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Il multiculturalismo non è il vero pericolo (2) Per un’autentica integrazione

Il multiculturalismo non è il vero pericolo (2)
(continuazione)
Per un’autentica integrazione

di Tzvetan Todorov


Tzevetan Todorof

Tzvetan Todorov (1939-2017) uno dei più grandi filosofi e saggisti del novecento in Europa.



Il primo obbligo per tutti gli abitanti di un Paese,
 che vi siano nati o arrivino da altrove, è di rispettarne le leggi e le istituzioni, dunque aderire al contratto sociale di base. Non c’è invece motivo di esercitare un controllo sull’identità culturale gli uni degli altri. In linea di massima, la cultura dei migranti, diversa da quella della maggioranza, è destinata a unirsi al coro di voci già plurale che forma la cultura del Paese. Tuttavia certi costumi, elementi della tradizione culturale, contraddicono le leggi del Paese dove vivono coloro che li praticano. Che fare? La risposta di principio non è difficile, anche se l’applicazione a casi particolari può porre un problema: in democrazia la legge prevale sul costume. Tale priorità non mette in gioco la cultura occidentale, o europea, o francese, bensì lo zoccolo legale adottato dal Paese in questione. Se il costume trasgredisce la legge, dev’essere abbandonato. Come dice una Dichiarazione universale dell’Unesco, «nessuno può invocare la diversità culturale per attentare ai diritti dell’uomo»; si potrebbe aggiungere: «o ai diritti garantiti dalle leggi di un Paese democratico». Se la legge non viene infranta, significa che il costume in questione è tollerabile: lo si può criticare, non vietare. Ad esempio, i matrimoni nei quali la scelta del coniuge è imposta dalla famiglia diventano un reato solo se imposti forzatamente; se accompagnati dal consenso della sposa, li si può deplorare, ma non condannare in giudizio. Nessuna circostanza attenuante può essere invece accordata ai “crimini d’onore”, quando i padri di famiglia o i fratelli decidono di punire le figlie o le sorelle rinchiudendole, brutalizzandole, addirittura causandone la morte. Per tali crimini, violenze e omicidi, essi devono essere puniti con tutto il rigore della legge, senza che la loro assoluzione in certe tradizioni venga accettata come scusante. In altri casi, disposizioni particolari permettono di adattare un dato costume alle circostanze del momento.

Un secondo principio di buona coesistenza tra comunità di diversa origine che abitano lo stesso suolo è che esse possiedano, al di fuori delle tradizioni culturali proprie, uno zoccolo culturale comune, un insieme di conoscenze sui codici in vigore in quella società. Ecco il ruolo dell’educazione, in un senso che ingloba la scuola, ma la supera. Tali codici non riguardano i valori morali e politici, che sono plurali, bensì elementi culturali che assicurano l’accesso di tutti allo stesso spazio sociale. In primo luogo viene la lingua, la cui padronanza è essenziale per la partecipazione alla vita comune e per l’acquisizione di ogni altro elemento di cultura. Essa è nell’interesse degli individui, ma anche in quello dello Stato, che così trarrà maggior profitto dalle loro competenze. Non sarebbe esagerato rendere l’insegnamento della lingua gratuito e obbligatorio per tutti quelli che non la sanno parlare: un investimento del genere si rivelerà presto remunerativo.

Accanto alla lingua, gli abitanti di un Paese hanno bisogno di una memoria comune. Questo è già compito della scuola, ma oggi si trova complicato dal fatto che, nella stessa classe, si possono incontrare bambini provenienti da dieci o quindici Paesi diversi. Bisogna cercare di favorire il loro accesso alla cultura d’origine? Non è questo il compito della scuola pubblica, che mira ad assicurare la padronanza da parte di tutti della stessa cultura, garanzia di un’integrazione sociale riuscita. Si può tuttavia modificare il tenore di quell’insegnamento. Così nei corsi di educazione civica, tenuti in Francia nella scuola primaria, si può mostrare, con l’aiuto di esempi e racconti, che se la cittadinanza resta una, le identità culturali di ciascuno sono molteplici e mutevoli; che certi elementi della cultura nazionale sono governati dal principio di unità (è il caso, anzitutto, della lingua), mentre altri, come le religioni, sono governati dal principio di laicità e di tolleranza.

Alle scuole medie, ossia nella fascia d’età tra gli undici e i quindici anni, gli allievi seguono un corso sulla storia della Francia. Senza scadere nella critica sistematica, il corso può diventare l’occasione per mostrare (come già talvolta accade) che questo Paese non sempre ha svolto un ruolo tale da suscitare ammirazione o compassione, quello del valente eroe che porta i benefici del cristianesimo e della civiltà ai popoli lontani o quello della vittima innocente che subisce le aggressioni infami dei suoi vicini malintenzionati. Numerosi episodi della storia possono essere chiariti ricordando la percezione che ne hanno avuto i “nemici” di un tempo. Gli episodi delle crociate e delle grandi scoperte geografiche seguite dall’intensificarsi della tratta dei neri, quelli delle guerre napoleoniche, della colonizzazione nel XIX secolo e della decolonizzazione nel XX permetterebbero agli allievi di dissociare il loro giudizio sul bene e sul male dal senso d’identità collettiva. Tale lavoro si giustifica più per l’arricchimento di sé che comporta, che per la presa in carico della diversità.

Un’influenza di questo tipo non significa assolutamente che tutti i valori siano intercambiabili. La separazione e la chiusura delle culture o delle comunità, imposte da fuori o rivendicate dall’interno, sono più vicine al polo della barbarie, mentre il riconoscimento reciproco è un passo verso la civiltà. Il denaro pubblico deve dunque andare di preferenza a quanto unisce piuttosto che a quanto isola: alle scuole aperte a tutti e che seguono un programma comune; agli ospedali che assicurano l’accoglienza di tutti i pazienti senza discriminazione di sesso, razza o lingua; ai trasporti, treni, pullman, aerei, dove si può essere seduti a fianco di chiunque. Non si impedirà mai agli individui di ritrovarsi più volentieri in mezzo a quanti assomigliano loro, ma tale preferenza rientra nella vita privata: lo Stato non deve farsene carico né vietarla.

(continua…)

(Traduzione di Anna Maria Brogi)
http://rivista.vitaepensiero.it
1.6.2019

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Questa voce è stata pubblicata il 05/06/2019 da in Cultura, ITALIANO con tag , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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