invece il mare prima di sbarcare e crescere su rive lontane.

Il sacro seme di loto può mettersi a germogliare dopo 1200 anni, quello del dattero dopo 2000 e ci insegna che, come per Abramo e Sara, non è mai troppo tardi per la fecondità. Ma il più forte è il seme della sequoia: il suo potere di germinazione è attivato dal fuoco. Un incendio che devasta la foresta è il principio di una foresta nuova. Mille gambi verdi spuntano tra le ceneri.

All’inizio di Furore, Steinbeck canta l’epopea dei semi e del loro armamentario meraviglioso: «Lungo l’asfalto della nazionale cresceva un viluppo d’erba secca, arruffata, spezzata, e dalla punta degli steli pendevano barbe d’avena perfette per impigliarsi nel pelo dei cani, e code di volpe per aderire ai garretti dei cavalli, e semi di trifoglio per attaccarsi alla lana delle pecore; natura dormiente che aspettava di essere dispersa e diffusa, ogni seme dotato di un proprio strumento di dispersione, dardi ritorti e paracadute per il vento, piccoli arpioni e pallottole di minuscole spine, tutti in attesa di bestie e di vento, di risvolti di pantaloni e di orli di gonne, tutti passivi ma equipaggiati per l’attività, immobili ma dotati dell’embrione del movimento».

Una spiga di avena si aggrappa alla corazza di una tartaruga. Questa, mentre attraversa la strada nazionale, è colpita da un camioncino e fatta rotolare a parecchi metri di distanza, in un angolo deserto. L’incidente sembra essere il trionfo della morte. Ma, silenziosamente, «la testa d’avena si libera e tre semi a punta di lancia si piantano nel suolo». Questa è la diversità e la libertà dei semi. Così essi prendono parte al mistero della Risurrezione.

Ecco invece che, col denaro, si cerca di confiscargli esattamente tale parte, come si fece con Gesù stesso: prezzolate dai grandi sacerdoti, le guardie del sepolcro sparsero la notizia che i discepoli avevano rubato il corpo (Mt 28, 11-15). Oggi, il controllo della maggior parte dei semi per l’agricoltura sta nelle mani di cinque multinazionali. Le vecchie varietà sono state sostituite dagli ibridi F1, resistenti ai pesticidi e molto più docili alla peste della mercificazione totale. Gli ortaggi e le verdure che ne derivano sono sterili e bisogna dunque comprare ancora altri semi dalla Monsanto, per esempio. Gli uncini, le eliche, i paracadute sono oramai inutili, come le api e il vento, il mare e gli uccelli. Le banche si incaricano di tutta la circolazione della vita.

Così che occorre addirittura un Dio morto e risorto per ricordarci l’umile gloria del seme.

di Fabrice Hadjadj
da Avvenire del 16/4/2017
http://www.gliscritti.it

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Questa voce è stata pubblicata il 12/05/2019 da in ITALIANO con tag , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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