COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Domenica di Pentecoste (C) Lectio

Domenica di Pentecoste – Anno C
Giovanni 14,15-16.23-26


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Questi pochi versetti sono come gocce d’acqua tolte dall’oceano. Essi fanno parte di quel lungo e grandioso discorso che va dal cap. 13,31 a tutto il cap. 17 e trattano oltre a “l’andare” di Gesù anche della promessa dello Spirito.

E’ necessario che Gesù se ne vada, si sottragga al contesto, alla immediatezza, alla prossimità più prossima per lasciare spazio ad “un altro Paraclito”. Lo dichiara lui stesso come premessa e condizione alla venuta del “dono del Padre” (Gv 16,7).

L’andare di Gesù verso il Padre porta con sé anche il significato del nostro andare, del nostro percorso esistenziale e di fede in questo mondo: è qui che impariamo a seguire Gesù, ad ascoltarlo; a vivere con Lui.

Questi versetti in particolare parlano di tre motivi di consolazione fortissimi per noi: la promessa del consolatore; la venuta del Padre e del Figlio nell’anima del discepolo che crede; la presenza di un maestro quale lo Spirito Santo, grazie al quale l’insegnamento di Gesù non cesserà.

Ricercare i volti

Mettiamo sotto questa premessa la chiave di lettura del nostro percorso.

IL VOLTO DEL PADRE

“Il Padre vi darà un altro consolatore”

Il Padre è essenzialmente colui che dona: la sua mano è totalmente aperta nel donare “il Salvatore e lo Spirito Santo” (colletta V Domenica di Pasqua). Ha visto la miseria del suo popolo fin dall’Egitto e ha udito il suo grido (Es 3,7-9) sa che ha bisogno di un consolatore. Lo ha ripetuto attraverso la voce dei profeti: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù” (Is 40,1-2).

La via, della consolazione porta all’esperienza, della libertà, della fine della schiavitù, alla conoscenza di essere figli (cf. Rm 8,15ss).

“Il Padre mio lo amerà”

Si, il Padre ama, è l’eterno Amante e il suo amore è un amore che ci previene, ci precede, e a cui attingiamo il nostro essere. Quanta strada dobbiamo ancora percorrere prima di arrivare fra le braccia del Padre?

Ritornare: ecco il verbo caro ai cristiani.

“E prenderemo dimora presso di lui”

Tutto questo ci deve rendere molto umili e disponibili. Il prendere dimora presso qualcuno fin dall’antichità ha comportato sia per colui che è ospite che per l’ospitante una serie di atteggiamenti profonda sacralità. Basta per tutti l’episodio di Abramo e i suoi tre ospiti alla quercia di Mamre (Gn 18,1-15). L’ospitalità è talmente sacra che colui che la viola cade sotto il castigo di Dio, come è accaduto alle città dì Sodoma e Gomorra (Gn 19,1-29).

“Il Padre vi darà un altro consolatore”

Il prendere “dimora presso” comporta la creazione di uno spazio a completa disposizione dell’ospite, che si fa pellegrino e ricercatore di accoglienza. In questo caso è tutta la Trinità che si fa, pellegrina e desiderosa di essere accolta. Noi possiamo accoglierla perché già lo Spirito abita “presso di noi” (v. 17).

E come vi abita? Potremmo dire con tutto il sapere e la scienza dell’occidente: con la voce della coscienza. Bene, è vero.

Oppure ascoltare la voce dei padri dell’oriente: l’eros è la prima voce dello Spirito in noi. L’eros inteso come passione e forza che muove e determina ogni atteggiamento. I padri già lo sapevano questo e noi avevamo forse bisogno che ce lo ricordasse Freud?

Non solamente Dio prende dimora in noi, ma non lo fa senza di noi. L’episodio di Zaccheo è illuminante: “Zaccheo scendi subito, perché oggi devo fermarmi in casa tua. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia” (Lc 19,1-10). Se pubblicani e prostitute ci precedono nella via dellaccoglienza (cf. Mt 21,31), sarà bene per noi poter ascoltare come migliore conferma al cammino intrapreso: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore!” (v. 7).

L’OASI

“Lo Spirito Santo ci fa ricordare le parole di Cristo e lavora in accordo con lui, guidando i nostri passi con solennità e gioia, sulla strada della pace … La grazia dello Spirito Santo ricevuta al battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, nonostante le cadute del peccato, nonostante le tenebre che circondano la nostra anima, continua a brillare nel nostro cuore con la sua eterna luce divina a causa degli inestimabili meriti di Cristo. Lo Spirito Santo introduce nei nostri cuori il Regno di Dio e ci apre il cammino della futura beatitudine”. (Serafino di Sarov, Colloquio con Motovilov)

IL VOLTO DEL FIGLIO

“Se mi amate” “Se uno mi ama”

Vediamo come Gesù entra in rapporto con il discepolo in una maniera unica e personale, in un faccia a faccia, cuore a cuore; proponendo un legame intenso, non sterile, legale.

E’ in questo rapporto, in questo sguardo che ci vede “prima” (cf. Gv 1,48) che comprendiamo la bellezza e la drammaticità di quel “se”. L’amore non può scaturire che da una libera e sincera adesione, prorompere da uno spazio di libertà che ci rivela tutta la nostra dignità, dal momento che anche il Figlio di Dio si ferma sul limitare del nostro consenso.

E la proposta che lui ci fa non può essere che quella dell’amore. Un amore – notiamo dai vv. 23 e 24 – che viene prima dell’osservanza della sua parola, ma ne è anche il frutto.

Ad una visione puramente legalista e piena di osservanze esteriori, Gesù offre con il suo “mandatum novum” (Gv 13,34) il centro, il nucleo, l’origine e il fine di tutto il suo ministero e non soltanto di questo, ma anche di tutto il mistero della sua persona e del suo essere figlio.

Questo amore è veicolato dalla sua Parola. Gesù ce la consegna affinché noi la accogliamo, ne prendiamo cura, la custodiamo, la deponiamo nel nostro cuore come un seme e lì 1a, riscaldiamo, la vegliamo, la contempliamo, la ascoltiamo e così facendo la facciamo fruttificare.

L’amore alla sua Parola si identifica con l’amore per Gesù stesso. E’ lui che devo custodire nel mio cuore! E’ il Cristo stesso che ce ne offre l’esempio quando nel suo ultimo scambio col Padre dice: “Le parole che hai dato a me io le ho date a loro” (Gv 17,8). Lui stesso che è la Parola conserva la Parola del padre nel suo cuore e in questa posizione di “mediatore” dice:

“Io pregerò il Padre”

Dicendo questo egli toglie il velo di mistero sulla preghiera: essa è via che conduce al Padre. Per giungere al Padre “fonte del primo amore”, ci è donato il cammino della preghiera così come ce l’ha insegnata Gesù il figlio prediletto.

Sarebbe bello percorrere le pagine evangeliche facendoci ricercatori attenti e appassionati “come mercante in cerca di perle preziose” (Mt 13,45), del modo con cui Gesù si rapporta col Padre suo nella preghiera e negli atteggiamenti.

Egli rimane il sommo ed eterno sacerdote che offre non soltanto preghiere ma anche “forti grida e lacrime” (Eb 5,7) per la nostra salvezza. Infatti egli è “sempre vivo per intercedere a nostro favore” (Eb 7,25).

L’OASI

Pure allora mi sgorghi
dal cuore ferito il canto:
come dal costato di Cristo usciva sangue e acqua.
Cantare quanto in vita t’abbia inseguito quale
la cerva del salmo
fiutando sorgenti lontane.

 Cantare ancora i gemiti
che la sera – e le notti! – empivano
le vaste solitudini;
il lungo errare per i boschi
sempre disperato e illuso.

Ora almeno che prossimo
sono all’incontro
svelami come,
pur malato mortalmente di Te,
abbia potuto essere a te infedele:

tradirti nel mentre stesso
che dicevo di amarti!

O forse anche il peccato
è un gesto folle per cercarti?
Pace non c’è per gli amanti lo sai!

(David Maria Turoldo, Canti ultimi)

IL VOLTO DELLO SPIRITO

“Il Padre vi darà un altro consolatore”

Lo Spirito Santo che ci è dato dal Padre è il “buon regalo e il dono perfetto, che viene dall’alto e discende fino a noi” (Gc 1,17). Egli è “l’altro consolatore rispetto a Gesù che se ne va, ed è soprattutto Spirito di umiltà e verità (v. 17). Sì, proprio lo Spirito è infinitamente umile, umiltà personificata perché l’umiltà – come aveva intuito Maestro Eckhart – è radicata nelle profondità di Dio.

Sempre ineffabile, sempre nascosto è al servizio dell’incarnazione, ma non si è incarnato, è un inviato, ma non diventa colui che invia, è il dono senza essere il donatore. Mai dice ”io”, eppure il Padre e il Figlio parlano attraverso di lui e grazie a lui.

Umiltà dello Spirito, umiltà di Dio, umiltà del cristiano…

Umile, lo Spirito rende umili coloro che inabita: secondo Matteo, è proprio la presenza dello Spirito Santo a rendere Gesù misericordioso, compassionevole, discreto, umile (cf. Mt 12,15-21), servo che non conten­de, non grida, non fa udire in piazza la sua voce e che tuttavia è capace di proclamare il giudizio misericordioso di Dio restando saldo (cf. Is 42,1-3).

Ogni vero amore è umile, capace di abbassamento davanti all’altro, capace anzi di trovare in questa kénosis una beatitudine e di gioire nell’annullarsi a favore dell’altro.

Giuseppe il Visionario, indicando l’umiltà come frutto dello Spirito Santo, scrive: “Tu esperimenti l’opera dello Spirito ricevuto nel batte­simo attraverso la nascita nel tuo cuore della vera umiltà: non dico l’umiltà carnale, ma 1a vera umiltà, quella proveniente dal cuore… Ai tuoi occhi tutti gli uomini sono grandi e santi, non ci sono più per te buoni e cattivi, giusti e peccatori; da questa umiltà nascono nel cuore calma, quiete, sottomissione, perseveranza nelle prove”.

A differenza del diavolo che “quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero” (Gv   8,44ss), ecco che lo Spirito non parla del proprio ma “prende ciò che è di Gesù e ce lo annunzia” (cf Gv 16,14). Come Spirito di verità egli ci insegna!

“Vi insegnerà ogni cosa”

Il compito dello Spirito di verità (e per Giovanni la verità è la rivelazione cristologica), è di condurre il credente ad una assimilazione profonda, una interiorizzazione delle parole e dell’insegnamento di Gesù, dunque della sua stessa vita e presenza.

Le funzioni dello Spirito sono: insegnare e ricordare. Funzioni che orientano verso l’interiorità, l’edificazione di una vita interiore. Senza vita interiore animata dallo Spirito la sequela di Cristo resta su un piano di pura esteriorità, la fede rischia di ridursi a gnosi, la speranza a ideologia, l’amore in attivismo.

Proprio per questo il cristiano generato dal Padre nello Spirito Santo è nutrito del latte dello Spirito (cf. 1 Pt 2, 2), cresce nello Spirito (cf. Lc 1,80), e tende ad essere ripieno di Spirito Santo, pléres pneúmatos haghìou, espressione cara a Luca che la applica non solo a Gesù, ma anche ai credenti della prima e della nuova alleanza.

Nel cuore del cristiano abita quindi lo Spirito Santo quale presenza intima, efficace, deificante, presenza, che non svuota né annulla la persona del cristiano, ma la fa partecipare alla vita divina. E lo Spirito crea la familiarità con Dio! Insegna al cristiano a chiamare Dio con il nome di “Abbà Padre“, prima con gemiti, poi con grida coraggiose, audaci, piene di parresia (cf. Rm 8, 15s e Gal 4,6).

Si comporta, – come scrive Diadoco di Fotica – “come una mamma che insegna al proprio figlio a chiamare papà, e ripete tale nome con il bambino finché, lo porta alla consuetudine di chiamare il papà anche nel sonno“. Straordinaria opera materna dello Spirito in noi, straordinaria verità del nostro essere figli!

Mettiamoci allora volentieri alla scuola di questo “magister veritatis” facendo memoria costante e gratificante delle “mirabilia Dei“, così da apparire come gli apostoli nel cenacolo ripieni di quella “ebbrezza” (At 2,13), di quella “Potenza dall’alto” il quale “mediante la libertà e l’amore promuove nuovi rapporti e crea nuovi spazi” (R. Fabris) abilitandoci così alla testimonianza.

L’OASI

“Vieni, santo Spirito,
riempi i cuori di coloro che e credono in te.
Tu che sei venuto un tempo per farci credenti, vieni di nuovo per renderci beati.
Tu che sei venuto un tempo perché,
con il tuo aiuto e per tuo dono,
potessimo gloriarci
nella speranza della gloria dei figli di Dio,
vieni di nuovo
perché possiamo gloriarci
nel compimento di tale speranza.

Vieni,
porta a termine ciò che in noi
hai cominciato a realizzare.
Sei tu infatti a confermare, a consolidare,
a perfezionare e a portare a pienezza.
Il Padre ci ha creati, il Figlio ci ha redenti,
compi dunque la tua opera:
vieni a condurci all’intera verità,
al godimento del supremo bene,
alla visione del Padre,
all’abbondanza di ogni sorta di delizie,
alla gioia delle gioie.

Allora potremo fermarci
per fare spazio e guardare,
per vedere e per lodare,
là dove Dio è lodato dalle stelle del mattino
e dove ogni suo figlio esulta.

A una tale gioia ci conduca
il Signore Gesù Cristo,
che è la via, la verità e la vita. Amen”

(Gualtiero da San Vittore, Sermo 8,9)

Fiamma viva d’amore

O fiamma d’amor viva,
che soave ferisci
dell’alma mia nel più profondo centro!
Poiché non sei più schiva,
se vuoi, ormai finisci;
rompi la tela a questo dolce incontro.

O cauterio soave!
O deliziosa piaga!
O blanda mano! o tocco delicato,
che sa di vita eterna,
e ogni debito paga!
Morte in vita, uccidendo, hai tu cambiato!

O lampade di fuoco,
nel cui vivo splendore
gli antri profondi dell’umano senso,
che era oscuro e cieco,
con mirabil valore
al lor Diletto dan luce e calore!

Quanto dolce e amoroso
ti svegli sul mio seno,
dove solo e in segreto tu dimori!
Nel tuo spirar gustoso,
di bene e gloria pieno,
come teneramente mi innamorai!

http://www.figliedellachiesa.org

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Questa voce è stata pubblicata il 04/06/2019 da in Anno C, Domenica - lectio, Festività (C), ITALIANO, Pasqua (C).

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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