COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Domenica di Pentecoste (C) Commento

Solennità della Pentecoste – Anno C
Giovanni 14,15-16.23-26


Gian Lorenzo Bernini e aiuti, La cattedra e la Gloria, 1657-1666, abside di san Pietro, Vaticano.


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
(Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; Romani 8,8-17; Giovanni 14,15-16.23-26).

Lo Spirito che «riporta al cuore» ogni parola di Gesù
Ermes Ronchi

Lo Spirito Santo che il Padre manderà vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Lo Spirito, il misterioso cuore del mondo, il vento sugli abissi dell’origine, il fuoco del roveto, l’amore in ogni amore, respiro santo del Padre e del Figlio, lo Spirito che è Signore e dà la vita, come proclamiamo nel Credo, è mandato per compiere due grandi opere: insegnare ogni cosa e farci ricordare tutto quello che Gesù ha detto.
Avrei ancora molte cose da dirvi, confessa Gesù ai suoi. Eppure se ne va, lasciando il lavoro incompiuto. Penso all’umiltà di Gesù, che non ha la pretesa di aver insegnato tutto, di avere l’ultima parola, ma apre, davanti ai discepoli e a noi, spazi di ricerca e di scoperta, con un atto di totale fiducia in uomini e donne che finora non hanno capito molto, ma che sono disposti a camminare, sotto il vento dello Spirito che traccia la rotta e spinge nelle vele. Queste parole di Gesù mi regalano la gioia profetica e vivificante di appartenere ad una Chiesa che è un sistema aperto e non un sistema bloccato e chiuso, dove tutto è già stabilito e definito.
Lo Spirito ama insegnare, accompagnare oltre, verso paesaggi inesplorati, scoprire vertici di pensiero e conoscenze nuove. Vento che soffia avanti.
Seconda opera dello Spirito: vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Ma non come un semplice fatto mnemonico o mentale, un aiuto a non dimenticare, bensì come un vero “ri-cordare”, cioè un “riportare al cuore”, rimettere in cuore, nel luogo dove di decide e si sceglie, dove si ama e si gioisce. Ricordare vuol dire rendere di nuovo accesi gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita, di quando diceva parole di cui non si vedeva il fondo.
Perché lo Spirito soffia adesso; soffia nelle vite, nelle attese, nei dolori e nella bellezza delle persone. Questo Spirito raggiunge tutti. Non investe soltanto i profeti di un tempo, o le gerarchie della Chiesa, o i grandi teologi. Convoca noi tutti, cercatori di tesori, cercatrici di perle, che ci sentiamo toccati al cuore da Cristo e non finiamo di inseguirne le tracce; ogni cristiano ha tutto lo Spirito, ha tanto Spirito Santo quanto i suoi pastori.
Ognuno ha tutto lo Spirito che gli serve per collaborare ad una terza opera fondamentale per capire ed essere Pentecoste: incarnare ancora il Verbo, fare di ciascuno il grembo, la casa, la tenda, una madre del Verbo di Dio. In quel tempo, lo Spirito è sceso su Maria di Nazareth, in questo tempo scende in me e in te, perché incarniamo il Vangelo, gli diamo passione e spessore, peso e importanza; lo rendiamo presente e vivo in queste strade, in queste piazze, salviamo un piccolo pezzo di Dio in noi e non lo lasciamo andare via dal nostro territorio.

Avvenire 2016

Respirare lo Spirito santo
Enzo Bianchi

Nella liturgia odierna, solennità della Pentecoste, dopo aver letto il racconto della discesa dello Spirito santo sugli apostoli e su Maria, la madre di Gesù, il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua (cf. At 2,1-11), si proclama il brano del vangelo secondo Giovanni nel quale viene narrato il dono dello Spirito ai discepoli la sera dello stesso giorno della resurrezione, il primo giorno della settimana ebraica (cf. Gv 20,1). Questa differenza è in realtà una sinfonia con la quale la chiesa testimonia lo stesso evento letto in modi diversi ma non discordanti.

Negli Atti Luca ricorda che Gesù, salito al cielo, ha adempiuto la promessa fatta, mandando sulla comunità dei discepoli il vento infuocato dello Spirito santo quando gli ebrei festeggiavano a Pentecoste il dono della Torà fatto da Dio a Mosè. Per Luca è il compimento dei compimenti, la stipulazione piena della nuova alleanza, alleanza non più fondata sulla Legge ma sullo Spirito santo, scritta non su tavole di pietra ma nel cuore dei credenti (cf. Ger 31,31-33). È la nascita della chiesa, della comunità del Signore immersa, battezzata nello Spirito santo, abilitata dallo stesso Spirito a proclamare la buona notizia del vangelo a tutte le genti, da Gerusalemme a Roma.

Giovanni invece, che conclude il suo vangelo con quel giorno della resurrezione, intende attestare la pienezza della salvezza manifestatasi nella vittoria di Gesù sulla morte, nel dono del santo Soffio che dà inizio a una nuova creazione in cui la misericordia di Dio ha il primato, regna, e per questo c’è la remissione dei peccati del mondo. È questa remissione, questo perdono gratuito e definitivo donato da Dio di cui i discepoli devono essere ministri in mezzo all’umanità. Nonostante abbiamo già letto, ascoltato e commentato questo testo la seconda domenica di Pasqua, torniamo fedelmente e puntualmente all’ascolto e alla meditazione su di esso, chiedendo al Signore di rinnovare la nostra mente in modo che, leggendo parole antiche, ascoltiamo parole nuove per il nostro “oggi”.

Siamo dunque nel primo giorno della settimana, il primo dopo il sabato che era Pasqua in quell’anno, il 7 aprile dell’anno 30: è il giorno della scoperta della tomba vuota, perché Gesù è risorto da morte. I discepoli di Gesù, che erano fuggiti al momento dell’arresto, sono chiusi nella loro casa a Gerusalemme, oppressi dalla paura di essere anche loro accusati, ricercati e imprigionati come il loro rabbi e profeta Gesù. Sì, la comunità di Gesù è questa: uomini e donne fuggiti per paura, paralizzati dalla paura, senza il coraggio che viene dalla convinzione e dalla fiducia, dalla fede in colui che avevano seguito senza capirlo in profondità. Tuttavia in quell’aporia c’è un lavoro che si compie nel cuore dei discepoli e nella vita della comunità: le parole di Gesù, ascoltate tante volte, seppur come addormentate sono nel loro cuore; la lettura delle Sante scritture, della Torà, dei Profeti e dei Salmi (cf. Lc 24,44), fatta insieme a Gesù, continua a generare pensieri e acquisizioni di conoscenza del mistero di Dio e dell’identità dello stesso Gesù; la forza della fede del discepolo amato che “vide e credette” (Gv  20,8) e di Maria di Magdala che dice: “Ho visto il Signore” (Gv  20,18) li contagia e li smuove.

Paura e fede combattono il loro duello nel cuore dei credenti, quando Gesù in realtà è in mezzo a loro, finché possono dire: “Venne e stette in mezzo”. Il Signore è presente con la sua presenza di risorto vivente e glorioso là dove sono i suoi, ma i nostri occhi sono impossibilitati a vederlo, il nostro cuore non ha il coraggio di vedere ciò che desidera e sa essere possibile. Non sapendo dire altro, noi affermiamo: “Venne e stette in mezzo”, ma il Risorto è sempre presente e appare come Veniente quando noi ce ne accorgiamo. Questa è la realtà che viviamo ogni primo giorno della settimana, ogni domenica, e quei discepoli non erano più privilegiati di noi. Gesù è in mezzo a noi, nella posizione centrale: se non lo è, significa o che non lo vediamo per mancanza di fede, oppure che prendiamo volentieri il suo posto al centro, attentando alla sua signoria unica di risorto e vivente. Solo chi sa dire: “È il Signore!” (Gv  21,7), sa vederlo e riconoscerlo.

Il Signore è in mezzo a noi! Non si dimentichi che la più grande tentazione vissuta da Israele nel deserto fu proprio quella di chiedersi: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es  17,7). Ecco la poca fede o la non fede di cui siamo preda noi che ci diciamo credenti… In verità Gesù è in mezzo a noi sempre, è l’‘Immanuel, il Dio-con-noi (cf. Mt 1,23; 28,20), non ci lascia, non ci abbandona. Se mai, siamo noi che lo abbandoniamo e fuggiamo da lui come i discepoli nel Getsemani (cf. Mc 14,50; Mt 26,56); siamo noi che di fronte al mondo finiamo per dire: “Non lo conosciamo”, come Pietro nel rinnegamento (cf. Mc 14,71 e par.); siamo noi che, quando dobbiamo constatare la sua presenza perché gli altri ce la testimoniano, continuiamo a diffidare e a nutrire dubbi, come Tommaso (cf. Gv 20,24-25).

Ed ecco, nel racconto giovanneo, che appena Gesù “è visto”, dona la pace, lo shalom, la vita piena, e accompagna questa parola con dei gesti. Innanzitutto si fa riconoscere, perché non ha più la forma umana di Gesù di Nazaret, quella che i discepoli conoscevano e tante volte avevano contemplato. È altro perché il suo corpo cadaverico non è stato rianimato ma trasfigurato, trasformato da Dio in un corpo il cui respiro è lo Spirito santo, lo Spirito di Dio, quello che Gesù respirava nel seno del Padre da sempre, prima della sua incarnazione nel seno della vergine Maria, prima della sua venuta nel mondo. Ma in quel corpo di gloria restano le tracce del suo vissuto umano, della sua sofferenza-passione, dell’aver amato fino a dare la vita per gli altri (cf. Gv 15,13). Sono le piaghe, le stigmate, i segni della croce alla quale è stato appeso, e insieme a esse il segno dell’apertura del petto a causa del colpo di lancia, apertura che proclamava il suo amore, che come fiume uscito da lui voleva immergere l’umanità per perdonarla, purificarla e portarla alla comunione con il Padre (cf. Gv 7,37-39; 19,34).

E così i discepoli lo riconoscono e gioiscono al vedere il Signore. Finalmente la loro incredulità è vinta e la gioia della sua presenza, della sua vita in loro li invade. Allora Gesù soffia su di loro il suo respiro, che non è più alito di uomo ma Spirito santo. Nella creazione dell’uomo, nell’in-principio, Dio aveva soffiato in lui un alito di vita (cf. Gen 2,7); nell’ultima creazione soffierà un soffio, un vento di vita eterna (cf. Ez 37,9): nel frattempo, ora, ogni volta che è presente nella comunità dei cristiani e da essi invocato e riconosciuto, lo Spirito continua a spirare. Questo respiro del Risorto diventa il respiro del cristiano: noi respiriamo lo Spirito santo! Ognuno di noi respira questo Spirito, anche se non sempre lo riconosciamo, anche se spesso lo rattristiamo (cf. Ef 4,30) e lo strozziamo in gola, nelle nostre rivolte, nei nostri rifiuti dell’amore e della vita di Dio.

Questo Soffio che entra in noi e si unisce al nostro soffio ha come primo effetto la remissione dei peccati. Li perdona, li cancella, in modo che Dio non li ricorda più. Questo Soffio è come un abbraccio che ci mette “nel seno del Padre” (en tô kólpo toû Patrós: cf. Gv 1,18), ci stringe a Dio in modo che non siamo più orfani ma ci sentiamo amati senza misura di un amore che non abbiamo meritato né dobbiamo meritare ogni giorno. “Ricevete lo Spirito”, dice Gesù, cioè “accoglietelo come un dono”. Una sola cosa è chiesta: non rifiutare il dono, perché il Padre dà sempre lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono (cf. Lc 11,13). È il dono della vita piena; il dono dell’amore che noi non saremmo capaci di vivere; il dono della gioia che spegneremmo ogni giorno; il dono che ci permette di respirare in comunione con i fratelli e le sorelle, confessando con loro una sola fede e una sola speranza; il dono che ci fa parlare a nome di tutte le creature come voce che loda e confessa il Creatore e Signore.

Gesù, che prima di andarsene aveva detto: “Ricevete, mangiate; questo è il mio corpo” (Mt  26,27), ora dice: “Ricevete lo Spirito santo”, sempre lo stesso invito ad accogliere il dono.

Spetta a noi ricevere il corpo di Cristo per diventare corpo di Cristo
spetta a noi ricevere lo Spirito santo per respirare lo Spirito.

E in questa nuova vita animata dal Soffio santo sempre e sempre avviene la remissione dei peccati: Dio li rimette a noi e noi li rimettiamo agli altri che hanno peccato contro di noi (cf. Mt 6,12; Lc 11,4). Non c’è liberazione se non dalla morte, dal male e dal peccato! La Pentecoste è la festa di questa liberazione che la Pasqua ci ha donato, liberazione che raggiunge le nostre vite quotidiane con le loro fatiche, le loro cadute, il male che le imprigiona. Possiamo davvero confessarlo: il cristiano è colui che respira lo Spirito di Cristo, lo Spirito santo di Dio, e grazie a questo Spirito è santificato, prega il suo Signore, ama il suo prossimo.

http://www.monasterodibose.it
(Pentecoste 2016)

La Parola dello Spirito 

Prima di soffermarci sul vangelo e sull’opera dello Spirito in noi, ci attardiamo sull’evento della Pentecoste secondo il racconto di Luca in Atti degli Apostoli (prima lettura).

Non possiamo dimenticare che Luca colloca la Pentecoste “cristiana” nel giorno in cui stava giungendo a compimento la Pentecoste ebraica: “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”.

La Pentecoste, o “festa delle settimane”, è la festa ebraica legata alla Pasqua in cui Israele riconosce che il Dio che lo ha fatto uscire dall’Egitto, di cui fa memoria a Pasqua, (il Signore della storia) è anche Colui che ha donato la terra promessa (il Signore della creazione). Fino alla distruzione del tempio di Gerusalemme quindi, la Pentecoste era una festa delle primizie, offrendo le quali il popolo confessava Dio come fonte della vita nella terra dove “scorre latte e miele”. Dopo la scomparsa del tempio, la Pentecoste perde il suo carattere agricolo e accentua quello storico di festa del dono della Legge: la terra dove “scorre latte e miele” non è la terra geografica di Canaan ma quella teologica cioè quella in cui il popolo vive secondo l’alleanza, secondo la Parola donata da Dio sul Sinai per indicargli la “via della vita”. Dio fa uscire il suo popolo dall’Egitto per fargli dono della Legge. L’esodo dall’Egitto e la liberazione di Israele dalla schiavitù è orientato al Sinai, al luogo dove Dio si rivela in una Parola (le 10 parole, i dieci comandamenti) che fa vivere per sempre il popolo in quella stessa libertà donata da Dio nell’esodo. La Pentecoste ebraica quindi è la festa in cui Israele fa memoria di questa Parola che fa vivere.

Ora nella prima lettura Luca ci dice che “stava giungendo a pienezza il giorno di Pentecoste”, cioè stava per compiersi sia ciò che la festa di Pentecoste ebraica annunciava (il dono della Legge, una Parola che fa vivere), sia il “viaggio” della Parola che è Gesù.

Notiamo infatti che il verbo “compiersi” che introduce questo episodio della Pentecoste torna in tutto il NT solo in un altro passo, anch’esso dell’evangelista Luca: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51).

La Pentecoste è compimento di quel viaggio che è iniziato con Gesù che indurisce il suo volto per dirigersi verso la sua Pasqua.
La Pasqua di Gesù è la Parola dell’alleanza definitiva di Dio con l’uomo, quella Parola che Dio ha iniziato a rivelare attraverso la Torah a Israele.

Lo Spirito irrompe sui discepoli riuniti “insieme nello stesso luogo”.

Lo Spirito è una presenza che si ascolta e si vede. I fenomeni con i quali è descritta la discesa dello Spirito sono infatti auditivi (“fragore di vento impetuoso”) e visivi (“apparvero loro lingue come di fuoco”): segni tipici delle teofanie dell’AT (cf. Es 19). Tuttavia rimanda a una presenza misteriosa e che non possiamo “controllare”. Dio/Spirito viene come “vento” che “soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va” (cf. Gv 3,8), come “fuoco” che arde (“…il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava” Es 3,2-5). Fuoco e vento producono effetti dirompenti che l’uomo non può prevedere!

Lo Spirito è un dono per tutti e per ciascuno personalmente. Invade tutto lo spazio della casa riempiendo di Sé tutta la comunità riunita (“riempì tutta la casa dove stavano”); scende come dono personale e particolare su ognuno degli apostoli (“…lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro”).

Lo Spirito disceso su quella prima comunità di discepoli si fa vedere e si fa sentire come “un’esplosione del linguaggio” (cf. nota At 2,1 BibbiaTOB).
La Sua presenza si manifesta attraverso una Parola comprensibile a tutti.

Luca sottolinea che tutti i popoli erano radunati in quell’occasione a Gerusalemme (“Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo… Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi”.
E “ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

Lo Spirito è Colui che ci insegna a parlare la lingua che l’altro, il diverso da noi, può capire. Lo Spirito parla il linguaggio del fratello (il testo greco parla di “lingua nativa”, letteralmente “dialetto nel quale siamo cresciuti”!).

In questo senso lo Spirito prosegue quello stesso movimento di kenosi che ha vissuto il Verbo di Dio.
Il Figlio, il Verbo di Dio, è la Parola attraverso la quale il Padre ci ha parlato (cf. Gv 1,1; Eb 1,1-2) fino a rivelarsi pienamente nel Verbo fatto silenzio sul legno della croce (“…si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” Is 53,7). Parola udibile da coloro che si lasciano raggiungere da lei.

Pensiamo all’episodio che chiude il vangelo secondo Giovanni nel quale Gesù chiede a Pietro per ben due l’amore: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami (agapao)?”. Ma vedendo che Pietro non lo può ancora amare di un amore come il Suo (Pietro risponde sempre con il verbo fileo: “Signore, tu lo sai che ti voglio bene”), Gesù gli si rivolge chiedendogli l’amore di cui è capace: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”.
Questo è la kenosi del Figlio che parla il linguaggio dell’uomo.

In questo movimento di kenosi del Figlio scende sugli apostoli lo Spirito santo, Parola dell’amore che si fa linguaggio dell’altro.
Lo Spirito infatti è quella Parola dell’amore di Dio che si fa linguaggio dell’uomo. E si “riduce” fino a farsi comprendere da tutti, come il Figlio.
Dio “parla la lingua degli uomini” perché gli uomini imparino il linguaggio “altro” dell’amore di Dio. Questa è l’opera dello Spirito in noi.
Solo l’amore infatti, e l’amore nella forma che ha vissuto Gesù, è quel linguaggio universale che ogni “lingua, razza, popolo e nazione” può comprendere: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita” (cf. 1Cor 13-14).

Ed eccoci giunti dopo questo lungo, ma necessario, itinerario al Vangelo di oggi.
Gesù afferma che lo Spirito ha un triplice compito: “rimanere con voi”, “vi insegnerà ogni cosa”, “vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Rimanere, insegnare, ricordare.
Sono tre verbi bellissimi che rivelano in che modo lo Spirito prosegua l’opera di Gesù.

Lo Spirito “rimane con noi”, per sempre. Anzi, lo Spirito è “in noi”, ha “riempito tutta la casa” della nostra esistenza. Se anche noi non siamo con Lui, Lui rimane con noi e in noi. Parola definitiva dell’amore di Dio, per tutti i giorni della nostra vita.

Lo Spirito “ci insegnerà ogni cosa”: lo Spirito è il Maestro interiore che insegna l’unica Parola dell’unico Maestro che è Gesù. Alla sua scuola si impara la lingua dell’amore di Dio, così come Gesù ce l’ha fatta conoscere.

Lo Spirito “ci ricorderà tutto”: cioè ci riporterà al cuore gesti e parole di Gesù, di quando la sua vita manifestava quell’unica Parola dell’amore di Dio di cui ora siamo chiamati a comprendere tutte le dimensioni: “(il Padre) vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (cf. Ef 3,16-19).

Lo Spirito quindi “suscita in noi la Parola” (cf. Inno Veni creator) dell’amore che è Gesù. Ci dona di proseguire il Suo viaggio, fino alla fine.

http://www.clarissesantagata.it
(Pentecoste 2016)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 04/06/2019 da in Anno C, Domenica - commento, Festività (C), ITALIANO, Pasqua (C).

  • 327.689 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 735 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: