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Il multiculturalismo non è il vero pericolo (1) L’identità culturale

Il multiculturalismo non è il vero pericolo (1)
L’identità culturale

di Tzvetan Todorov

La rivista Vita e Pensiero ripresenta un articolo pubblicato nel 2011, nel quale il grande Tzvetan Todorov affronta il problema della cultura, sempre composita, perché intersecata con altre culture. La cultura – come la persona – è sempre fatta di relazioni: il pericolo non è il multiculturalismo, ma la deculturazione, la mancanza di vita familiare e scolastica. Considerazioni tanto profonde quanto attuali.
1 giugno 2019
http://rivista.vitaepensiero.it


Todorof

Tzvetan Todorov (1939-2017) è stato uno dei più grandi filosofi e saggisti del novecento in Europa. Tra i suoi libri più importanti “La letteratura fantastica” (1977) e “La conquista dell’America. Il problema dell’altro” (1984)



Per affrontare il tema della pluralità delle cultur
e nell’ambito di una società, mi vedo obbligato a precisare anzitutto il senso della parola “cultura”. Lo impiegherò nell’accezione che, da oltre un secolo, le hanno dato gli etnologi. In tale senso ampio, descrittivo e non valutativo, ogni gruppo umano ha una cultura: è il nome dato all’insieme delle caratteristiche della sua vita sociale, ai modi di vivere e di pensare collettivi, alle forme e agli stili di organizzazione del tempo e dello spazio, e questo include la lingua, la religione, le strutture familiari, i modi di costruzione delle case, gli utensili, i modi di mangiare e di vestirsi. I membri del gruppo, inoltre, qualunque siano le sue dimensioni, interiorizzano tali caratteristiche sotto forma di rappresentazioni mentali. La cultura esiste dunque a due livelli strettamente correlati: quello delle pratiche comuni al gruppo e quello dell’immagine che esse lasciano nello spirito dei membri della comunità.

L’essere umano – ed è una delle caratteristiche che lo contraddistinguono – nasce nell’ambito non solo della natura, ma anche, sempre e necessariamente, di una cultura. La prima caratteristica dell’identità culturale è che essa è imposta al bambino e non da lui scelta. Venendo al mondo, il piccolo dell’uomo è immerso nella cultura del suo gruppo, che gli è anteriore. Il fatto più saliente, ma probabilmente anche il più determinante, è che noi nasciamo necessariamente nell’ambito di una lingua, quella parlata dai nostri genitori o dalle persone che si prendono cura di noi. Il bambino non può evitare di adottarla. Ebbene, la lingua non è uno strumento neutro, è intrisa di pensieri, azioni, giudizi ereditati dal passato; essa ritaglia il reale in una data maniera e ci trasmette impercettibilmente una visione del mondo.

Una seconda caratteristica dell’appartenenza culturale salta parimenti agli occhi: possediamo non una, bensì parecchie identità culturali, che possono incastrarsi o presentarsi come insiemi intersecati. Un francese (per fare un esempio legato alla mia esperienza; ma lo stesso vale per italiani, spagnoli, inglesi…) proviene sempre da una regione, poniamo che sia bretone, e però condivide parecchie delle caratteristiche di tutti gli europei: dunque partecipa al tempo stesso delle culture bretone, francese ed europea. D’altra parte, all’interno di un’unica entità geografica, le stratificazioni culturali sono molteplici: ci sono la cultura degli adolescenti e quella dei pensionati, la cultura dei medici e quella degli spazzini, la cultura delle donne e quella degli uomini, dei ricchi e dei poveri. Un individuo può riconoscersi al tempo stesso nella cultura mediterranea, cristiana ed europea: criteri geografico, religioso e politico. Ebbene – e questo è essenziale – tali diverse identità culturali non coincidono tra loro, non formano territori chiaramente delimitati dove fi diversi ingredienti si sovrappongono. Ogni individuo è pluriculturale; la sua cultura non assomiglia a un’isola monolitica, ma si presenta come il risultato di alluvioni che si sono incrociate.

Sotto questo aspetto la cultura collettiva, quella di un gruppo umano, non è diversa. La cultura di un Paese come la Francia è un insieme complesso, fatto di culture particolari, le stesse nelle quali si riconosce l’individuo: quelle delle regioni e dei mestieri, delle età e dei sessi, delle posizioni sociali e degli orientamenti spirituali. Ogni cultura, inoltre, è segnata dal contatto con quelle vicine. L’origine di una cultura si trova sempre nelle culture anteriori: nell’incontro tra più culture di dimensioni minori o nella scomposizione di una cultura più vasta, o nell’interazione con una cultura vicina. Non accediamo mai a una vita umana anteriore all’avvento della cultura. E non a caso: le caratteristiche “culturali” sono già presenti in altri animali, segnatamente nei primati. Non esistono culture pure e culture mischiate; tutte le culture sono miste (“ibride” o “meticcie”). I contatti tra gruppi umani risalgono alle origini della specie e lasciano sempre tracce sul modo in cui i membri di ogni gruppo comunicano tra loro. Per quanto lontano si possa risalire nella storia di un Paese come la Francia, si trova sempre un incontro tra più popolazioni, dunque più culture: galli, franchi, romani e molti altri.

Siamo giunti così a una terza caratteristica della cultura: quella di essere necessariamente mutevole. Tutte le culture cambiano, anche se è certo che quelle dette “tradizionali” lo fanno meno volentieri e meno rapidamente di quelle cosiddette “moderne”. Tali cambiamenti hanno molteplici ragioni. Poiché ogni cultura ne ingloba altre, o si interseca con altre, i suoi diversi ingredienti formano un equilibrio instabile. Ad esempio, la concessione del diritto di voto alle donne in Francia, nel 1944, ha permesso loro di partecipare attivamente alla vita pubblica del Paese: l’identità culturale francese ne è stata trasformata. Allo stesso modo quando, ventitré anni dopo, le donne hanno ottenuto il diritto alla contraccezione, questo ha portato con sé una nuova mutazione della cultura francese. Se l’identità culturale non dovesse cambiare, la Francia non sarebbe diventata cristiana, in un primo tempo; laica, in un secondo. Accanto a queste tensioni interne ci sono anche i contatti esterni con culture vicine o lontane, che provocano a loro volta modificazioni. Prima d’influenzare le altre culture del mondo, la cultura europea aveva già assorbito le influenze egiziana, mesopotamica, persiana, indiana, islamica, cinese… A ciò si aggiungono le pressioni esercitate dall’evoluzione di altri elementi costitutivi dell’ordine sociale: economico, politico, persino fisico.

Se si tengono presenti queste ultime caratteristiche della cultura, la sua pluralità e la sua variabilità, si vede quanto siano fuorvianti le metafore utilizzate più comunemente. Di un essere umano si dice, ad esempio, che è “sradicato” e lo si deplora; ma tale assimilazione degli uomini alle piante è illegittima, poiché il mondo animale si distingue dal mondo vegetale proprio per la sua mobilità, e l’uomo non è mai il prodotto di un’unica cultura. Le culture non hanno essenza né “anima”, malgrado le belle pagine scritte su quest’argomento. O ancora, si parla della “sopravvivenza” di una cultura, intendendo con ciò la sua conservazione identica. Ebbene, una cultura che non cambia più è, esattamente, una cultura morta. L’espressione “lingua morta” è molto più fondata: il latino è morto il giorno in cui non poteva più cambiare. Nulla è più normale, più comune, della scomparsa di uno stato precedente della cultura e della sua sostituzione con uno stato nuovo.

Tuttavia, per motivi facilmente comprensibili, tale evidenza ha difficoltà a essere accettata dai membri del gruppo. La differenza tra l’identità individuale e quella collettiva qui è illuminante. Anche se aspiriamo a scoprire un giorno in noi un io “profondo” e “autentico”, siamo coscienti delle trasformazioni, volute o meno, che il nostro essere subisce e che vengono percepite come normali. Tutti ci ricordiamo degli avvenimenti che hanno influenzato la nostra esistenza; si possono anche prendere decisioni che modificano la nostra identità, cambiando lavoro o compagno o Paese. La persona non è che il risultato delle innumerevoli interazioni che costellano una vita.

Dall’individuale al collettivo

Per l’identità collettiva le cose vanno in tutt’altro modo: essa è già tutta formata nel momento in cui l’individuo la scopre ed essa diventa il fondamento invisibile sul quale è costruita la sua identità. Anche se, vista da fuori, ogni cultura è mista e mutevole, per i membri della comunità che caratterizza essa è un’entità stabile e distinta, fondamento dell’identità personale. Per questo motivo ogni cambiamento che investe la cultura viene vissuto come un attentato alla mia integrità. Basti paragonare la facilità con cui accetto, se ne sono in grado, di parlare una nuova lingua durante la visita in un Paese straniero (avvenimento individuale) e il disagio che provo quando, nella via dove ho sempre vissuto, si sentono ormai solo parole e accenti incomprensibili (avvenimento collettivo). Ciò che si è trovato nella cultura d’origine non sciocca, perché è servito alla formazione della persona. Invece ciò che cambia in forza di circostanze sulle quali l’individuo non ha alcuna presa viene percepito come degradazione, dato che rende fragile il nostro senso di esistere. L’epoca contemporanea, nel corso della quale alle identità collettive è intimato di trasformarsi sempre più rapidamente, è anche quella in cui i gruppi adottano un atteggiamento sempre più difensivo, rivendicando con accanimento l’identità d’origine. Bisogna ora distinguere l’identità culturale da altre due forme di identità collettiva: l’appartenenza civica (nazionale), da una parte; l’attaccamento a valori morali e politici, dall’altra. Non si può cambiare infanzia, neanche a volerlo, neanche se qualcuno lo esigesse da noi; si può invece cambiare lealtà di cittadini senza necessariamente soffrirne. Non si può scegliere la propria cultura d’origine, ma si può scegliere d’essere cittadino di un Paese o di un altro. L’acquisizione di una nuova cultura, come sanno tutti gli immigrati, richiede anni e in fondo non finisce mai; quella di una nuova cittadinanza avviene da un giorno all’altro. Lo Stato non è una “cultura” come le altre, è un’entità amministrativa e politica dalle frontiere ben definite, che contiene individui portatori di numerose culture, dato che vi si trovano uomini e donne, giovani e vecchi, di tutte le professioni e di tutte le condizioni, provenienti da numerose regioni, talvolta Paesi, che parlano lingue diverse, praticano diverse religioni, rispettano costumi differenti. Tuttavia è nell’ambito della nazione che si collocano le grandi solidarietà sociali. Sono i contributi di tutti i cittadini a rendere l’aiuto medico accessibile a quanti non ne hanno i mezzi. È il lavoro dei cittadini attivi a permettere ai pensionati di ricevere la pensione. Sono anche i loro contributi ad alimentare un fondo destinato ad aiutare i disoccupati. Ed è grazie alla solidarietà nazionale che tutti i bambini che abitano nel Paese beneficiano di un’educazione gratuita. Sanità, lavoro, pensioni, studi formano una parte essenziale dell’esistenza di ognuno.

Insomma, ognuno di noi è parimenti legato a un insieme di principi morali e politici. Questi non sono condivisi da tutti i cittadini di un Paese, come testimonia l’esistenza di diversi partiti politici, dall’estrema sinistra all’estrema destra, o di diverse visioni del mondo, che difendono ideali differenti. Al tempo stesso, essi superano le frontiere del Paese. Certi valori sono comuni a tutti gli Stati membri dell’Unione europea, la dottrina dei diritti dell’uomo ha addirittura un’ambizione universale. Si può cercare ispirazione anche in ideologi lontani da noi nel tempo e nello spazio. È l’adesione a quest’insieme di valori e principi a nutrire abitualmente il dibattito pubblico, mentre, per la maggioranza della popolazione, appartenenza culturale e identità amministrativa sono scontati.

Se mi preoccupo di distinguere tali diverse appartenenze, confuse nella formula “identità nazionale”, non è per un piacere pedante; è piuttosto perché, quando si voglia agire su di esse, si deve ricorrere a forme diverse d’intervento. Non esiste una cultura francese unica e omogenea, ma un insieme di tradizioni differenti, persino contraddittorie, in permanente stato di trasformazione, la cui gerarchia varia e continuerà a variare. Il ministero dell’Educazione nazionale, attraverso i programmi di quello che si studia nel corso della scuola dell’obbligo, ha già il compito di produrre un’immagine, mutevole anch’essa, di ciò che ogni bambino deve conoscere della cultura del suo Paese. Eppure è evidente che tale immagine schematica non esaurisce tutto quello che si può mettere sotto l’etichetta “cultura francese”. In secondo luogo, non ci sono valori francesi, bensì valori morali e politici, potenzialmente universali, ma sui quali non c’è unanimità nel Paese. Esiste tuttavia un’identità civica francese, che dipende dalle leggi in vigore in questo Paese e che ricade sotto la responsabilità parlamentare e governativa. Si capisce perché siano inutili i dibattiti sull’identità nazionale organizzati dal governo francese e perché sia fuorviante l’esistenza di un ministero dell’Identità nazionale: alimentano la confusione laddove si ha bisogno di chiarezza.

La pluralità delle culture corrisponde a una situazione banale e non c’è motivo di temerla. L’immigrazione porta parecchi benefici ai Paesi dell’Europa occidentale. Senza neanche parlare del fatto che gli immigrati recenti accettano di esercitare mestieri disdegnati dagli indigeni, o di essere pagati meno di loro, bisogna essere coscienti che l’immigrazione contribuisce al ringiovanimento della popolazione, aumentando così il rapporto tra attivi e pensionati. In linea di principio, gli immigrati sono animati da un’ambizione e da un dinamismo caratteristici di tutti i nuovi arrivati, da spirito intraprendente e da capacità d’innovazione. Senza volerlo, rendono anche un servizio particolare alla popolazione che li accoglie: grazie alla loro differenza, le permettono di percepirsi come dal di fuori, attraverso lo sguardo di un altro, e questo rientra nella vocazione della specie umana. Perché tali contributi al bene comune possano realizzarsi, occorre però che gli immigrati partecipino in prima persona alla loro integrazione nella società in cui si trovano. Che cosa dobbiamo intendere con questo termine usato di frequente?

(continua…)

(Traduzione di Anna Maria Brogi)

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Questa voce è stata pubblicata il 03/06/2019 da in Cultura, ITALIANO con tag , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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