COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

VI Domenica di Pasqua (C) Commento

VI domenica di Pasqua – anno C
Gv 14,23-29


Jacopo Robusti detto Tintoretto


23In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.28Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

(Letture: Atti 15,1-2.22-29; Salmo 66; Apocalisse 21, 10-14.22-23; Giovanni 14,23-29)

Dimora di Dio

La liturgia di questa domenica ci indica attraverso la parola di Gesù (nel Vangelo) e l’immagine della Gerusalemme celeste (nella seconda lettura) la realtà permanente della nostra vita di discepoli del Signore, di credenti.

Il cristiano è reso dimora di Dio in forza di quel rapporto personalissimo che viene dall’amore per il Signore Gesù, dall’ascolto e dalla custodia della Sua Parola. Gesù sta per salire al Padre, ma consegna ai suoi la sua Parola: qui Dio ama prolungare la Sua presenza in mezzo agli uomini e si offre a noi finché tutta la nostra vita e ogni vita possa divenire Sua dimora e Dio non sia “tutto in tutti” (cf. 1Cor 15,28).

Il vangelo di oggi è uno stralcio di quel lungo discorso d’addio che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima della sua Pasqua: qui Gesù sembra non trovare parole sufficienti per narrare loro dell’amore del Padre che lo ha inviato nel mondo per amare gli uomini fino all’estremo. Tutto il lungo discorso di Gesù infatti si radica nella consapevolezza che “il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava” (cf. Gv 13,3). E’ giunta la sua Ora, quella in cui “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1), portando a compimento l’opera che il Padre gli ha dato da compiere. L’amore che Gesù sta per rendere manifesto ha la sua Origine nell’amore del Padre e una meta ultima: che “l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,26).

Le parole di Gesù sono intrise di una inesprimibile tristezza per una separazione che sta per avvenire e al tempo stesso annunciano una gioia e una pace che scaturiranno da un nuovo modo di presenza di Gesù in mezzo ai suoi.

A più riprese Gesù esorta i suoi a non turbarsi per il fatto che “ancora per poco sarà con loro” (cf. Gv 13,33; e ancora 14,1.19.27; 16,6-7.20-22). Tuttavia la tristezza, il dolore e il pianto dei discepoli per l’assenza del Maestro si muteranno in gioia:“voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia” (Gv 16,20). Quel dolore infatti è dolore di parto per la nascita al mondo di una vita nuova e questa lascerà nei suoi il dono permanente della gioia: “La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia (Gv 16,21-22). La gioia e la pace che possono essere solo dono Suo: “Vi ho detto questo perché abbiate pace in me” (Gv 16,33); “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27). Gesù quindi sta annunciando ai suoi che la “tribolazione” attraverso la quale Egli sta per passare segna la nascita di una vita nuova nei suoi. E quell’“uomo” nuovo di cui Gesù annuncia la nascita è la dimora di Lui in loro e di loro in Lui.

San Paolo chiama quest’uomo l’uomo nuovo, l’uomo interiore (cf. Ef 3,16-17), la vita di Cristo che scorre in lui (“non vivo più io, ma Cristo vive in me” Gal 2,20): è l’inabitazione di Dio in noi! Il vangelo di oggi ci parla di un “andare e venire” (“Vado e tornerò da voi”) da parte di Gesù che non segna una separazione ma una relazione di maggiore intimità con i suoi. “Non vi lascerò orfani, verrò da voi (…)In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (cf. Gv 14,18.20).

La Pasqua di Gesù che secondo l’evangelista Giovanni coincide con la Pentecoste (sulla croce Gesù consegna lo Spirito: “…chinato il capo, consegnò lo spirito” Gv 19,30) non segna una distanza da Lui, ma la possibilità di incontrare Lui vivo (“voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete” Gv 14,19) per il dono del suo Spirito, nel segno della sua Parola.

Gesù è il Verbo che si è fatto carne per porre la sua dimora fra gli uomini (cf. Gv 1,14). Ora il Crocifisso Risorto torna a farsi Verbo, “Parola viva” (cf. Eb 4,4), “Spirito datore di vita” (cf. 1Cor 15,45) per continuare a fare di ogni vita la sua dimora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (vangelo). Ed è lo Spirito che rende “viva” la sua Parola, “insegnando ogni cosa e ricordandoci tutto ciò che Gesù ha detto” (cf. Gv 14,26). Lo Spirito “prosegue” l’opera iniziata da Gesù portandola a compimento in ogni uomo.

Infatti ogni volta in cui la Chiesa legge/ascolta/proclama il Vangelo, quella Parola “torna ad essere viva” per la potenza dello Spirito Santo. Siamo alla scuola permanente dello Spirito (“…vi insegnerà e vi ricorderà”). Il Paraclito ha il compito di insegnare e di far ricordare. Lo Spirito è il “maestro interiore”, Colui che approfondisce in noi la Parola di Gesù rendendola presente e donandocela come Parola che illumina il nostro presente e il nostro futuro. Lo Spirito rende presente Gesù assente. E ci trasforma a sua immagine, ogni giorno di più nell’ascolto amante della sua Parola.

La seconda lettura di oggi sembra descrivere con un’immagine la relazione intima e personalissima che Gesù vuole instaurare con i suoi (“noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”): la Gerusalemme che scende dal cielo. La Gerusalemme nuova che scende dal cielo, da Dio è “la dimora di Dio con gli uomini” (cf. Ap 21,1.3)! E’ il “luogo” donato da Dio dove ora è possibile che l’uomo dimori in Dio e Dio in lui.

Giovanni ci descrive con cura e stupore tutti i minimi particolari della Gerusalemme celeste (Ap 21): la sua forma, le sue misure, le sue mura, le sue porte, la sue fondamenta ci parlano di bellezza, preziosità, perfezione. La città è un luogo dove tutti possono entrare (le porte sono aperte in tutte le direzioni); è un luogo dove tutto è prezioso per indicare quanto sia preziosa quella comunione che lì è custodita (le mura) e edificata (le fondamenta si vedono!).

La descrizione si attarda su tutti i particolari della città, fino a notare che a questa città manca qualcosa: il tempio! Paradossalmente “la dimora di Dio con gli uomini” è priva del tempio, luogo dell’abitazione di Dio con gli uomini”. Perché? Perché “il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio” (Ap 21,22). Sì, il “luogo” dove Dio dimora con gli uomini e gli uomini dimorano in Dio è l’Agnello immolato, il Figlio crocifisso e risorto: in Lui la nostra vita è dimora permanente di Dio, fin d’ora. Camminiamo dunque nella storia senza timore. In Gesù Crocifisso e Risorto la nostra vita è già resa dimora di Dio! E lo sperimentiamo ogni volta in cui viviamo nell’amore per Gesù: “Se uno mi ama…”.

http://www.clarissesantagata.it

Per vivere la Parola dobbiamo lasciarci amare da Dio
Ermes Ronchi

Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Il primo posto nel Vangelo non spetta alla morale, ma alla fede, che è una storia d’amore con Dio, uno stringersi a Lui come di bambino al petto della madre e non la vuol lasciare, perché è vita. Se uno mi ama, vivrà la mia Parola. E noi abbiamo capito male, come se fosse scritto: osserverà i miei comandamenti. Ma la Parola non si riduce a comandamenti, è molto di più. La Parola «opera in voi che credete» (1 Ts 2,13), crea, genera, accende, spalanca orizzonti, illumina passi, semina di vita i campi della vita.
Noi pensiamo: Se osservo le sue leggi, io amo Dio. E non è così, perché puoi essere un cristiano osservante anche per paura, per ricerca di vantaggi, o per sensi di colpa. Ci hanno insegnato: se ti penti, Dio ti userà misericordia. Invece la misericordia previene il pentimento, il tempo della misericordia è l’anticipo, quello di Dio è amore preveniente.

Cosa vuol dire amare il Signore Gesù? Come si fa? L’amore a Dio è un’emozione, un gesto o molti gesti di carità, molte preghiere e sacrifici? No. Amare comincia con una resa a Dio, con il lasciarsi amare. Dio non si merita, si accoglie.
Proprio come continua il Vangelo oggi: e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Noi siamo il cielo di Dio, abitato da Dio intero, cielo spazioso in cui spazia il Signore della vita. Un campo dove cade pioggia di vita, in cui il sole sveglia i germogli del grano.
Capisco che non posso fare affidamento sui pochi centesimi di amore che soli mi appartengono, non bastano per quasi nulla. Nei momenti difficili, se non ci fossi tu, Padre saldo, Figlio tenero, Spirito vitale, cosa potrei comprare con le mie monetine?

Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Si tratta di una affermazione che scintilla di profezia. Insegnare e ricordare, sono i due verbi dove soffia lo Spirito: il riportare al cuore le grandi parole di Gesù e l’apprendimento di nuove sillabe divine; ciò che è stato detto “in quei giorni” e ciò che lo Spirito continua a insegnare in questo tempo.
L’umiltà di Gesù: neppure lui ha insegnato tutto, se ne va e avrebbe ancora cose da trasmettere. La libertà di Gesù: non chiude i suoi dentro recinti di parole ma insegna sentieri, spazi di ricerca e di scoperta, dove ha casa lo Spirito. Che bella questa Chiesa e questa umanità profetiche, catturate dal Soffio di Dio! Questo Spirito che convoca tutti, non soltanto i profeti di un tempo, o le gerarchie di oggi, ma tutti noi, toccati al cuore da Cristo e che non finiamo di inseguirne le tracce. E ci fa rinascere come cercatori d’oro, impegnati a inventare luoghi dove si parli con amore dell’Amore.

“Lo Spirito santo, il Consolatore, vi insegnerà ogni cosa”
Enzo Bianchi 

In questo tempo pasquale la chiesa continua a offrirci i “discorsi di addio” di Gesù (cf. Gv 13,31-16,33), collocati nell’ultima cena ma da intendersi quali parole di Gesù glorificato, del Signore risorto e vivente che si rivolge alla sua comunità aprendole gli occhi sul suo presente nella storia, una volta avvenuto il suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1).

In quel contesto di ultimo incontro tra Gesù e i suoi, alcuni discepoli gli pongono delle domande: Pietro innanzitutto (cf. Gv 13,36-37), poi Tommaso (cf. Gv 14,5), infine Giuda, non l’Iscariota. Costui gli chiede: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” (Gv 14,22). È una domanda che deve aver causato anche sofferenza nei discepoli: dopo quell’avventura vissuta insieme a Gesù per anni, egli se ne va e sembra che nulla sia veramente cambiato nella vita del mondo… Una piccola e sparuta comunità ha compreso qualcosa perché Gesù si è manifestato a essa, ma gli altri non hanno visto e non vedono nulla. A cosa si riduce dunque la venuta del Figlio dell’uomo sulla terra, la sua vita in attesa del regno di Dio imminente che egli proclamava?

Gesù allora risponde: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Ecco perché Gesù non si manifesta al mondo che non crede in lui, che gli è ostile perché non riesce ad amarlo: per avere la manifestazione di Gesù occorre amarlo! Ogni volta che si leggono queste parole, si è turbati in profondità: Gesù, figlio di Maria e di Giuseppe, uomo come noi, non ci chiede solo di essere suoi discepoli, di osservare il suo insegnamento, ma anche di amarlo, perché amandolo si compie ciò che lui vuole e facendo ciò che lui vuole lo si ama. In ogni caso, qui l’amore viene definito necessario per la relazione con Gesù. Amare è una parola impegnativa, eppure Gesù la utilizza, leggendo la relazione con il discepolo non solo nella fede, nell’obbedienza all’insegnamento, nella sequela, ma anche nell’amore.

Più in profondità, Gesù precisa che chi lo ama, nell’amore per lui resterà fedele alla sua parola – riassunta per il quarto vangelo nel “comandamento nuovo”, “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12) – , sarà amato dal Padre, così che il Padre e il Figlio verranno a mettere dimora presso di lui: inabitazione di Dio in chi ama Gesù! Se manca l’amore, invece, non ci sarà riconoscimento di questa presenza quando Gesù sarà “assente”; dopo la sua vicenda terrena, infatti, una volta salito presso il Padre (cf. Gv 20,17), Gesù sarà assente, e tuttavia, se l’amore resta, egli sarà presente nel suo discepolo. Di fronte a queste parole la nostra comprensione vacilla, ma ci può venire in soccorso l’esperienza vissuta in una relazione di amore, quando l’amato/a è assente eppure noi facciamo una certa esperienza della sua presenza in noi, nell’attesa che ritorni e con la sua presenza faccia a faccia rinnovi la relazione d’amore e la riempia.

Questa è un’esperienza dell’assente che possono conoscere solo gli amanti, e Gesù la promette indicandola però nello spazio della fedeltà alla sua parola, della realizzazione dei suoi comandi. Per questo specifica che la sua parola, quella data ai discepoli e alle folle in tutta la sua vita, non era parola sua, ma parola di Dio, del Padre che lo aveva inviato nel mondo. Questa parola ormai consegnata ai credenti, che rimane per sempre, è capace di far sentire la presenza di Gesù quando la parola stessa sarà letta, meditata, ascoltata e realizzata dal cristiano; sarà un segno, un sacramento efficace, che genera la Presenza del Signore. Gesù non è più tra di noi con la sua presenza fisica, in quanto glorificato, risuscitato dallo Spirito e vivente presso il Padre; ma la sua parola, conservata nella chiesa, lo rende vivente nell’assemblea che lo ascolta, Presenza divina che fa di ogni ascoltatore la dimora di Dio. Quella “Parola (Lógos)” che “si è fatta carne (sárx)” (Gv 1,14) in Gesù di Nazaret si è fatta voce (phoné) e quindi lógos, parola degli umani, e in ogni credente si fa Presenza di Dio (Shekinah), si fa carne (sárx) umana del credente, continuando a dimorare nel mondo (cf. Gv 17,18).

E di tutta questa dinamica di presenza è assolutamente artefice lo Spirito di Dio che è anche lo Spirito di Cristo. È l’altro Inviato dal Padre,

è l’altro Maestro inviato dal Padre,
è l’altro Consolatore inviato dal Padre.

Gesù sale al Padre e lo Spirito santo, che era suo “compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea), da Cristo scende su tutti i credenti come un Paraclito, chiamato accanto quale difensore e consolatore; sarà proprio lui a insegnare ogni cosa, facendo ricordare tutte le parole di Gesù e, nel contempo, rinnovandole nell’oggi della chiesa. C’è una sola differenza tra Gesù e il Consolatore: Gesù parlava di fronte ai discepoli che lo ascoltavano, mentre il Consolatore, che con il Figlio e il Padre viene ad abitare nel credente, parla come un “maestro interiore”, con più forza, potremmo dire… Non siamo orfani, non siamo stati lasciati soli da Gesù, e quel Dio che dovevamo scoprire fuori di noi, davanti a noi, ora dobbiamo scoprirlo in noi come presenza che ha messo in noi la sua tenda, la sua dimora.

Certo, nell’andarsene Gesù vede la sua opera, quella che umanamente ha realizzato in obbedienza al Padre, “incompiuta”, perché i discepoli non capiscono ancora, perché la verità nella sua pienezza non è ancora rivelabile e lui stesso avrebbe ancora molti insegnamenti da dare, molte cose da rivelare… Eppure ecco che Gesù ci insegna l’arte di “lasciare la presa”: se ne va senza ansia per la sua comunità e per il suo destino, ma anzi con la fiducia che c’è lo Spirito, il Consolatore e Difensore,

il quale agirà nella comunità da lui lasciata;
insegnerà molte cose necessarie e che egli stesso, Gesù, si era inibito di insegnare
perché la comunità non era pronta a recepirle e a comprenderle;
e soprattutto darà ai discepoli grande forza e tanti doni che essi non possedevano.

“Lo Spirito santo vi insegnerà ogni cosa e vi farà ricordare tutto ciò che io vi ho detto”: promessa, questa, che vediamo realizzata nella vita della chiesa e nella nostra vita, nelle nostre storie. Oggi il Vangelo lo comprendiamo più di ieri, più di mille anni fa. Per la salvezza degli uomini e delle donne di ieri era sufficiente quella comprensione, ma per noi oggi è necessaria un’altra comprensione, dovuta alla “corsa” del Vangelo nella storia (cf. 2Ts 3,1), perché in essa il Vangelo si dilata e la chiesa lo approfondisce, lo comprende meglio e di più. La fede dei grandi padri della chiesa è ancora la fede della chiesa di oggi, ma molto più approfondita. Il Vangelo letto al concilio di Trento è lo stesso Vangelo letto da noi oggi, ma oggi lo comprendiamo meglio, come affermava papa Giovanni. Siamo nel tempo in cui lo Spirito santo, che è sempre Spirito del Padre, procedendo da lui, ma anche Spirito del Figlio, perché suo “compagno inseparabile”, è presente nelle vie della chiesa e agisce quando essa lo invoca e gli obbedisce.

Così nella chiesa c’è la pace, lo shalom, la vita piena lasciata da Gesù, non la pace mondana, ma una pace sorretta dalla speranza, perché Gesù ha detto ancora: “Me ne vado, ma ritornerò a voi!”. “Se n’è andato il nostro pastore”, abbiamo cantato nel responsorio del sabato santo; ma in questo tempo pasquale che dura fino al giorno del Signore possiamo cantare: “Ecco, ritorna il nostro Pastore”, perché viene a noi ogni giorno in questa discesa del Padre e del Figlio nella forza syn-kata-batica, ac-con-discendente, dello Spirito santo. Viene con la Parola, fedelmente; viene con gli eventi della storia nei quali, al di là delle evidenze, è sempre operante; viene nella nostra carne che fatica e lotta, ma per essere trasfigurata dalla sua gloriosa venuta.

Ma noi amiamo Gesù? Secondo le sue affermazioni ascoltate e interpretate, infatti, se non lo amiamo, non siamo capaci di restare fedeli alla sua parola. Se invece viviamo tale amore e tale obbedienza al Signore, la sua vita diventa la nostra vita.

http://www.monasterodibose. it

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Questa voce è stata pubblicata il 22/05/2019 da in Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Pasqua (C).

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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